Contributo Carla Maria Baroni

SCALARE MILANO:  Visioni  Urbanistica  Finanza  Beni comuni   –    Convegno   7/3/2017

             Contributo di  MARIA CARLA BARONI   Partito Comunista Italiano  Lombardia

 

        A me pare che la politica urbanistica del Comune di Milano sia schizofrenica, dissociata : recentemente si sono avviate le procedure per la revisione del Piano di Governo del Territorio, mentre un po’ di mesi fa si era già deciso di scorporare dal PGT tutta la sua polpa – il riuso e la riqualificazione degli ex scali ferroviari, così come il Comune aveva accettato supinamente la decisione di un rettore di spostare a Rho una parte consistente di Città Studi e prima ancora lo spostamento dell’Istituto dei Tumori e del Neurologico Besta  a Sesto San Giovanni con la discussa operazione della Città della Salute, svuotando quasi completamente di funzioni il Municipio 3, popoloso quanto la città di Brescia.

        Se si porterà a termine la procedura separata dell’Accordo di Programma tra Comune e FS Sistemi Urbani , il PGT rimarrà un guscio sostanzialmente vuoto, a cui rimarrà da decidere solo il riuso delle ex caserme.

        Con l’AdP sugli scali si contraddice il nome e lo spirito di ciò che dovrebbe essere un PGT, il principale atto di un Comune: “governo del territorio” significa che le proposte strategiche dovrebbero essere indicate dal Comune e che le decisioni finali devono essere prese dopo aver coinvolto in un reale processo partecipativo pubblico tutti gli attori del territorio: non basta una fase di ascolto.

        Ci viene detto che è urgente decidere sugli ex scali: ma queste aree sono inutilizzate da molti molti anni e quindi non c’è alcuna ragione oggettiva che impedisca di aspettare i tempi di una normale revisione del PGT. Non è certo nell’interesse della città e della cittadinanza tutta questa fretta, ma esclusivamente nell’interesse di FS Sistemi Urbani, che ambisce a quotarsi in Borsa dopo aver acquisito la possibilità di edificare sostanziose volumetrie.

        Si pone anche il problema della proprietà delle aree: dato e non concesso che tale proprietà sia privata dal punto di vista strettamente giuridico, nella sostanza tale proprietà è pubblica, in quanto le aree erano state assegnate dal Comune per svolgervi una fondamentale funzione pubblica quale è quella della mobilità su ferro.

        E qui entra in gioco il fatto che la riqualificazione degli scali deve servire anche per migliorare la mobilità di persone e merci nel nodo di Milano, che ha una valenza ben oltre lo stesso ambito metropolitano; deve servire in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici che convergono giornalmente su Milano, migliorando la loro qualità della vita di pendolari e portando via via all’ abbandono dell’auto privata da parte di chi compie sempre lo stesso percorso giornaliero    , a vantaggio della qualità dell’aria e della salute pubblica.

        Emerge così che nel percorso verso l’AdP manca non solo la cittadinanza attiva, che non basta ascoltare: manca anche, se non soprattutto, la Città Metropolitana di Milano, che ha come compito primario “la cura dello sviluppo del territorio metropolitano” .

        Attenzione alle parole: “cura dello sviluppo” significa voler approdare alla qualità del territorio in tutti i suoi aspetti.

        Si dice talora che la Città Metropolitana come livello di governo viene ignorata perché di fatto  non ha potere, né autorità, né risorse. Ma da chi e da che cosa dipende tutto ciò? Quali interessi vengono avvantaggiati dalla sostanziale negazione del ruolo della C.M.M.?

        A me pare evidente che questa negazione risponde alla stessa logica volta alla distruzione del territorio come bene collettivo irriproducibile che aveva portato allo svuotamento delle Province in quanto titolari dell’unico strumento di pianificazione territoriale complessiva di area vasta esistente nel nostro Paese, e cioè del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale.

        Eviscerare gli ex scali dal Piano Territoriale Metropolitano (rafforzato sulla carta rispetto al precedente P.T.C.P.), di cui è iniziata l’elaborazione, e dalla revisione del P.G.T. di Milano significa privilegiare gli interessi  – finanziari? immobiliari? – di un unico soggetto che è solo formalmente privato in quanto ha la forma giuridica di una società di diritto privato.

        Arrivando ora al contenuto del riuso e dalla riqualificazione degli ex scali propongo di insediare nei due più estesi – Farini e Romana – centri di ricerca su produzioni industriali e su nuovi materiali compatibili con l’ambiente e con la salute, per ottenere una pluralità di risultati: 1) dare un contributo all’intero Paese mettendo a punto prodotti e processi produttivi che non facciano ammalare e morire, che non distruggano aria, acque, suolo e cibo; 2) creare il primo passo per la reindustrializzazione dell’area metropolitana milanese che traduca in produzioni ecosostenibili quanto messo a punto nei centri di ricerca; 3)  creare in una prima fase posti di lavoro altamente qualificati e duraturi per i nostri migliori talenti, ora costretti a fuggire all’estero subito dopo la laurea e per richiamare qualcuno già espatriato, e creare in una seconda fase molti posti di lavoro, anch’essi qualificati,  in  produzioni innovative in grado di competere sul mercato internazionale del lavoro; 4) contribuire a qualificare Milano come città della ricerca e della scienza anche in ambito internazionale, dando lustro alle sue istituzioni – Comune e Città Metropolitana – e alle sue università.

        Durante l’ascolto della cittadinanza attiva del Municipio 5 era emersa anche la proposta di insediare nello scalo Romana, data anche la sua contiguità con il Parco Agricolo Sud Milano, di un centro di ricerca sull’agricoltura e l’alimentazione, utilizzando una parte del relativo suolo: condivido questa proposta, purchè prima la bonifica del terreno sia fatta a regola d’arte.   

        Ovviamente tutto ciò richiede consistenti fondi pubblici, da sottrarre a investimenti insensati e/o controproducenti, che invece vanno per la maggiore.

        Per quando si passerà alla fase progettuale avanzo una proposta che riprende una lunghissima tradizione, dalle agorà della Magna Grecia alle piazze medioevali, rinascimentali, moderne, e talora contemporanee, così caratteristiche delle nostre città: organizzare gli edifici che comunque si costruiranno in tutti gli scali intorno a una piazza centrale bella e pedonale – meglio se rotonda, dalla forma accogliente – , che contempli anche la presenza di servizi pubblici, sedi istituzionali, luoghi di aggregazione e partecipazione, per dare ai cittadini e alle cittadine il senso di appartenenza a una collettività.

        La maggior parte delle attuali piazze di Milano sono rotatorie intorno a cui circolano flussi ininterrotti di auto: perché allora non ne introduciamo alcune nuove riprendendo l’antica e mai interrotta tradizione della piazza italiana come centro della politica, e cioè della vita aggregata?  

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