Scuola. Il viaggio senza fine

Esperienze di educazione alla pace

Scuola. Il viaggio senza fine

A scuola è necessario imparare a riconoscere e gestire anche la parte emotiva dell’apprendimento: stati d’animo, insicurezza, esigenza di supporto da parte dell’adulto, sofferenza psichica, disagio emotivo.

Universo Scuola

Questo mio contributo è incentrato su una potenziale esperienza di elaborazione di un curricolo relativo alla cittadinanza attiva e globale di educazione alla pace a partire da ogni singola persona nella scuola: dal dirigente scolastico all’insegnante, dal collaboratore scolastico all’educatore. Come punto di partenza pongo questa domanda: quale cittadino la scuola ha il compito di contribuire a formare?

Il cittadino che ci siamo immaginati è una persona criticamente capace di autonomia e partecipazione e condivide questi valori: solidarietà, cooperazione, comprensione dell’altro da sé, assunzione di responsabilità, impegno, conoscenza, rispetto, libertà, consapevolezza dei propri diritti e doveri.

La domanda successiva: per questo cittadino quale scuola? Sicuramente una scuola capace di promuovere educazione e non solo istruzione e tener presente il curricolo informale per poi realizzare percorsi che permettano di agire i diritti e i doveri del proprio contesto.

La cittadinanza attiva è pensata come formazione integrale della persona che riveste diverse dimensioni, quella cognitiva, affettiva, emotiva, psicologica, esperienziale e che va oltre il tempo-scuola e si caratterizza come il primo stadio di un’educazione permanente che coinvolge anche l’educazione alla pace e la gestione del proprio sé emotivo e psichico.

Per evitare però di allargare l’alone semantico alla parola cittadinanza, togliendole ogni significato specifico, ho individuato nell’idea di appartenenza il filo conduttore che attraversa e attribuisce senso a tutto il curricolo elaborato; intendendo con appartenenza la comprensione della propria identità plurima non al fine di escludere, ma di comprendere caratteristiche, somiglianze e differenze realizzando l’incontro e il confronto con l’altro, l’affetto e l’amore per l’altro da sé, in un’ottica di educazione alla pace.

Un gruppo di persone, sempre più numeroso, potrebbe condividere e approfondire un progetto di scuola definendo programmazioni e realizzando azioni educative in cui l’idea di scuola elaborata cominci a tradursi concretamente in didattica per la pace, pedagogia nonviolenta, riconoscimento delle proprie e altrui vulnerabilità emotive e accompagnamento di sé e degli altri nella comprensione delle proprie difficoltà.

Numerosi percorsi possono essere elaborati relativi a temi socialmente rilevanti come acqua, raccolta differenziata, energia, disarmo per citarne alcuni e la partecipazione a progetti tra i quali il più significativo è senz’altro un corso di educazione alla cittadinanza attiva e globale e alla pace fuori e dentro di noi.

Ma oltre ai singoli percorsi didattici, si potrebbe introdurre negli istituti una struttura rappresentativa simile ad un “parlamentino”, un’assemblea rappresentativa degli studenti che dovrebbe avere lo scopo di abituare i ragazzi ad avanzare proposte su temi che li riguardano: argomentare, operare delle scelte, rispettare i punti di vista diversi, relazionarsi con gli altri, sia in concordanza, sia in contrasto di opinioni, sviluppare capacità di confronto, fare esercizio di responsabilità, apprezzare il valore della democrazia attraverso la pratica diretta. Questo potrebbe essere un modo di dare concretezza all’articolo 12 della convenzione dei diritti dell’infanzia e alla dichiarazione dei diritti umani del 1948.

Noto che a livello di istituti scolastici si stia diffondendo la consapevolezza che sono molto importanti i gesti, gli atteggiamenti, le parole utilizzate dagli insegnanti, l’esempio etico e avulso da meschinità competitive anche tra colleghi, la capacità empatica di comprensione che non devono contraddire i principi, i valori dei percorsi didattici affrontati e dei processi formativi. Inoltre sempre più consapevoli che un aspetto fondamentale del lavoro dell’insegnante è l’ascolto, la comprensione, l’incoraggiamento del giovane, necessari per costruire l’attitudine dialogica e argomentativa con cui si affina l’esercizio della cittadinanza attiva e globale nel rispetto delle persone e delle loro potenzialità, delle loro esperienze di vita e dei loro vissuti.

Ma oltre agli aspetti positivi, non mancano comunque le difficoltà. Tra le più rilevanti sussiste sicuramente la difficoltà da parte degli insegnanti a strutturare percorsi e processi didattici e pedagogici in cui la parte attuata e praticata dagli studenti sia rilevante. Inoltre un possibile equivoco è quello di credere che si stia facendo educazione alla cittadinanza attiva, per il solo fatto di affrontare certe tematiche.

Se si affrontano i temi sopraindicati senza valori di riferimento e ideali autentici, condivisi, imprescindibili si sta semplicemente facendo una didattica multidisciplinare.

Nell’educazione alla cittadinanza attiva e globale, la dimensione valoriale è un aspetto costitutivo e irrinunciabile poiché rimanda a un’idea di cittadino, figlio di madre terra in senso evoluzionistico e scientifico e quindi di possibili trasformazioni, in positivo, del mondo, del pianeta, dell’umanità e quindi della società.

I valori non si possono però studiare sul libro di testo, devono essere vissuti, sperimentati, testimoniati e questo ci rimanda alle pratiche didattiche e alla gestione del gruppo classe, alla relazione docente e studente, a come si aiuta il giovane a costruire il proprio apprendimento, a come si riesce a essere inclusivi con i giovani e abituarli a agire grazie alle proprie capacità e potenzialità, senza pregiudizi nei loro confronti e mai ponendosi da ostacolo nei loro riguardi come adulti autoritari. Perché ci sia un protagonismo dei giovani nel processo di apprendimento, è necessaria un’organizzazione che consenta la creazione del lavoro per piccoli gruppi in cui l’insegnante si trova a rimodulare continuamente il proprio intervento poiché il feedback è continuo. Da tener presente il curricolo informale che è un’esigenza rilevante, ma sempre adeguatamente condivisa nella scuola, dove è necessario imparare a riconoscere e gestire anche la parte emotiva dell’apprendimento: stati d’animo, insicurezza, esigenza di supporto da parte dell’adulto, interscambio e aiuto tra pari e tra adulti preposti a dare il buon esempio, inteso come corollario di valori e ideali praticabili e condivisibili.

E questo ci porta a constatare inoltre che non è semplice effettuare verifiche e valutazioni quando si ha a che fare non solo con contenuti di carattere disciplinare e transdisciplinare, ma anche con atteggiamenti e emotività varie.

Da qui la necessità di intraprendere azioni che creino aggregazione rispetto all’idea di cittadinanza globale e consentano un continuo approfondimento e la ricerca di pratiche efficaci.

Tra le azioni realizzabili a breve termine sussiste l’organizzazione di incontri di autoformazione per cercare di condividere significati e per sperimentare azioni educative e didattiche.

Il viaggio-scuola è iniziato e il poterlo condividere con molte altre persone attraverso la rete online lo renderà sicuramente più produttivo ed emozionante.

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La scuola come spazio di dialogo

Odissea, Blog diretto da Angelo Gaccione presenta:

La scuola come spazio di dialogo

Un viaggio di speranza nella scuola del dialogo con Odissea, blog di Angelo Gaccione, compagno di Carlo Cassola nell’attivismo pacifista

ODISSEA Blog diretto da Angelo Gaccione

La scuola come spazio di dialogo

Articolo di Laura Tussi

 

Pensare la scuola come uno spazio di dialogo presuppone un doppio cambiamento. Rompere con l’idea della scuola come spazio di divulgazione chiuso tra le proprie mura, per immaginarlo come un ambito di comunicazione e partecipazione. Questo implica due distinti procedimenti, ossia creare strutture e processi partecipativi che promuovano l’azione congiunta attraverso l’asse tra scuola, famiglia, comunità locale, ambiente sociale e costruire un curricolo più democratico e integrato in modo da rompere con la tradizionale classificazione tra apprendimento scolastico e apprendimento per la vita. Inoltre è necessario concepire la scuola e il suo sviluppo non solo come progetto tecnico, ma anche e soprattutto etico. Qui la scuola, l’educazione, devono essere contemplate come pratica morale, non in senso moralista naturalmente, ma soprattutto in qualità di etica e politica e non solo come strumento tecnico per accumulare conoscenze. Sono processi per nulla semplici e soprattutto nella scuola odierna purtroppo immersa in una società di pretese neoliberiste con risultati misurabili e palpabili: che puntano sul quantitativo e non sul qualitativo.

 

Gruppi dialogici: una pedagogia della reciprocità nello sviluppo della competenza linguistica e del senso civico. 

 

L’approccio comunicativo presuppone che gli studenti riescano ad apprendere al meglio e si interessino maggiormente nella misura in cui si vedono moltiplicate le possibilità di dialogare e di interagire con gli insegnanti, i compagni, gli adulti, secondo l’innovativa “pedagogia della reciprocità” di Bruner. Gli obiettivi generali di un progetto didattico e pedagogico consistono nel favorire un apprendimento dialogico cooperativo e solidale, sviluppare le capacità e le abilità e le attitudini comunicative necessarie per potenziare le competenze linguistiche, come ascoltare, parlare, leggere e scrivere.

Inoltre è necessario promuovere la collaborazione tra scuola e famiglia nell’apprendimento della lettura e della scrittura e rafforzare le capacità e le disposizioni di pensiero per formare cittadini propensi alla partecipazione democratica e alla cittadinanza attiva e globale, obiettivi promossi e prefissati da Agenda Onu 2030.

 

Apprendiamo a vivere e a convivere: un modello integrato e comunitario per lo sviluppo dell’apprendimento e della convivenza.

 

Noi insegnanti siamo preoccupati dalle problematiche quotidiane di convivenza. Alcuni di noi sono andati formandosi nell’ambito della competenza socio-emozionale e civica e allo stesso tempo mettondo in pratica gli apprendimenti con buoni risultati. Tutti i collegi docenti sono impegnati in un processo di pratica riflessiva.

Abbiamo identificato le difficoltà dei nostri studenti: difficoltà nel parlare e nel riflettere, nell’esprimere i propri sentimenti, nel comunicare, ad esempio quando discutono e non si ascoltano e assumono atteggiamenti distruttivi. E abbiamo elaborato un piano d’azione creando uno spazio e un tempo di incontro tra scuola e famiglia con l’obiettivo di poter riflettere insieme sulla educazione dei nostri giovani, nel tentativo di costruire i criteri educativi comuni affinché gli studenti possano avere riferimenti chiari con azioni concrete che abbiano promosso: creazione della commissione mista famiglia e scuola che anima le azioni di incontro e di analisi, riflessione e formazione attorno alle inquietudini comuni come le abitudini, il tempo libero, la televisione, l’adolescenza, il passaggio di scuola.

È strettamente necessaria la collaborazione delle famiglie alle attività curricolari e agli eventi, alla pianificazione e partecipazione alle giornate collettive dove studenti e genitori si trovano tutti a scuola. Infatti, la dimensione curriculare e il programma di competenza sociale ed emozionale aiuta a migliorare le relazioni. Gli studenti nella dimensione collettiva si sentono meglio e si denota un miglioramento scolastico: maggior capacità di ascolto, di autocontrollo, di dialogo, di partecipazione: in definitiva, la dimensione del collettivo li rende più responsabili per affrontare situazioni di vita quotidiana. La dimensione comunitaria consta nel processo di dialogo tra famiglia e scuola dove si percorre insieme un cammino di condivisione e si condividono analisi e riflessioni e ci si accorda su aspetti educativi di base, agendo in collaborazione. Stiamo costruendo un percorso insieme, con molto entusiasmo e con tanto lavoro, con chi non è immune da difficoltà e problemi, ma che è un cammino carico di speranze.

Su ODISSEA blog diretto da Angelo Gaccione: https://libertariam.blogspot.com/2020/12/la-scuola-come-spazio-di-dialogo.html

 

Angelo Gaccione su Rai Scuola: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/angelo-gaccione-carlo-cassola-e-il-disarmo/37791/default.aspx

Durante il Salone del Libro di Torino 2017 abbiamo incontrato lo scrittore Angelo Gaccione, con cui abbiamo parlato del suo ultimo libro Carlo Cassola e il disarmo – La letteratura non basta – Lettere a Gaccione 1977/1984, pubblicato da Tra Le Righe Libri.

Il libro di Angelo Gaccione raccoglie le lettere di Carlo Cassola, a lui scritte dal 1977 al 1984, grazie alle quali Gaccione ricostruisce tutto il percorso dello scrittore: la fondazione della Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia, l’impegno e la passione infuse in questa battaglia, ma anche le difficoltà e l’ostracismo intellettuale e politico di cui Cassola fu circondato proprio a causa di questo suo importante impegno per la pace. Ne emerge anche un prezioso ritratto umano dello scrittore, della sua indole garbata e generosa, raccontata da uno degli amici più cari che fu anche suo compagno nella campagna pacifista, oggi più che mai attuale.

Angelo Gaccione, nato a Cosenza, è scrittore, drammaturgo, saggista e poeta. Fra i suoi libri più noti ricordiamo: La Porta del Sangue, Ostaggi a teatro, Tradimenti, Single, Il sigaro in bocca, Manhattan, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale – Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); Lettere ad Azzurra, L’incendio di Roccabruna e la raccolta di racconti La Striscia di cuoio. Alla città di Milano ha dedicato quattro libri, Milano, la città e la memoria, La città narrata, Poeti per Milano, Milano in versi. Nel 2016 Gaccione ha curato insieme a Giorgio Colombo Intervista a Pasolini, un’intervista inedita a Pier Paolo Pasolini del 1961.

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Parco della Pace di Hiroshima. Riflessioni di Giuseppe Bruzzone e Laura Tussi

Riflessioni di Giuseppe Bruzzone e Laura Tussi

 

Il processo di Norimberga

 

Ringraziamo Franco Astengo per questo ricordo del processo di Norimberga. E’ stato un avvenimento importante, anche se non ha potuto, voluto, mettere a frutto tutte le implicazioni che potevano riguardarlo. E che riguarderebbero anche oggi tutti noi, in pieno dispiegamento di armi di distruzione assoluta, da parte di diversi Stati, mentre allora, ai tempi del processo, un solo stato le deteneva.

Dire ai nazisti che l’obbedienza allo Stato non poteva essere il gas per l’ uccisione di ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, persone con disabilità fisica o psichica, previa estrazione di eventuali parti di oro dalle bocche di questi, prima del forno crematorio, oppure fare esperimenti sui corpi dei prigionieri secondo le voglie di un qualche dottore. No. Non era Umanità. Giusto.

Però quegli stessi Stati vincitori della guerra, si stavano spartendo i tecnici migliori degli sconfitti, per un loro prossimo dopoguerra. Uno di loro stava assoldando addirittura il fratello di Eichmann con altri, per combattere politicamente i sovietici (documenti Cia desecretati anni fa). Sempre questo Stato, gli USA, ha deciso di lanciare le bombe atomiche su Hiroshima, prima, e Nagasaki, dopo, al momento che i sovietici hanno deciso di entrare in Giappone, solo per “avvisare” chi poteva comandare allora. Non per sollecitare il Giappone a dichiarare una resa ormai acclarata nei fatti.

Ecco perché il processo di Norimberga non ha sortito la Pace, come si voleva o ci si aspettava, dopo tutti i dolori e ferite della guerra e i suoi morti.

Gli Stati vincitori non hanno compiuto nessun gesto pubblico, riparatore, della violenza che anche loro hanno impiegato, come ricorda Calamandrei, per dire basta guerre, distruzioni, viviamo in altri modi. Ed eccoci all’oggi con gli Stati sempre formati dagli uomini e donne del tempo,  che si armano a dismisura, utilizzando la loro violenza, come sempre, ma che oggi si rivelerebbe totalmente autodistruttiva per tutti. Si aspetta un altro processo che si dovrebbe svolgere ancora a Norimberga, per capire che la responsabilità è personale come abbiamo detto, giustamente, ai nazisti anni addietro?

 

75 anni fa finiva la guerra…per preparare la successiva

 

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale si ponevano le basi per quella che potrebbe avvenire ai giorni nostri, e speriamo mai possa accadere, dipende anche da noi cittadini di tutti gli stati, almeno quelli nucleari, compreso il nostro. La bomba nucleare su Nagasaki, lanciata dopo Hiroshima, al momento dell’ingresso delle truppe sovietiche in Giappone, in contemporanea con la resa dello stesso tramite il suo imperatore, non ne era un segno futuro? E la disputa successiva ad accaparrarsi i migliori tecnici nazisti da parte dei vincitori non ne era un altro segno, compreso l’assunzione di personale politico nazista, fratello di Eichmann incluso, perché parlasse male del sovietismo (notizie CIA desecretate alcuni anni fa)? E che dire del Processo di Norimberga in cui veniva sancita la responsabilità personale nei confronti dello Stato che ti ordinava di far morire persone che venivano ritenute “nemiche” dello stesso, come comunisti, ebrei, omosessuali, zingari, portatori di handicap, disabili, disagiati psichici? Non era troppo facile, per alcuni versi, questa colpevolizzazione nei riguardi dei nazisti? Non erano nazisti? Perché non farlo diventare un principio generale valido da subito, per tutti, affinchè non si debba più piangere per guerre e distruzioni? Franco Fornari ha scritto un libro sulla psicanalisi della guerra atomica, ricordando che il pilota dell’aereo che ha sganciato la “Bomba” è stato messo in manicomio perché si è sentito colpevole di aver ucciso migliaia di persone, solo perché il tempo atmosferico era favorevole.

Certo ci sarebbe voluto un personaggio alla Francesco, capace di coniugare temi umani validi per chiunque, con temi anche religiosi, come nella Laudato Si. Oppure ricordare come in tante Lettere di condannati a morte della Resistenza venisse scritto che loro hanno imbracciato le armi solo per sconfiggere il nazifascismo e basta.

Oppure realizzare che anche la nostra violenza ha distrutto e colpito persone o cose certamente tedesche, ma non necessariamente naziste, e che quindi questa violenza non doveva essere più adoperata.

Ragionamenti comunque superati dall’atteggiamento degli Stati e dei loro rappresentanti, considerato che per loro il futuro era ancora il dominio sugli altri visto l’interesse per i tecnici nazisti, le armi da loro realizzate, e le scelte politiche effettuate. E siamo all’ oggi con delle V2 di allora che possono portare bombe più potenti ancora di Hiroshima e Nagasaki. Ci converrebbe svegliarci. “Dopo” aspettiamo un altro Norimberga?

 

Ingrandiamo l'”orto” della Pace

 

Pace significa chiudersi nel proprio ambito e ritenersi autosoddisfatti del proprio pacifismo, chiudendo lo sguardo sulla realtà circostante ? Non voglio insegnare niente, ma Francesco d’Assisi si comportava così? Diremmo proprio di no visto che andava di persona a perorare la Pace a chi  faceva le guerre, e questo, ovviamente non vuol dire che qualcuno di Assisi debba comportarsi in quel modo. Ma avere atteggiamenti più consoni questo sì.

Attendo con curiosità le risposte di altri, credendo di sapere che anche loro partono principalmente da considerazioni di vita personale e non “politica” nel senso nobile del termine. “Fermiamo la guerra”, i comboniani, come la pensano? Il gruppo Pace di Viterbo, idem? E gli altri gruppi per la pace?

Sto pensando se si riuscisse a mettere insieme la maggior parte dei gruppi pacifisti per rilanciare il Tpan da noi, in Italia, ammettendo che Rete Disarmo, della Pace, vogliano fare anche i capo scuola in presenza di altri gruppi.

 

L’unità dei pacifisti per il TPAN- Trattato Proibizione Armi Nucleari

 

Sono giorni in cui si parla di Pace in tutto il mondo con iniziative di vario tipo, stante anche la situazione Covid. Chi ci legge sono anche rappresentanti di altri gruppi pacifisti con altre storie e responsabili anche di testate giornalistiche on-line. Vi chiediamo la possibilità di programmare una serie di incontri o manifestazioni a cui possano partecipare altri gruppi, il cui unico scopo sarebbe quello, politico, di parlare del trattato TPAN e non delle diversità, le possibili antipatie personali, tra di noi che vorremmo la Pace. Sappiamo tutti che la ratifica di almeno 50 Paesi non vuol dire pace, nell’immediato. Ma il fatto che internazionalmente esista una legge che proibisce il possesso, la trasmissione, l’uso minaccioso di queste armi, mai sancito fino ad oggi, è un punto di partenza.

Viene in mente che viviamo una sola vita, che più o meno tutti abbiamo persone cui vogliamo bene e questo dovrebbe significare che queste debbano continuare a vivere; che per tanti versi lo splendido Pianeta che abitiamo, si muove nello Spazio alla velocità di 29 km/sec. Non comportiamoci come quelle formiche, che trasportate da qualche nave, hanno il pensiero diverso dal nostro di impadronirsi del territorio delle formiche locali! Ma adesso abbiamo le armi nucleari, non è storia nostra.

 

Le Università per la Pace

 

Professore Pianta, ci rivolgiamo a lei.

Chi scrive è un obiettore di coscienza degli anni 66/68 che ha rifiutato diverse volte di indossare la divisa militare, non tanto solo per quello, ma per rappresentare la tesi della responsabilità personale nei confronti della guerra, come indicato ai nazisti, i perdenti nel Processo di Norimberga. E tesi non validata, per ciascuno di noi, in quei tempi, che erano l’alba di un’era che non vi è mai stata, nella nostra storia umana. Era “Nucleare” che può significare perfino la scomparsa della Vita del nostro genere o comunque una distruttività, mai così intensa, da farci tornare all’età della pietra per chi, in qualche modo si è salvato. Mi sono rifatto a questa tesi, presentata in un libro scritto da uno psicanalista Franco Fornari, con vari interessi umanistici, “Psicanalisi della guerra atomica” del 1964.

Parla di un ritorno al soggetto per la salvezza di tutti, perché, semplicemente, come cittadini di uno stato qualsiasi deleghiamo la nostra violenza a questo. La nostra violenza, alienata, viene trasformata in armi e in guerre. Ma oggi siamo in tempi nucleari non ci converrebbe fare violenza, pena la potenziale uccisione nostra e perfino dello stato (non siamo noi lo stato?).

Diventare responsabili della nostra violenza, come già avviene all’interno dello stato, vorrebbe dire tante, enormi, altre cose nel sociale, in economia, nelle attenzioni al clima, oltre ad evitare altre guerre.

Questo incontro di una cinquantina di centri universitari indirizzato alla Pace e alla nonviolenza è una iniziativa importantissima.

Ma non si potrebbe legare con altre realtà che hanno indirizzi simili? ad esempio ICAN questo “prodotto” della società civile che ha collaborato per la stesura del Trattato di proibizione delle armi nucleari, che inizierà ad avere la sua validità dal 22 gennaio prossimo.  Vi è un gruppo Rete Pace e  Disarmo che riunisce tanti diversi gruppi dalle Acli all’Arci, Pax Christi e altri ancora. Ci sono le donne della WILPF che stanno presentando un progetto di riconversione della fabbrica di bombe RVM in Sardegna con altre Associazioni locali e un mondo variegato di altre Associazioni contro la guerra.

Ovviamente il discorso vale anche per i gruppi citati cui faremo avere la stessa richiesta che stiamo chiedendo alle Università. Credo si convenga che “l’orto” della Pace più grande sia, possa avere maggior peso, nell’interesse di tutti.

Infatti il 10 dicembre di ogni anno, giorno internazionale per i diritti umani, viene lanciata la Rete delle Università per la Pace (Runipace), promossa dalla CRUI, con eventi in tutta Italia, qui il programma: https://www.runipace.org/eventi-locali/

 

Scuola Normale, Scuola Sant’Anna, IMT Lucca e Università di Pisa organizzano una conferenza con i rettori, coordinata da Enza Pellecchia, coordinatrice nazionale di Runipace, Lorenzo Bosi è il referente per la SNS, a seguire il seminario di Mario Pianta.

Proteste e politiche del movimento per la pace in Italia

10 dicembre siete invitati a partecipare, il link è:
http://call.unipi.it/10dic2020runipace

La Rete delle Università per la Pace è nata a dicembre del 2018 per iniziativa dei rettori delle Università di Pisa, Paolo Mancarella, e di Brescia, Maurizio Tira, che ne proposero la creazione all’Assemblea della CRUI. Il Centro Scienze per la Pace di Pisa è stato indicato come struttura di coordinamento.

Alla rete RUniPace (www.runipace.org/) aderiscono più di cinquanta università per contribuire a rafforzare il legame tra pace, diritti umani, democrazia, giustizia e progresso sociale. Attraverso attività all’interno del mondo accademico e il dialogo con le organizzazioni della società civile e le scuole, la rete persegue le finalità di promuovere – nella ricerca, nella didattica e nella terza missione – la riflessione sulla responsabilità sociale di tutte le discipline e l’attenzione alla costruzione e al consolidamento della pace con mezzi pacifici; favorire la nonviolenza come approccio alla risoluzione dei conflitti per costruire una cultura del dialogo, del rispetto, dell’inclusione, della solidarietà e della condivisione; promuovere la solidarietà e la comprensione reciproca tra i popoli; favorire l’educazione alla pace, alla nonviolenza, alla non discriminazione e al dialogo; valorizzare il ruolo delle donne nei processi di pace ad ogni livello e creare le condizioni favorevoli alla leadership delle giovani generazioni nei processi di pace.

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Progetto "Educazione e Ambiente". Natura Morta Autore: Laura Tussi Copyright © Laura Tussi Licenza: Creative Commons - Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0

Il mio amore per la natura e l’interesse verso l’educazione all’ambiente sono stati la forza motrice che mi ha motivata nell’impegnarmi a preparare un progetto sull’educazione ambientale.

All’inizio del mio percorso da insegnante, presso l’Istituto Comprensivo Prati – Rodari di Desio (Monza e Brianza), sapevo poco in cosa consistesse un progetto di questo tipo ed ero preoccupata che avrebbe potuto interferire con il mio programma scolastico. Essendo il mio primo anno da insegnante, l’idea mi suonava audace eppure ho deciso di lanciarmi.

Il cambiamento climatico era già sulla bocca di tutti, ma non molti studenti avevano avuto l’opportunità di riflettervi. Quindi sapevo fin dall’inizio che questo sarebbe stato un argomento del tutto nuovo per la maggior parte di loro.

Uno dei principali scopi del progetto era di creare consapevolezza sulla crisi ecologica che il mondo intero sta affrontando, il riscaldamento globale e le conseguenze ambientali sociali.

Ero consapevole che molti ragazzi erano ignari dei danni che gli abitanti del mondo sviluppato stanno causando attraverso le loro abitudini quotidiane. Ho pensato di utilizzare i vari mezzi di comunicazione per introdurre loro il concetto di riscaldamento globale.

Quando ho iniziato a raccogliere informazioni, mi sono resa conto di quanto poco fossi consapevole io stessa dell’argomento. Più indagavo, più prendevo coscienza della vastità della materia in questione della preparazione che il progetto richiedeva per essere organizzato adeguatamente.Il Mer de Glace, sul versante settentrionale del Monte Bianco, è il più grande ghiacciaio francese e si sta ritirando rapidamente, come molti altri nelle Alpi

Con il riscaldamento globale sullo sfondo, abbiamo studiato il concetto di disgelo e solidificazione, abbiamo girato attorno al globo ed esplorato i vari continenti, il Polo Nord e il Polo Sud, solcato gli oceani e conosciuto le differenti nazioni e culture. Queste sono state tutte lezioni interessanti che gli studenti hanno adorato, dato che esse implicavano anche lo svolgimento di diverse attività manuali. Attraverso questo processo, i ragazzi sono stati incoraggiati ad andare oltre la mentalità della piccola cittadina e di considerarsi come cittadini globali. I ragazzi hanno anche sviluppato un’ampia visione dell’ambiente. Non disegnano più soltanto il giardino della scuola e gli alberi circostanti, il parco giochi del loro paese, quando viene chiesto loro qualcosa sull’ambiente, ma accennano anche ad animali selvaggi, montagne, laghi, foreste, deserti e ogni sorta di animali e piante selvatiche che fanno parte dell’ambiente immediatamente loro circostante.

 

Il progetto 

Naturalmente, il principale obiettivo del progetto non si limitava alla conoscenza della catastrofica situazione del pianeta. L’idea del progetto è di sviluppare tra gli studenti una consapevolezza dell’essere cittadini responsabili di un mondo globalizzato e di prenderne i relativi provvedimenti, cosa che abbiamo fatto. Fin dall’inizio, in modo da massimizzare l’efficacia del progetto, la classe è stata d’accordo sul fatto che ogni ragazzo avrebbe riportato all’esterno dell’aula le conoscenze discusse in classe in modo da creare maggior consapevolezza della cittadinanza e magari oltre. Dopo alcune lezioni, gli studenti si sono sentiti sempre più coinvolti nelle attività e vogliosi di iniziare a diffondere informazioni, aumentare la consapevolezza tra i loro genitori, nonni, parenti e amici. Un altro passo cruciale è stato mosso nel dare un buon esempio di come applicare i principi dell’educazione ambientale in classe. Abbiamo iniziato a mettere in pratica lo slogan “riduci-riusa-ricicla”.

Gli studenti hanno cominciato a utilizzare in maniera più accorta i propri quaderni sprecando meno carta, a raccogliere materiali che avrebbero potuto essere utili in classe e a differenziare i rifiuti. Anche l’idea di suscitare maggiore consapevolezza tra le famiglie degli studenti ha dimostrato di essere efficace.

Entro un periodo di tempo veramente breve i ragazzi sono venuti a scuola vantandosi delle buone pratiche che le loro famiglie avevano adottato, come la differenziazione dei rifiuti, il risparmio della corrente elettrica, un uso più limitato delle auto nei tragitti brevi.

Sono sicura che questo progetto ha lasciato un segno nella mente di ogni ragazzo. A un certo punto, un cambiamento nelle loro abitudini è diventato piuttosto evidente. Era chiaro che non si sentivano responsabili solo per quello che stava accadendo nel loro ambiente circostante, ma anche per quanto stava succedendo negli altri paesi, anche se questi erano distanti vari chilometri.

Hanno imparato che gli orsi polari, le rondini artiche, i pinguini stavano cadendo vittime dello stile di vita che gli esseri umani avevano adottato nel mondo sviluppato.

Hanno imparato che il nostro eccessivo uso di carburanti fossili è la causa principale dei drastici cambiamenti climatici da cui derivano le ondate di caldo, le inondazioni, il prosciugamento del letto dei fiumi e gli uragani.

Hanno compreso che il cambiamento climatico potrebbe causare ulteriori disastri naturali, maggiore siccità e carestie e condizioni metereologiche estreme. Ad esempio un innalzamento dei livelli del mare ha già comportato lo sprofondamento di magnifiche terre abitabili.

 

A posteriori 

Col senno di poi, si può dire che il progetto avrebbe potuto svolgersi più lentamente, sviluppandosi in un periodo di tempo più lungo. Mi è parso che a un certo punto gli studenti siano stati sovraccaricati dell’ammontare di informazioni che il tema del cambiamento climatico comporta. Il tema è vasto e anche se abbiamo sfiorato solo la punta dell’iceberg, siamo stati portati a trattare molti argomenti diversi in modo da consentire di iniziare a mettere insieme i pezzi del mosaico. Alcuni studenti si sono impegnati particolarmente per poter elaborare le informazioni e i numerosi nuovi concetti loro presentati durante il periodo di tempo assegnato.

Il progetto “Educazione e ambiente” è stato un viaggio nel quale i miei colleghi e io ci siamo confrontati all’unisono. È servito a stimolare numerose discussioni pedagogiche e ha incoraggiato l’applicazione di diverse teorie educative.

Ci siamo consultati spesso gli uni con gli altri, condiviso i nostri pensieri e idee per migliorare la nostra pianificazione curricolare e le tecniche didattiche. Questo senso di collegialità non ha solo rafforzato le nostre relazioni professionali, ma ci ha anche aiutati ad apprezzare le strategie messe in campo dagli uni e dagli altri. Un ulteriore valore aggiunto è consistito nel fatto che il mio stesso entusiasmo è stato percepito e apprezzato dai ragazzi, contribuendo ad aumentare la loro stima nei miei confronti. Sono felice di affermare che il progetto è stato piacevolmente produttivo. Ha dato prova di essere un’esperienza positiva non solo per i giovani partecipanti, ma anche per me in quanto insegnante alle prime armi. Mi ha aiutata a comprendere quanto certi sforzi portino un respiro d’aria nuova in classe, e allo stesso tempo preservino in noi educatori l’entusiasmo, rendendo inoltre l’intera scuola orgogliosa degli obiettivi raggiunti lungo tutto il percorso e il processo.

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A scuola con Agenda Onu 2030A scuola con progetti di sviluppo dell’educazione all’attivismo partecipativo in base agli obiettivi di Agenda Onu 2030

Un progetto di sviluppo dell’educazione alla cittadinanza attiva con Agenda ONU 2030, in itinere, a partire dall’Istituto Comprensivo Margherita Hack di Nova Milanese, vuole nascere con l’obiettivo di dare vita a processi di lavoro cooperativi, partecipativi e democratici attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. L’attività può essere organizzata come uno spazio interattivo e alternativo per la partecipazione e lo scambio tra studenti di differenti realtà geografiche, culturali, economiche e sociali, attraverso l’uso delle tecnologie informatiche e comunicative.

Il filo conduttore di questa proposta è la pretesa di contribuire a formare alla cittadinanza globale, considerando che intendiamo cittadini nella cittadinanza globale coloro che si caratterizzano per essere coscienti della complessità del mondo e per avere una consapevolezza del proprio ruolo come abitanti dello stesso e con i propri diritti e doveri. Di conseguenza, noi stessi come cittadini attivi siamo capaci di provare indignazione di fronte a qualunque ingiustizia sociale, di rispettare e valorizzare la diversità come fonte di arricchimento umano, conoscere come funziona il mondo a livello economico, politico, sociale, culturale, tecnologico e ambientale: ci sentiamo e siamo responsabili delle nostre azioni, al fine di partecipare, impegnarci, contribuire con la nostra comunità, a livello locale e globale nello scopo di ottenere un mondo più equo e sostenibile.

Gli obiettivi generali che si propone un progetto sulla cittadinanza attiva con Agenda ONU 2030 sono molteplici, come promuovere un’esperienza di partecipazione politica in cui i ragazzi e le ragazze abbiano l’opportunità di conoscere vari strumenti democratici attraverso il dialogo interculturale di contesti sociali, economici e geografici diversi, per promuovere uno spazio di lavoro cooperativo attraverso le tecnologie informatiche e comunicative, a partire dal ragionamento sul proprio contesto e dalla conoscenza della realtà del resto dei partecipanti, prendendo coscienza della povertà e della distribuzione ineguale delle risorse del nostro pianeta, per elaborare insieme una proposta di impegno per sradicarle.

Con la collaborazione tra alunni e insegnanti di scuole di diversi luoghi geografici per favorire la conoscenza reciproca, condividere realtà diverse e scoprire problemi comuni ci si basa sul motto “pensare globalmente e agire localmente”.

La proposta educativa ruota intorno a un tema rilevante legato alla cittadinanza globale che ci permette di lavorare sugli obiettivi stabiliti e i temi trattati sono: diritti del lavoro, diritti umani, pace, povertà, acqua, cambiamento climatico, disarmo nucleare.

La proposta elaborata riguarda l’attuale modello di sviluppo, focalizzandosi soprattutto su energie, pace e disarmo. Lo svolgimento di un progetto sulla cittadinanza attiva si struttura in varie fasi.
Una prima fase consiste nella formazione degli insegnanti partecipanti ed è finalizzata a far familiarizzare i docenti con l’ambiente virtuale e con le attività educative proposte oltre che a farli entrare in contatto con i colleghi che partecipano da altre scuole di vari paesi.

Poi sussiste la fase che si basa su una proposta di telematica di lavoro con gli studenti. Le attività sono concepite per essere realizzate in Internet, ma tutto il lavoro che viene sviluppato si basa su azioni e attività necessarie in classe e spesso anche sul territorio. I partecipanti hanno la possibilità di conoscere diversi modi di intendere il mondo, ma devono anche saper discutere e giungere a punti di incontro con i partecipanti virtuali e soprattutto con i propri compagni di classe.

Attraverso il dibattito e il ragionamento, si cerca di elaborare un impegno collettivo che contribuisca alla costruzione di una società più giusta e solidale. La somma del lavoro svolto in classe e di quello realizzato in Internet permetterà di arrivare a punti di convergenza che aiutino proprio a elaborare le conclusioni e gli impegni finali.

Il progetto prevede un nuovo paradigma di conoscenza che viene costruito insieme dagli insegnanti e dagli alunni dove gli alunni sono produttori attivi, scopritori e creatori della propria conoscenza. L’apprendimento è sociale e necessita di un contesto di comunità per generare una motivazione intrinseca e gli scambi personali e relazionali tra alunni, e tra insegnanti e alunni sono proficui attraverso l’apprendimento cooperativo in classe con altre comunità scolastiche.

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Teoremi di pace

Con i miei scritti, imparo la relazione nell’azione educativa e di attivismo e di impegno civile, in rapporto con l’altro da me

Teoremi di Pace

Propongo di lavorare alla tessitura, all’incrocio costruttivo dei fili concettuali e dei teoremi virtuali costituiti dai nostri vissuti come educatori e attivisti di pace e nell’impegno per la nonviolenza nelle nostre riflessioni e nei nostri scritti.In quest’ottica, vivo esperienze educative su valutazioni scaturite dall’osservazione critica di diversi percorsi riconducibili all’indicazione dell’educazione per una cittadinanza attiva e globale, consapevole  dell’utilità di trattare in rete temi cruciali e di rilevanza globale come diritti umani, discriminazione e integrazione, cambiamento climatico, consumo critico, rispetto dell’ambiente naturale, energie alternative, disarmo nucleare, e di quanto sia importante per le compagne e i compagni di viaggio muoversi con maggiore conoscenza e coscienza del mondo interconnesso in cui viviamo.

Se la democrazia la imparo soprattutto praticandola a partire da me stessa, questo può essere importante e generare cambiamenti, in giovani e meno giovani, che contribuiscono a renderli cittadini responsabili, attivi e solidali, cittadini consapevoli e con i piedi ben piantati nel XXI secolo, capaci di trasformare in meglio e in direzione democratica “ostinata e contraria” la società. Altrettanto importante è analizzare come sono organizzate la scuola e la società, come si sta in classe e nel mondo, come si sta insieme, come si costruisce l’apprendimento e come si gestiscono le dinamiche relazionali. Così appare cruciale una pratica di insegnamento, e al contempo di attivismo civile di pace, che permetta il protagonismo di chi, mentre apprende, costruisce il proprio percorso di autonomia.

Prospetto così l’importanza del ruolo dell’insegnante e dell’attivista sociale, facilitatrice e facilitatore del processo di apprendimento, e non veicolo di contenuti preconfezionati.

Un altro punto fondamentale mi appare lo stare dentro il gruppo, predisponendomi ad apprendere e a riportare i contenuti nei miei scritti, stimolata dalle persone con le quali mi vado a relazionare nell’azione educativa, di attivismo e di impegno civile. Può crearsi un circolo virtuoso la cui forza centripeta è la voglia di apprendere dalla situazione vissuta e nello stesso senso lavorare in rete tra attiviste e attivisti, educatrici e educatori. Non tanto un modo per difendere e diffondere dei saperi, quanto un modo, un tempo e uno spazio per costruire apprendimenti sulla base di una forte visione comune e per continuare a formare sé stessi, riversandosi nei propri scritti.

Rivivo delle esperienze fatte, proposte educative, percorsi, valutazioni, riflessioni di insegnanti e compagni attivisti, insomma di tutto ciò che, a partire dalla pratica scritta, può anche offrire a chi legge spunti per ragionare sull’efficacia e sulla coerenza delle azioni rispetto ai convincimenti teorici, ed anche sulle difficoltà dell’essere coerenti all’atto pratico del fare scuola, così come all’atto del realizzare qualsiasi altra azione civile. L’intento può essere quello di fornire esperienze modello magari da replicare, ma soprattutto nell’ottica di stimolare il pensiero critico su quanto accade nella pratica reale, tra cose positive e negative, punti deboli e punti di forza dei percorsi e processi educativi che vogliono contribuire a formare persone capaci di imparare come poter lottare contro ingiustizie e iniquità. Anziché proporre  modelli, può essere più interessante provare a mettere al centro l’apprendimento che scaturisce dalla pratica e dallo sviluppo dell’esperienza stessa e dalla sua lettura a posteriori: un apprendimento che può portare la costruzione autonoma, ma non autarchica e prevaricatrice, del proprio originale scritto da rimettere continuamente in discussione, passando dal vaglio di esperienze future che solo relazioni reciproche possono favorire.

Nello scambiarsi le esperienze, vi sono anche dei rischi, come quello di presentarle sempre come buone pratiche.

Ma cos’è una buona pratica? Forse quella che vede compiersi ciò che si era previsto inizialmente, o invece quella grazie a cui, non ottenendo quanto pensato e programmato, si è potuto apprendere molto? A volte nella distanza tra il progetto e il processo, nello scarto tra ciò che avrei voluto realizzare e ciò che effettivamente ho realizzato sta la parte potenzialmente più arricchente della mia esperienza di attivista e di giornalista. A condizione che ci sia un ripensamento critico sul cammino fatto. Una lettura del processo della mia esperienza tramite una analisi scritta può consentire di andare più in là della fotografia di ciò che resta dopo un percorso didattico e di attivismo, di costruire riflessioni teoriche, apprendimenti da scambiare. Lo scritto mi obbliga a decostruire e ad interpretare quanto accaduto, a sfidare me stessa. Mettere soprattutto in comune apprendimenti per poi riflettere insieme è considerevolmente diverso dal fare resoconti di azioni educative, o di alcune azioni civili realizzate.

Quanto scrivo diventa un contributo qualitativamente differente grazie alla condivisione stessa (di riflessioni, ragionamenti, emotività, e tutto ciò diventa uno scambio intimo che contribuisce alla creazione di relazioni) e per i risultati, potendo  imparare dal pensiero di un altro educatore, da un’azione che mai intraprenderò e dal confronto. E allora provo ad alimentare lo scambio e gli scambi futuri ripartendo da pratiche e percorsi educativi svolti con esperienze molto diverse tra loro, in quanto tipologia di pratica, in quanto innovazione, impegno richiesto nel coinvolgimento di altri attori, e molto probabilmente anche in quanto incisività, ma accomunando il tutto con l’altro da me e con i mezzi a mia disposizione, cercando di contribuire all’intento di creare la costruzione di una cittadinanza globale responsabile, attiva e solidale.

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Laura Tussi10 ottobre 2020

La nonviolenza efficace come strategia educativa

Secondo Freud, il lavoro dell’educatore, come quello dello psicanalista e del politico, è un mestiere impossibile.

Non risulta il bisogno di condividere in pieno questo giudizio per rendersi conto di quanto sia impegnativa l’azione educativa, formativa e analitica.

Le difficoltà sono di diverso tipo: di relazione interpersonale, di comunicazione, di linguaggio, di metodologia e spesso si assiste al prevalere del trasmettere sul comunicare come direbbe Danilo Dolci, maestro di educazione maieutica.

Paradossalmente, la letteratura su questo tema cresce notevolmente con continue nuove proposte che sovraccaricano educatori, insegnanti, analisti e formatori rendendo il loro compito ancora più difficile, schiacciati tra diverse esigenze concrete e impellenti, dai programmi da svolgere, dalle carenze strutturali, organizzative, economiche del mondo scolastico, dalla disattenzione della società che invia messaggi diseducativi o quantomeno in forte contrasto con quelli che l’educatore, il formatore, lo psicologo cercano di trasmettere nel fare esperienze dirette.

E così sottoporsi al forte impatto dell’incontro con realtà culturali molto diverse dalle nostre è un modo intelligente per cercare di suscitare nei giovani quegli interessi e quelle curiosità che, pur innati in molti di loro, spesso vengono sopiti dal consumismo dilagante di mode effimere.

Si tratta di quella irrequietezza giovanile che, se incanalata positivamente, può aprire ai ragazzi strade nuove e impreviste, favorendo lo sviluppo delle loro capacità e creando un clima di fiducia e di impegno.

Si tratta inoltre di accogliere la sfida lanciata dai venti premi Nobel per la pace, con un appello delle Nazioni Unite, che sia dedicato all’educazione alla nonviolenza dei bambini e delle bambine nel mondo.

La nonviolenza che fa fatica a entrare nel nostro vocabolario educativo e soprattutto nelle nostre pratiche metodologiche. Ma è oggi assolutamente indispensabile educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva e efficace se vogliamo che l’umanità abbia un futuro sostenibile e desiderabile.

Questo intenso investimento non può limitarsi a proporre i modelli classici della competitività e della carriera, ma deve prospettare la creazione di condizioni perché il mondo della scuola diventi un vero e proprio laboratorio della nonviolenza, dove fare germogliare e crescere questa esile pianta.

In questa ambiziosa impresa siamo tutti coinvolti: insegnanti, educatori, genitori, psicologi, analisti, associazioni del mondo della solidarietà, della cooperazione e della nonviolenza, amministrazioni, amministratori politici e questo impegno ci può indicare una possibile e concreta strada da percorrere. Si sa bene quante e quali difficoltà si incontrano nel cercare di fornire ai propri studenti strumenti utili per una migliore comprensione dei principali fenomeni quali la globalizzazione, il neocolonialismo, il neoliberismo, il divario nord-sud, gli squilibri ambientali caratterizzanti il mondo attuale e comprenderlo nel suo tormentato divenire storico.

È divenuto quantomai importante, oltre che efficace strumento di prevenzione contro il diffuso atteggiamento di pregiudizio razziale, trasmettere il messaggio di quanto ricca può essere la diversità, intesa come differenza culturale, naturalistica cioè biodiversità e paesaggistica e altro.

Credo che i giovani abbiano bisogno di capire che nel mondo esistono diversi modelli di vita e indagare questo mare di differenze certamente è stimolante e arricchente per la nostra stessa esistenza di persone.

Ci attendono sfide assai difficili e una sempre più diffusa cultura della nonviolenza e della cooperazione e della solidarietà umanistica e umanitaria non soltanto sono elementi necessari, ma rappresentano la nostra speranza per una convivenza accettabile tra donne, uomini, popoli e per un inserimento sostenibile della nostra specie come parte integrante della natura.

Le giovani generazioni sono poco ideologizzate e hanno scarsa coscienza politica e hanno bisogno, nel loro realismo spesso disilluso di avere di fronte esempi concreti, persone credibili, testimonianze sul campo.

Inoltre, i giovani parlano un loro linguaggio, legato alla loro particolare sensibilità e non è sempre facile per noi adulti calarsi in questo originale codice comunicativo. Dunque è necessario trasmettere un codice fondato sulla nonviolenza efficace come innovativa strategia educativa che porti i giovani alla piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio dalla diseguaglianza globale, ai dissesti climatici, alla potenziale, ma quanto mai imminente e irreversibile, guerra nucleare.

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Ottobre Festa di S. Francesco: la “Fiaccola della Pace” ha nominato il “Monte della Pace”

Il Monte della Pace

 Il Primo Albero della Pace sulla cima più alta dei Monti del Matese: il Monte Miletto, “Monte della Pace”

Il Monte della Pace

Una grande impresa mai avvenuta prima d’ora nel Matese di cui tutti i partecipanti sono stati i “veri protagonisti” di un cammino di Pace in salita.

Campitello Matese. Domenica 4 Ottobre 2020, giorno in cui è ricorsa la festa di San Francesco d’Assisi, icona della Pace e difensore del Creato, e giornata dedicata alla Pace e alla Custodia del Creato, il “Movimento Internazionale per la Pace e la Salvaguardia del Creato III Millennio”, ha organizzato eccezionalmente, in tempi di emergenza Covid 19, la storica tappa della “Fiaccola della Pace” dedicata ai percorsi della memoria storica dei 100 anni della grande guerra, portata per la prima volta su Monte Miletto, la cima più alta dei Monti del Matese (2050 mt), quello che un tempo i Sanniti  definivano il “Monte Sacro (e già mons militum) e che in questa data ha ricevuto la nomina di “Monte Miletto – Monte della Pace”, e a seguire la messa a dimora del 1° Albero della Pace, dedicato a “tutti i caduti e alle vittime delle guerre, stragi, attentati, terrorismo, crimnalità, violenze e mafie, di Monte Miletto, del Matese e del mondo, dai 100 anni ad oggi”, ovvero  il segno tangibile, simbolo dell’impegno e della vita sempreverde che mai muore, che la Fiaccola porta in tutti i Comuni dove ha fatto tappa nel corso degli anni. Tutte le tappe infatti sono riportate sul “Segnavia della Fiaccola della Pace” sito accanto all’Albero della Pace in Alife (Ce). Lo storico evento è stato patrocinato del Parco Regionale del Matese di cui presidente é Vincenzo Girfatti, dalla Comunità Montana del Matese, ci dui presidente è Francesco Imperadore, dai Comuni di Roccamandolfi e di San Massimo retti dai Sindaci Giacomo Lombardi e  Alfonso Leggieri, dalla Consulta delle Associazioni del Matese di cui Presidente è Vincenzo D’Andrea, dall’Associazione Nazionale “Combattenti e Reduci” (sez. di Piedimonte Matese) di cui Presidente è Raffaele Civitillo, con l’adesione dei gruppi escursionistici G.E.M.( Gruppo Escursionisti del Matese); Matese Trekking e C.A.I.(Club Alpino Italiano sezione Piedimonte Matese), presenti con le loro Guide: Sergio Mellucci, Umberto Riselli e Gianni D’Amato, che hanno coordinato e monitorato l’intero svolgimento del percorso, partito dal punto base in zona Campitello Matese, per poi giungere fino alla vetta.
Allo storico evento hanno preso parte amici sensibili, amanti della Pace e della montagna, dei quali alcuni erano alla loro prima esperienza sul Miletto, ma che grazie al supporto delle Guide che hanno assistito il percorso, è stato possibile raggiungere la cima.

All’atleta biker escursionista di Alife Antonio Alfano, protagonista dell’iniziativa annuale denominata “Pace sul Miletto” sin dalla 1a ed.ne, promossa sempre dal Movimento per la Pace, il compito di portare la piantina di agrifoglio messa a dimora nell’area di sosta ( nelle vicinanze dell’area dove termina l’impianto sciovia e dove nasce la Sorgente denominata “Capo d’acqua” ( d’inverno pista Azzurza) proprio accanto al primo albero di faggio che si incontra durante il percorso di ritorno dal Miletto) e di issare sulla vetta del Monte la Bandiera della Pace dove sono state riportate le ultime intenzioni ( tra cui quella per la Bielorussia e i bambini di Chernobil), con la data dell’evento. Durante il posizionamento della Bandiera e la messa a dimora della piantina, hanno aiutato anche le Guide. Accanto alla Bandiera e al piccolo Albero intitolato alla Pace, sono state collocate due targhe di dedica in ricordo dello storico evento, riportanti tutta la motivazione ed il significato di questa encomiabile iniziativa. Una giornata bellissima all’insegna del sole ( nonostante le condizioni sfavorevoli del tempo nei giorni precedenti), ma anche del vento che sulla vetta tirava forte.  Tutti i presenti appartenenti ai tre gruppi escursionistici, hanno posto la loro firma sull’atto dell’Appello consegnato ai due Sindaci di Roccamandolfi e di San Massimo, in segno di impegno, sottoscrivendo così una nuova pagina della “Storia della Pace” nelle bellissime terre del “Matese – Terre di Pace”. Questi i nomi: Concetta Moscatiello, Giovanna De Biasi (Associaz. Gruppo “Piedimonte è viva”), Anna Grillo, Barbara Caprarelli, Aldo Gobbo, Valentina Fragola, Raffaella Forte, Maria Antonietta De Pasquale, Luigi Crispino, Giuseppina Del Nunzio. Andrea Pioltini , Agnese Ginocchio, Antonio Alfano, Sergio Mellucci, Umberto Riselli, Gianni D’Amato e Carlo Pastore ( quest’ultimo per motivi di salute ha seguito e monitorato lo svolgimento dell’evento a distanza).

“La nomina del Miletto in “Monte diella Pace”- ha riferito la Presidente del Movimento per la Pace Agnese Ginocchio,- è stata motivata in relazione a tutte le edizioni annuali dell’iniziativa denominata:”Pace sul Miletto” partita dall’anno 2011, (di cui oltre ad Antonio Alfano, sono stati protagonisti dell’impresa gli escursionisti Carlo Pastore, Sergio Mellucci, Aldo Gobbo, Concetta Moscatiello, Dott Biagio Carangelo con la figlia Giulia, Dante Tazza, Rosanna Giarrusso, Geppino Civitillo, Andrea Pioltini, Pasquale Biondi, Giovanni Cornelio e a cui si unirono anche altri che si trovavano in loco..)  che si tiene a cavallo tra la festa di San Sisto 1° p. e. m., patrono di Alife, e la Solennità dell”Assunta e ricorrenza di ferragostro.  La scelta di portare la Fiaccola della Pace il 4 Ottobre non è caduta a caso, era necessario un atto di coraggio in questo grave momento che ci investe ed in tempi di emergenza Covid 19, per lanciare dalla vetta del mondo un messaggio di Pace e di fratellanza Universale e per chiedere alla Pace e a San Francesco, Icona della Pace, di liberare le nostre terre del Matese, la Campania, il Molise, l’Italia ed il mondo intero, dalla nuova peste che sta affliggendo questo tempo. Abbiamo ricordato anche il Vescovo di Caserta D’Alise, scomparso proprio all’alba di questo giorno a causa del Coronavirus”. Ha concluso.

“La Pace deve ergersi dal Tetto del mondo. A noi tutti – Testimoni e Costruttori del cammino di Pace in salita, sta nel custodirla ogni giorno con le azioni e con la forza della Nonviolenza”. Con questa frase, riportata sulle targhe di dedica in memoria, e recitata da tutti i presenti, è terminato lo storico evento.
L’ iniziativa ( rientrante nelle attività di sport all’aperto) è stata organizzata rispettando le regole dell’ ultima ordinanza di sicurezza emanata dal Governo in tema di Covid.

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Educazione e cambiamento

IL ruolo dell’educazione nel contesto del cambiamento

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In un contesto segnato dalla globalizzazione neoliberista, i popoli si agitano tra l’angoscia e la speranza, senza aver ottenuto una risposta alle aspirazioni suscitate dalla modernità occidentale

L'educazione del cambiamento sociale

La problematica educativa contemporanea si trova in un punto in cui convergono fattori storici e sociali molteplici.

In questo inizio del nuovo millennio non ci troviamo in un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto in un cambiamento di epoca.

Ogni aspetto della vita del pensiero è stimolato da nuove congiunture e interrogativi. In questa cornice di grandi cambiamenti sulla scena mondiale, in un contesto segnato dalla globalizzazione neoliberista, i popoli si agitano tra l’angoscia e la speranza, senza aver ottenuto una risposta alle aspirazioni suscitate dalla modernità occidentale e senza un chiaro orizzonte per il futuro.

La globalizzazione ha sempre accompagnato l’espansione del sistema capitalista, ma anche nell’attuale contesto neoliberista questo processo ci porta verso un mondo di valore in cui la competizione e il mercato si delineano come riferimento principale, convertendosi in produttori di nuovi significati e in costruttori di nuove soggettività, cosa che ha una relazione diretta con gli sforzi e i significati.

Ecco che significa Educazione, in un momento in cui soffriamo in maniera evidente degli effetti del modello capitalista in termini di devastazione del pianeta: crisi energetica, crisi climatica, riscaldamento globale, crisi alimentare, aumento delle disuguaglianze sociali, rischio di guerra nucleare.

Sono costanti i cambiamenti nelle concezioni delle strategie dei sistemi educativi, nel tentativo di adeguarsi all’idea di base che l’educazione e la conoscenza sono fattori indispensabili per il nostro sviluppo, ma senza che questo comporti significativi risultati del miglioramento delle condizioni delle popolazioni.

Nei decenni scorsi, le riforme neoliberiste imposte dagli organismi finanziari internazionali hanno acquisito i vecchi problemi producendo una spaccatura nelle strutture educative aumentando le iniquità educative e favorendo l’edificazione di un sistema educativo piramidale.

Così, a partire dalle condizioni caratteristiche del nostro contesto, ci troviamo di fronte a una delle principali preoccupazioni degli ultimi decenni: definire quale ruolo gioca l’educazione nell’attuale contesto internazionale.

Quali dovrebbero essere gli scopi e gli obiettivi principali? e che genere di conoscenze e abilità saranno necessari per far fronte ai problemi e alle sfide delle nuove situazioni che vanno sviluppandosi a un livello tanto locale quanto globale? quale ruolo dell’educazione in tale contesto è contraddistinto dal cambiamento?

A queste domande prova a rispondere il rapporto elaborato per l’UNESCO della commissione internazionale sull’educazione per il XXI secolo che inizia con l’esporre come di fronte alle sfide attuali l’educazione rappresenti uno strumento indispensabile affinché l’umanità possa avanzare verso ideali di pace, libertà, giustizia sociale, affrontando e superando le tensioni tra il globale e il locale, tra l’universale e l’individuale, tra tradizione e modernità, tra il bisogno di competizione e la preoccupazione dell’uguaglianza e di opportunità e l’espansione delle conoscenze. Oggi più che mai questa situazione richiede un ripensamento del nostro modello educativo.

E’ un approfondimento di fattori sostanziali che possono costituire una proposta educativa alternativa al di là delle sue forme, delle sue modalità. Sono necessari una ricerca e la riflessione attorno ai fondamenti filosofici, politici e pedagogici del nuovo paradigma educativo che orienti gli sforzi diretti alla trasformazione sociale e alla formazione integrale delle persone di fronte alla costruzione di nuove strutture sociali e nuove relazioni tra le persone basate sulla giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà e sul rispetto per l’ambiente riconoscendo che l’attuale modello di società porta con sé elementi universalizzabili. In questo passaggio di millennio la relazione tra educazione e cambiamento sociale e l’importanza di un’azione etica e politica e pedagogica coerenti non si pongono solo come temi di analisi  e studio, ma anche come un’esigenza teorica e pratica decisiva. Si tratta di rispondere di fronte alla costruzione di una cittadinanza globale, alla domanda: di che tipo di educazione abbiamo bisogno e per quale tipo di cambiamento sociale?

 

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L'amore per l'altro

Si potrebbe affermare che attualmente nella società globale e nei rapporti umani e affettivi, il senso dell’alterità, ossia la percezione della vicinanza emotiva e personale, persiste ma al contempo si affievolisce per le molteplici lontananze di cui tutti siamo oggetto con i social e i mezzi di comunicazione. L’attitudine a tollerare, favorire e comprendere la diversità sparisce con l’intolleranza che struttura e incrimina alterità e differenze: i nazionalismi, i regionalismi, i fondamentalismi, i sovranismi, le imprese di purificazione etnica sono processi che generano intolleranza e sfociano in razzismo e in altre ideologie criminali.

Alcuni gruppi umani non cessano di creare alterità, di costruire e inventare l’altro e perciò di annientarsi perchè, al contrario della differenziazione culturale, questa incessante moltiplicazione sociale e invenzione di un nemico comune è portatrice di morte.

Il senso della diversità ci mette di fronte all’evidenza del senso elaborato dagli altri, individui o collettività.

Il senso di cui si tratta e che viene auspicato e promosso è il senso sociale, cioè l’insieme dei rapporti simbolizzati, istituiti e vissuti tra le persone all’interno di una collettività che questo insieme permette di considerare pluralista e solidale: una solidarietà globale e universale.

Non esiste una società che non abbia definito, in modo più o meno rigoroso una serie di rapporti normali tra generazioni, fratelli, donne e uomini, lignaggi, classi, età, uomini liberi e schiavi, indigeni e stranieri.

Il compito del ricercatore è evidente, in quanto non rimanda in modo specifico a un solo e esclusivo tipo di società e di caratteristica umana, nella cittadinanza che si definisce attiva e globale. Ed è per questa ragione che nell’articolo in questione si situa l’incontro all’incrocio tra i miei riferimenti pedagogici e i miei interessi culturali più generali.

Vorrei interrogarmi, ponendo le premesse per una pedagogia generalizzata sul concetto stesso di alterità, nella sua relatività che è molteplice, in quanto gli altri definiscono e portano a compimento l’altro, la differenza e le diversità implicite nei soggetti, in ogni singola persona, in ogni specifico essere umano.

A proposito di alterità e di senso degli altri, per professione o per scelta volontaria, quanti sono impegnati in un’attività sia sanitaria, sia assistenziale troveranno un sussidio valido e di facile accesso nelle letture sulle scienze sociali e pedagogiche. Con un linguaggio chiaro e conciso, esse accompagnano il lettore lungo il cammino complesso che dall’accoglienza conduce al dialogo costruttivo, indicando gli scopi contro cui spesso naufragano tutti e tanti incontri individuali e di gruppo, ossia indicano i mezzi per evitarli. All’idea espressa in questo articolo contrasta la leggerezza con cui spesso è considerata la dimensione relazionale del mondo dell’assistenza sociale e sanitaria, nella ricerca pedagogica e psicologica.

Professionisti e volontari sono facilmente portati a sottovalutare la necessità di una preparazione all’incontro interpersonale, i primi facendo affidamento sulla propria competenza tecnica, i secondi fidandosi eccessivamente della buona volontà. Le conseguenze di un simile stato di cose non mancano di tradursi in situazioni di disagio che rendono meno umano il servizio all’approccio pedagogico e psicologico utilizzato, che attinge a fonti di sicura fede umanistica e umanitaria, invitando a un approfondimento e alla formazione del dialogo e alla relazione di aiuto.

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