Nuova Resistenza: la Radio dei Movimenti in lotta

Radio Nuova Resistenza nasce nel settembre 2015

Nuova Resistenza: la Radio dei Movimenti in lotta

NR – Nuova Resistenza auspicando l’abbattimento di ogni muro e barriera culturale riconosce che la lotta al potere e alla manipolazione sia un modo di vivere che comincia dai piccoli gesti quotidiani e si espande fino alle grandi lotte per i diritti sociali, la libertà e i diritti umani

Radio Nuova Resistenza: la Radio dei Movimenti in lotta

Radio Nuova Resistenza nasce nel settembre 2015  come progetto  Nuovaresistenza.org

This radio is a project of  www.nuovaresistenza.org

La storia:

Grazie all’iniziativa di Samantha Comizzoli nel 2015  è iniziata la trasmissione ‘Enlighternment Voice for Free Palestine’ dai territori occupati della Palestina  (Nablus in Cisgiordania) in collegamento con il Tanweer Forum, centro culturale Palestinese attivo nella difesa dei diritti umani e nel contrasto ai crimini dell’Occupazione Israeliana nei territori occupati.

La trasmissione è continuata dal 2015 dalla Palestina al Quebec e ancora oggi dall’Italia attraverso 1000 difficoltà, non ultimo l’arresto dei membri e la distruzione del centro Tanweer Forum da parte delle forze di occupazione israeliana.

Nel tempo altri amici si sono uniti al Progetto,

Andrea Paolieri di Radio Revolucion, con il suo programma in supporto ai movimenti in lotta in America Latina.

Jussa Kunderezera del Workers International Leagues in Zimbabwe con le notizie sulle Elezioni 2018 e la situazione in Zimbabwe.

Laura Tussi, redattrice di PeaceLink , scrittrice e giornalista sulle tematiche del disarmo e della nonviolenza.

Fabrizio Cracolici dell’ANPI di Nova Milanese  scrittore e Responsabile ANPI.

Unione Inquilini Nazionale con Silvia Paoluzzi da Roma.

 

Questo è il progetto libero nel 2015 come adesso:

NR – Nuova Resistenza www.nuovaresistenza.org auspicando l’abbattimento di ogni muro e barriera, prima di tutto culturale e poi fisico, riconosce che la lotta al potere e alla manipolazione sia un modo di vivere che comincia dai piccoli gesti quotidiani e si espande fino alle grandi lotte per i diritti sociali, la libertà e i diritti umani. Nuova Resistenza vuole dar voce a tutti coloro che vogliano esprimere la loro libertà, esprimere la propria dignità, denunciare l’ingiustizia e raccontare la loro lotta tramite la musica, la poesia e le parole, in qualunque nazionalità, di qualunque genere o religione essi siano.
NR come servizio libero prende le distanze dalle dichiarazioni in contrasto con i suddetti principi, chiuderà la connessione alla radio e si dissocerà da chi casualmente o tramite l’inganno possa in modo chiaro o velato incitare alla violenza, all’odio razziale o di classe, all’integralismo religioso o di genere, al fascismo e al nazionalismo.
Si legga il disclaimer  riferito alle notizie e ai contenuti trasmessi.

Come funziona il progetto web radio:

Noi abbiamo messo a disposizione, come servizio, un server radio, in modo che da qualsiasi parte del mondo, avendo una connessione internet si possa trasmettere.

Che cosa occorre:

Una linea possibilmente stabile per entrare in internet e un PC.

A tutto il resto penserà il nostro staff gestendo in remoto il PC a istallare l’occorrente in modo che si possa trasmettere, altrimenti se si ritiene di essere in grado di istallare il tutto, manderemo le istruzioni necessarie.

Ken Sharo, Marco Zinno, Luna Rossa (contacts)

 

The radio transmission  from  Nablus (Palestine time) broadcast  from TANWEER CENTER

with the kind support and Samantha Comizzoli in Italy

every day from 15:00 to 16:00 (italian time)  4:00 PM to 5: PM (Palestine)

replication from 21:00 (italian time)  10:00 PM (Palestine time)

 

Le trasmissioni con Laura Tussi e tutti noi

https://radio.nuovaresistenza.org/category/tussi-ican/

L’ultima trasmissione è la presentazione del libro ‘Riace, musica per l’umanità’ con Milly Moratti e Giorgio Cremaschi

 

Ti porto in salvo: presentazione libro “Riace, musica per l’umanità”

alla presenza degli autori Laura Tussi e Fabrizio Cracolici.

Interverranno:

Milly Moratti, presidente associazione ChiAmaMilano e consigliera comunale,

Annalisa Adamo, assessore agli Affari generali del Comune di Taranto,

Giorgio Cremaschi, sindacalista e militante politico,

Mimmo Laghezza, giornalista e scrittore.

Musica e note di impegno e resistenza di Renato Franchi e Marco Chiavistrelli

 

Note: Le trasmissioni con Laura Tussi e tutti noi
https://radio.nuovaresistenza.org/category/tussi-ican/

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Maria Montessori e il pacifismo

Donne coraggiose

Maria Montessori e il pacifismo

Maria Montessori continuò, durante l’esilio imposto dal fascismo, nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti.

Maria Montessori: educazione e pace

Negli ultimi decenni molte discipline, dalla fisica alla sociologia, della pedagogia alla storia e alla psicanalisi si sono occupate di temi legati alla cultura della pace.

Tuttavia l’indagine storiografica ha ignorato interi filoni del pensiero pacifista e personaggi che si sono impegnata a lungo in favore della pace.

L’impegno per la pace, così come altre tematiche maturate all’interno dell’esperienza emancipazionista assume quasi sempre una connotazione pedagogica legata all’elaborazione di modelli culturali alternativi a quelli tradizionali.

Il rapporto tra educazione e pace è oggetto di trattazioni più specifiche come le riflessioni di Maria Montessori, una delle figure più significative del movimento Pacifista e emancipazionista italiano, laureata in medicina nel 1896 e nota soprattutto per la sua attività teorica e pratica di pedagogista.

E è proprio in quest’ambito che Maria Montessori dedica un’attenzione costante al tema della pace come momento centrale della formazione culturale delle nuove generazioni.

Nel definire la guerra come una malattia della vita morale dell’uomo, Maria Montessori denuncia i pericoli impliciti in ogni nazionalismo e pensa alla formazione di un uomo nuovo che possa essere considerato cittadino di un’umanità senza confini e guerre e conflitti armati. Pur non entrando nel merito di una valutazione complessiva della sua opera educativa, che presenta aspetti di notevole complessità, è interessante osservare che proprio il suo interesse pacifista costituisce una delle cause principali della sua emarginazione durante gli anni del regime fascista.

I suoi ideali si scontrano in quel periodo con il modello educativo dominante, fondato su una concezione pedagogica autoritaria, nazionalistica, maschilista e misogina. Basti pensare all’indottrinamento dei disvalori fascisti della gioventù balilla.

Il contributo di Maria Montessori rappresenta un elemento di congiunzione, nella discontinuità degli eventi, tra l’esperienza emancipazionista di fine secolo e i primi decenni del Novecento, travagliati da due conflitti mondiali.

Sono gli anni in cui il tema della pace assume connotazioni umanamente e politicamente drammatiche.

Proprio in questo contesto, Maria Montessori ne sottolinea provocatoriamente la dimensione culturale più profonda, che va oltre l’emergenza politica e che si lega a una più ampia prospettiva ideale di superamento di ogni oppressione materiale morale.

Nello scritto La Pace e l’educazione, pubblicato a Ginevra nel 1932, essa afferma, anticipando elaborazioni presenti nel pacifismo attuale, che la pace non è solamente assenza di guerra, ma, al contrario, è l’avvio di una nuova concezione dello sviluppo umano e sociale. Per Pace si intende generalmente la fine della guerra.

Ma questo concetto, puramente negativo, non è quello della pace. La pace vera, al contrario, fa pensare al trionfo della giustizia e dell’amore fra gli uomini: rivela l’esistenza di un mondo migliore dove regna l’armonia.

L’impegno delle donne per la pace si ricollega a una loro significativa, sebbene conflittuale, partecipazione concreta alla vita politica. Questa esperienza è stata spesso trascurata dagli storici, quasi che temi importanti come quelli della pace e della guerra, partendo appunto dal mondo della politica, fossero privi di connotazioni sessiste e estranei alle donne, soggetti spesso confinati, fino a poco tempo fa, anche dalla storiografia, nella parte tematica del privato. Maria Montessori fu dapprima vezzeggiata dal regime fascista, per la diffusione del suo metodo pedagogico e degli istituti e nelle scuole a esso ispirati. In seguito, quando il fascismo si rese conto del portato rivoluzionario del pensiero montessoriano, fu costretta all’esilio e continuò nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza all’intera umanità martoriata e in conflitto, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti.

Note: Bibliografia –

Laura Tussi, Educazione e pace, Mimesis 2012

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

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Donna: l’impegno pacifista

La donna emancipata e pacifista nella cultura dell’Ottocento

Donna: l’impegno pacifista

L’asprezza del misoginismo ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti. La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

Donna e pacifismo

Nella cultura dell’Ottocento, la rappresentazione ideale della figura femminile esprime un’attesa di salvezza dal sapore religioso che impregna la mentalità collettiva dell’epoca. La funzione pacificatrice della donna, motivo ricorrente nei manuali di allora, è spesso legata all’enfatizzazione di una naturale vocazione educativa e di una capacità di amore e di sacrificio carica di implicazioni morali.

L’attenzione sociale e culturale nei confronti della donna assume nell’Ottocento una dimensione molto ampia con un ricorso ad argomentazioni che esprimono un fine ideologico prima di allora inedito.

La vastità del fenomeno è documentata tra l’altro dalla varietà delle voci impegnate in una corale definizione dei caratteri della femminilità più autentica. La discussione sulla missione sociale della donna, tratta da una visione piena di pregiudizi della sua natura biologica, coinvolge infatti, intellettuali di diverso orientamento, cattolici, laici, atei impegnati in svariati settori della vita culturale, educatori, pedagogisti, politici, teologi, letterati, medici e antropologi. Pestalozzi, Tommaseo, Mazzini, Lombroso, Mantegazza e tanti altri si sono cimentati in una elaborazione implicitamente prescrittiva delle caratteristiche culturali morali proprie del genere femminile. La scoperta sociale, maturata in quegli anni pur tra molte contraddizioni e zone d’ombra, sul valore dell’infanzia implica di per sé una maggiore attenzione al ruolo della madre educatrice, ma non basta solo a spiegare l’intensità di un’operazione pedagogica e culturale che, esaltando le qualità morali della donna, ne sancisce l’esclusione da una partecipazione attiva alla vita sociale.

Secondo il senso comune allora dominante, la donna, confinata non solo simbolicamente alla cerchia delle mura domestiche, deve svolgere una funzione di custode della moralità collettiva: è una dimensione che va oltre gli stretti confini della sfera familiare e che investe i destini dell’intera umanità.

In questo ambito la sua funzione pacificatrice rappresenta dunque un’estensione sociale di valori legati al ruolo materno.

Anche le professioni che generalmente vengono considerate più adatte alle donne ripropongono i valori del sacrificio, dell’assistenzialismo, della capacità di amore senza riserve.

Perfino il progresso e la pacifica convivenza fra gli uomini sembrano dipendere dalla generosità di questa educatrice virtuosa. Questo tipo di affermazioni è molto frequente nella vasta letteratura che tratta per tutto l’Ottocento il tema dell’educazione della donna.

Certamente non è casuale che l’esaltazione della bontà femminile venga predicata con toni sempre più accesi proprio negli ultimi decenni del secolo, quando una nuova mobilità sociale consentirà una diversa partecipazione delle donne al mondo del lavoro, degli studi e della politica.

La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

L’asprezza del misoginismo Ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti e pacifisti al cui interno il maturare di un concreto impegno per la pace comporta innanzitutto per le donne impegnate nel movimento, un ribaltamento di quei valori che, proprio esaltando la funzione pacificatrice del genere femminile, ne contrasta una partecipazione reale agli eventi della società e della storia.

È impossibile scindere i motivi dell’impegno pacifista del movimento delle donne dai contenuti delle battaglie emancipazionistiche nella seconda metà dell’Ottocento. L’associazione internazionale delle Donne fondata a Berna nel 1866 è proprio la sezione femminile della Lega per la pace e la libertà che aveva come organo di stampa il Periodico Stati Uniti d’Europa.

Sussiste dunque un preciso legame fra le questioni della pace e le vicende dell’emancipazionismo femminile in Europa. Questo legame connesso anche con il contrastato rapporto con l’associazione internazionale dei lavoratori, mette in luce la specificità dell’interesse manifestato dalle donne del movimento per la pace nei confronti del pacifismo considerato spesso come un punto qualificante di un più vasto impegno verso una società egualitaria e non sessista.

Pace, giustizia e lotta contro l’oppressione femminile sono i temi che appaiono insieme negli scritti e nei discorsi ufficiali delle più impegnate emancipazioniste. Tuttavia la prima spinta psicologica a intervenire nelle questioni della pace e della guerra esprime anche motivazioni che possono apparire ambiguamente legate a una specificità femminile di tipo tradizionale in cui ciò che domina è ancora la preoccupazione materna. Ma i frequenti appelli in difesa degli uomini, mariti, figli, fidanzati, sottoposti al pericolo bellico e la lotta per la vita contro la morte non sono destinate a restare un richiamo solo emotivo e affettivo. Molte delle analisi di allora contengono considerazioni legate a motivi più esplicitamente politici e culturali.

Questa ideologia antifemminista e misogina è presente in modo particolare nel sapere scolastico, come risulta da un’analisi dei programmi dei libri di testo e dei modelli formativi destinati agli insegnanti a questi valori assai diffusi nel senso comune di allora. Anna Maria Mozzoni oppone una proposta culturale e politica coraggiosamente alternativa per sradicare lo stereotipo della cosiddetta missione della donna basata su un equivoco sociale scientifico.

In opposizione al clima risorgimentale Paola Shiff, una delle prime donne laureate nell’Italia post unitaria, definisce nel corso di una manifestazione pacifista tenutasi a Milano nel 1888, qualsiasi guerra “un avanzo di barbarie”.

Negli ultimi anni del secolo, l’interesse per i temi della pace trae un nuovo impulso dalle questioni sollevate dalla guerra d’Africa, che spinge il movimento di emancipazione delle donne insieme ad altri gruppi politici a una forma alta di mobilitazione per la pace.

Sono numerose le leghe femminili per la pace impegnate in questa campagna. Ne parla Franca Pieroni Bortolotti nei suoi scritti sull’emancipazionismo.

Le leghe femminili organizzano soprattutto nel nord molte manifestazioni popolari contro la guerra coloniale, tentando anche di impedire la partenza dei soldati.

La società per la donna si impegna a Roma in alcune iniziative pacifiste e anticoloniali di cui dà notizia la rivista La vita femminile.

Note: Bibliografia –

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

Anna Maria Mozzoni, La liberazione della donna, a cura di F. Pieroni Bortolotti, Mazzotta, Milano.

Franca Pieroni Bortolotti, La donna, la pace, l’Europa, Franco Angeli, Milano

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Il Pacifismo rivoluzionario

L’antimilitarismo operaio e il movimento socialista

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L’antimilitarismo da Rosa Luxemburg alle incertezze che riflettevano le divisioni non solo all’interno della socialdemocrazia, ma anche tra i partiti dell’Internazionale

L'antimilitarismo operaio e il pacifismo rivoluzionario

L’antimilitarismo operaio e il movimento socialista

Tra le correnti politiche organizzate dell’epoca contemporanea spetta al movimento socialista e in generale al movimento operaio la posizione di maggior rilievo nell’ambito della lotta contro la guerra.

Più che di pacifismo del movimento operaio internazionale bisognerebbe parlare dell’antimilitarismo che accompagnò lo sviluppo del movimento soprattutto nell’era della seconda internazionale, che coincise con l’età dell’imperialismo, che sarebbe sfociata nello scontro tra le potenze del primo conflitto mondiale.

La questione della guerra e della pace divenne uno dei motivi di unificazione e anche di divisione dei rapporti tra i socialisti di diversi paesi.

Uniti nella condanna della guerra e nella convinzione della necessità di mantenere la pace, come condizione essenziale, con lo sviluppo economico, della crescita della classe operaia e connesse le prospettive di cambiamento rivoluzionario, i socialisti dei diversi paesi non furono altrettanto uniti nell’individuazione dei mezzi e di una strategia per impedire l’esplodere di una situazione bellica. L’affermazione delle politiche nazionali e la crescita dei diversi movimenti socialisti all’interno dei conflitti dei confini nazionali furono certamente all’origine della difficoltà di realizzare una piattaforma non solo politica, ma anche operativa unitaria, che partisse dal riconoscimento dell’identificazione della causa del socialismo con la causa della pace. Simbolicamente questa identificazione fu espressa nel modo più tangibile della festa del Primo Maggio, che diventò anche il simbolo della lotta per la pace come condizione indispensabile per l’emancipazione dei lavoratori.

Operativamente si affermò costantemente la tendenza a lasciare che ogni singolo partito socialista trovasse da solo gli strumenti per combattere il militarismo, la guerra, la brutalità della condizione bellica, ora votando contro le spese militari, ora teorizzando l’abolizione degli eserciti professionali, ora facendo proprie le istanze in favore dell’antimilitarismo, più tipiche del movimento pacifista borghese, dal quale il socialismo si distinse sempre per l’analisi di classe del militarismo e dell’imperialismo.

Le crisi internazionali del secolo XX acuirono, con la necessità di una concreta presa di posizione del movimento operaio internazionale, anche la difficoltà di condurre diversi partiti socialisti a una piattaforma unitaria.

Determinante nell’impedire l’accordo non solo sui principi, ma anche sui mezzi presi sempre dal persistente conflitto tra i socialisti francesi da una parte e i socialisti tedeschi dall’altra: oltre le diversità delle posizioni nella pratica antimilitarista.

Ciò che li divideva era la pregiudiziale che riservava ai singoli partiti nazionali la scelta dei mezzi per combattere il pericolo di guerra. Il grande sviluppo dell’agitazione antimilitarista però opera soprattutto della sinistra socialdemocratica, e per essa di Rosa Luxemburg, come campagna di massa, non si saldò una altrettanta chiara linea politica, e qui le incertezze riflettevano le divisioni non solo all’interno della socialdemocrazia tedesca, ma anche tra i partiti dell’internazionale. La crisi e la paralisi che condannò l’internazionale nell’agosto del 1914 all’indomani del primo conflitto mondiale non fu un esito improvviso inaspettato, ma il risultato del divorzio tra il potenziale di agitazione e di protesta e di incertezza di strategia politica dei partiti.

La riorganizzazione del movimento contro la guerra nel corso del conflitto mondiale avvenne fuori dei partiti ufficiali e fu una delle componenti della futura terza internazionale.

Note: Bibliografia –

E. Collotti, G. Di Febo, Dossier Storia, Contro la guerra. La cultura della pace in Europa, Giunti Edizioni

L. Bruti Liberati, Il clero italiano nella grande guerra, Editori Riuniti, Roma

S. Soave, Fermenti modernistici e democrazia cristiana, Giappichelli, Torino

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Il Fatto Quotidiano: David Maria Turoldo, il Resistente

Recensione al libro

David Maria Turoldo, il Resistente

25 Aprile, il frate ‘resistente’ David Maria Turoldo che organizzò la lotta in convento: “È un modo di essere, dà ragione e concretezza alla fede”

24 aprile 2021

Alex Corlazzoli
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Recensione al libro David Maria Turoldo, il Resistente su Il Fatto Quotidiano

Di lui si è parlato e scritto parecchio dando lustro al suo spirito innovatore all’interno della Chiesa, alle sue opere poetiche, al suo sostegno alla cultura, ma non si mai detto più di tanto della sua partecipazione alla battaglia per la Liberazione. A farlo è un libro edito da Mimesis con un titolo assai eloquente: “David Maria Turoldo, il resistente” a cura di Guerino Dalola e dell’Associazione nazionale partigiani italiani di Franciacorta

 

Teologo, filosofo, scrittore, poeta ma anche antifascista impegnato in prima linea. David Maria Turoldo, il frate morto nel 1992, è stato un protagonista della Resistenza. Di lui si è parlato e scritto parecchio dando lustro al suo spirito innovatore all’interno della Chiesa, alle sue opere poetiche, al suo sostegno alla cultura ma non si mai detto più di tanto della sua partecipazione alla battaglia per la Liberazione e delle sue riflessioni sul fascismo.

A farlo è un libro edito da Mimesis con un titolo assai eloquente: David Maria Turoldo, il resistente a cura di Guerino Dalola e dell’Associazione nazionale partigiani italiani di Franciacorta. Non è un caso se gli autori non parlano di un frate “partigiano” ma di un monaco “che resiste” perché il fulcro del libro e del pensiero di Turoldo è proprio questo: “La Resistenza è un modo di essere, il solo che dia ragione e concretezza e pienezza alla fede: essere per sempre dalla parte dell’uomo”.

Un concetto che viene esplicitato anche dal giornalista Vittorio Gorresio che scrive l’introduzione ad un libro del frate: “Il fascismo è uno stato d’animo, dice Turoldo, prima di essere un partito politico e occorre innanzitutto esaminare certi atteggiamenti che non sono coscientemente fascisti, ma possono essere premesse di fascismo; per esempio la cosiddetta maggioranza silenziosa”.
Ma non vogliamo limitarci solo alle parole del monaco. Il suo impegno contro il fascismo è, infatti, concreto anche se poco conosciuto: Turoldo crea e diffonde dal suo convento il periodico clandestino l’Uomo. Nel convento di Milano avvengono riunione segrete del Comitato di liberazione nazionale per l’alta Italia e sempre tra le sacre mura si tiene la messa di suffragio per l’uccisione di Curiel.

Il libro rivela persino che sotto la cupola della Chiesa del Convento di San Carlo – proprio dove dormivano padre Turoldo e padre Camillo Dal Piaz – da ben prima dell’armistizio era incominciata la raccolta delle armi: “Non è un caso – afferma padre David Maria – che già nel luglio 43, proprio il giorno dopo la caduta di Mussolini, io e padre Camillo…abbiamo cominciato, senza attendere l’8 settembre, a organizzare la Resistenza con un gruppo dei nostri giovani di San Carlo”.

L’idea di un frate mite e solo letterato è distante dalla realtà. Il testo edito da Mimesis ricorda che la rivista Civiltà Cattolica nel novembre 1992, in occasione della morte di Turoldo. in un articolo scriveva: “È stato uno degli spiriti più vivaci del nostro tempo. Gli aggettivi che meglio lo qualificano sono quattro: ribelle, impetuoso, drammatico e fedele”. La Resistenza per Turoldo non si è mai conclusa: per lui è “l’avvio di un percorso di vita che non avrà mai fine sia perché la libertà non è definitiva e deve essere difesa e ricostruita giorno per giorno, sia perché coinvolge l’esistenza umana in tutte le sue espressioni”. La Resistenza per Turoldo non è mai finita, non è un episodio, deve essere una scelta di vita.

Note: Il Fatto Quotidiano – Recensione del libro di Guerino Dalola, David Maria Turoldo, il Resistente, Mimesis Edizioni. Prefazione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/04/24/25-aprile-il-frate-resistente-david-maria-turoldo-che-organizzo-la-lotta-in-convento-e-un-modo-di-essere-da-ragione-e-concretezza-alla-fede/6175665/

La Provincia di Sondrio – Padre Turoldo, il Partigiano

https://www.peacelink.it/ospiti/a/48379.html

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    I manifesti, i volantini, i giornali murali, hanno svolto e svolgono una funzione propagandistica, informativa e organizzativa molto importante. Si pensi al ruolo durante la prima guerra e la seconda guerra mondiale o nella lotta della Resistenza.
    1 maggio 2021 – Laura Tussi
  • Memoria e futuro

    CULTURA
    In tutte le librerie dal 6 maggio 2021

    Memoria e futuro

    Il libro Memoria e futuro di Alfonso Navarra, Luigi Mosca, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici è frutto di un impegno collettivo portato avanti dai Disarmisti Esigenti con i contributi di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli e molti altri
    25 aprile 2021 – Laura Tussi

Memoria e futuro

In tutte le librerie dal 6 maggio 2021

Memoria e futuro

Il libro Memoria e futuro di Alfonso Navarra, Luigi Mosca, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici è frutto di un impegno collettivo portato avanti dai Disarmisti Esigenti con i contributi di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli e molti altri

Libro Memoria e futuro in tutte le librerie dal 6 Maggio 2021

Libro Memoria e futuro, Mimesis Edizioni in tutte le librerie dal 6 maggio 2021

 

Il libro Memoria e futuro, Mimesis Edizioni è frutto di un lavoro collettivo portato avanti dai Disarmisti esigenti nati dall’appello Esigete! Un disarmo nucleare totale di Stéphane Hessel e Albert Jacquard e dai loro stretti collaboratori, membri anch’essi di ICAN, la Campagna Internazionale per la messa al bando delle Armi Nucleari, Premio Nobel per la Pace nel 2017. Memoria e futuro è focalizzato sulla cultura della pace del XXI secolo e lancia la proposta di una Rete per l’Educazione alla Terrestrità (RET).

La RET è orientata verso una cittadinanza planetaria organicamente pervasa di coscienza ecologica e strutturata su un ordinamento internazionale, “per assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni” (art. 11 della Costituzione italiana), che riconosca e tuteli i diritti dell’unica umanità e della natura. Collegandosi all’iniziativa della Carta della Terra

dell’UNESCO, la RET include, per l’appunto, l’omonimo progetto “Memoria e futuro”, esposto in queste pagine nelle sue finalità, nei suoi obiettivi e nelle sue scadenze (progetto erede dell’esperienza dell’iniziativa “Per non dimenticare” di Nova Milanese e Bolzano).

Il libro è stato scritto nel periodo di attesa dell’entrata in vigore ufficiale, fissata al 22 gennaio 2021, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, il TPAN (TPNW in inglese), e si propone come strumento di lotta per una mobilitazione politica di base, considerata decisiva per un futuro di progresso dell’umanità, consapevole della necessità di un lavoro culturale adeguato come retroterra: un lavoro che affondi le sue radici nella memoria valorizzante l’esperienza della Resistenza, caratterizzata dal valore dell’amore per l’umanità. L’identificazione della Resistenza con il punto di vista e il riscatto degli sfruttati e degli oppressi è la continuità da conservare e da integrare con il valore del rispetto verso il sistema complessivo della vita….” continua

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Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Razzismo, ecologia e pace insieme, “L’educazione come arma della pace”

Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Come una ricercatrice sui problemi educativi, lavorando con i Disarmisti esigenti, è pervenuta, partendo dalla “Pedagogia della Resistenza”, ad affrontare i temi intrecciati del razzismo, dell’ecologia e della pace. Educazione alla pace e educazione ecologica sono intrecciate e interdipendenti

Maria Montessori "Educazione come arma della Pace" su Rivista.eco - organo ufficiale della rete mondiale di educazione all'ambiente diretta dal Professor Mario Salomone

In collaborazione con lo storico Fabrizio Cracolici, ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia) e Alfonso Navarra, portavoce dell’associazione Disarmisti Esigenti oggi, ciascuno con le sue competenze, siamo pervenuti a trattare di Pedagogia della Resistenza e Educazione alla Terrestrità, di formazione e educazione.

In questo ambito, nei nostri libri e nelle nostre pubblicazioni, proponiamo un nuovo percorso di accompagnamento alla formazione e allo sviluppo della conoscenza dei diritti civili e dei diritti inalienabili della persona. La pace con la natura è condizione della giustizia sociale e educazione alla pace e educazione ecologica sono, nella nostra visione, intrecciate e interdipendenti.

Dobbiamo considerare il mondo umano come parte integrante del mondo naturale e una riconciliazione solo tra esseri umani, che prescinda dal ripristino di un rapporto armonico con gli equilibri ecologici, non ha basi per avanzare.

Una pedagogia del futuro, ripartendo dalla scuola

La nostra è una pedagogia del futuro collegata alla nuova cultura della pace del XXI secolo per la quale ricerchiamo, lavoriamo, sperimentiamo.

Insomma, un percorso di sviluppo della democrazia, della cittadinanza attiva, della partecipazione. Per educare all’antifascismo, all’antirazzismo e alla nonviolenza, secondo il monito di Stéphane Hessel, il partigiano autore di “Indignatevi!”,  (“Indignatevi!” è il libro denuncia scritto da Hessel,  partigiano, novantatreenne, sui mali della nostra epoca)

occorre ripartire proprio dall’istituzione scuola. Noi non troviamo altra soluzione, perché la scuola, ancora prima della famiglia, rispecchia il pluralismo e la diversità impliciti nella società.

Pluralismo e diversità che si vengono a manifestare nel processo educativo: nel percorso didattico si scoprono le caratterialità, le criticità, le implicite diversità, le esigenze del singolo studente che mutua e assimila varie istanze e diverse forme di contenuto dal nucleo familiare di origine.

Le leggi razziali nazifasciste del 1938

La scuola, tra l’altro, in un passato che non dobbiamo dimenticare e archiviare, ha subito la discriminazione e l’intolleranza: basti pensare alle leggi razziali nazifasciste del 1938. E la scuola, pur con diversa entità ed intensità, continua ancora a discriminare e a prendere provvedimenti contro i più deboli. Anche il finanziamento pubblico alle scuole private è una forma di discriminazione. La riduzione degli insegnanti di sostegno ai bambini diversamente abili, la negazione della mensa ai meno abbienti sono forme di discriminazione.

I quesiti sono sempre aperti perché auspichiamo una scuola che si apra sempre più alle differenze, agli altri, e non solo da parte degli studenti, ma anche da parte degli insegnanti. Anche il mondo adulto viene messo in discussione nell’ambito e nell’ambiente scuola. Quindi una scuola più aperta. Una scuola che si apra alle implicite esigenze di ciascuno, ai caratteri di cui ognuno è portatore, alle difficoltà implicite che ciascuno presenta. È necessario costruire una scuola senza discriminazione, dove l’altro sia considerato depositario di un’autentica ricchezza da risocializzare e ripartecipare, una ricchezza da condividere nella convivenza del quotidiano secondo un impegno di responsabilità e di indignazione contro tutte le discriminazioni, contro l’intolleranza, il non rispetto e la violazione dei diritti umani.

Una nuova ricchezza sociale partecipativa che vada a incrementare un discorso di civiltà a misura di persona, per una comunità, per un assetto sociale e civile aperto alle differenze, alle divergenze, anche al conflitto, come sostiene il nostro amico Daniele Novara, direttore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti. Infatti, il conflitto è implicito nell’educazione. Noi parliamo di nonviolenza, ma con questo concetto non intendiamo un’idea di passività, di remissività, di rassegnazione, di debolezza, di lassismo, di incoerenza, di menefreghismo; intendiamo nonviolenza, in senso stretto, come cooperazione, interdipendenza, interconnessione su quelli che sono i diritti umani.

Le strumentalizzazioni di Mussolini

È quello che già sosteneva la grande pedagogista, Maria Montessori, che fu perseguitata dal fascismo. Mentre in tutt’Italia, in Europa e nel mondo divampava la violenza del secondo conflitto mondiale, la Montessori portava nei suoi convegni messaggi di speranza e di pace per l’intera umanità, a partire dall’infanzia. Inizialmente fu vezzeggiata dal fascismo, perché Mussolini voleva strumentalizzare le sue scuole, ma l’impostazione di pensiero di Maria Montessori contrastava nettamente con l’ideologia fascista e l’indottrinamento del regime; basti pensare ai principi di istruzione su cui si fondavano i dettami fascisti per indottrinare la Gioventù Balilla, basati sull’individualismo, sulla competitività ad oltranza, sul disprezzo, sull’aggressività nei confronti dell’altro.

Disvalori fascisti che, anche secondo Stéphane Hessel, sono attualmente veicolati dai mezzi di comunicazione di massa: come la cultura dell’oblio, il consumismo sempre più esasperato, estetizzante e individualistico, la competizione di tutti contro tutti; in sostanza il pensiero unico, capitalista e neoliberista.

Tornando al concetto di nonviolenza, Maria Montessori ne era promotrice, e il suo celebre motto “L’educazione come arma della pace” è un importante ossimoro per sostenere che tutto si gioca a partire dall’educazione, a partire dalla scuola, per creare contesti di socialità e di solidarietà, per andare oltre le dittature, i totalitarismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, proprio per costruire ambienti di pace nel quotidiano.

Il bambino è portatore di pace già nel suo contesto quotidiano, a livello microsociale: e questa è una leva per arrivare, in ultima analisi, a un livello di costruzione della pace universale e globale.

Note: Rivista.eco, organo ufficiale della rete mondiale di educazione all’ambiente, diretta dal Professor Mario Salomone:
https://rivistaeco.it/dalla-memoria-alla-terrestrita-razzismo-ecologia-e-pace-insieme-leducazione-come-arma-della-pace/

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    Alessandro Marescotti

Radio Barrio – Alex Zanotelli con Riace, musica per l’umanità

Su Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello

Alex Zanotelli con Riace, musica per l’umanità

La Trasmissione “Dieci minuti al Massimo” di Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello presentano il libro Riace, musica per l’umanità nell’incontro con Alfonso Navarra e Renato Franchi

Su Radio Barrio: Riace, musica per l'umanità

Il libro “Riace, musica per l’umanità”. Mimesis Edizioni. 2020, a cura di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici è agile e profondo allo stesso tempo: ruota intorno alla straordinaria esperienza di accoglienza e integrazione dei migranti a Riace, un paesino della Calabria orientale, un paesino spopolato dall’emigrazione verso nord dei calabresi, e fatto rivivere dai migranti, prevalentemente profughi di guerra, accolti dal sindaco Domenico “Mimmo” Lucano: un’esperienza straordinaria descritta nell’intervista a Mimmo, e proposta dagli altri autori del libro a ricevere il premio Nobel per la pace.

Scrive Alex Zanotelli nel suo pezzo “Per un’utopia possibile”: Ho gioito quando ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno contro le armi nucleari. Come credente nel Dio della vita, non posso che essere contrario a questi strumenti di morte che minacciano oggi l’umanità. Lo sono anche come missionario che ha toccato con mano la sofferenza degli impoveriti. Infatti le armi nucleari proteggono un sistema profondamente ingiusto, proteggono il 10% della popolazione mondiale che consuma da sola il 90% dei beni prodotti. Penso sia significativo legare il Premio Nobel dato a ICAN per la campagna contro le armi nucleari e la campagna per dare il Premio Nobel a Domenico Lucano, sindaco di Riace, il paese dell’accoglienza.

Vittorio Agnoletto afferma che il diritto di emigrare (citando Luigi Ferrajoli), dovrebbe diventare un nuovo principio costituente nell’architettura istituzionale a livello mondiale. Il diritto di emigrare, il diritto alla libertà di movimento oltre qualunque confine, è antico come la storia dell’umanità; non a caso è stato riaffermato con forza il 10 dicembre del 1948, nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Nel 1966 la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici ribadisce tale diritto. Sono principi ripresi dalla Costituzione italiana all’art. 35.

Fabrizio Cracolici e Laura Tussi vanno al cuore dei problemi:

l’attività militare che trova la sua massima espressione nella guerra nucleare;

la bomba climatica che comporta quotidiani disastri e dissesti climatici per le emissioni eccessive di gas serra;

la bomba dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza globale dove l’1% dei ricchi detiene risorse pari a quelle controllate dal restante 99% dell’umanità.

E propongono, richiamando Hessel, delle soluzioni: Stéphane Hessel, nell’appello scritto con i resistenti francesi nel 1944 e pubblicato nel saggio Indignatevi!, suggerisce delle soluzioni alla crisi economica e di valori che attualmente sta stritolando e destrutturando il pianeta. La soluzione prevede la nazionalizzazione delle banche e delle industrie strategiche con un’economia al servizio delle persone, tramite investimenti pubblici per creare lavoro e per livellare la disuguaglianza globale e sociale per evitare la miseria dei ceti più deboli che ingenera risposte razziste e capri espiatori.

Alessandro Marescotti aggiunge nuove riflessioni e richiami storici fondamentali, ma scende anche in particolari “concreti” su che cosa significhi l’immigrazione sull’economia italiana e europea.

I dati della Banca d’Italia riportati sul report “Il contributo della demografia alla crescita economica” sottolineano che la demografia è centrale: si calcola che entro il 2041 nemmeno i flussi migratori previsti saranno in grado di invertire la tendenza demografica negativa in corso, per cui avremo molti anziani e pochi giovani, con uno sbilanciamento che sarà letale per l’economia se non arriveranno in nostro soccorso proprio loro: gli immigrati.

Anche Moni Ovadia richiama la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Questo enunciato – scrive – dovrebbe essere per ogni cittadino democratico il mantra di una fede laica e secolare che abbia al centro l’umanità in quanto tale prima di ogni successiva connotazione. Mimmo Lucano pratica questo mantra come un irrinunciabile strumento di relazione e di amministrazione di una comunità, per questo è riuscito a creare un’integrazione giusta eticamente e funzionalmente.

L’intervista a Mimmo Lucano, è di concreta attualità: Mi sono trovato per una casualità ad accogliere una nave sulle coste di Riace, con dei profughi: da quello sbarco mi sono avvicinato a questi esseri umani. Tanti elementi hanno fatto breccia nella mia sensibilità, per esempio la questione curda e le rivendicazioni politiche, che durano da più di un secolo, di questo popolo senza uno Stato, a cui viene impedito persino di parlare il proprio idioma.

Le conclusioni sono di Alfonso Navarra ricordano che: La nonviolenza di cui parlava il partigiano Hessel, e da me condivisa, non era e non è l’ideologia passiva e moraleggiante del “sopportate le ingiustizie e sforzatevi di perdonare i prepotenti”, ma l’intelligenza strategica fondata sulla forza dell’unione popolare.

La nonviolenza efficace: questa via in cui i mezzi sono omogenei ai fini è quanto mi permetto ancora di suggerire a chi, alla ricerca di un nuovo umanesimo, ha fame di verità e sete di giustizia.

Note: Trasmissione “Dieci minuti al Massimo” di Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello:
https://www.mixcloud.com/ilbarrio/dieci-minuti-al-massimo-17-aprile-2021-radio-barrio/

Diretta Facebook:
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    Alessandro Marescotti

La necessaria transizione energetica e come realizzarla

La necessaria transizione energetica e come realizzarla

di Mario Agostinelli

Incontro con Mimmo Perrotta e Marino Ruzzenenti

 

Energia e vita

Per cominciare, è necessario spiegare perché di questi tempi è così importante riflettere sull’energia. L’energia è una proprietà che consente a un corpo o a un sistema che la possiede di fare lavoro o di dar luogo a trasformazioni energetiche a spese delle sue caratteristiche di partenza. Quando si dispone di maggiori potenze, il lavoro o la trasformazione avvengono a maggiori rapidità. È questa una delle ragioni per cui si è concentrata sulla potenza l’applicazione prevalente e sempre più devastante dell’energia alla trasformazione della natura inerte e soltanto da poco più di un secolo la scienza tratta con sempre maggior preoccupazione del rapporto tra energia e vita, tenendo conto che i cicli naturali si riproducono raggiungendo condizioni di stabilità ed equilibrio con la minore dispersione di energia. Più ancora che di un oggetto di difficile definizione, si tratta di una lente formidabile attraverso cui si può leggere il mondo – dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande – e capire come tutto sia interconnesso in forma di scambi, di relazioni, che ordinano il vivente mentre “disordinano” l’ambiente in cui sopravvive. 

Dalla rivoluzione scientifica del 1600 avevamo tratto la capacità di mettere in relazione quantitativa le grandezze fisiche presenti nel nostro universo, stabilendo leggi matematiche che ritenevamo immutabili e che trasformavano la materia a velocità sempre più elevata, nella presunzione che le risorse cui si applicava il lavoro e l’energia che ottenevamo con la combustione del carbone fossero illimitate. Si profilava e attuava un mondo artificiale sempre più complesso, che circondava le città, le fabbriche, delimitava le campagne e inquinava i fiumi, concentrando sulla produzione e il commercio di manufatti la crescita e la ricchezza delle economie e delle nazioni. È il mondo che Engels scopre nella sua valle di Wuppertal, ormai costipata di manifatture avvolte da nuvole pestifere. Ma è proprio dalla seconda metà dell’800 che nascono i primi studi sistematici e i nuovi modelli per interpretare la vita come fenomeno e valore distinto, irripetibile e fragile, che andava trattato come un insieme e non semplicemente come un “ente” scomponibile o smontabile in parti complementari, giacché il tutto era superiore alla pura somma dei costituenti. L’entrata in campo della vita e delle sue relazioni indissolubili con la natura finì col togliere alle leggi fisiche newtoniane, deterministe, indipendenti dal tempo e dal contesto in cui si applicavano, il primato nel disegnare il nostro futuro e addirittura di stabilire la gerarchia che presiedeva alla politica, consegnando a un approccio interdisciplinare e non più solo specialistico la preoccupazione per la cura, per il benessere, per una giusta sopravvivenza dell’intera biosfera.

Credo che la lettura più straordinaria che sia stata data negli ultimi anni sul rapporto tra energia e vivente sia quella articolata con suggestioni penetranti nella enciclica Laudato Si’. Con essa Francesco ha prodotto una cesura con la concezione meccanicistica e determinista dell’energia ed ha contribuito a spostare il centro della discussione dall’antropocentrismo e dalla geopolitica alla cura della Terra come complesso coerentemente inscindibile. Per la prima volta un religioso – non soltanto cattolico, ma, probabilmente, unico nelle religioni – fa marciare insieme la scienza più avanzata e la religione e non le mette in rapporto gerarchico e nemmeno dialettico tra di loro. Si tratta di una lettura della realtà che ci circonda, che io non mi sarei aspettato, soprattutto da un’esegesi religiosa, anche perché interiorizza un’idea di un tempo che va immancabilmente e colpevolmente a finire, in cui il disordine provocato dall’ultima specie comparsa sul Pianeta può diventare talmente insopprimibile da mettere in discussione la riproduzione della vita. Molta ecologia già percorreva una strada parallela, ma la diffusione del negazionismo climatico non aveva ancora incontrato un pensiero che – come afferma Peter Kammerer – “ha preso le ali”.

Un altro aspetto da prendere in considerazione nella relazione tra energia e vita è quello della giustizia sociale. Sembrerebbero nozioni assai distanti, ma basta per collegarli dare una definizione all’ordine e al disordine che si crea intorno alla vita: “entropia”. Essa è la misura del grado di ordine e di informazione che si può trarre da un corpo; in natura, fatta di tanti corpi isolati nel loro ambiente, l’entropia di [vivente + ambiente] tende irreversibilmente a crescere. Poiché gli esseri viventi sono dotati di un “progetto interno” che mantiene il loro ordine il più elevato possibile, prelevano energia dall’ambiente, creando in tal modo una quantità di scarti, sprechi, rifiuti che fanno crescere il degrado e il disordine complessivo. “Ogni vivente – dice Bertand Russell – è a suo modo un imperialista che cerca di appropriarsi dell’ambiente circostante”. A meno che prevalga una cooperazione, che nel mondo animale e vegetale è assai presente e che la specie umana affronta o rifiuta dandosi regole politiche e sociali. Consumare troppa energia o troppi alimenti o troppi oggetti, e lasciarne privi altri esseri, corrisponde a ridurre potenzialità di vita in base a scelte che prevedono ingiustizia sociale, come accade nel sistema capitalista, che, oltrepassando i limiti naturali, è all’origine anche dell’ingiustizia climatica.

Da solo poco più di cinquanta anni abbiamo consapevolezza di un rapporto tra energia e vita così inquietante quando se ne infrangono i limiti, per due ragioni importanti, che purtroppo non vengono ancora insegnate nelle scuole (non le hanno insegnate neanche a me, che sono un chimico-fisico): la prima riguarda le eccessive potenze (velocità trasformative) con cui si è messa al lavoro da secoli l’energia fossile; la seconda corrisponde alla sottovalutazione dell’innalzamento della temperatura della Terra, che è indice di una crescita della sua energia interna oltre l’equilibrio. 

La prima consapevolezza emerge solo negli anni ’60: prima di allora, si pensava all’energia come un magazzino infinito da cui potessimo trarre infinite risorse, impiegate nella trasformazione della natura in mondo artificiale. Solo dopo la metà del Novecento i primi attenti osservatori si accorgono che la natura si consuma e che alcune materie non sono recuperabili in cicli utili, ma vanno scartate e non c’è energia conveniente per rinnovarle. Nel 1972, il Club di Roma individuò nell’uso esasperato di materie prime la possibile fine della presenza umana sulla terra. E quindi spinse per un atteggiamento sobrio rispetto in particolare ai consumi di materia. L’energia fossile con i suoi effetti climalteranti era presa in considerazione solo per la sua esauribilità. 

La seconda consapevolezza si è fatta strada quando si è estesa la convinzione che la finestra energetica in cui avvengono processi di vita “salubri” è entro i limiti di due-tre gradi al massimo. E la climatologia cominciò ad avvertire, con milioni di dati alla mano raccolti giorno dopo giorno e ad ogni latitudine e longitudine, che se la temperatura media dovesse aumentare oltre 2°C, le catastrofi sarebbero superiori alle disponibilità di prevenirle e l’estinzione della specie avrebbe un orizzonte temporale di poche generazioni. Non era possibile fino ai primi decenni del Novecento, con la relatività e la quantistica ormai affermate, individuare i meccanismi microscopici che spiegano gli scambi di energia tra raggi solari e Terra, per cui si comprende che l’esistenza della vita dipende da un fatto eccezionale: che questo pianeta è circondato da un insieme minuto e differenziato di particelle che vengono colpite dalla radiazione, che con un meccanismo quantistico ne spezza le molecole oppure, nel caso della CO2 o del metano, induce vibrazioni che trasmettono movimento alle altre molecole che stanno attorno e quindi producono calore. E si comprende, infine, che se questi meccanismi microscopici producono disordine irrecuperabile la vita stessa potrebbe estinguersi. Ad esempio, basta un eccesso di CO2 perché le piante non respirino come prima. Si è cominciato quindi a parlare di bilancio di flussi energetici in atmosfera, di assorbimenti negli oceani, di permeabilità dei suoli, di assorbimento delle foreste. Da questo punto di vista è stato decisivo l’osservatorio di Mauna Loa, alle Hawaii, che dalla fine degli anni ’50 misura costantemente la CO2 nell’atmosfera e la temperatura sulla terra. 

Queste due consapevolezze sono molto recenti, storicamente datate e fortemente negate dagli interessi del mondo dell’impresa e delle grandi multinazionali, assecondate da gran parte dei governanti. 

 

La transizione ineludibile

Oggi a livello globale tra le fonti di energia prevale ancora nettamente la quota di fossile: ancora molto carbone e, relativamente in crescita rispetto al carbone, petrolio in forma di benzina e diesel per la mobilità e gas per le forniture elettriche. Il futuro è però sicuramente un futuro di azzeramento delle quote fossili, anche se questa prospettiva sarà frutto di aspri conflitti e di resistenza alle pressioni lobbistiche delle multinazionali attivissime in tutte le sedi internazionali (come l’attività di Eni e Snam a Bruxelles e all’interno del governo italiano denunciate da Re:Common). Sono necessari una serie di accordi internazionali, dopo quello insufficiente di Parigi 2015, con il rispetto dei quali il mix energetico si deve drasticamente spostare dal carbonio per provenire esclusivamente da fonte solare in costante equilibrio con il pianeta terra. Questa è la indicazione “da scolpire sulla pietra” assieme ad una riduzione dei consumi energetici pro capite, allineata in ogni regione del globo. 

Le fonti fossili sono il lavoro fatto per milioni di anni dal sole e conservato all’interno della crosta terrestre o dei mari in forma altamente condensata, quindi con densità energetica (potere calorifico) rilevante. I giacimenti fossili sono il frutto del sequestro sottoterra o nelle rocce o nei mari – e comunque non in atmosfera – di notevoli quantità di anidride carbonica che, senza processi di equilibrio tra aria, rocce, mari e vegetazione, avrebbero reso la vita impossibile. Man mano che questi stati di carbonio in forma di complessi, cioè carbone, gas, petrolio, sono stati sequestrati e sottratti all’atmosfera attraverso processi geologici, è diminuita la quantità di CO2 che sopravviveva in parti per milione nell’aria, fino a raggiungere un equilibrio attorno a 300 parti per milione, che ha consentito la transizione decisiva verso l’evoluzione, in quanto permetteva all’assorbimento di CO2 da parte delle piante l’emissione di ossigeno e, di conseguenza, l’alimentazione della vita attraverso la respirazione. La presenza di una concentrazione di CO2 sostanzialmente costante ha dato origine all’effetto serra, dovuto a una riflessione in atmosfera della radiazione infrarossa, che ha consentito che la temperatura media del pianeta raggiungesse 15°C, da -18°C in assenza di effetto serra. Ora, però, man mano che emettiamo CO2 in eccesso – siamo nel 2021 a oltre 415 parti per milione – rischiamo di far crescere a tal punto l’effetto serra da avere una temperatura media sul pianeta che non è più completamente compatibile con la riproduzione della vita, a cominciare dai tropici  e dai poli.

Si capisce perché occorra tenere sotto terra due terzi di tutto il materiale denso di energia che proviene dal carbonio fossile, sotterrato geologicamente in una successione di miliardi di anni e che la combustione potrebbe invece liberare all’istante. Per questo è indispensabile lo spostamento verso fonti di energia come acqua, vento, sole e in misura meno rilevante geotermia, che non liberano anidride carbonica. L’attenzione così si sposta dal modello di consumo al modello di produzione: non più consumo rapido di energia – non più combustione! un evento che in natura esiste solo come incidente – ma equilibri naturali e ciclo solare secondo tempi biologici di smaltimento delle scorie.

Un secondo fattore che indica l’ineluttabilità dell’abbandono dei fossili sono i costi, che aumentano costantemente rispetto a quelli delle fonti rinnovabili, che oggi sono più convenienti anche considerate nell’intero ciclo di vita. Certo, dal punto di vista dei costi le fonti fossili hanno – ma potremmo dire avevano – un vantaggio rispetto alle rinnovabili: possono essere trasportate e bruciate anche per un intero anno, mentre le rinnovabili sono intermittenti: dipendono dall’esposizione al sole (quindi solo durante le ore del giorno) o al vento (che tira bene per tre quarti dell’anno nel Baltico, per metà dell’anno nel Mediterraneo…). Questo fino a cinque anni fa faceva pendere la bilancia dei costi verso i fossili. Oggi c’è una novità, che è vista come una soluzione decisiva anche in prospettiva: la possibilità che, attraverso l’idrolisi, l’energia elettrica prodotta in eccesso e non consumata (quando magari c’è vento troppo forte o c’è un sole troppo battente o magari di notte quando l’idroelettrico viene usato come pompaggio) venga invece trasformata in idrogeno, che può essere trasportato o di nuovo riconvertito in energia elettrica. Potremmo dire che una soluzione alla sostituzione definitiva dei fossili è già alla portata anche economica: rinnovabili, in particolare eolico, e accanto a esse un sistema di approvvigionamento che possa essere poi ridistribuito e utilizzato nei momenti in cui non c’è dispacciamento diretto di energia elettrica (idrogeno, pompaggi, batterie).

L’UE in questo Next Generation Plan ha puntato quasi tutto in una direzione di questo tipo.

 

Energia e democrazia

Dal punto di vista delle politiche energetiche, questo spostamento verso le fonti rinnovabili è il colpo più duro che potesse subire la geopolitica mondiale, almeno per come l’abbiamo ereditata dalle due guerre mondiali. Mentre le fonti fossili sono ad alta densità e concentrate anche localmente, le energie rinnovabili sono dappertutto: in un deserto c’è molto sole ma non c’è l’acqua, in un fondovalle c’è molto vento e c’è poco sole, in cima ad un ghiacciaio c’è sia sole che vento che acqua condensata. Insomma, le fonti rinnovabili sono largamente disponibili, sebbene in misure e proporzioni diverse, in quasi tutte le parti del pianeta. Questo è il colpo più duro che potessero subire le corporation minerarie e le multinazionali energetiche che avevano dislocato in spazi territoriali circoscritti le loro licenze e proprietà di derivazione sostanzialmente coloniale, visto che ormai il petrolio o il gas si andavano a cercare con strutture e impianti imponenti perfino tra i ghiacci o in fondo al mare, con costi crescenti e sistemi di trasporto smisurati.

A fronte del loro declino, oggi è in corso una duplice forma di guerra. La prima è di sapore antico, militare: per procurarsi il petrolio e il gas, gli eserciti sono in continua crescita e si contendono i territori con forme di occupazione ad alto dispendio di automazione e controllo a distanza. Si noti che il terzo produttore di CO2 al mondo, se lo considerassimo come uno stato, è il settore delle armi: droni, portaerei, cacciabombardieri, missili puntati, ordigni nucleari sempre allerta su mezzi mobili. Questa enorme mole di energia degradata ora dopo ora, sprecata e irrecuperabile contraddice profondamente la possibilità invece di convivere con un’energia rinnovabile, cioè rigenerabile nei tempi della vita umana o nel susseguirsi di generazioni in tempi storici. Le armi, evidentemente, contraddicono qualsiasi principio di rinnovabilità: in un tempo il più breve possibile scaricano il massimo di energia distruttiva. Non è un caso se questo papa è andato in Iraq, dove c’è una guerra per il petrolio, per l’acqua, per l’accaparramento degli elementi naturali. 

Il secondo tipo di guerra lo stanno conducendo le grandi multinazionali dei fossili, che hanno capito che dal punto di vista economico in un tempo di venti o trent’anni bisogna passare a un mix dove le fonti naturali saranno nettamente superiori rispetto ai fossili e non hanno alcuna intenzione di lasciare il campo senza combattere. Già nel 2019 e nel 2020 nel mondo si sono fatti più investimenti in rinnovabili che in tutti gli altri settori, compreso il nucleare. L’economia sembra prendere un corso diverso: in tal caso le multinazionali provano a ritardarne quanto possibile la trasformazione anche a spese di salute e clima, per poter reindirizzare tutte le riserve finanziarie del mondo fossile, che sono tutt’ora enormi, verso sistemi ancora centralizzati, proprietari, a dimensione non territoriale.

Il sistema delle rinnovabili, al contrario, è territoriale, decentrato, democratico, cooperativo, senza sprechi. Con le fonti idriche, solari ed eoliche si potrebbe organizzare la produzione di energia in autentiche comunità, che siano in comunicazione tra loro attraverso sistemi informatici e usare il criterio della sufficienza – e ce n’è, perché abbiamo una quantità di sole infinitamente superiore a quella che serve per dare vita alla terra e a tutte le forme che la popolano – mentre il resto dell’energia prodotta potrebbe essere distribuita per eliminare la povertà energetica.

Purtroppo, nell’attuale fase di transizione le grandi corporation elettriche o fossili puntano a costruire ancora grandi impianti, di potenza non distribuita, stoccata eventualmente in grandi bacini di gas, idrogeno e acqua di loro proprietà.

A Civitavecchia è in corso uno scontro chiarissimo e con i connotati sopra riportati. La sostituzione della centrale a carbone dell’Enel – a dispetto della cittadinanza e delle sue rappresentanze territoriali – viene prevista con la combustione di gas metano e un tracollo dell’occupazione anche in prospettiva, con un silenzio tombale finora di Governo e Regione. A questa soluzione, deprecata e contrastata anche dai piani di raggiungimento della neutralità climatica approvati dal Parlamento europeo, i movimenti ambientalisti e la mobilitazione dei lavoratori e della popolazione stanno contrapponendo un modello territoriale concretamente perseguibile, con vantaggi tangibili sul piano della salute, dell’occupazione, della cura del territorio. Un sistema eolico galleggiante a distanza nel mare e una rete alimentata da fotovoltaico sull’area del carbonile attuale, assistiti da stoccaggio con idrogeno, alimenterebbero la città e il territorio circostante, estendendo anche alla mobilità e al calore i benefici di un sistema pulito. A Civitavecchia si è palesato uno straordinario esempio di protagonismo del mondo del lavoro, che si è schierato per la transizione energetica: i dipendenti della centrale, appoggiati dalla Uil, dalla Camera del Lavoro, dall’Usb e dai due maggiori comitati contro i fossili della città, hanno già indetto più ore di sciopero contro il progetto sbandierato con una dose di arroganza da altri tempi dalla direzione Enel attraverso la pagina locale del Messaggero.

 

La difficile transizione nei grandi stabilimenti produttivi e il rischio del nucleare

La svolta in corso adesso non ha i tempi che i governanti vorrebbero imporre. Una parte larga della società, compresi gli studenti, si rende conto che può vivere utilizzando di fatto le fonti solari, sebbene nei luoghi di lavoro questa consapevolezza non sia ancora giunta a piena maturazione. 

Certo, non c’è ancora oggi una ricerca avanzata e una tecnologia non solo sperimentale per alimentare con sistemi a fonti rinnovabili alcuni processi produttivi complessi, ad alta temperatura e che richiedono energia molto condensata: acciaierie, cementifici, certi processi chimici. Il caso tipico riguarda le acciaierie di Taranto (io sono di quelli che pensano che l’Ilva andrebbe chiusa al più presto, perché non c’è soluzione per un sistema che non dispone di investimenti e progetti in ricerca di alternative, poiché non si sono prese per tempo le precauzioni per affrontare la transizione). I modelli alternativi per un impianto di quella portata e in condizioni di crisi così impellente non sono ancora all’altezza della sfida. L’idrogeno dovrebbe svolgere un ruolo chiave nella futura decarbonizzazione dell’industria siderurgica e di altre industrie pesanti. Può essere utilizzato come materia prima, combustibile o vettore energetico e stoccaggio e ha molte possibili applicazioni. Di recente la Germania ha adottato il documento “Steel Action Concept” per la decarbonizzazione dell’industria siderurgica tedesca attraverso un aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili e l’introduzione dell’idrogeno verde nei processi industriali. Le acciaierie di Lienz in Austria funzionano totalmente a idrogeno, con quattro idrolizzatori; è uno stabilimento davvero notevole e fa un acciaio specialissimo, tuttavia produce solo un quarantesimo di quello dell’Ilva.

Penso che, se consumi e trasporti si convertono a energie rinnovabili e, cosa altrettanto importante, l’agricoltura viene convertita ad agricoltura di vicinanza, senza ricorso ai concimi chimici, allora anche il problema delle grandi produzioni verrà affrontato con uno sforzo maggiore di ricerca e con lo straordinario apporto che può offrire la nuova generazione. 

Temo che in questa fase torni una spinta al nucleare, per i grandi impianti. Il nucleare è non solo peggio dei fossili, ma è ben più devastante e irrimediabile in tempi storici. Basti pensare che il tempo di dimezzamento del plutonio è di 121.400 anni e noi ancora non sappiamo dove mettere le scorie in depositi sicuri. E, ancora, che a Fukushima si continua a versare bario e stronzio radioattivo nel Pacifico per tenere a bada la fusione dei tre reattori avvenuta 10 anni fa. Così come ritengo pericolosa l’affermazione avventata del nuovo ministro per la transizione Cingolani sulla disponibilità a dieci anni della fusione nucleare: un diversivo – temo – per non giocare a fondo il passaggio a multipli di potenza rinnovabile già nei prossimi tre anni. 

Non ci sono soluzioni meramente tecnologiche, se le tecnologie cercano di risolvere i problemi lasciandone inalterata la causa. 

 

Le prospettive dell’Italia

L’Italia tra le nazioni europee ha una particolare caratteristica: possiede una quota di carbone nel suo mix energetico inferiore in genere alla gran parte degli altri paesi, ma non tende a innescare, come accade ad esempio in Germania e Spagna, un processo di crescita di eolico e solare equivalente agli obiettivi a cui tende l’Europa. Eppure, la sua posizione geografica glielo consentirebbe. Negli ultimi anni vi è stato uno stallo: se nel 2007 avevamo il 24,2% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili (compreso l’idroelettrico, su cui l’Italia vanta una eredità importante, grazie ai grandi impianti alpini e appenninici), nel 2014 siamo arrivati al 38,6%, ma nel 2019 la quota era scesa al 35,9%. Una vera e propria flessione, con una responsabilità politica. Dal 2011 al 2019 abbiamo mantenuto statica la quantità di energia fornita da vento, sole e acqua, mentre abbiamo aumentato la quota di gas, soprattutto in funzione di stoccaggio nel caso di black-out, lasciando del tutto inattivi i bacini di pompaggio pronti all’occorrenza. La crescita di generazione fotovoltaica in Italia dal 2017 al 2019 è stata un quinto di quella della Germania. Inoltre, soffriamo di un forte disavanzo commerciale riguardo alle “tecnologie verdi”, perché i pannelli fotovoltaici prima prodotti, oggi sono completamente importati.

Nel nostro piano energetico nazionale (PNIEC), per raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media al di sotto di 1,5 gradi, noi dovremmo ridurre anno dopo anno della metà le emissioni di CO2, installando almeno 17 GW di rinnovabili, cosa del tutto improbabile se non si sblocca il meccanismo delle autorizzazioni e se il PNIEC rinuncia all’obbiettivo UE del 55% rimanendo fermo al 48%. Un problema tuttora molto acuto è quello dei trasporti: impieghiamo più energia nei trasporti che nell’industria, abbiamo il carico di auto per famiglia più alto in Europa e un parco macchine che mediamente supera i 135 grammi di CO2 di emissione per km. 

Naturalmente una transizione come quella in discussione è fitta di conflitti, ma anche di imbrogli. Il più imbarazzante lo sta gestendo Eni a Ravenna, con il progetto di produrre idrogeno da una centrale a metano con sequestro della CO2 da pompare sottoterra. È un progetto non solo ambientalmente dannoso, data la pericolosità di un giacimento di anidride carbonica, ma anche assurdo, perché l’idrogeno verrebbe a caricarsi dei costi della cattura e della compressione del gas climalterante nelle falde sotterranee. Senza mettere in conto le perdite inevitabili di metano nelle condutture dell’impianto, sotto osservazione per il suo pesante effetto sull’innalzamento della temperatura terrestre. 

Rispetto al governo Draghi e al nuovo ministero per la transizione ecologica non sono ottimista. Lo sarei se le associazioni ambientaliste e le rappresentanze locali avessero voce e potessero partecipare alla formulazione dei PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza). Ma il fatto che la validazione avvenga attraverso McKinsey significa affidarsi a una cultura che punta esclusivamente all’efficienza in termini di come la valuta l’impresa. E qui non siamo di fronte a una contabilità aziendale e nemmeno a progetti che vengano semplicemente delegati agli accordi che Eni, Enel e Cassa Depositi e Prestiti raggiungono a livello ministeriale, nel silenzio dei cittadini e dei lavoratori. 

Io non credo che il ministro Cingolani possa presumere di avere da solo la cultura sufficiente per affrontare questo passaggio. Occorre svolgere un dibattito pubblico, accessibile e informato, ma di ciò finora non si ha notizia alcuna. Nemmeno a Civitavecchia, dove la transizione energetica è all’ordine del giorno. Penso che, per quanto riguarda l’ecologia integrale, la tecnologia, che spesso diventa tecnocrazia, prenda il problema per la coda anziché per la testa: è il nostro modo di produrre e consumare che va radicalmente cambiato. A Cingolani proporrei di partire da una attenta considerazione della Laudato Si’.