
Laura Tussi su FARO DI ROMA
Mentre i risparmiatori vedono assottigliarsi i loro piccoli patrimoni familiari a causa delle perdite della Borsa dovute all’instabiità del quadro internazionale e tutti i cittadini pagano a caro prezzo i rialzi di gas e petrolio, a Roma è stato presentato il nuovo piano industriale guidato da Roberto Cingolani, oggi alla guida di Leonardo S.p.A., il colosso statale della difesa controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Un piano che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe rafforzare il ruolo dell’azienda nei nuovi equilibri geopolitici. Ma che, letto senza retorica, solleva interrogativi etici e politici profondi.
Perché dietro il linguaggio tecnico e le promesse di “sicurezza” e “innovazione”, ciò che emerge è un messaggio molto più semplice: la guerra – o la paura della guerra – è diventata un’opportunità di business.
Il mercato della paura
Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’Invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha avviato una corsa al riarmo senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda. In questo contesto, aziende come Leonardo vedono crescere commesse, investimenti e prospettive di profitto.
Il piano presentato a Roma si inserisce esattamente in questa dinamica. Non è solo una strategia industriale: è la traduzione economica di un clima politico fondato sull’emergenza permanente. Più tensioni internazionali, più instabilità globale, più domanda di sistemi militari.
Il problema non è solo industriale. È politico.
Quando un’azienda a partecipazione pubblica costruisce il proprio futuro economico sulla crescita del settore bellico, lo Stato non è più soltanto arbitro delle scelte strategiche: diventa parte interessata nel mercato della sicurezza.
L’ambiguità dello Stato azionista
Leonardo non è una normale multinazionale privata. È una società in cui lo Stato italiano ha un ruolo decisivo attraverso il Ministero dell’Economia. Questo significa che i cittadini, indirettamente, sono azionisti di un’impresa che prospera nella filiera della difesa.
È qui che emerge la contraddizione più evidente.
Da un lato, la politica invoca diplomazia, stabilità internazionale e riduzione dei conflitti. Dall’altro, celebra piani industriali costruiti proprio sull’espansione dell’industria militare.
Non si tratta di negare il diritto di un paese a difendersi o di ignorare le minacce reali. Ma trasformare il clima di paura globale in leva strategica per la crescita economica di un’azienda pubblica rischia di aprire una deriva inquietante: la normalizzazione della guerra come motore industriale.
Tecnologia o militarizzazione?
Il piano di Cingolani insiste molto su parole come “innovazione”, “spazio”, “cybersecurity”, “intelligenza artificiale”. Termini moderni, capaci di rendere più accettabile un settore che resta profondamente legato alla produzione di sistemi d’arma.
È una strategia comunicativa efficace: spostare l’attenzione dalla guerra alla tecnologia.
Ma dietro la narrativa dell’“alta tecnologia” rimane la realtà di un comparto che trae gran parte dei suoi ricavi dalla difesa militare. La trasformazione digitale non cambia la natura del business: la rafforza.
Il contesto europeo: la spinta di Rearm Europe
Il piano presentato a Roma non nasce nel vuoto. Si inserisce in un contesto europeo in cui la parola d’ordine è diventata riarmo. Negli ultimi mesi, nelle istituzioni dell’Unione Europea, ha preso forza l’idea di rafforzare in modo massiccio l’industria militare del continente attraverso programmi comuni di investimento e coordinamento industriale.
Il dibattito attorno alla strategia definita informalmente **“Rearm Europe”** – sostenuta in particolare dalla Commissione Europea – punta a trasformare l’Europa in un grande mercato integrato della difesa. L’obiettivo dichiarato è aumentare la capacità produttiva militare, coordinare gli acquisti tra Stati membri e sostenere economicamente le aziende del settore.
In questo scenario, gruppi come Leonardo S.p.A. diventano attori centrali di una strategia industriale continentale. Non più solo campioni nazionali, ma pilastri di una filiera militare europea sempre più integrata.
Dalla sicurezza alla corsa agli armamenti
Il rischio, tuttavia, è che il concetto di “autonomia strategica europea” venga progressivamente tradotto in una corsa agli armamenti su scala continentale. Programmi di finanziamento come quelli sostenuti dall’UE rischiano di consolidare un ecosistema economico in cui la crescita industriale dipende direttamente dall’espansione del settore militare.
In questo contesto, i piani industriali delle grandi aziende della difesa finiscono per sovrapporsi alle strategie politiche delle istituzioni europee. Il confine tra interesse pubblico, sicurezza e sviluppo economico diventa sempre più sottile.
Il risultato è un circuito autoreferenziale: più tensioni internazionali alimentano la domanda di armamenti, più gli Stati investono nella difesa, più le industrie militari diventano centrali nelle politiche economiche.
La domanda politica che resta aperta
È in questo quadro che il piano presentato da Cingolani assume un significato più ampio. Non è soltanto la strategia di un’azienda pubblica italiana, ma il riflesso di una trasformazione che attraversa l’intera Europa.
La vera questione, dunque, non riguarda soltanto Leonardo o il suo management. Riguarda la direzione che l’Europa sta scegliendo per il proprio futuro industriale e politico: se costruire sicurezza attraverso cooperazione e diplomazia, oppure attraverso una crescente integrazione dell’economia con la produzione militare.
Una scelta che, al di là delle formule tecnocratiche, meriterebbe un dibattito pubblico molto più ampio di quello che finora si è visto.
Una scelta di modello
Il punto vero, alla fine, è quale modello di sviluppo industriale uno Stato vuole promuovere.
Se un’azienda pubblica investe massicciamente nel settore militare, significa che quella direzione è considerata strategica. Ma è legittimo chiedersi se questa sia l’unica strada possibile.
In un’epoca segnata da crisi climatica, trasformazioni energetiche e profonde disuguaglianze sociali, il rischio è che enormi risorse tecnologiche e finanziarie vengano indirizzate verso la militarizzazione anziché verso la transizione ecologica o l’innovazione civile.
Il piano presentato a Roma non è soltanto un documento industriale. È un segnale politico.
E il segnale, per molti osservatori critici, è chiaro: quando la paura diventa un mercato e la guerra un’opportunità, qualcosa nel rapporto tra economia, politica e democrazia ha smesso di funzionare.
Laura Tussi e Salvatore Izzo