Le biblioteche tra memoria e futuro

La conoscenza delle biblioteche scolastiche tra memoria e futuro

Le biblioteche tra memoria e futuro

Le biblioteche scolastiche purtroppo sono poco valorizzate e i progetti su di esse scarseggiano di risorse con i tagli economici da parte del ministero e con la politica sempre più lontana dalla possibilità di un loro potenziamento

Le biblioteche tra memoria e futuro

La conoscenza delle biblioteche scolastiche tra memoria e futuro.

Le biblioteche cosiddette scolastiche, ossia situate nelle scuole secondarie di primo grado, purtroppo sono poco valorizzate e i progetti su di esse scarseggiano di risorse con i tagli economici da parte del ministero e con la politica sempre più lontana dalla possibilità di un loro potenziamento. Come diceva Seneca: se hai una biblioteca e un orto possiedi tutto. Questo detto dovrebbe avere piena attuazione nelle scuole di ogni ordine e grado.

In molti istituti dove ho insegnato, esistono importanti biblioteche per la qualità dei contenuti librari.

Quasi ogni scuola possiede una biblioteca con molti volumi storici e collegati a percorsi storiografici degli eventi contemporanei del territorio e alle memorie storiche della resistenza e delle deportazioni, perlopiù nelle scuole dell’hinterland milanese e nella provincia di Monza e Brianza dove il fenomeno resistenziale è stato molto preponderante.

I libri delle biblioteche scolastiche potrebbero essere adeguatamente catalogati e posti in archivi online e in database fruibili da un’utenza che spazia dai docenti agli studenti, dai genitori al personale scolastico.

Inoltre ogni docente adibito alla gestione di queste biblioteche della memoria e del futuro potrebbe trasformare il proprio progetto in un “fiore all’occhiello” dell’istituto stesso, anche tramite partenariati con associazioni, patrocini di enti e patronati di istituzioni.

Si potrebbero organizzare attività di lettura ad alta voce e laboratori di scrittura creativa aperti a tutti, ricollegandosi alla memoria storica del tessuto territoriale, partendo dai temi ampi del pacifismo fino alla storia della Resistenza e delle Deportazioni tramite le narrazioni degli orrori del cosiddetto secolo breve.

Il docente incaricato potrebbe scrivere recensioni, schede didattiche, percorsi di lettura, trasposizioni teatrali, per ogni libro, fruibili dall’intera comunità scolastica e dal territorio. Inoltre si potrebbero organizzare incontri e convegni a tema con esperti, studiosi, giornalisti per ampliare e far emergere la consapevolezza della ricchezza di tali biblioteche.

Purtroppo le potenti politiche alquanto miopi e completamente assenti e prive di lungimiranza non solo relativa al portato culturale bibliotecario, ma anche didattico e formativo, hanno impedito a molti docenti di accedere al ruolo nelle biblioteche delle scuole secondarie di primo grado che rappresentano un autentico patrimonio inestimabile per la didattica e le attività formative nel loro complesso.

Una biblioteca racchiude tutto il bene dell’umanità. È un patrimonio inestimabile.

Queste biblioteche diventano un luogo di ritrovo nell’ambito della cultura e custodiscono potenzialità di esercizio mentale complesso e multifunzionale, creativo, proprio per fare formazione e aprire le menti al valore del passato storico, della memoria degli eventi, per recuperare un ideale inestimabile e imprescindibile come quello della pace che è soprattutto un diritto inalienabile sancito dalle costituzioni e dal diritto internazionale.

È nostro dovere coltivare la pace ripercorrendo i contenuti delle costituzioni nate dall’antifascismo, sancite con il sacrificio di partigiani, di deportati, di resistenti e di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione e costruzione di un altro futuro possibile all’insegna del cambiamento per porre fine alla guerra, per l’intera umanità martoriata dal secondo conflitto mondiale. Questo rappresenta un alto monito ideale di civiltà utile a tutte le cittadinanze e non solo.

Le biblioteche scolastiche si aprono al mondo, alla memoria del passato per un nuovo futuro possibile e quanto mai necessario, come possibile e necessario è il progetto di tante biblioteche sul territorio nazionale.

Dunque come fare per poter valorizzare e potenziare questo immenso patrimonio culturale e formativo non solo locale, ma anche nazionale?

Le politiche scellerate perpetrate di anno in anno con ingenti tagli di risorse economiche e di personale alle scuole pubbliche hanno praticamente distrutto i più meritevoli progetti.

Nel mondo antico le biblioteche rappresentavano autentiche ricchezze. Si pensi, ad esempio, alla sontuosa e mitologica biblioteca di Alessandria d’Egitto, dove le genti, gli intellettuali, confluivano da tutto il mondo per fare tesoro e attingere dagli incunaboli preziosi, dai manoscritti minuziosi fino alle pergamene elaborate dagli amanuensi presenti negli archivi bibliotecari.

La comparsa e l’incremento delle nuove tecnologie ha sminuito il ruolo delle biblioteche come centro di aggregazione, educazione e trasmissione didattica informativa e formativa del sapere. Per superare il deficit del fenomeno delle tecnologie e dei social network virtuali è necessario recuperare il significato della collettività, l’importanza dell’incontro interpersonale, il significato di ritrovarsi attraverso la lettura e lo studio che non sono solo una dimensione individuale della preparazione culturale, ma diventano simboli, sistemi, ambiti di recupero del vivere comunitario e collettivo, dell’apprendimento collegiale e plurale.

Le biblioteche nelle scuole devono essere valorizzate e il loro ruolo deve essere sancito nell’ambito della programmazione didattica per una formazione completa che coinvolga la cittadinanza attiva, la comunità intera, in un grande percorso di recupero anche del disagio esistenziale giovanile e in generale più complesso, che permea, nella nostra attualità, gran parte del tessuto sociale delle città e delle periferie.

Il sapere, lo studio e la dedizione culturale verso il conoscere tramite la lettura e la scrittura sono fattori importanti per la crescita di ogni persona, concepita nella propria complessità emotiva, culturale, psicologica, in ogni dimensione dell’essere della propria identità inserita in contesti molteplici e plurali, che formano tutti i soggetti, a partire dagli studenti a una innovativa cittadinanza attiva che ci vede non solo abitanti di questo mondo, ma soprattutto figlie e figli di un contesto universale.

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Libro di Rosaria Longoni, insegnante, già sindaco di Nova Milanese (Monza e Brianza)

Il cortile degli oleandri

Libro di Rosaria Longoni

Prefazione di Franca Ciamarone

Postfazione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

 

Scheda editoriale del Libro “Il cortile degli oleandri” Mimesis Edizioni

La narrazione, garbatamente minuziosa, rende partecipi della storia tribolata di una famiglia friulana che, a testa alta con la sicurezza delle proprie radici, si integra nella vita di Muggiò, paese della provincia milanese, durante i dolorosi anni della Seconda guerra mondiale. Attraverso l’emozionante racconto di Agar, una ragazzina coraggiosa con tanta voglia di studiare e di riscattarsi, emerge la figura centrale, il vero motore di tutte le situazioni: Gigia, madre esemplare e generosa donna di fede, capace di trovare audaci soluzioni e di superare ogni ostacolo. Il sentimento antifascista che pervade la seconda parte culmina con la scelta ponderata dei protagonisti di partecipare alla guerra di liberazione in modo attivo, fra la presa di coscienza collettiva dei propri diritti in fabbrica, una chiesa vicina alle richieste di uguaglianza e di giustizia del popolo e anche semplici persone, come Gigia, pronte a sacrificare la propria vita per la libertà e la democrazia.

 

Tratto dal Libro “Il cortile degli oleandri”
“Nello, noi siamo dalla parte giusta, quante volte l’abbiamo detto? Stiamo combattendo per difendere la nostra libertà, è un nostro sacrosanto diritto, non è una stupida ostinazione e non possiamo rinunciare ora, dobbiamo continuare a lottare anche per quelli che sono stati uccisi, arrestati, deportati!”

Papà era stanco, ma sempre convinto, infatti concluse: “Hai ragione, Gigia, andiamo avanti, non è questo il momento di essere stanchi, anzi dobbiamo impegnarci ancora di più!”

 

Postfazione al Libro “Il cortile degli oleandri” Mimesis Edizioni di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

 

È stata per noi una grande sorpresa e un immenso piacere, poter leggere “Il cortile degli oleandri”, opera della cara amica Rosaria Longoni.

Un libro intenso, scritto con il cuore e con la consapevole volontà di tramandare una memoria importante: una memoria capace di trasmettere emozioni e valori.

Una testimonianza di quello che fu l’orrore del nazifascismo e allo stesso tempo quale fu la risposta di un popolo che per giustizia e non per odio volle riscattarsi.

Narrare storie di Antifascismo, trattare di Pedagogia della Resistenza oggi risulta essere fondamentale alla luce di un clima di odio, xenofobia e razzismo in continua crescita.

Molti sono gli scritti a nostra disposizione per studiare e comprendere il periodo nefasto del nazifascismo che sprofondò l’Italia, l’Europa e il mondo in un baratro di orrore e sofferenza indicibili. Ma narrare storie di ordinaria resistenza, anche di piccoli nuclei familiari, può rappresentare un importante passo per far comprendere i valori su cui si fonda la nostra Costituzione nata dalla Resistenza Antifascista.

E’ necessario fare memoria e ricordare la nascita dello Stato italiano e degli Italiani come popolo, in un certo senso “rinato” il 25 Aprile 1945, grazie al sacrificio di moltitudini di persone che hanno versato il proprio sangue e dato la propria vita, nel segno dell’eguaglianza sociale ed economica, della libertà di espressione, del rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani, della pace e della fratellanza.

Attualmente, alcune frange della società italiana sembrano senza memoria, prive di attenzione per la propria storia e per il passato che appartiene loro. Proprio per questo è necessario stimolare le nuove generazioni ad un impegno costruttivo e creativo come sostiene il Partigiano, Deportato, padre costituente dell’ONU Stéphane Hessel “Creare è Resistere, Resistere è creare”.

Su Mimesis Edizioni:

http://mimesisedizioni.it/il-cortile-degli-oleandri.html

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Maria Montessori e il pacifismo

Donne coraggiose

Maria Montessori e il pacifismo

Maria Montessori continuò, durante l’esilio imposto dal fascismo, nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti.

Maria Montessori: educazione e pace

Negli ultimi decenni molte discipline, dalla fisica alla sociologia, della pedagogia alla storia e alla psicanalisi si sono occupate di temi legati alla cultura della pace.

Tuttavia l’indagine storiografica ha ignorato interi filoni del pensiero pacifista e personaggi che si sono impegnata a lungo in favore della pace.

L’impegno per la pace, così come altre tematiche maturate all’interno dell’esperienza emancipazionista assume quasi sempre una connotazione pedagogica legata all’elaborazione di modelli culturali alternativi a quelli tradizionali.

Il rapporto tra educazione e pace è oggetto di trattazioni più specifiche come le riflessioni di Maria Montessori, una delle figure più significative del movimento Pacifista e emancipazionista italiano, laureata in medicina nel 1896 e nota soprattutto per la sua attività teorica e pratica di pedagogista.

E è proprio in quest’ambito che Maria Montessori dedica un’attenzione costante al tema della pace come momento centrale della formazione culturale delle nuove generazioni.

Nel definire la guerra come una malattia della vita morale dell’uomo, Maria Montessori denuncia i pericoli impliciti in ogni nazionalismo e pensa alla formazione di un uomo nuovo che possa essere considerato cittadino di un’umanità senza confini e guerre e conflitti armati. Pur non entrando nel merito di una valutazione complessiva della sua opera educativa, che presenta aspetti di notevole complessità, è interessante osservare che proprio il suo interesse pacifista costituisce una delle cause principali della sua emarginazione durante gli anni del regime fascista.

I suoi ideali si scontrano in quel periodo con il modello educativo dominante, fondato su una concezione pedagogica autoritaria, nazionalistica, maschilista e misogina. Basti pensare all’indottrinamento dei disvalori fascisti della gioventù balilla.

Il contributo di Maria Montessori rappresenta un elemento di congiunzione, nella discontinuità degli eventi, tra l’esperienza emancipazionista di fine secolo e i primi decenni del Novecento, travagliati da due conflitti mondiali.

Sono gli anni in cui il tema della pace assume connotazioni umanamente e politicamente drammatiche.

Proprio in questo contesto, Maria Montessori ne sottolinea provocatoriamente la dimensione culturale più profonda, che va oltre l’emergenza politica e che si lega a una più ampia prospettiva ideale di superamento di ogni oppressione materiale morale.

Nello scritto La Pace e l’educazione, pubblicato a Ginevra nel 1932, essa afferma, anticipando elaborazioni presenti nel pacifismo attuale, che la pace non è solamente assenza di guerra, ma, al contrario, è l’avvio di una nuova concezione dello sviluppo umano e sociale. Per Pace si intende generalmente la fine della guerra.

Ma questo concetto, puramente negativo, non è quello della pace. La pace vera, al contrario, fa pensare al trionfo della giustizia e dell’amore fra gli uomini: rivela l’esistenza di un mondo migliore dove regna l’armonia.

L’impegno delle donne per la pace si ricollega a una loro significativa, sebbene conflittuale, partecipazione concreta alla vita politica. Questa esperienza è stata spesso trascurata dagli storici, quasi che temi importanti come quelli della pace e della guerra, partendo appunto dal mondo della politica, fossero privi di connotazioni sessiste e estranei alle donne, soggetti spesso confinati, fino a poco tempo fa, anche dalla storiografia, nella parte tematica del privato. Maria Montessori fu dapprima vezzeggiata dal regime fascista, per la diffusione del suo metodo pedagogico e degli istituti e nelle scuole a esso ispirati. In seguito, quando il fascismo si rese conto del portato rivoluzionario del pensiero montessoriano, fu costretta all’esilio e continuò nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza all’intera umanità martoriata e in conflitto, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti.

Note: Bibliografia –

Laura Tussi, Educazione e pace, Mimesis 2012

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

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Donna: l’impegno pacifista

La donna emancipata e pacifista nella cultura dell’Ottocento

Donna: l’impegno pacifista

L’asprezza del misoginismo ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti. La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

Donna e pacifismo

Nella cultura dell’Ottocento, la rappresentazione ideale della figura femminile esprime un’attesa di salvezza dal sapore religioso che impregna la mentalità collettiva dell’epoca. La funzione pacificatrice della donna, motivo ricorrente nei manuali di allora, è spesso legata all’enfatizzazione di una naturale vocazione educativa e di una capacità di amore e di sacrificio carica di implicazioni morali.

L’attenzione sociale e culturale nei confronti della donna assume nell’Ottocento una dimensione molto ampia con un ricorso ad argomentazioni che esprimono un fine ideologico prima di allora inedito.

La vastità del fenomeno è documentata tra l’altro dalla varietà delle voci impegnate in una corale definizione dei caratteri della femminilità più autentica. La discussione sulla missione sociale della donna, tratta da una visione piena di pregiudizi della sua natura biologica, coinvolge infatti, intellettuali di diverso orientamento, cattolici, laici, atei impegnati in svariati settori della vita culturale, educatori, pedagogisti, politici, teologi, letterati, medici e antropologi. Pestalozzi, Tommaseo, Mazzini, Lombroso, Mantegazza e tanti altri si sono cimentati in una elaborazione implicitamente prescrittiva delle caratteristiche culturali morali proprie del genere femminile. La scoperta sociale, maturata in quegli anni pur tra molte contraddizioni e zone d’ombra, sul valore dell’infanzia implica di per sé una maggiore attenzione al ruolo della madre educatrice, ma non basta solo a spiegare l’intensità di un’operazione pedagogica e culturale che, esaltando le qualità morali della donna, ne sancisce l’esclusione da una partecipazione attiva alla vita sociale.

Secondo il senso comune allora dominante, la donna, confinata non solo simbolicamente alla cerchia delle mura domestiche, deve svolgere una funzione di custode della moralità collettiva: è una dimensione che va oltre gli stretti confini della sfera familiare e che investe i destini dell’intera umanità.

In questo ambito la sua funzione pacificatrice rappresenta dunque un’estensione sociale di valori legati al ruolo materno.

Anche le professioni che generalmente vengono considerate più adatte alle donne ripropongono i valori del sacrificio, dell’assistenzialismo, della capacità di amore senza riserve.

Perfino il progresso e la pacifica convivenza fra gli uomini sembrano dipendere dalla generosità di questa educatrice virtuosa. Questo tipo di affermazioni è molto frequente nella vasta letteratura che tratta per tutto l’Ottocento il tema dell’educazione della donna.

Certamente non è casuale che l’esaltazione della bontà femminile venga predicata con toni sempre più accesi proprio negli ultimi decenni del secolo, quando una nuova mobilità sociale consentirà una diversa partecipazione delle donne al mondo del lavoro, degli studi e della politica.

La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

L’asprezza del misoginismo Ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti e pacifisti al cui interno il maturare di un concreto impegno per la pace comporta innanzitutto per le donne impegnate nel movimento, un ribaltamento di quei valori che, proprio esaltando la funzione pacificatrice del genere femminile, ne contrasta una partecipazione reale agli eventi della società e della storia.

È impossibile scindere i motivi dell’impegno pacifista del movimento delle donne dai contenuti delle battaglie emancipazionistiche nella seconda metà dell’Ottocento. L’associazione internazionale delle Donne fondata a Berna nel 1866 è proprio la sezione femminile della Lega per la pace e la libertà che aveva come organo di stampa il Periodico Stati Uniti d’Europa.

Sussiste dunque un preciso legame fra le questioni della pace e le vicende dell’emancipazionismo femminile in Europa. Questo legame connesso anche con il contrastato rapporto con l’associazione internazionale dei lavoratori, mette in luce la specificità dell’interesse manifestato dalle donne del movimento per la pace nei confronti del pacifismo considerato spesso come un punto qualificante di un più vasto impegno verso una società egualitaria e non sessista.

Pace, giustizia e lotta contro l’oppressione femminile sono i temi che appaiono insieme negli scritti e nei discorsi ufficiali delle più impegnate emancipazioniste. Tuttavia la prima spinta psicologica a intervenire nelle questioni della pace e della guerra esprime anche motivazioni che possono apparire ambiguamente legate a una specificità femminile di tipo tradizionale in cui ciò che domina è ancora la preoccupazione materna. Ma i frequenti appelli in difesa degli uomini, mariti, figli, fidanzati, sottoposti al pericolo bellico e la lotta per la vita contro la morte non sono destinate a restare un richiamo solo emotivo e affettivo. Molte delle analisi di allora contengono considerazioni legate a motivi più esplicitamente politici e culturali.

Questa ideologia antifemminista e misogina è presente in modo particolare nel sapere scolastico, come risulta da un’analisi dei programmi dei libri di testo e dei modelli formativi destinati agli insegnanti a questi valori assai diffusi nel senso comune di allora. Anna Maria Mozzoni oppone una proposta culturale e politica coraggiosamente alternativa per sradicare lo stereotipo della cosiddetta missione della donna basata su un equivoco sociale scientifico.

In opposizione al clima risorgimentale Paola Shiff, una delle prime donne laureate nell’Italia post unitaria, definisce nel corso di una manifestazione pacifista tenutasi a Milano nel 1888, qualsiasi guerra “un avanzo di barbarie”.

Negli ultimi anni del secolo, l’interesse per i temi della pace trae un nuovo impulso dalle questioni sollevate dalla guerra d’Africa, che spinge il movimento di emancipazione delle donne insieme ad altri gruppi politici a una forma alta di mobilitazione per la pace.

Sono numerose le leghe femminili per la pace impegnate in questa campagna. Ne parla Franca Pieroni Bortolotti nei suoi scritti sull’emancipazionismo.

Le leghe femminili organizzano soprattutto nel nord molte manifestazioni popolari contro la guerra coloniale, tentando anche di impedire la partenza dei soldati.

La società per la donna si impegna a Roma in alcune iniziative pacifiste e anticoloniali di cui dà notizia la rivista La vita femminile.

Note: Bibliografia –

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

Anna Maria Mozzoni, La liberazione della donna, a cura di F. Pieroni Bortolotti, Mazzotta, Milano.

Franca Pieroni Bortolotti, La donna, la pace, l’Europa, Franco Angeli, Milano

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Il libro Memoria e futuro di Alfonso Navarra, Luigi Mosca, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici è frutto di un impegno collettivo portato avanti dai Disarmisti Esigenti con i contributi di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli e molti altri

Libro Memoria e futuro in tutte le librerie dal 6 Maggio 2021

Libro Memoria e futuro, Mimesis Edizioni in tutte le librerie dal 6 maggio 2021

 

Il libro Memoria e futuro, Mimesis Edizioni è frutto di un lavoro collettivo portato avanti dai Disarmisti esigenti nati dall’appello Esigete! Un disarmo nucleare totale di Stéphane Hessel e Albert Jacquard e dai loro stretti collaboratori, membri anch’essi di ICAN, la Campagna Internazionale per la messa al bando delle Armi Nucleari, Premio Nobel per la Pace nel 2017. Memoria e futuro è focalizzato sulla cultura della pace del XXI secolo e lancia la proposta di una Rete per l’Educazione alla Terrestrità (RET).

La RET è orientata verso una cittadinanza planetaria organicamente pervasa di coscienza ecologica e strutturata su un ordinamento internazionale, “per assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni” (art. 11 della Costituzione italiana), che riconosca e tuteli i diritti dell’unica umanità e della natura. Collegandosi all’iniziativa della Carta della Terra

dell’UNESCO, la RET include, per l’appunto, l’omonimo progetto “Memoria e futuro”, esposto in queste pagine nelle sue finalità, nei suoi obiettivi e nelle sue scadenze (progetto erede dell’esperienza dell’iniziativa “Per non dimenticare” di Nova Milanese e Bolzano).

Il libro è stato scritto nel periodo di attesa dell’entrata in vigore ufficiale, fissata al 22 gennaio 2021, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, il TPAN (TPNW in inglese), e si propone come strumento di lotta per una mobilitazione politica di base, considerata decisiva per un futuro di progresso dell’umanità, consapevole della necessità di un lavoro culturale adeguato come retroterra: un lavoro che affondi le sue radici nella memoria valorizzante l’esperienza della Resistenza, caratterizzata dal valore dell’amore per l’umanità. L’identificazione della Resistenza con il punto di vista e il riscatto degli sfruttati e degli oppressi è la continuità da conservare e da integrare con il valore del rispetto verso il sistema complessivo della vita….” continua

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    25 aprile 2021 – Laura Tussi

Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Razzismo, ecologia e pace insieme, “L’educazione come arma della pace”

Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Come una ricercatrice sui problemi educativi, lavorando con i Disarmisti esigenti, è pervenuta, partendo dalla “Pedagogia della Resistenza”, ad affrontare i temi intrecciati del razzismo, dell’ecologia e della pace. Educazione alla pace e educazione ecologica sono intrecciate e interdipendenti

Maria Montessori "Educazione come arma della Pace" su Rivista.eco - organo ufficiale della rete mondiale di educazione all'ambiente diretta dal Professor Mario Salomone

In collaborazione con lo storico Fabrizio Cracolici, ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia) e Alfonso Navarra, portavoce dell’associazione Disarmisti Esigenti oggi, ciascuno con le sue competenze, siamo pervenuti a trattare di Pedagogia della Resistenza e Educazione alla Terrestrità, di formazione e educazione.

In questo ambito, nei nostri libri e nelle nostre pubblicazioni, proponiamo un nuovo percorso di accompagnamento alla formazione e allo sviluppo della conoscenza dei diritti civili e dei diritti inalienabili della persona. La pace con la natura è condizione della giustizia sociale e educazione alla pace e educazione ecologica sono, nella nostra visione, intrecciate e interdipendenti.

Dobbiamo considerare il mondo umano come parte integrante del mondo naturale e una riconciliazione solo tra esseri umani, che prescinda dal ripristino di un rapporto armonico con gli equilibri ecologici, non ha basi per avanzare.

Una pedagogia del futuro, ripartendo dalla scuola

La nostra è una pedagogia del futuro collegata alla nuova cultura della pace del XXI secolo per la quale ricerchiamo, lavoriamo, sperimentiamo.

Insomma, un percorso di sviluppo della democrazia, della cittadinanza attiva, della partecipazione. Per educare all’antifascismo, all’antirazzismo e alla nonviolenza, secondo il monito di Stéphane Hessel, il partigiano autore di “Indignatevi!”,  (“Indignatevi!” è il libro denuncia scritto da Hessel,  partigiano, novantatreenne, sui mali della nostra epoca)

occorre ripartire proprio dall’istituzione scuola. Noi non troviamo altra soluzione, perché la scuola, ancora prima della famiglia, rispecchia il pluralismo e la diversità impliciti nella società.

Pluralismo e diversità che si vengono a manifestare nel processo educativo: nel percorso didattico si scoprono le caratterialità, le criticità, le implicite diversità, le esigenze del singolo studente che mutua e assimila varie istanze e diverse forme di contenuto dal nucleo familiare di origine.

Le leggi razziali nazifasciste del 1938

La scuola, tra l’altro, in un passato che non dobbiamo dimenticare e archiviare, ha subito la discriminazione e l’intolleranza: basti pensare alle leggi razziali nazifasciste del 1938. E la scuola, pur con diversa entità ed intensità, continua ancora a discriminare e a prendere provvedimenti contro i più deboli. Anche il finanziamento pubblico alle scuole private è una forma di discriminazione. La riduzione degli insegnanti di sostegno ai bambini diversamente abili, la negazione della mensa ai meno abbienti sono forme di discriminazione.

I quesiti sono sempre aperti perché auspichiamo una scuola che si apra sempre più alle differenze, agli altri, e non solo da parte degli studenti, ma anche da parte degli insegnanti. Anche il mondo adulto viene messo in discussione nell’ambito e nell’ambiente scuola. Quindi una scuola più aperta. Una scuola che si apra alle implicite esigenze di ciascuno, ai caratteri di cui ognuno è portatore, alle difficoltà implicite che ciascuno presenta. È necessario costruire una scuola senza discriminazione, dove l’altro sia considerato depositario di un’autentica ricchezza da risocializzare e ripartecipare, una ricchezza da condividere nella convivenza del quotidiano secondo un impegno di responsabilità e di indignazione contro tutte le discriminazioni, contro l’intolleranza, il non rispetto e la violazione dei diritti umani.

Una nuova ricchezza sociale partecipativa che vada a incrementare un discorso di civiltà a misura di persona, per una comunità, per un assetto sociale e civile aperto alle differenze, alle divergenze, anche al conflitto, come sostiene il nostro amico Daniele Novara, direttore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti. Infatti, il conflitto è implicito nell’educazione. Noi parliamo di nonviolenza, ma con questo concetto non intendiamo un’idea di passività, di remissività, di rassegnazione, di debolezza, di lassismo, di incoerenza, di menefreghismo; intendiamo nonviolenza, in senso stretto, come cooperazione, interdipendenza, interconnessione su quelli che sono i diritti umani.

Le strumentalizzazioni di Mussolini

È quello che già sosteneva la grande pedagogista, Maria Montessori, che fu perseguitata dal fascismo. Mentre in tutt’Italia, in Europa e nel mondo divampava la violenza del secondo conflitto mondiale, la Montessori portava nei suoi convegni messaggi di speranza e di pace per l’intera umanità, a partire dall’infanzia. Inizialmente fu vezzeggiata dal fascismo, perché Mussolini voleva strumentalizzare le sue scuole, ma l’impostazione di pensiero di Maria Montessori contrastava nettamente con l’ideologia fascista e l’indottrinamento del regime; basti pensare ai principi di istruzione su cui si fondavano i dettami fascisti per indottrinare la Gioventù Balilla, basati sull’individualismo, sulla competitività ad oltranza, sul disprezzo, sull’aggressività nei confronti dell’altro.

Disvalori fascisti che, anche secondo Stéphane Hessel, sono attualmente veicolati dai mezzi di comunicazione di massa: come la cultura dell’oblio, il consumismo sempre più esasperato, estetizzante e individualistico, la competizione di tutti contro tutti; in sostanza il pensiero unico, capitalista e neoliberista.

Tornando al concetto di nonviolenza, Maria Montessori ne era promotrice, e il suo celebre motto “L’educazione come arma della pace” è un importante ossimoro per sostenere che tutto si gioca a partire dall’educazione, a partire dalla scuola, per creare contesti di socialità e di solidarietà, per andare oltre le dittature, i totalitarismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, proprio per costruire ambienti di pace nel quotidiano.

Il bambino è portatore di pace già nel suo contesto quotidiano, a livello microsociale: e questa è una leva per arrivare, in ultima analisi, a un livello di costruzione della pace universale e globale.

Note: Rivista.eco, organo ufficiale della rete mondiale di educazione all’ambiente, diretta dal Professor Mario Salomone:
https://rivistaeco.it/dalla-memoria-alla-terrestrita-razzismo-ecologia-e-pace-insieme-leducazione-come-arma-della-pace/

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Su Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello

Alex Zanotelli con Riace, musica per l’umanità

La Trasmissione “Dieci minuti al Massimo” di Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello presentano il libro Riace, musica per l’umanità nell’incontro con Alfonso Navarra e Renato Franchi

Su Radio Barrio: Riace, musica per l'umanità

Il libro “Riace, musica per l’umanità”. Mimesis Edizioni. 2020, a cura di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici è agile e profondo allo stesso tempo: ruota intorno alla straordinaria esperienza di accoglienza e integrazione dei migranti a Riace, un paesino della Calabria orientale, un paesino spopolato dall’emigrazione verso nord dei calabresi, e fatto rivivere dai migranti, prevalentemente profughi di guerra, accolti dal sindaco Domenico “Mimmo” Lucano: un’esperienza straordinaria descritta nell’intervista a Mimmo, e proposta dagli altri autori del libro a ricevere il premio Nobel per la pace.

Scrive Alex Zanotelli nel suo pezzo “Per un’utopia possibile”: Ho gioito quando ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno contro le armi nucleari. Come credente nel Dio della vita, non posso che essere contrario a questi strumenti di morte che minacciano oggi l’umanità. Lo sono anche come missionario che ha toccato con mano la sofferenza degli impoveriti. Infatti le armi nucleari proteggono un sistema profondamente ingiusto, proteggono il 10% della popolazione mondiale che consuma da sola il 90% dei beni prodotti. Penso sia significativo legare il Premio Nobel dato a ICAN per la campagna contro le armi nucleari e la campagna per dare il Premio Nobel a Domenico Lucano, sindaco di Riace, il paese dell’accoglienza.

Vittorio Agnoletto afferma che il diritto di emigrare (citando Luigi Ferrajoli), dovrebbe diventare un nuovo principio costituente nell’architettura istituzionale a livello mondiale. Il diritto di emigrare, il diritto alla libertà di movimento oltre qualunque confine, è antico come la storia dell’umanità; non a caso è stato riaffermato con forza il 10 dicembre del 1948, nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Nel 1966 la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici ribadisce tale diritto. Sono principi ripresi dalla Costituzione italiana all’art. 35.

Fabrizio Cracolici e Laura Tussi vanno al cuore dei problemi:

l’attività militare che trova la sua massima espressione nella guerra nucleare;

la bomba climatica che comporta quotidiani disastri e dissesti climatici per le emissioni eccessive di gas serra;

la bomba dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza globale dove l’1% dei ricchi detiene risorse pari a quelle controllate dal restante 99% dell’umanità.

E propongono, richiamando Hessel, delle soluzioni: Stéphane Hessel, nell’appello scritto con i resistenti francesi nel 1944 e pubblicato nel saggio Indignatevi!, suggerisce delle soluzioni alla crisi economica e di valori che attualmente sta stritolando e destrutturando il pianeta. La soluzione prevede la nazionalizzazione delle banche e delle industrie strategiche con un’economia al servizio delle persone, tramite investimenti pubblici per creare lavoro e per livellare la disuguaglianza globale e sociale per evitare la miseria dei ceti più deboli che ingenera risposte razziste e capri espiatori.

Alessandro Marescotti aggiunge nuove riflessioni e richiami storici fondamentali, ma scende anche in particolari “concreti” su che cosa significhi l’immigrazione sull’economia italiana e europea.

I dati della Banca d’Italia riportati sul report “Il contributo della demografia alla crescita economica” sottolineano che la demografia è centrale: si calcola che entro il 2041 nemmeno i flussi migratori previsti saranno in grado di invertire la tendenza demografica negativa in corso, per cui avremo molti anziani e pochi giovani, con uno sbilanciamento che sarà letale per l’economia se non arriveranno in nostro soccorso proprio loro: gli immigrati.

Anche Moni Ovadia richiama la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Questo enunciato – scrive – dovrebbe essere per ogni cittadino democratico il mantra di una fede laica e secolare che abbia al centro l’umanità in quanto tale prima di ogni successiva connotazione. Mimmo Lucano pratica questo mantra come un irrinunciabile strumento di relazione e di amministrazione di una comunità, per questo è riuscito a creare un’integrazione giusta eticamente e funzionalmente.

L’intervista a Mimmo Lucano, è di concreta attualità: Mi sono trovato per una casualità ad accogliere una nave sulle coste di Riace, con dei profughi: da quello sbarco mi sono avvicinato a questi esseri umani. Tanti elementi hanno fatto breccia nella mia sensibilità, per esempio la questione curda e le rivendicazioni politiche, che durano da più di un secolo, di questo popolo senza uno Stato, a cui viene impedito persino di parlare il proprio idioma.

Le conclusioni sono di Alfonso Navarra ricordano che: La nonviolenza di cui parlava il partigiano Hessel, e da me condivisa, non era e non è l’ideologia passiva e moraleggiante del “sopportate le ingiustizie e sforzatevi di perdonare i prepotenti”, ma l’intelligenza strategica fondata sulla forza dell’unione popolare.

La nonviolenza efficace: questa via in cui i mezzi sono omogenei ai fini è quanto mi permetto ancora di suggerire a chi, alla ricerca di un nuovo umanesimo, ha fame di verità e sete di giustizia.

Note: Trasmissione “Dieci minuti al Massimo” di Radio Barrio con Massimo Laganà e Fabio Riganello:
https://www.mixcloud.com/ilbarrio/dieci-minuti-al-massimo-17-aprile-2021-radio-barrio/

Diretta Facebook:
https://www.facebook.com/libreriailmosaico/videos/433804291110499

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Renoir: un viaggio intorno all’amore

Recensione al libro Renoir

Renoir: un viaggio intorno all’amore

Il nuovo avvincente libro di Massimo Laganà, narra accattivanti racconti di donne e uomini che emozionano, perché in essi trapelano le nevrosi del quotidiano. Nei vari racconti pone in risalto l’amore e la passione facendo emergere la condizione umana in tutte le sue sfaccettature psicologiche.

Renoir, il nuovo avvincente libro di Massimo Laganà, narra accattivanti racconti di donne e uomini che emozionano, perché in essi trapelano le nevrosi del quotidiano, le nevrosi di sempre: così dalla narrazione articolata nei vari racconti si evince la condizione umana in tutti i suoi risvolti e in tutte le sfaccettature psicologiche.

Il libro è introdotto dalla prefazione di Gabriella Kuruvilla e riporta le sapienti note dell’editore Morellini.

Renoir: nove storie con uno stile brillante che sviscerano i colori dell’animo umano, con cui l’autore dipinge geografie e tipologie delle tappe dell’esistenza come un abile ed esperto pittore, che pone in risalto amore e passione.

Il cuore dei protagonisti è segnato da addii e abbandoni, in rapporti affannati tra figli e genitori e poi ancora tra amanti mai amati, sospesi in viaggi e transizioni d’infinito. Personaggi che scoprono momenti di sospensione e pausa dell’umano, della vita, che ormai colma e satura di desideri, scopre quanto sia fondamentale il sentimento ultimo della felicità: il più importante.Recensione di Laura Tussi a Renoir, Libro di Massimo Laganà

In questa controversa mappa dei sentimenti, l’autore, Massimo Laganà, conduce il lettore con l’entusiasmo del cuore da Milano alla Sicilia, in un susseguirsi di vicende che racchiudono l’intimità del sentire umano e che coinvolgono il lettore nel trovare in se stesso e nell’altro da sé un proprio simile.

I dettagli sottili della narrazione, l’intimità del racconto si affollano e i confini umani si dissolvono e così, dalle crepe del reale, di una realtà commovente, si sprigiona l’anelito incessante e universale di un’umanità sospesa nell’infinito delle molteplici esistenze, degli amori inesausti, degli affetti sottesi nell’intimità dei gesti.

Nell’eterno.

Laganà sceglie per i suoi racconti luoghi suggestivi e inconsueti per iniziare a narrare le sue storie di sentimenti, persone, affetti. Di stati d’animo che comunque sempre riportano alla felicità. Sentimenti e condizioni umane che sempre conducono alla bellezza e all’amore.

La profondità psicologica dei testi è una scelta stilistica che permette a colui che legge di immedesimarsi nell’io dei protagonisti. Le storie, i sentimenti, gli umori, i pensieri che l’autore racconta, rivolgendosi a personaggi in parte vicini a lui e contemporaneamente lontani e irraggiungibili rappresentano la verità dell’umano.

Il linguaggio di Massimo Laganà assume energia e forza dalla tipica narrazione dei luoghi in cui è ambientata ciascuna storia.

E così permette l’immedesimazione in ciascuno dei personaggi come se fossero varie sfaccettature e interpretazioni di un unico attore, di un solo uomo o uomo solo.

Le storie raccontate trasportano il lettore in un giro dell’Italia da sud a nord, ma soprattutto in un percorso profondo intorno all’essere umano.

Intorno all’uomo.

Intorno all’amore.

Note: Massimo Laganà: Giornalista e scrittore, lavora per il settimanale Oggi, dove ha anche un blog, che si chiama L’informazione dilaga. https://www.morellinieditore.it/autore-massimo-lagana-162190.html 
Libro Renoir:
https://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-lagana/renoir/9788862988346

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Padre Turoldo, il Partigiano

Su La Provincia di Sondrio.
Un saggio indaga attraverso testimonianze questo aspetto del sacerdote

Padre Turoldo, il Partigiano

Guerino Dalola ha raccolto una serie di ricordi di chi ha lavorato con il religioso durante la Resistenza. Resoconto della Presentazione del Libro “Turoldo, Il Resistente” presso la Libreria Il Mosaico di Tirano

Libro Mimesis "David Maria Turoldo, il Resistente"

David Maria Turoldo, il Resistente (Mimesis Edizioni). È stato poeta, filosofo, sacerdote, autore, traduttore, fondatore di riviste e giornali.

La convinzione cristiana della dignità insopprimibile di ogni uomo ha fatto di lui anche un resistente antifascista – come osservano nella prefazione la giornalista Laura Tussi e Fabrizio Cracolici – e lo ha spinto a combattere tutta la vita contro ogni forma di oppressione politica, sociale e culturale. Di questo tratto di padre Turoldo si è parlato nell’incontro online promosso dalla Libreria Il Mosaico di Tirano e che è il centro del libro, scritto da Guerino Dalola nell’ambito di Anpi Franciacorta Brescia.

David Maria Turoldo, il Resistente.

Il saggio è la naturale elaborazione delle testimonianze di chi ha avuto frequentazioni assidue con Turoldo: Donatella Rocco, Antonio Santini, Mino Facchetti, Pierino Massetti, Gianfranco Campodonico.

Durante il pomeriggio il primo ricordo è andato a Bruno Ciapponi Landi, che ha perpetuato la memoria dell’amico Turoldo e di padre Camillo De Piaz.

Fra i due religiosi entrambi legatissimi alla madonna di Tirano c’era una Fratellanza cristiana.

“L’eredità ideale e valoriale di padre Turoldo è universale e tocca tutti noi” ha esordito il libraio Alberto Gobetti.

L’idea di lottare, per cui dal disumano si conquisti l’umano, è un tema destinato a interrogarci sempre.

Pensiero condiviso dall’assessore alla cultura Sonia Bombardieri, secondo cui il pensiero dei serviti è attuale anche oggi per tante ragioni.

Anche a Tirano abbiamo chiamato il programma culturale su Turoldo, “Il resistente uomo”, identificando la resistenza di padre David non solo come quella legata al periodo bellico, ma anche la resistenza come forma di vita.

A Tirano ci siamo presi un impegno portare avanti una scuola di padre Camillo De Piaz che sia anche scuola di padre David, un momento annuale, speriamo di iniziare presto, un percorso di riflessione sui punti fondamentali che sono l’eredità culturale, storica, religiosa e laica che entrambi ci hanno lasciato.

Pierino Massetti di Anpi ha ricordato come padre Turoldo sia stato riconosciuto come partigiano – la sua è stata una resistenza non armata – ma nessuno ne ha mai parlato.

Guerino Dalola, che ha conosciuto Turoldo, ha rimarcato: Partigiano non è una parolaccia.

La resistenza è per tutti, per sempre.

Donatella Rocco, d’altro canto, ha ricordato una virtù di padre David: la coerenza come traduzione in pratiche del pensiero. Uno dei suoi fondamentali insegnamenti è stato il martellare in noi giovani questi concetti: studia, preparati alla vita, impara bene il lavoro che sceglierai.

Ricordo la sua capacità di ascolto, un ascolto con estrema attenzione e curiosità.

Sia lui sia Camillo De Piaz ascoltavano chiunque, intuivamo che avevano una conoscenza e una preparazione grande, ma si mettevano dal punto di vista di chi ascoltava e questo ci dava un senso di rispetto, ci sentivamo tenuti in considerazione.

Ci hanno insegnato anche a prenderci le nostre responsabilità e dunque a fare delle scelte.

L’insegnamento era: quando sei in una situazione di dubbio, mettiti sempre dalla parte dell’ultimo, in ogni senso. Cosa rimane di queste grandi persone? se ognuno, nella sua misura e nel suo quotidiano, può fare riferimento a queste domande, allora forse può avvicinarsi in un filone di speranza.

In fondo questi sono personaggi che sapevano credere nell’uomo: prima sii uomo, poi vedi di essere cristiano, dicevano.

Fabrizio Cracolici ha parlato della Resistenza come messaggio per i giovani del futuro, mentre Laura Tussi ha ricordato l’impegno di Turoldo per porre fine a qualsiasi tipo di guerra, il suo attivismo politico in difesa degli ultimi e degli oppressi: nel 1978 è stato invitato ad un congresso sul disarmo, ha spiegato Tussi, dove ha conosciuto Carlo Cassola, grande scrittore degli ultimi che ha scritto la rivoluzione disarmista che lo ha messo ai margini dell’establishment.

Padre Antonio Santini dei Servi di Maria ha ricordato il concetto caro a padre Turoldo: la povertà placenta di tutti i valori. Nella mia vita non ho mai voluto abolire la povertà, ma la miseria – dice padre David – la povertà è la placenta di tutti i valori.

Oggi, in questo tempo così balordo e diseguale, in un tempo nel quale sempre più si concentrano ricchezze nelle mani di pochi….Vorrei che fossimo tutti convinti di quanto sia giusta la tesi condivisa oggi anche da scienziati, di rifarci alla povertà, quale valore ispirante la stessa economia. E ancora: la disgrazia sta nel negare la povertà, invece di accoglierla, sta nel volerne uscire da soli o nel pretendere di non appartenervi o di esserne usciti. La povertà è una dimensione essenziale all’uomo.

Clara Castoldi

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Il Giornale La Voce presenta i libri di Tiziana Di Ruscio

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La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996

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La storia di vita di Tiziana Di Ruscio, vittima di violenza, sopravvissuta al femminicidio, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.
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Libro in tutte le librerie dal 4 Marzo 2021

 

Libro di Tiziana Di Ruscio. Introduzione di Rita Trinchieri. Prefazione di Laura Tussi. Contributo di Mizar Specchio. Illustrazioni di Mauro Biani, Giulio Peranzoni, Francesca Quintilio. Postfazione di Fabrizio Cracolici.

Mimesis Edizioni

Prefazione al Libro “La violenza non è il mio destino”, Mimesis Edizioni

Tiziana Di Ruscio, bambina, ragazza e adesso donna e madre.

La sua storia di vita, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.

È un susseguirsi di eventi di violenza sia psicologica sia fisica sia sessuale che accomuna molte donne nel mondo e nella storia dell’umanità.

Donne che diventano succubi del potere e della violenza perpetrati dal sistema patriarcale, maschilista, misogino.

La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996 dopo anni di lotte nell’ambito della tutela delle donne, come riporta nella sua introduzione l’amica Rita Trinchieri.

Rita Trinchieri, in stretta collaborazione con Tiziana, ha fondato l’associazione contro la violenza di genere “Il nastro rosa” e insieme con la ferma testimonianza, la forza della verità, la legge dell’amore propongono questa terribile narrazione, che rasenta l’inverosimile, in varie scuole per sviscerare e raccontare l’accaduto, senza preamboli, pudori, reticenze anche alle nuove generazioni.

Il titolo del libro è “La violenza non è il mio destino” .

Un titolo fortemente vissuto dall’autrice che subisce la violenza come un “baratro” esistenziale, un annientamento della vita, un annullamento della sua dignità e identità di donna.

Tiziana vive un nuovo “destino” una rinascita, dopo aver preso la sua vita in mano, dopo essersi riappropriata di se stessa, in seguito alla denuncia alle autorità e, scrivendo questo suo libro, denuncia i misfatti di violenza sessuale e fisica perpetrati e subiti da parte del marito. ‘Violenza’ e ‘Destino’ sono i due vissuti, i due archetipi ambivalenti e nettamente contrastanti che Tiziana descrive molto bene in questo racconto autobiografico.

La storia di Tiziana è da lei descritta in modalità narrative crude e dirette perchè “la violenza non deve essere romanzata”, la violenza non va edulcorata con parole che potrebbero renderla più accettabile e giustificabile: la violenza deve essere solo e esclusivamente denunciata.

Un grido di dolore scaturisce da queste pagine che comunque lasciano, alla fine, trapelare un nuovo “destino”, un cambio di rotta, una speranza nel futuro. Un futuro di pace e nonviolenza, all’interno della famiglia con i suoi figli, nel rapporto con le persone, con gli amici, con tutti coloro che possono aiutare Tiziana a uscire dal baratro della violenza.

Da queste pagine trapela un senso profondo di fiducia nel futuro, nel destino, nell’intima bontà dell’essere umano, per apportare un significativo contributo di pace, nonviolenza e serenità che dovrebbero prendere spazio nel nostro tessuto sociale, nel mondo, a partire dalla famiglia, che spesso, al contrario si trasforma in una gabbia, in una prigione psicologica dove vengono perpetrate violenze di ogni tipo, a partire dalla violenza sessuale.

Tiziana ha vissuto gli anni che dovevano essere i più belli e spensierati della sua esistenza, la sua età giovanile, sotto tortura, sotto minaccia, concependo ben tre figli che sono diventati per lei il frutto positivo di una nuova vita, di una bella speranza in un futuro di rinascita.

Un destino senza violenza: perchè, come sostiene l’autrice “La violenza non è il mio destino” e non deve essere nemmeno il passato, il presente e il futuro per tutte le donne che sono i pilastri della nostra martoriata umanità.

Tiziana dopo vent’anni di soprusi psicologici e violenze fisiche e sessuali prende coraggio e riesce a denunciare e in seguito a testimoniare anche attraverso la scrittura che diventa per lei un atto liberatorio, un’azione di libertà. Tiziana ha scritto questo libro. Il suo libro. Una vera liberazione.

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Bruco Blu: una favola contro ogni violenza

Recensione alla favola di Tiziana Di Ruscio

Bruco blu: una favola contro la violenza

L’autrice è sopravvissuta al femminicidio e in questa favola racconta una storia semplice ma didascalica per trasmettere alle nuove generazioni un messaggio contro la violenza in tutte le sue forme

 

Favola di Tiziana Di Ruscio. Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici. Masciulli Edizioni

 

Bruco blu coltiva il sogno di creare una bellissima famiglia, ma improvvisamente precipita in un baratro oscuro a causa del camaleonte dai toni cupi.

Il camaleonte impedisce alle ali di bruco blu di spuntare. Il camaleonte impedisce a bruco blu di spiccare il volo verso la libertà con i suoi tre figlioletti.

Quella narrata da Tiziana Di Ruscio è una semplice, ma didascalica favola per bambini.

Certo è una favola, ma non una favoletta.

Una narrazione essenziale, ma efficace che contiene altissimi e nobili messaggi da tramandare e trasmettere alle nuove generazioni contro la violenza in tutte le sue forme.

Inclusa la violenza esercitata dagli esseri umani sulla Natura. E non a caso nelle favole per bambini i protagonisti sono per lo più animali, a testimonianza del fatto che la condizione infantile sente spontaneamente la vicinanza e l’affinità con gli altri esseri viventi, che poi l’educazione ad un certo tipo di civiltà tecnologica porta a perdere persino come percezione elementare.

Bruco è blu perché soffocato tra le mura domestiche, un’autentica prigione, a causa del colore prevalente del camaleonte che incute terrore e perpetra violenza. Ma bruco blu non serba alcun rancore. Non trasmette odio ai figlioletti. Vuole che anche il camaleonte si riscatti dal grigiore e dal blu della sua condizione. Bruco blu semplicemente un giorno, con i suoi tre piccoli, riesce a fuggire nel bosco.

Incontra un grande albero e uno scoiattolo che indicano una nuova casa, un alloggio per la famiglia.

Una nuova famiglia che in realtà è portatrice dei colori dell’arcobaleno.

I colori della pace. Le tinte vivaci della vita che colorano un mondo senza violenza, senza odio, senza guerre, senza rancore. Dove bisogna impedire al più forte di imporre la propria forza, prepotenza e supremazia contro gli ultimi, i più fragili, contro tutti coloro che sono costretti e imprigionati tra grigie mura domestiche.

Nelle case dell’orrore.

Che si trasformano in prigioni per le vittime.

Questo è l’alto messaggio di Tiziana Di Ruscio, che nella favola riesce a svincolarsi dal camaleonte, ossia dai colori spenti, grigi, lugubri della violenza e di tutto ciò che essa comporta per l’intera umanità martoriata.

La favola di Tiziana Di Ruscio rappresenta un alto messaggio di pace e nonviolenza, che va oltre la retorica e le banalità, per estendersi  a ogni tipo di violenza nel quotidiano di cui è impregnato questo nostro mondo di guerre e questa nostra umanità martoriata di cui la donna è sempre succube ed è la prima vittima nei conflitti armati e non solo. In tutte le guerre, lo stupro è sempre utilizzato come arma micidiale, letale contro il nemico.

Il costo della brutalità militarista imposta dall’uomo forte, dal maschio, dal dittatore di turno è sempre scontato dal genere femminile, dall’infanzia alle categorie più fragili dell’umanità intera.

E non dimentichiamo i più deboli tra i deboli: i nostri fratelli animali e le nostre sorelle piante. Dobbiamo rispettarli non solo nei racconti per i più piccoli.

L’arcobaleno delle ali di una farfalla che bambina e donna trasformerà l’umanità in una grande e unica famiglia di pace e nonviolenza: perché questo è il grande messaggio, il nobile monito di Tiziana, che sorvola, con le ali di farfalla città e paesi e nazioni, in un autentico e sentito messaggio internazionale e mondiale per la pace tra genti, popoli, minoranze. Un mondo senza discriminazioni, senza guerre, senza violenze: questo è il nostro sogno.

Perché tutti noi abbiamo un sogno.

E anche se il cammino della nonviolenza è in salita, è impervio e pieno di ostacoli e conflitti di ogni sorta, noi attivisti e testimoni di pace apriremo le nostre case con i colori dell’arcobaleno a bruco blu perché sempre possa, ogni volta, trasformarsi in farfalla, nel suo destino di riscatto e liberazione.

Tiziana è sopravvissuta al femminicidio. È testimone di Pace insieme a tutti noi amici della nonviolenza.

È ora di dire basta al militarismo, al riarmo, alla corsa agli armamenti, a tutte le guerre e le violenze sempre perpetrate dall’ideologia patriarcale, misogina e maschilista: fondamentalmente antiumana ed ecocida.

Dobbiamo dispiegare le nostre ali arcobaleno e coinvolgere l’umanità intera per mettere pace tra i potenti della terra, per porre fine a genocidi, massacri, femminicidi, a tutte le guerre: alla violenza in tutte le sue forme. Perché l’essere umano e la donna, in particolare, in tutte le parti del mondo si impegnino per questo nobile e supremo ideale: la pace.

Note: Il libro è Edito da Masciulli e lo potete prenotare a questo indirizzo:
https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/bruco-blu/?fbclid=IwAR2Afqg0f6tEgPci1DnVZUrNmW5xTWoAjHvzhivnK3z3Tvc6w22IRFv-kq0

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