Il movimento dei Venerdì per il clima si coordina

Il movimento dei Venerdì per il clima si coordina

Di Alfonso Navarra

Pubblichiamo su “IL SOLE DI PARIGI” un buon resoconto e stimolanti riflessioni di Guido Viale sull’assemblea “costitutiva” di Fridays For Future (FFF) Italia che troviamo alla URL: https://comune-info.net/2019/04/come-nasce-un-movimento/
L’assemblea che ha prodotto, da parte dei ragazzi protagonisti di un risveglio ecologista che ricorda il ’68 (almeno a noi con i capelli ormai bianchi) la decisione di coordinarsi (ancora però non si sa bene come) si è svolta a Milano, il 13 aprile 2019, presso l’Auditorium Levi di via Valvassori Peroni 21, preceduta il giorno prima, sempre nella stessa sala, da un convegno scientifico.
Rispetto alla impostazione del nostro studioso ambientalista, proviamo ad aggiungere ulteriori spunti di ragionamento sulla natura (“dal basso”?) e le propensioni di questo movimento nascente.
La prima cosa che osserviamo è la mancata discussione sul ruolo carismatico di Greta Thunberg. Essa viene definita un “simbolo” ma questa “bandiera” certamente non si limita a sventolare issata dai sostenitori della causa. Poi spiegherò meglio perché ritengo questo fatto – almeno per il momento – una fortuna. Ad esempio la giovane Thunberg viene in Italia ed incontra il Papa e la Presidentessa del Senato. Manca, credo per una svista, il Presidente della Repubblica! Non una parola però è stata spesa in assemblea su a cosa servirebbe l’incontro con l’autorità al Senato e che cosa gli si andrebbe a dire come movimento. O parlerà solo Greta per tutti? Una delegazione accompagnerà la svedesina che è la promotrice della mobilitazione mondiale? Chi ci va, solo i romani? Ci sarà anche qualche personalità ambientalista di contorno (si fa il nome di Grazia Francescato)?
Rispetto alla mission del movimento FFF Italia, non è chiaro (almeno non è chiaro a me) se si tratta semplicemente di premere dal basso per il rispetto e l’attuazione, con “spirito emergenziale”, degli accordi di Parigi o se si devono sostanzialmente affiancare le “resistenze territoriali” contro le Grandi Opere Inutili per “cambiare il sistema”. Qui in Italia l’opposizione sociale è affetta da localismo cronico e c’è il rischio che anche FFF Italia sia condotto dall’ingerenza di comitati locali, centri sociali e sindacati di base vari a fare la forza di supporto per la centralità egemonica della battaglia No-TAV. Per fortuna che qui l’antidoto c’è: Greta, la leader reale, pensa al pianeta Terra nella sua unità globale e non è affatto focalizzata sullo smog di Stoccolma! Non a caso ha appena scritto un libro intitolato: “La nostra casa brucia”. La casa di cui parla non è infatti il suo ristretto ambito territoriale ma l’unico ecosistema che fa da ambiente vitale per noi umani tutti.
Penso che mi troverò a doverlo spiegare in interventi controcorrente. Parto con degli esempi. L’effetto serra globale ha già “fottuto” la Valle di Susa (ci sono stati, ad esempio nell’ottobre 2017, incendi boschivi devastanti causati da una prolungata siccità tipo il vento che ha sradicato gli alberi di Belluno) e che sin da adesso c’è poco e ci sarà sempre meno da difendere. Se continua così avremo una landa desolata prima ancora che il treno TAV si trovi a sferragliare nel famigerato tunnel per un solo centimetro di rotaie!
Lo stesso dico per chi si accinge a dichiarare a Taranto una “guerra” per la chiusura dell’Ilva. Volete mettervi in testa che se l’accordo di Parigi salta il porto pugliese, ILVA o non ILVA, è comunque destinato a finire sott’acqua per l’innalzamento dei mari, come Livorno, Cagliari, Napoli (guarda caso, anche essi “porti a rischio nucleare”)? Un recentissimo studio dell’ENEA non si presta ad equivoci in proposito. Insomma, per quattro giorni alla settimana continuiamo pure ad essere No TAV in Val Susa e no ILVA a Taranto. Ma perché, soprattutto, che so a Milano, a Roma e a Palermo, non dovremmo concentrarci, almeno il venerdì, sulla Terra, la casa comune che brucia?
La stessa Greta (sia benedetta!) ci ricorda che occorrono decisioni collettive ed infrastrutture per la decarbonizzazione: togliere finanziamenti ed incentivi alle fossili (500 miliardi di dollari l’anno nel mondo, 18 miliardi in Italia!), istituire una carbon tax, promuovere la conversione rinnovabile dell’energia (il petrolio va lasciato sotto terra!). Nella consapevolezza che dobbiamo contemporaneamente attuare una conversione ecologica della mentalità. Soprattutto serve svegliarsi e svegliare la gente e fare capire che ci troviamo in una vera emergenza, che non c’è quasi più tempo per agire. Gli interlocutori, insomma, non sono tanto i politici quanto principalmente i media, che devono subire la pressione della gente sensibilizzata e mobilitata su “una crisi che va trattata come una crisi”.
Se avessi oggi la possibilità di discutere con Greta le ricorderei, parlando di emergenze, una cosa che al momento lei purtroppo ignora totalmente. La casa che brucia si sta anche inondando di gas esplosivo, ed una scintilla può farci saltare in aria annientandoci in un attimo. E’ il problema della minaccia nucleare (la guerra atomica che può scoppiare persino per errore!) che ha intrecci con la minaccia climatica e che, ad avviso di chi scrive, costituisce la priorità delle priorità, una condizione ancora più spaventosa del cambiamento climatico e su cui non registriamo nemmeno quel minimo di consapevolezza che fortunatamente sta montando su di esso grazie ai giovani di FFF.
Anche su questo terreno della “deterrenza” assurda e suicida dovremmo trovare il coraggio di “copiare” la nostra intelligente e coraggiosa svedesina:
“Non voglio la vostra speranza.
Non voglio che siate ottimisti.
Voglio che siate in preda al panico.
Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno.
Voglio che agiate come fareste in un’emergenza.
Voglio che agiate come se la cucina della nostra casa comune stia perdendo gas e le nostre stanze si stiano riempendo di sostanze che possono esplodere da un momento all’altro.
Disarmiamo subito, chiudiamo i rubinetti del gas ed apriamo le finestre per disperderlo!”

Come nasce un movimento
Guido Viale | 15 Aprile 2019 |

Che ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha ormai pochi anni di vita? Due straordinarie giornate, a Milano, mostrano come Fridays for Future sia già un movimento nuovo che sa guardare lontano e agire adesso. Preceduta da una conferenza scientifica sulle fonti rinnovabili, le ripercussioni in agricoltura, lo stato della ricerca, il negoziato internazionale e la dimensione sociale dei cambiamenti climatici, sabato 13 aprile si è tenuta l’assemblea costituente del movimento italiano, la prima grande discussione nel mondo che prova a disegnare il profilo di qualcosa che si presenta come “di nuova generazione”. Ne avevamo tutti un tremendo bisogno. Un racconto di quel che pensa di combinare un fiume di ragazze e ragazzi che possono guardarsi negli occhi senza paura perché hanno fiducia in quel che sapranno fare

Il 12 e il 13 aprile si è svolta a Milano la “due giorni” di Fridays for future Italia. La sera del 12 con una conferenza scientifica affidata a quattro esperti: sulle fonti rinnovabili, sulle ripercussioni in agricoltura, sullo stato della ricerca, sul negoziato internazionale e sulla dimensione sociale dei cambiamenti climatici. Il 13 si è svolta invece, per tutto il giorno, l’assemblea nazionale costituente del movimento italiano, la prima nel mondo: “d’altronde il corteo di Milano è stato il più grande di tutti”, ha detto con orgoglio uno degli intervenuti. Se la sera prima il pubblico era “misto”, metà di giovani e metà di persone mature, il giorno dopo l’aula magna della facoltà di fisica era stracolma solo di giovani e giovanissimi (con rarefatta presenza di anziani), tra cui circa 200 delegazioni da oltre 100 città italiane. L’età media molto bassa è una caratteristica e un vanto di Fridays for future.
Per molti intervenuti, più che di studenti – “che mai ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha solo più pochi anni di vita?” – il loro è un movimento della “nuova generazione”: una generazione “preoccupata” se non “terrorizzata”; “la prima che sperimenta il cambiamento climatico, ma anche l’ultima che ha la possibilità di fermarlo”. Questa coscienza di una responsabilità generazionale – “Qui, come diceva Falcone, innocente non è nessuno” e “il sistema siamo noi; per questo possiamo cambiarlo”; o anche “non ci salverà nessun altro” – ha attraversato tutto il dibattito, con una frequente contrapposizione tra “noi”, la generazione del terzo millennio, e “loro”: quelli che non hanno fatto niente per sventare quel rischio mortale, andando avanti per la vecchia strada come se niente fosse. Per questo “occorre ammettere le colpe dei padri” evocando anche “un giusto risentimento verso le precedenti generazioni”. “C’è un elefante nella stanza, che sta per sedersi sopra di noi” perché “ci avete ignorato; ma è finito il tempo delle scuse. Adesso siamo arrivati noi”. Ma è stato anche aggiunto “Siamo giovani sì, ma non ostili a chi non lo è”. Tuttavia il mood generale era tale per cui l’unica persona di una certa età che è intervenuta, la mamma di un “attivista” di 13 anni, ha sentito il bisogno di esordire dicendo: “Chiedo scusa per l’età”. D’altronde anche un giovane può sentirsi un po’ vecchio: “Se un anno fa mi avessero detto che sarei andato dietro a una ragazzina svedese di sedici anni -ha raccontato uno degli intervenuti – avrei pensato che mi stavano scambiando per un pedofilo…”
Gli interventi, rigorosamente contingentati nei tempi, erano organizzati intorno a quattro punti: chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo e come ci organizziamo. Tralasciando quest’ultimo, che ha reso evidenti le difficoltà di dare anche solo un coordinamento a un movimento nato da poco, e “a velocità pazzesca”, le delegate e i delegati che si sono alternati sul palco hanno fornito un quadro corale di un movimento diversificato ma unitario, creativo, colto, che sa di essere forte e di avere la ragione dalla propria parte; e che per questo può irridere ai suoi avversari: “Ma se tutti sono d’accordo con noi, contro chi stiamo manifestando?” Ma anche capace di mobilitazioni straordinarie “che non si vedevano dal tempo delle adunate degli alpini” e al tempo stesso preso dallo stupore per il modo in cui i suoi protagonisti si stanno trasformando: “Siamo qui. Greta ha smosso il mondo: sono nate di colpo amicizie tra persone che non si conoscevano”.

Se il primo problema, per ora, era “combattere l’indifferenza, Fridays for future l’ha smossa”. E grazie a questo, “solo noi possiamo guardarci negli occhi, con fiducia e non con paura”, in “un movimento che nasce da un sentimento senza interessi, perché ci crediamo”. E “possiamo cambiare il sistema perché siamo gli unici a non farsi acciecare dal guadagno”. Con la coscienza, per di più, di avere un ruolo storico: “Con noi i senza diritti prendono la parola”. “Ci hanno sempre detto che ‘non c’è alternativa’. Ma l’alternativa siamo noi” e ancora: “Siamo un movimento bellissimo, la goccia che sarà l’inizio della tempesta”.Adesso, subito, “il tempo scorre, tic tac, tic tac”, “l’apocalisse è già qui” e “non possiamo aspettare di raggiungere l’età adulta”. E, tanto per cominciare: “Il prossimo autunno dovrà parlare di questa generazione”, con l’ambizione di “diventare il movimento più grande del mondo”.
Chi siamo? La formula più ripetuta, da quasi tutti, è: “un movimento apartitico”, corredato anche da qualche “antipartitico”. In effetti una delle note dominanti è stata la diffidenza e, in molti casi, un vero e proprio rigetto nei confronti dei partiti; ma anche dei sindacati, al punto che pur chiedendo che la prossima giornata di lotta del 24 maggio venga proclamato uno sciopero generale che blocchi tutto il paese per esigere misure radicali sul clima, si è voluto evitare di nominare i sindacati nella mozione finale. Ma ce n’è anche per le associazioni ambientaliste, anche loro “troppo legate ai partiti”. E dai partiti questa diffidenza è stata estesa, da alcuni, ma non da tutti, anche alle istituzioni, su cui “occorre esercitare il massimo della pressione”, ma con cui “dialogare è prematuro; non siamo ancora pronti”. A questa quasi unanimità contro i partiti si associa la denuncia delle loro strumentalizzazioni – “Parlano come noi di transizione energetica e poi finanziano i fossili” – mentre fa da riscontro un quasi incondizionato apprezzamento per la ricerca scientifica, il suo metodo e gli scienziati; fino all’affermazione volutamente paradossale che ne ricalca una di cinquant’anni fa: “Vogliamo tutto e subito.

Ce lo dice la scienza”. Con ciò trascurando persino la lettera con cui un gruppo di scienziati italiani si è rivolto al movimento per avvertirlo che non tutta la scienza è allineata con le posizioni dell’IPCC, soprattutto in campi non direttamente legati alla climatologia, come medicina, agricoltura, idraulica, ingegneria, ecc.; e che non tutti gli scienziati sono esenti da condizionamenti, anche pesanti, da parte di lobby e corporation che hanno forti interessi in quei campi. Ma si capisce bene questa presa di posizione del movimento, che a volte finisce per attribuire alla “scienza” anche l’intera soluzione dei problemi: perché l’adesione ai metodi e ai risultati della ricerca scientifica è ciò che contrappone il movimento alla “politica”, quella dei partiti, che li ignorano o non li tengono in alcun conto, facendosi corresponsabili della corsa al disastro. Ma se le analisi dei climatologi sono inconfutabili e “le tecnologie per decarbonizzare completamente l’economia sono disponibili, e a costi anche inferiori a quelli dei fossili”, come era stato illustrato nella conferenza scientifica della sera precedente, di lì nasce anche una sottovalutazione del ruolo della politica, quella vera, quella fatta dai cittadini consapevoli.
Quella sottovalutazione si radica in un’affermazione sbagliata di Greta, spesso ripetuta nel corso dell’assemblea, secondo cui “i politici sanno che cosa bisogna fare, le soluzioni ci sono già, ma non le applicano”. In realtà i politici di tutto il mondo non sanno assolutamente che cosa fare, e per questo continuano per la vecchia strada come se niente fosse. Perché la transizione energetica e, a maggior ragione, una radicale conversione ecologica, non sono questioni solo tecniche, ma anche e soprattutto sociali: richiedono, tra l’altro, una rivoluzione degli stili di vita, ma anche la chiusura di milioni di imprese e di progetti – e l’apertura di altri – colpendo interessi costituiti, ma anche posti di lavoro non sempre immediatamente sostituibili o riconvertibili: un processo sicuramente complesso e fonte di grandi sconvolgimenti (anche se inferiori a quelli che ci aspettano in uno scenario business as usual, senza interventi mirati).
Per questo nessun politico ha la capacità e la cultura per affrontarli: si sono sempre dedicati ad altro… Di questa problematica solo alcuni degli intervenuti in assemblea hanno dimostrato di essere consapevoli (poco male, c’è tempo per affrontarla, tanto più che dovrà impegnare intelligenze e pratiche collettive per decenni). Ma a volte ha il sopravvento anche una spinta alla delega: “Nessuno di noi deve avere paura di scontentare qualcuno”, dice qualcuno, “non siamo noi a mandare a casa i lavoratori”. A risolvere problemi come questo “devono pensarci loro Non sono mancati però accenni a entrare maggiormente nello specifico: “Clima vuol dire energia, ma anche mobilità, agricoltura, allevamento, alimentazione”. Per ciascuno di questi ambiti “ci vogliono piani di transizione precisi”.

Chiaro è comunque a tutti, o quasi, lo stretto legame tra giustizia ambientale – salvare la vita su questo pianeta – e giustizia sociale – evitare che le conseguenze del degrado ambientale ricadano, come succede da tempo, sui più miseri e i più emarginati della Terra – cogliendo la stretta relazione tra deterioramento climatico e migrazioni; e anche tra migrazioni e razzismo: “Non possiamo prescindere dal razzismo. Viene negata la dignità a degli esseri umani a causa del loro paese di origine”.
Subito dopo l’adesione al metodo scientifico, tra le caratterizzazioni del nuovo movimento più citate c’è quella di “anticapitalista”; vengono poi, nell’ordine, “politico”, “pacifico”, “antifascista” e “democratico”. La connotazione di anticapitalista è stata spesso associata alla denuncia del ruolo delle multinazionali o dello sfruttamento del lavoro, che hanno “trasformato la Terra in una immensa, sudicia società per azioni”. E alla convinzione, condivisa da molti, che “il capitalismo, la radice del mondo in cui siamo nati” “non è sostenibile”: “non si può più vivere nel capitalismo che i nostri antenati hanno creato”. Non è una connotazione ideologica, come quella di chi pensa ancora che l’esito prefigurato dallo “sviluppo delle forze produttive” sia inevitabilmente il socialismo o il comunismo: due termini che non sono mai stati pronunciati. Quello sviluppo delle forze produttive ha infatti finito per volgere l’intero pianeta al peggio, per lo meno negli ultimi decenni. Tutti sembrano consapevoli che “lo sbocco” della transizione energetica o, più in profondità, della conversione ecologica, è interamente da ripensare e da costruire, anche se molto del suo profilo sembra già delinearsi attraverso alcune indicazioni per l’oggi: “diritto a un futuro felice”, “cambiare stile di vita, riducendo i consumi”, “ridurre l’orario di lavoro”, “istituire un’economia circolare”, “realizzare un cambiamento politico ed economico non più fondato sulla predazione delle risorse della Terra”, “salvare il vivente, gli animali e le foreste”, “rispettare gli animali”, “salvaguardare tutti gli ecosistemi”, “perseguire giustizia, verità e bellezza”, “superare l’antropocentrismo”, “adottare un punto di vista femminile nell’analisi dei problemi”.
Che cosa vogliamo? Qui le indicazioni sono chiarissime: innanzitutto la “decarbonizzazione rapida e totale”: “fermare l’estrazione di fossili”, “bloccare gli incentivi ai fossili”, “istituire un Green new deal”. Alcun fanno riferimento alla definizione dello sviluppo sostenibile del rapporto “Il nostro futuro comune” (1988), altri ai 17 obiettivi dell’ONU, ai rapporti dell’IPCC, all’accordo di Parigi, rilevando comunque come nei negoziati internazionali prevale sempre ilcompromesso.
Pareri diversi sono stati espressi sul tema dei rapporti con le istituzioni: per alcuni occorre aprire un confronto al più presto; per altri non siamo ancora pronti. Per accettare un confronto con il ministro Costa, bisogna comunque che ci sia da parte sua “un atto di buona volontà: stop a tutti i nuovi impianti”. Le prossime elezioni europee “ci riguardano poco”, ma si potrebbe comunque “sottoporre ai candidati un elenco di richieste da sottoscrivere”, per poi vedere come si comportano. La richiesta più dirompente è comunque quella di chiedere – o esigere – dalle autorità locali o dal Governo (e dalle autorità scolastiche, per gli insegnanti di Teachers for future, che propongono anche “una disobbedienza civile di massa senza precedenti, per salvare il mondo”) “la dichiarazione di uno stato di emergenza per il clima”, in modo da “spostare il focus del dibattito” per far sì che vengano messe al primo posto tutte le misure di possibile realizzazione immediata, abbandonando iniziative e progetti dannosi per il clima e “intersecando i diversi temi per rendere il nostro punto di vista egemonico”. La lotta contro i cambiamenti climatici deve diventare la priorità a cui ricondurre e tutte le cose da fare. A partire dal “blocco di tutte le grandi opere”.

E’ questo un tema che ha visto uniti tutti quanti gli interventi: “no alle grandi opere inutili e dannose, ai grandi eventi, alle grandi navi (a Venezia), alle grandi speculazioni, a partire da quelle direttamente connesse allo sfruttamento e al trasporto dei fossili: tap, trivelle, Centro oli dell’Eni, ecc. Con l’avvertenza, tuttavia, che, a causa della scarsa o cattiva informazione “la maggioranza della gente non è contro le grandi opere”, e che “su questo tema occorre agire con cautela, spiegarci; perché dobbiamo essere i rappresentanti di tutti”. Quest’ultima, d’altronde, è una preoccupazione che ricorre in molti interventi: “Abbiamo bisogno soprattutto di chi non c’è”, “non bisogna chiuderci tra noi giovani”, “bisogna fare grandi campagne di informazione”, “coinvolgiamo anche gli anziani”; poi occorre “entrare nelle scuole”, “cambiare la didattica”, “educare gli insegnanti” e, soprattutto, “spostare gli investimenti dai fossili all’istruzione”, “finanziare ricerca e istruzione”. Tanto più che “il loro potere si basa sulla nostra ignoranza”: “abbiamo nove scuole su dieci che crollano e finanziano il TAV…”. Occorre, insomma “promuovere una rivoluzione culturale a partire dalle scuole”.
Alla fine di tutto spuntano le iniziative pratiche in cui molti sono impegnati: pulire strade e giardini a scopo dimostrativo (e non per aiutare le amministrazioni), eliminare la plastica da scuole, università ed eventi pubblici; ma “proibire anche la produzione di plastica usa e getta”, spostarsi in “bicicletta”, “mangiare meno carne e latticini”, “recuperare il cibo di scarto”, “boicottare i prodotti ad alto contenuto di carbonio”. E poi, “bloccare il traffico per farsi ascoltare” e “promuovere manifestazioni a livello regionale”. La prossima manifestazione, quella del 24 maggio, avrà invece carattere nazionale e vedrà tutti impegnati nella sua promozione. Arrivederci a maggio!

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ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE DI FRIDAYS FOR FUTURE ITALIA REPORT DI SINTESI

CHI SIAMO
Siamo un movimento di persone che si rivolge a tutta la società. Lottiamo per fermare il cambiamento climatico, rilanciando gli allarmi della comunità scientifica e denunciando le mancanze dei governi.
Facciamo parte di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione. Siamo la generazione che sarà costretta a pagare più di tutti il costo di un modello di sviluppo insostenibile e ingiusto, se non saremo in grado di cambiare il sistema per fermare il cambiamento climatico.
Siamo indipendenti dai partiti e rispondiamo solamente alle assemblee in cui le persone partecipano alla lotta per il futuro di tutte e tutti. Rifiutiamo ogni strumentalizzazione: non ci rappresenta nessuno, non abbiamo nessuna bandiera, la nostra voce viene dalle assemblee e dalle piazze di mobilitazione.
COSA VOGLIAMO
Vogliamo salvare il mondo dalla catastrofe climatica, arrestando l’aumento della temperatura terrestre a +1,5° C. Il nostro Paese deve realizzare la decarbonizzazione della produzione nel più breve tempo possibile.
Per garantire la protezione dell’ecosistema serve un cambio radicale del sistema economico e sociale: è necessario decostruire un sistema che mette il profitto prima della vita, inquinando e devastando i territori, nel nome di un concetto di sviluppo infinito in un mondo di risorse finite.
La nostra rivendicazione di cambiamento sistemico si declina sui territori con l’opposizione ad ogni devastazione ambientale, includendo le grandi opere dannose per i nostri ecosistemi. “Pensare globale, agire locale” è un principio fondamentale per cui sosteniamo le lotte ambientali territoriali.
Vogliamo un sistema economico circolare, che comporti un cambiamento degli stili di vita, unito ad un modo di produzione fondato sul rispetto dell’ambiente e la giustizia climatica e sociale. Chi ha inquinato e si è arricchito con questo sistema economico insostenibile deve finanziare i costi della riconversione ecologica.
L’istruzione e la ricerca pubblica devono proporre modelli alternativi di sviluppo, abbandonando gli insegnamenti e le ricerche collegate ad attività inquinanti, come l’alternanza scuola-lavoro e i tirocini universitari in aziende responsabili della devastazione dei nostri territori.
I miliardi di finanziamenti pubblici ad attività inquinanti vanno spostati sull’istruzione, la ricerca e un piano di investimenti per la riconversione ecologica e la democrazia energetica.
Riteniamo che sia utile avere delle linee guida generali, descritte in questo report, a cui tutti i gruppi di FFF Italia debbano attenersi. Come dice Greta, la politica conosce già le soluzioni concrete ai problemi, noi abbiamo il dovere di contestare gli errori e le mancanze dei governi.
DOVE ANDIAMO
Continueremo la mobilitazione quotidianamente, ogni venerdì e negli scioperi globali, come quello del 24 maggio. Ogni settimana vogliamo organizzare iniziative in piazza sempre più ampie e partecipate.
Lo sciopero del venerdì è una delle pratiche centrali a cui dare continuità.
Le manifestazioni devono essere sempre più larghe ed incisive: è necessaria creatività per co-creare dei nuovi modelli di sciopero, chiedendone la proclamazione, ispirandoci, per quanto possibile, ai potenti atti di disobbedienza civile di Greta.
In molte città continueremo a partecipare anche alle mobilitazioni contro le devastazioni ambientali territoriali.
Parteciperemo inoltre alla mobilitazione europea di FridaysForFuture ad Acquisgrana il 21 giugno e al campeggio europeo di FridaysForFuture a Losanna a fine luglio.
COME CI COORDINIAMO
Le assemblee locali pubbliche sono lo strumento principale di partecipazione e discussione di FFF Italia. I gruppi locali devono aprirsi a tutte e tutti, utilizzando i social e le iniziative di piazza per informare e coinvolgere nella discussione di FFF.
Nonostante le difficoltà di un movimento che si incontra e confronta dal vivo per la prima volta, l’assemblea nazionale di oggi ha aperto una fase costituente di #FridaysForFuture Italia, i gruppi locali hanno la massima autonomia, seguendo i principi discussi collettivamente nelle assemblee nazionali, mentre i referenti delle città locali continueranno a confrontarsi telematicamente nelle prossime settimane. Per discutere delle mobilitazioni autunnali di FFF, a settembre, organizzeremo un’assemblea nazionale a Napoli, seconda piazza per numeri del 15 marzo.
Milano, Auditorium Levi, 13/04/2019

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