ChiAmaMilano – La violenza non è il mio destino

Evento

ChiAmaMilano – La violenza non è il mio destino

Tiziana Di Ruscio vive la violenza in un incubo tra vita e speranza, tra disagio e volontà di riscatto. Il riscatto dato dall’essere riuscita a denunciare. E soprattutto una emancipazione, una liberazione morale nello scrivere questo fondamentale libello per la sua esistenza.

Libro - La violenza non è il mio destino

EVENTO

ChiAmaMilano – La violenza non è il mio destino

20 maggio 2021

ore 18:00

Online Event ()

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici presentano il libro
“La violenza non è il mio destino”

Partecipano:
– Tiziana Di Ruscio testimone e vittima di violenza
– Giorgio Cremaschi, sindacalista e militante politico
– Rita Trinchieri Anpi Pineto – Teramo

Musica e note di impegno civile e Resistenza di Marco Chiavistrelli e Renato Franchi

Per maggiori informazioni: evento su Facebook

 

Tiziana Di Ruscio vive la violenza in un incubo tra vita e speranza, tra disagio e volontà di riscatto. Il riscatto dato dall’essere riuscita a denunciare. E soprattutto una emancipazione, una liberazione morale nello scrivere questo fondamentale libello per la sua esistenza.

L’introduzione di Rita Trinchieri pone in evidenza la prima legge del 1996 che riconosce la violenza sessuale come reato contro la persona.

La prefazione di Laura Tussi e la postfazione di Fabrizio Cracolici denunciano l’atto della violenza sessuale tra le mura domestiche.

Le illustrazioni di Giulio Peranzoni, Mauro Biani e Francesca Quintilio rappresentano, in una cornice di verità narrativa, la sconcertante realtà. Inoltre conclude il racconto, il parere dell’esperta, la psicologa Mizar Specchio

 

La violenza non è il mio destino, Mimesis Edizioni

 

Prefazione di Laura Tussi

 

“Tiziana Di Ruscio, bambina, ragazza e adesso donna e madre.

La sua storia di vita, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.

È un susseguirsi di eventi di violenza sia psicologica sia fisica sia sessuale che accomuna molte donne nel mondo e nella storia dell’umanità.

Donne che diventano succubi del potere e della violenza perpetrati dal sistema patriarcale, maschilista, misogino.

La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996 dopo anni di lotte nell’ambito della tutela delle donne, come riporta nella sua introduzione l’amica Rita Trinchieri.

Rita, in stretta collaborazione con Tiziana, ha fondato l’associazione contro la violenza di genere “Il nastro rosa” e insieme con la ferma testimonianza, la forza della verità, la legge dell’amore propongono questa terribile narrazione, che rasenta l’inverosimile, in varie scuole per sviscerare e raccontare l’accaduto, senza preamboli, pudori, reticenze anche alle nuove generazioni.

Il titolo del libro è “La violenza non è il mio destino” .

Un titolo fortemente vissuto dall’autrice che subisce la violenza come un “baratro” esistenziale, un annientamento della vita, un annullamento della sua dignità e identità di donna.

Tiziana vive un nuovo “destino” una rinascita, dopo aver preso la sua vita in mano, dopo essersi riappropriata di se stessa, in seguito alla denuncia alle autorità e, scrivendo questo suo libro, denuncia i misfatti di violenza sessuale e fisica perpetrati e subiti da parte del marito. ‘Violenza’ e ‘Destino’ sono i due vissuti, i due archetipi ambivalenti e nettamente contrastanti che Tiziana descrive molto bene in questo racconto autobiografico…”

 

Postfazione di Fabrizio Cracolici

 

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Costituzione Italiana Art. 3

 

Ma che società è questa?

Una società da sempre basata sulla forza maschile e la sottomissione femminile.

L’uomo va alla guerra, la donna cresce figli per mandarli alla guerra.

Così è sempre stato e il sistema patriarcale non intende in nessun modo cambiare.

Leggi importanti sono state scritte a tutela della donna, ma il problema di fondo rimane, perché sono leggi troppo spesso pensate per cambiare tutto senza cambiare niente.

Prendiamo ad esempio le famose quote rosa. Stabilire per legge un minimo sindacale di rappresentanza femminile significa che comunque la quota maschile rimane predominante ma con la connotazione del politicamente corretto.

Ancora oggi esistono palesi disuguaglianze per esempio sul posto di lavoro, mansioni manuali e sottopagate alle donne e ruoli di responsabilità lautamente remunerati a uomini.

Che fare?

Come mutare radicalmente questo stato di cose?

È qui che tutti noi, assieme dobbiamo lavorare per costruire un tessuto sociale sano, capace di ripensarsi, una società equa, dove donna e uomo possano assieme sradicare completamente quel patriarcalismo e maschilismo che da troppo tempo è alla base di regole più o meno scritte che devono cambiare.

Tiziana, oltre ad aver avuto il coraggio di denunciare l’orrore che ha subito, senza romanzarlo, nella sua narrazione trasmette un grande insegnamento di vita: tenacemente bisogna riappropriarsi di ciò che naturalmente dovrebbe essere un diritto, il diritto alla felicità…” continua.

Note: La violenza non è il mio destino intervista su “Il posto delle parole”
https://ilpostodelleparole.it/libri/tiziana-di-ruscio-la-violenza-non-e-il-mio-destino/

Parole chiave: educazionenonviolenzapacediritti umanieducazione alla pacedonnadonnelibrolibri

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Maria Montessori: educazione e pace

Negli ultimi decenni molte discipline, dalla fisica alla sociologia, della pedagogia alla storia e alla psicanalisi si sono occupate di temi legati alla cultura della pace.

Tuttavia l’indagine storiografica ha ignorato interi filoni del pensiero pacifista e personaggi che si sono impegnata a lungo in favore della pace.

L’impegno per la pace, così come altre tematiche maturate all’interno dell’esperienza emancipazionista assume quasi sempre una connotazione pedagogica legata all’elaborazione di modelli culturali alternativi a quelli tradizionali.

Il rapporto tra educazione e pace è oggetto di trattazioni più specifiche come le riflessioni di Maria Montessori, una delle figure più significative del movimento Pacifista e emancipazionista italiano, laureata in medicina nel 1896 e nota soprattutto per la sua attività teorica e pratica di pedagogista.

E è proprio in quest’ambito che Maria Montessori dedica un’attenzione costante al tema della pace come momento centrale della formazione culturale delle nuove generazioni.

Nel definire la guerra come una malattia della vita morale dell’uomo, Maria Montessori denuncia i pericoli impliciti in ogni nazionalismo e pensa alla formazione di un uomo nuovo che possa essere considerato cittadino di un’umanità senza confini e guerre e conflitti armati. Pur non entrando nel merito di una valutazione complessiva della sua opera educativa, che presenta aspetti di notevole complessità, è interessante osservare che proprio il suo interesse pacifista costituisce una delle cause principali della sua emarginazione durante gli anni del regime fascista.

I suoi ideali si scontrano in quel periodo con il modello educativo dominante, fondato su una concezione pedagogica autoritaria, nazionalistica, maschilista e misogina. Basti pensare all’indottrinamento dei disvalori fascisti della gioventù balilla.

Il contributo di Maria Montessori rappresenta un elemento di congiunzione, nella discontinuità degli eventi, tra l’esperienza emancipazionista di fine secolo e i primi decenni del Novecento, travagliati da due conflitti mondiali.

Sono gli anni in cui il tema della pace assume connotazioni umanamente e politicamente drammatiche.

Proprio in questo contesto, Maria Montessori ne sottolinea provocatoriamente la dimensione culturale più profonda, che va oltre l’emergenza politica e che si lega a una più ampia prospettiva ideale di superamento di ogni oppressione materiale morale.

Nello scritto La Pace e l’educazione, pubblicato a Ginevra nel 1932, essa afferma, anticipando elaborazioni presenti nel pacifismo attuale, che la pace non è solamente assenza di guerra, ma, al contrario, è l’avvio di una nuova concezione dello sviluppo umano e sociale. Per Pace si intende generalmente la fine della guerra.

Ma questo concetto, puramente negativo, non è quello della pace. La pace vera, al contrario, fa pensare al trionfo della giustizia e dell’amore fra gli uomini: rivela l’esistenza di un mondo migliore dove regna l’armonia.

L’impegno delle donne per la pace si ricollega a una loro significativa, sebbene conflittuale, partecipazione concreta alla vita politica. Questa esperienza è stata spesso trascurata dagli storici, quasi che temi importanti come quelli della pace e della guerra, partendo appunto dal mondo della politica, fossero privi di connotazioni sessiste e estranei alle donne, soggetti spesso confinati, fino a poco tempo fa, anche dalla storiografia, nella parte tematica del privato. Maria Montessori fu dapprima vezzeggiata dal regime fascista, per la diffusione del suo metodo pedagogico e degli istituti e nelle scuole a esso ispirati. In seguito, quando il fascismo si rese conto del portato rivoluzionario del pensiero montessoriano, fu costretta all’esilio e continuò nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza all’intera umanità martoriata e in conflitto, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti.

Note: Bibliografia –

Laura Tussi, Educazione e pace, Mimesis 2012

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

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Donna: l’impegno pacifista

La donna emancipata e pacifista nella cultura dell’Ottocento

Donna: l’impegno pacifista

L’asprezza del misoginismo ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti. La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

Donna e pacifismo

Nella cultura dell’Ottocento, la rappresentazione ideale della figura femminile esprime un’attesa di salvezza dal sapore religioso che impregna la mentalità collettiva dell’epoca. La funzione pacificatrice della donna, motivo ricorrente nei manuali di allora, è spesso legata all’enfatizzazione di una naturale vocazione educativa e di una capacità di amore e di sacrificio carica di implicazioni morali.

L’attenzione sociale e culturale nei confronti della donna assume nell’Ottocento una dimensione molto ampia con un ricorso ad argomentazioni che esprimono un fine ideologico prima di allora inedito.

La vastità del fenomeno è documentata tra l’altro dalla varietà delle voci impegnate in una corale definizione dei caratteri della femminilità più autentica. La discussione sulla missione sociale della donna, tratta da una visione piena di pregiudizi della sua natura biologica, coinvolge infatti, intellettuali di diverso orientamento, cattolici, laici, atei impegnati in svariati settori della vita culturale, educatori, pedagogisti, politici, teologi, letterati, medici e antropologi. Pestalozzi, Tommaseo, Mazzini, Lombroso, Mantegazza e tanti altri si sono cimentati in una elaborazione implicitamente prescrittiva delle caratteristiche culturali morali proprie del genere femminile. La scoperta sociale, maturata in quegli anni pur tra molte contraddizioni e zone d’ombra, sul valore dell’infanzia implica di per sé una maggiore attenzione al ruolo della madre educatrice, ma non basta solo a spiegare l’intensità di un’operazione pedagogica e culturale che, esaltando le qualità morali della donna, ne sancisce l’esclusione da una partecipazione attiva alla vita sociale.

Secondo il senso comune allora dominante, la donna, confinata non solo simbolicamente alla cerchia delle mura domestiche, deve svolgere una funzione di custode della moralità collettiva: è una dimensione che va oltre gli stretti confini della sfera familiare e che investe i destini dell’intera umanità.

In questo ambito la sua funzione pacificatrice rappresenta dunque un’estensione sociale di valori legati al ruolo materno.

Anche le professioni che generalmente vengono considerate più adatte alle donne ripropongono i valori del sacrificio, dell’assistenzialismo, della capacità di amore senza riserve.

Perfino il progresso e la pacifica convivenza fra gli uomini sembrano dipendere dalla generosità di questa educatrice virtuosa. Questo tipo di affermazioni è molto frequente nella vasta letteratura che tratta per tutto l’Ottocento il tema dell’educazione della donna.

Certamente non è casuale che l’esaltazione della bontà femminile venga predicata con toni sempre più accesi proprio negli ultimi decenni del secolo, quando una nuova mobilità sociale consentirà una diversa partecipazione delle donne al mondo del lavoro, degli studi e della politica.

La donna emancipata e pacifista diviene allora il bersaglio da colpire, l’emblema di disordine e della sregolatezza morale.

L’asprezza del misoginismo Ottocentesco si scontra con l’esperienza dei primi gruppi emancipazionisti e pacifisti al cui interno il maturare di un concreto impegno per la pace comporta innanzitutto per le donne impegnate nel movimento, un ribaltamento di quei valori che, proprio esaltando la funzione pacificatrice del genere femminile, ne contrasta una partecipazione reale agli eventi della società e della storia.

È impossibile scindere i motivi dell’impegno pacifista del movimento delle donne dai contenuti delle battaglie emancipazionistiche nella seconda metà dell’Ottocento. L’associazione internazionale delle Donne fondata a Berna nel 1866 è proprio la sezione femminile della Lega per la pace e la libertà che aveva come organo di stampa il Periodico Stati Uniti d’Europa.

Sussiste dunque un preciso legame fra le questioni della pace e le vicende dell’emancipazionismo femminile in Europa. Questo legame connesso anche con il contrastato rapporto con l’associazione internazionale dei lavoratori, mette in luce la specificità dell’interesse manifestato dalle donne del movimento per la pace nei confronti del pacifismo considerato spesso come un punto qualificante di un più vasto impegno verso una società egualitaria e non sessista.

Pace, giustizia e lotta contro l’oppressione femminile sono i temi che appaiono insieme negli scritti e nei discorsi ufficiali delle più impegnate emancipazioniste. Tuttavia la prima spinta psicologica a intervenire nelle questioni della pace e della guerra esprime anche motivazioni che possono apparire ambiguamente legate a una specificità femminile di tipo tradizionale in cui ciò che domina è ancora la preoccupazione materna. Ma i frequenti appelli in difesa degli uomini, mariti, figli, fidanzati, sottoposti al pericolo bellico e la lotta per la vita contro la morte non sono destinate a restare un richiamo solo emotivo e affettivo. Molte delle analisi di allora contengono considerazioni legate a motivi più esplicitamente politici e culturali.

Questa ideologia antifemminista e misogina è presente in modo particolare nel sapere scolastico, come risulta da un’analisi dei programmi dei libri di testo e dei modelli formativi destinati agli insegnanti a questi valori assai diffusi nel senso comune di allora. Anna Maria Mozzoni oppone una proposta culturale e politica coraggiosamente alternativa per sradicare lo stereotipo della cosiddetta missione della donna basata su un equivoco sociale scientifico.

In opposizione al clima risorgimentale Paola Shiff, una delle prime donne laureate nell’Italia post unitaria, definisce nel corso di una manifestazione pacifista tenutasi a Milano nel 1888, qualsiasi guerra “un avanzo di barbarie”.

Negli ultimi anni del secolo, l’interesse per i temi della pace trae un nuovo impulso dalle questioni sollevate dalla guerra d’Africa, che spinge il movimento di emancipazione delle donne insieme ad altri gruppi politici a una forma alta di mobilitazione per la pace.

Sono numerose le leghe femminili per la pace impegnate in questa campagna. Ne parla Franca Pieroni Bortolotti nei suoi scritti sull’emancipazionismo.

Le leghe femminili organizzano soprattutto nel nord molte manifestazioni popolari contro la guerra coloniale, tentando anche di impedire la partenza dei soldati.

La società per la donna si impegna a Roma in alcune iniziative pacifiste e anticoloniali di cui dà notizia la rivista La vita femminile.

Note: Bibliografia –

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Genève, Bureau International d’éducation, 1932

Anna Maria Mozzoni, La liberazione della donna, a cura di F. Pieroni Bortolotti, Mazzotta, Milano.

Franca Pieroni Bortolotti, La donna, la pace, l’Europa, Franco Angeli, Milano

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Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Razzismo, ecologia e pace insieme, “L’educazione come arma della pace”

Rivista.eco – Dalla memoria alla terrestrità

Come una ricercatrice sui problemi educativi, lavorando con i Disarmisti esigenti, è pervenuta, partendo dalla “Pedagogia della Resistenza”, ad affrontare i temi intrecciati del razzismo, dell’ecologia e della pace. Educazione alla pace e educazione ecologica sono intrecciate e interdipendenti

Maria Montessori "Educazione come arma della Pace" su Rivista.eco - organo ufficiale della rete mondiale di educazione all'ambiente diretta dal Professor Mario Salomone

In collaborazione con lo storico Fabrizio Cracolici, ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia) e Alfonso Navarra, portavoce dell’associazione Disarmisti Esigenti oggi, ciascuno con le sue competenze, siamo pervenuti a trattare di Pedagogia della Resistenza e Educazione alla Terrestrità, di formazione e educazione.

In questo ambito, nei nostri libri e nelle nostre pubblicazioni, proponiamo un nuovo percorso di accompagnamento alla formazione e allo sviluppo della conoscenza dei diritti civili e dei diritti inalienabili della persona. La pace con la natura è condizione della giustizia sociale e educazione alla pace e educazione ecologica sono, nella nostra visione, intrecciate e interdipendenti.

Dobbiamo considerare il mondo umano come parte integrante del mondo naturale e una riconciliazione solo tra esseri umani, che prescinda dal ripristino di un rapporto armonico con gli equilibri ecologici, non ha basi per avanzare.

Una pedagogia del futuro, ripartendo dalla scuola

La nostra è una pedagogia del futuro collegata alla nuova cultura della pace del XXI secolo per la quale ricerchiamo, lavoriamo, sperimentiamo.

Insomma, un percorso di sviluppo della democrazia, della cittadinanza attiva, della partecipazione. Per educare all’antifascismo, all’antirazzismo e alla nonviolenza, secondo il monito di Stéphane Hessel, il partigiano autore di “Indignatevi!”,  (“Indignatevi!” è il libro denuncia scritto da Hessel,  partigiano, novantatreenne, sui mali della nostra epoca)

occorre ripartire proprio dall’istituzione scuola. Noi non troviamo altra soluzione, perché la scuola, ancora prima della famiglia, rispecchia il pluralismo e la diversità impliciti nella società.

Pluralismo e diversità che si vengono a manifestare nel processo educativo: nel percorso didattico si scoprono le caratterialità, le criticità, le implicite diversità, le esigenze del singolo studente che mutua e assimila varie istanze e diverse forme di contenuto dal nucleo familiare di origine.

Le leggi razziali nazifasciste del 1938

La scuola, tra l’altro, in un passato che non dobbiamo dimenticare e archiviare, ha subito la discriminazione e l’intolleranza: basti pensare alle leggi razziali nazifasciste del 1938. E la scuola, pur con diversa entità ed intensità, continua ancora a discriminare e a prendere provvedimenti contro i più deboli. Anche il finanziamento pubblico alle scuole private è una forma di discriminazione. La riduzione degli insegnanti di sostegno ai bambini diversamente abili, la negazione della mensa ai meno abbienti sono forme di discriminazione.

I quesiti sono sempre aperti perché auspichiamo una scuola che si apra sempre più alle differenze, agli altri, e non solo da parte degli studenti, ma anche da parte degli insegnanti. Anche il mondo adulto viene messo in discussione nell’ambito e nell’ambiente scuola. Quindi una scuola più aperta. Una scuola che si apra alle implicite esigenze di ciascuno, ai caratteri di cui ognuno è portatore, alle difficoltà implicite che ciascuno presenta. È necessario costruire una scuola senza discriminazione, dove l’altro sia considerato depositario di un’autentica ricchezza da risocializzare e ripartecipare, una ricchezza da condividere nella convivenza del quotidiano secondo un impegno di responsabilità e di indignazione contro tutte le discriminazioni, contro l’intolleranza, il non rispetto e la violazione dei diritti umani.

Una nuova ricchezza sociale partecipativa che vada a incrementare un discorso di civiltà a misura di persona, per una comunità, per un assetto sociale e civile aperto alle differenze, alle divergenze, anche al conflitto, come sostiene il nostro amico Daniele Novara, direttore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti. Infatti, il conflitto è implicito nell’educazione. Noi parliamo di nonviolenza, ma con questo concetto non intendiamo un’idea di passività, di remissività, di rassegnazione, di debolezza, di lassismo, di incoerenza, di menefreghismo; intendiamo nonviolenza, in senso stretto, come cooperazione, interdipendenza, interconnessione su quelli che sono i diritti umani.

Le strumentalizzazioni di Mussolini

È quello che già sosteneva la grande pedagogista, Maria Montessori, che fu perseguitata dal fascismo. Mentre in tutt’Italia, in Europa e nel mondo divampava la violenza del secondo conflitto mondiale, la Montessori portava nei suoi convegni messaggi di speranza e di pace per l’intera umanità, a partire dall’infanzia. Inizialmente fu vezzeggiata dal fascismo, perché Mussolini voleva strumentalizzare le sue scuole, ma l’impostazione di pensiero di Maria Montessori contrastava nettamente con l’ideologia fascista e l’indottrinamento del regime; basti pensare ai principi di istruzione su cui si fondavano i dettami fascisti per indottrinare la Gioventù Balilla, basati sull’individualismo, sulla competitività ad oltranza, sul disprezzo, sull’aggressività nei confronti dell’altro.

Disvalori fascisti che, anche secondo Stéphane Hessel, sono attualmente veicolati dai mezzi di comunicazione di massa: come la cultura dell’oblio, il consumismo sempre più esasperato, estetizzante e individualistico, la competizione di tutti contro tutti; in sostanza il pensiero unico, capitalista e neoliberista.

Tornando al concetto di nonviolenza, Maria Montessori ne era promotrice, e il suo celebre motto “L’educazione come arma della pace” è un importante ossimoro per sostenere che tutto si gioca a partire dall’educazione, a partire dalla scuola, per creare contesti di socialità e di solidarietà, per andare oltre le dittature, i totalitarismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, proprio per costruire ambienti di pace nel quotidiano.

Il bambino è portatore di pace già nel suo contesto quotidiano, a livello microsociale: e questa è una leva per arrivare, in ultima analisi, a un livello di costruzione della pace universale e globale.

Note: Rivista.eco, organo ufficiale della rete mondiale di educazione all’ambiente, diretta dal Professor Mario Salomone:
https://rivistaeco.it/dalla-memoria-alla-terrestrita-razzismo-ecologia-e-pace-insieme-leducazione-come-arma-della-pace/

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Donne che diventano succubi del potere e della violenza perpetrati dal sistema patriarcale, maschilista, misogino.

La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996 dopo anni di lotte nell’ambito della tutela delle donne, come riporta nella sua introduzione l’amica Rita Trinchieri.

Rita Trinchieri, in stretta collaborazione con Tiziana, ha fondato l’associazione contro la violenza di genere “Il nastro rosa” e insieme con la ferma testimonianza, la forza della verità, la legge dell’amore propongono questa terribile narrazione, che rasenta l’inverosimile, in varie scuole per sviscerare e raccontare l’accaduto, senza preamboli, pudori, reticenze anche alle nuove generazioni.

Il titolo del libro è “La violenza non è il mio destino” .

Un titolo fortemente vissuto dall’autrice che subisce la violenza come un “baratro” esistenziale, un annientamento della vita, un annullamento della sua dignità e identità di donna.

Tiziana vive un nuovo “destino” una rinascita, dopo aver preso la sua vita in mano, dopo essersi riappropriata di se stessa, in seguito alla denuncia alle autorità e, scrivendo questo suo libro, denuncia i misfatti di violenza sessuale e fisica perpetrati e subiti da parte del marito. ‘Violenza’ e ‘Destino’ sono i due vissuti, i due archetipi ambivalenti e nettamente contrastanti che Tiziana descrive molto bene in questo racconto autobiografico.

La storia di Tiziana è da lei descritta in modalità narrative crude e dirette perchè “la violenza non deve essere romanzata”, la violenza non va edulcorata con parole che potrebbero renderla più accettabile e giustificabile: la violenza deve essere solo e esclusivamente denunciata.

Un grido di dolore scaturisce da queste pagine che comunque lasciano, alla fine, trapelare un nuovo “destino”, un cambio di rotta, una speranza nel futuro. Un futuro di pace e nonviolenza, all’interno della famiglia con i suoi figli, nel rapporto con le persone, con gli amici, con tutti coloro che possono aiutare Tiziana a uscire dal baratro della violenza.

Da queste pagine trapela un senso profondo di fiducia nel futuro, nel destino, nell’intima bontà dell’essere umano, per apportare un significativo contributo di pace, nonviolenza e serenità che dovrebbero prendere spazio nel nostro tessuto sociale, nel mondo, a partire dalla famiglia, che spesso, al contrario si trasforma in una gabbia, in una prigione psicologica dove vengono perpetrate violenze di ogni tipo, a partire dalla violenza sessuale.

Tiziana ha vissuto gli anni che dovevano essere i più belli e spensierati della sua esistenza, la sua età giovanile, sotto tortura, sotto minaccia, concependo ben tre figli che sono diventati per lei il frutto positivo di una nuova vita, di una bella speranza in un futuro di rinascita.

Un destino senza violenza: perchè, come sostiene l’autrice “La violenza non è il mio destino” e non deve essere nemmeno il passato, il presente e il futuro per tutte le donne che sono i pilastri della nostra martoriata umanità.

Tiziana dopo vent’anni di soprusi psicologici e violenze fisiche e sessuali prende coraggio e riesce a denunciare e in seguito a testimoniare anche attraverso la scrittura che diventa per lei un atto liberatorio, un’azione di libertà. Tiziana ha scritto questo libro. Il suo libro. Una vera liberazione.

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Bruco Blu: una favola contro ogni violenza

Recensione alla favola di Tiziana Di Ruscio

Bruco blu: una favola contro la violenza

L’autrice è sopravvissuta al femminicidio e in questa favola racconta una storia semplice ma didascalica per trasmettere alle nuove generazioni un messaggio contro la violenza in tutte le sue forme

 

Favola di Tiziana Di Ruscio. Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici. Masciulli Edizioni

 

Bruco blu coltiva il sogno di creare una bellissima famiglia, ma improvvisamente precipita in un baratro oscuro a causa del camaleonte dai toni cupi.

Il camaleonte impedisce alle ali di bruco blu di spuntare. Il camaleonte impedisce a bruco blu di spiccare il volo verso la libertà con i suoi tre figlioletti.

Quella narrata da Tiziana Di Ruscio è una semplice, ma didascalica favola per bambini.

Certo è una favola, ma non una favoletta.

Una narrazione essenziale, ma efficace che contiene altissimi e nobili messaggi da tramandare e trasmettere alle nuove generazioni contro la violenza in tutte le sue forme.

Inclusa la violenza esercitata dagli esseri umani sulla Natura. E non a caso nelle favole per bambini i protagonisti sono per lo più animali, a testimonianza del fatto che la condizione infantile sente spontaneamente la vicinanza e l’affinità con gli altri esseri viventi, che poi l’educazione ad un certo tipo di civiltà tecnologica porta a perdere persino come percezione elementare.

Bruco è blu perché soffocato tra le mura domestiche, un’autentica prigione, a causa del colore prevalente del camaleonte che incute terrore e perpetra violenza. Ma bruco blu non serba alcun rancore. Non trasmette odio ai figlioletti. Vuole che anche il camaleonte si riscatti dal grigiore e dal blu della sua condizione. Bruco blu semplicemente un giorno, con i suoi tre piccoli, riesce a fuggire nel bosco.

Incontra un grande albero e uno scoiattolo che indicano una nuova casa, un alloggio per la famiglia.

Una nuova famiglia che in realtà è portatrice dei colori dell’arcobaleno.

I colori della pace. Le tinte vivaci della vita che colorano un mondo senza violenza, senza odio, senza guerre, senza rancore. Dove bisogna impedire al più forte di imporre la propria forza, prepotenza e supremazia contro gli ultimi, i più fragili, contro tutti coloro che sono costretti e imprigionati tra grigie mura domestiche.

Nelle case dell’orrore.

Che si trasformano in prigioni per le vittime.

Questo è l’alto messaggio di Tiziana Di Ruscio, che nella favola riesce a svincolarsi dal camaleonte, ossia dai colori spenti, grigi, lugubri della violenza e di tutto ciò che essa comporta per l’intera umanità martoriata.

La favola di Tiziana Di Ruscio rappresenta un alto messaggio di pace e nonviolenza, che va oltre la retorica e le banalità, per estendersi  a ogni tipo di violenza nel quotidiano di cui è impregnato questo nostro mondo di guerre e questa nostra umanità martoriata di cui la donna è sempre succube ed è la prima vittima nei conflitti armati e non solo. In tutte le guerre, lo stupro è sempre utilizzato come arma micidiale, letale contro il nemico.

Il costo della brutalità militarista imposta dall’uomo forte, dal maschio, dal dittatore di turno è sempre scontato dal genere femminile, dall’infanzia alle categorie più fragili dell’umanità intera.

E non dimentichiamo i più deboli tra i deboli: i nostri fratelli animali e le nostre sorelle piante. Dobbiamo rispettarli non solo nei racconti per i più piccoli.

L’arcobaleno delle ali di una farfalla che bambina e donna trasformerà l’umanità in una grande e unica famiglia di pace e nonviolenza: perché questo è il grande messaggio, il nobile monito di Tiziana, che sorvola, con le ali di farfalla città e paesi e nazioni, in un autentico e sentito messaggio internazionale e mondiale per la pace tra genti, popoli, minoranze. Un mondo senza discriminazioni, senza guerre, senza violenze: questo è il nostro sogno.

Perché tutti noi abbiamo un sogno.

E anche se il cammino della nonviolenza è in salita, è impervio e pieno di ostacoli e conflitti di ogni sorta, noi attivisti e testimoni di pace apriremo le nostre case con i colori dell’arcobaleno a bruco blu perché sempre possa, ogni volta, trasformarsi in farfalla, nel suo destino di riscatto e liberazione.

Tiziana è sopravvissuta al femminicidio. È testimone di Pace insieme a tutti noi amici della nonviolenza.

È ora di dire basta al militarismo, al riarmo, alla corsa agli armamenti, a tutte le guerre e le violenze sempre perpetrate dall’ideologia patriarcale, misogina e maschilista: fondamentalmente antiumana ed ecocida.

Dobbiamo dispiegare le nostre ali arcobaleno e coinvolgere l’umanità intera per mettere pace tra i potenti della terra, per porre fine a genocidi, massacri, femminicidi, a tutte le guerre: alla violenza in tutte le sue forme. Perché l’essere umano e la donna, in particolare, in tutte le parti del mondo si impegnino per questo nobile e supremo ideale: la pace.

Note: Il libro è Edito da Masciulli e lo potete prenotare a questo indirizzo:
https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/bruco-blu/?fbclid=IwAR2Afqg0f6tEgPci1DnVZUrNmW5xTWoAjHvzhivnK3z3Tvc6w22IRFv-kq0

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La storia di vita di Tiziana Di Ruscio, vittima di violenza, sopravvissuta al femminicidio, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.
Libro in tutte le librerie dal 4 Marzo 2021

La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996

La violenza non è il mio destino

La storia di vita di Tiziana Di Ruscio, vittima di violenza, sopravvissuta al femminicidio, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.

Libro in tutte le librerie dal 4 Marzo 2021

 

Libro di Tiziana Di Ruscio. Introduzione di Rita Trinchieri. Prefazione di Laura Tussi. Contributo di Mizar Specchio. Illustrazioni di Mauro Biani, Giulio Peranzoni, Francesca Quintilio. Postfazione di Fabrizio Cracolici.

Mimesis Edizioni

Prefazione al Libro “La violenza non è il mio destino”, Mimesis Edizioni

 

Tiziana Di Ruscio, bambina, ragazza e adesso donna e madre.

La sua storia di vita, narrata in questo libro di drammatica verità, rasenta però l’incredibile e l’indicibile.

È un susseguirsi di eventi di violenza sia psicologica sia fisica sia sessuale che accomuna molte donne nel mondo e nella storia dell’umanità.

Donne che diventano succubi del potere e della violenza perpetrati dal sistema patriarcale, maschilista, misogino.

La prima legge innovativa sulla violenza sessuale è la numero 66 del febbraio 1996 dopo anni di lotte nell’ambito della tutela delle donne, come riporta nella sua introduzione l’amica Rita Trinchieri.

Rita Trinchieri, in stretta collaborazione con Tiziana, ha fondato l’associazione contro la violenza di genere “Il nastro rosa” e insieme con la ferma testimonianza, la forza della verità, la legge dell’amore propongono questa terribile narrazione, che rasenta l’inverosimile, in varie scuole per sviscerare e raccontare l’accaduto, senza preamboli, pudori, reticenze anche alle nuove generazioni.

Il titolo del libro è “La violenza non è il mio destino” .

La violenza non è il mio destino - Libro di Tiziana Di Ruscio

Un titolo fortemente vissuto dall’autrice che subisce la violenza come un “baratro” esistenziale, un annientamento della vita, un annullamento della sua dignità e identità di donna.

Tiziana vive un nuovo “destino” una rinascita, dopo aver preso la sua vita in mano, dopo essersi riappropriata di se stessa, in seguito alla denuncia alle autorità e, scrivendo questo suo libro, denuncia i misfatti di violenza sessuale e fisica perpetrati e subiti da parte del marito. ‘Violenza’ e ‘Destino’ sono i due vissuti, i due archetipi ambivalenti e nettamente contrastanti che Tiziana descrive molto bene in questo racconto autobiografico.

La storia di Tiziana è da lei descritta in modalità narrative crude e dirette perchè “la violenza non deve essere romanzata”, la violenza non va edulcorata con parole che potrebbero renderla più accettabile e giustificabile: la violenza deve essere solo e esclusivamente denunciata.

Un grido di dolore scaturisce da queste pagine che comunque lasciano, alla fine, trapelare un nuovo “destino”, un cambio di rotta, una speranza nel futuro. Un futuro di pace e nonviolenza, all’interno della famiglia con i suoi figli, nel rapporto con le persone, con gli amici, con tutti coloro che possono aiutare Tiziana a uscire dal baratro della violenza.

Da queste pagine trapela un senso profondo di fiducia nel futuro, nel destino, nell’intima bontà dell’essere umano, per apportare un significativo contributo di pace, nonviolenza e serenità che dovrebbero prendere spazio nel nostro tessuto sociale, nel mondo, a partire dalla famiglia, che spesso, al contrario si trasforma in una gabbia, in una prigione psicologica dove vengono perpetrate violenze di ogni tipo, a partire dalla violenza sessuale.

Tiziana ha vissuto gli anni che dovevano essere i più belli e spensierati della sua esistenza, la sua età giovanile, sotto tortura, sotto minaccia, concependo ben tre figli che sono diventati per lei il frutto positivo di una nuova vita, di una bella speranza in un futuro di rinascita.

Un destino senza violenza: perchè, come sostiene l’autrice “La violenza non è il mio destino” e non deve essere nemmeno il passato, il presente e il futuro per tutte le donne che sono i pilastri della nostra martoriata umanità.

Tiziana dopo vent’anni di soprusi psicologici e violenze fisiche e sessuali prende coraggio e riesce a denunciare e in seguito a testimoniare anche attraverso la scrittura che diventa per lei un atto liberatorio, un’azione di libertà. Tiziana ha scritto questo libro. Il suo libro. Una vera liberazione.

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Scuola. Il viaggio senza fine

Esperienze di educazione alla pace

Scuola. Il viaggio senza fine

A scuola è necessario imparare a riconoscere e gestire anche la parte emotiva dell’apprendimento: stati d’animo, insicurezza, esigenza di supporto da parte dell’adulto, sofferenza psichica, disagio emotivo.

Universo Scuola

Questo mio contributo è incentrato su una potenziale esperienza di elaborazione di un curricolo relativo alla cittadinanza attiva e globale di educazione alla pace a partire da ogni singola persona nella scuola: dal dirigente scolastico all’insegnante, dal collaboratore scolastico all’educatore. Come punto di partenza pongo questa domanda: quale cittadino la scuola ha il compito di contribuire a formare?

Il cittadino che ci siamo immaginati è una persona criticamente capace di autonomia e partecipazione e condivide questi valori: solidarietà, cooperazione, comprensione dell’altro da sé, assunzione di responsabilità, impegno, conoscenza, rispetto, libertà, consapevolezza dei propri diritti e doveri.

La domanda successiva: per questo cittadino quale scuola? Sicuramente una scuola capace di promuovere educazione e non solo istruzione e tener presente il curricolo informale per poi realizzare percorsi che permettano di agire i diritti e i doveri del proprio contesto.

La cittadinanza attiva è pensata come formazione integrale della persona che riveste diverse dimensioni, quella cognitiva, affettiva, emotiva, psicologica, esperienziale e che va oltre il tempo-scuola e si caratterizza come il primo stadio di un’educazione permanente che coinvolge anche l’educazione alla pace e la gestione del proprio sé emotivo e psichico.

Per evitare però di allargare l’alone semantico alla parola cittadinanza, togliendole ogni significato specifico, ho individuato nell’idea di appartenenza il filo conduttore che attraversa e attribuisce senso a tutto il curricolo elaborato; intendendo con appartenenza la comprensione della propria identità plurima non al fine di escludere, ma di comprendere caratteristiche, somiglianze e differenze realizzando l’incontro e il confronto con l’altro, l’affetto e l’amore per l’altro da sé, in un’ottica di educazione alla pace.

Un gruppo di persone, sempre più numeroso, potrebbe condividere e approfondire un progetto di scuola definendo programmazioni e realizzando azioni educative in cui l’idea di scuola elaborata cominci a tradursi concretamente in didattica per la pace, pedagogia nonviolenta, riconoscimento delle proprie e altrui vulnerabilità emotive e accompagnamento di sé e degli altri nella comprensione delle proprie difficoltà.

Numerosi percorsi possono essere elaborati relativi a temi socialmente rilevanti come acqua, raccolta differenziata, energia, disarmo per citarne alcuni e la partecipazione a progetti tra i quali il più significativo è senz’altro un corso di educazione alla cittadinanza attiva e globale e alla pace fuori e dentro di noi.

Ma oltre ai singoli percorsi didattici, si potrebbe introdurre negli istituti una struttura rappresentativa simile ad un “parlamentino”, un’assemblea rappresentativa degli studenti che dovrebbe avere lo scopo di abituare i ragazzi ad avanzare proposte su temi che li riguardano: argomentare, operare delle scelte, rispettare i punti di vista diversi, relazionarsi con gli altri, sia in concordanza, sia in contrasto di opinioni, sviluppare capacità di confronto, fare esercizio di responsabilità, apprezzare il valore della democrazia attraverso la pratica diretta. Questo potrebbe essere un modo di dare concretezza all’articolo 12 della convenzione dei diritti dell’infanzia e alla dichiarazione dei diritti umani del 1948.

Noto che a livello di istituti scolastici si stia diffondendo la consapevolezza che sono molto importanti i gesti, gli atteggiamenti, le parole utilizzate dagli insegnanti, l’esempio etico e avulso da meschinità competitive anche tra colleghi, la capacità empatica di comprensione che non devono contraddire i principi, i valori dei percorsi didattici affrontati e dei processi formativi. Inoltre sempre più consapevoli che un aspetto fondamentale del lavoro dell’insegnante è l’ascolto, la comprensione, l’incoraggiamento del giovane, necessari per costruire l’attitudine dialogica e argomentativa con cui si affina l’esercizio della cittadinanza attiva e globale nel rispetto delle persone e delle loro potenzialità, delle loro esperienze di vita e dei loro vissuti.

Ma oltre agli aspetti positivi, non mancano comunque le difficoltà. Tra le più rilevanti sussiste sicuramente la difficoltà da parte degli insegnanti a strutturare percorsi e processi didattici e pedagogici in cui la parte attuata e praticata dagli studenti sia rilevante. Inoltre un possibile equivoco è quello di credere che si stia facendo educazione alla cittadinanza attiva, per il solo fatto di affrontare certe tematiche.

Se si affrontano i temi sopraindicati senza valori di riferimento e ideali autentici, condivisi, imprescindibili si sta semplicemente facendo una didattica multidisciplinare.

Nell’educazione alla cittadinanza attiva e globale, la dimensione valoriale è un aspetto costitutivo e irrinunciabile poiché rimanda a un’idea di cittadino, figlio di madre terra in senso evoluzionistico e scientifico e quindi di possibili trasformazioni, in positivo, del mondo, del pianeta, dell’umanità e quindi della società.

I valori non si possono però studiare sul libro di testo, devono essere vissuti, sperimentati, testimoniati e questo ci rimanda alle pratiche didattiche e alla gestione del gruppo classe, alla relazione docente e studente, a come si aiuta il giovane a costruire il proprio apprendimento, a come si riesce a essere inclusivi con i giovani e abituarli a agire grazie alle proprie capacità e potenzialità, senza pregiudizi nei loro confronti e mai ponendosi da ostacolo nei loro riguardi come adulti autoritari. Perché ci sia un protagonismo dei giovani nel processo di apprendimento, è necessaria un’organizzazione che consenta la creazione del lavoro per piccoli gruppi in cui l’insegnante si trova a rimodulare continuamente il proprio intervento poiché il feedback è continuo. Da tener presente il curricolo informale che è un’esigenza rilevante, ma sempre adeguatamente condivisa nella scuola, dove è necessario imparare a riconoscere e gestire anche la parte emotiva dell’apprendimento: stati d’animo, insicurezza, esigenza di supporto da parte dell’adulto, interscambio e aiuto tra pari e tra adulti preposti a dare il buon esempio, inteso come corollario di valori e ideali praticabili e condivisibili.

E questo ci porta a constatare inoltre che non è semplice effettuare verifiche e valutazioni quando si ha a che fare non solo con contenuti di carattere disciplinare e transdisciplinare, ma anche con atteggiamenti e emotività varie.

Da qui la necessità di intraprendere azioni che creino aggregazione rispetto all’idea di cittadinanza globale e consentano un continuo approfondimento e la ricerca di pratiche efficaci.

Tra le azioni realizzabili a breve termine sussiste l’organizzazione di incontri di autoformazione per cercare di condividere significati e per sperimentare azioni educative e didattiche.

Il viaggio-scuola è iniziato e il poterlo condividere con molte altre persone attraverso la rete online lo renderà sicuramente più produttivo ed emozionante.

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Intervista: la necessità di consumare meno

Esperienza didattica raccontata da una collega dell’Istituto Gramsci di Prato in Toscana

Intervista: la necessità di consumare meno

In questa dimensione, realmente interculturale, da anni si realizzano progetti anche di vasta portata che hanno come obiettivo l’educazione per la cittadinanza attiva e globale e per l’ambiente

Consumare meno

Esperienza didattica raccontata da una collega dell’Istituto Gramsci di Prato in Toscana

 

Sono rimasta molto entusiasta e colpita da un’esperienza didattica raccolta e che mi è stata raccontata da una collega di un istituto tecnico, l’Istituto Gramsci di Prato in Toscana.

Questa collega mi ha raccontato che il progetto a cui lei ha partecipato è stato realizzato in un istituto di istruzione superiore di Prato che comprende due indirizzi di studio tecnici e scientifici.

 

Marina, in quale contesto sociale e culturale si è svolto il progetto didattico sul consumo critico e la cittadinanza attiva e globale?

 

Prato è un capoluogo di provincia di antica tradizione artigianale industriale, incentrata principalmente sul settore tessile, attualmente in grave crisi a causa della concorrenza cinese che in quest’area ha stabilito una comunità tra le più numerose in Italia.

Nella scuola della collega la presenza degli alunni stranieri è molto elevata, in continua crescita e si concentra soprattutto nell’indirizzo commerciale, preferito soprattutto gli studenti cinesi.

In questa dimensione, realmente interculturale, da anni si realizzano progetti anche di vasta portata che hanno come obiettivo l’educazione per la cittadinanza attiva e globale nella coscienza che agli studenti debbano essere forniti strumenti di comprensione della crescente complessità di relazioni esistenti tra culture e sistemi economici delle diverse comunità sociali.

 

Il progetto di cui mi hai riferito e raccontato è finanziato con fondi destinati a progetti di educazione ambientale in seguito alla partecipazione a un bando di concorso provinciale. Quale è la sua motivazione?

 

Lo scopo dell’azione educativa è quella di promuovere percorsi di educazione alla cittadinanza attiva e consapevole, affrontando i temi dell’utilizzo razionale ed ecocompatibile delle risorse ambientali ed energetiche, con la prospettiva di stimolare la riflessione sui comportamenti di consumo individuali e di modificare le caratteristiche verso una maggiore sostenibilità ambientale.

 

Quali sono le metodologie applicate?

 

L’aspetto metodologico peculiare è stato lo spazio dedicato all’osservazione e al monitoraggio dei comportamenti personali e familiari, per consentire agli studenti di misurare il proprio impatto ambientale, diventando consapevoli dell’importanza dei comportamenti individuali e collettivi nella creazione e nella risoluzione dei problemi trattati.

Il progetto ha coinvolto le classi dell’indirizzo geometri in percorsi differenziati che avevano come denominatore comune le relazioni tra consumi di risorse e cambiamenti climatici.

 

Come è stato suddiviso il progetto per classi?

 

Alcune classi hanno affrontato il tema dei rifiuti, altre hanno affrontato il tema delle risorse idriche.

In seguito, un percorso incentrato principalmente sulle risorse energetiche in cui ancora hanno approfondito, dal punto di vista progettuale e impiantistico, le tematiche relative al risparmio energetico degli edifici residenziali e tutti i percorsi sono stati integrati con visite guidate a impianti di interesse specifico e esposizioni e manifestazioni sui temi affrontati.

 

Avete in proposito organizzato un viaggio di istruzione a Friburgo.

Tra questi temi, nell’ambito del viaggio di istruzione annuale delle classi, si fa riferimento in particolare al quartiere di Vauban di Friburgo in Brisgovia Germania, uno dei primi e meglio conosciuti esempi di progettazione ecosostenibile. Il percorso più complesso e interessante dal punto di vista metodologico per le osservazioni che hanno tratto gli studenti è stato senz’altro quello relativo i consumi. In una prima fase sono stati analizzate relazioni esistenti tra i consumi energetici mondiali, il problema del riscaldamento globale, poi sono state analizzate le relazioni tra stili di vita delle comunità e i consumi energetici. In seguito sono state individuate interconnessioni tra consumi di energia e consumi di risorse complessive: gli studenti hanno analizzato i propri stili di consumo calcolando, con una metodologia abbastanza complessa, la quantità di gas serra prodotta da ciascuno in ambito familiare attraverso l’uso di combustibili per trasporto, riscaldamento e la propria impronta ecologica.

Poi sono stati elaborati i dati raccolti e confrontati con la media locale e con quella nazionale che a loro volta sono stati confrontati con i dati internazionali.

 

Sono state approntate ricerche bibliografiche e è stato realizzato un lavoro multimediale.

 

Nella fase successiva, dopo aver preso atto grazie all’indagine precedente dei comportamenti che determinano il maggior spreco di risorse, sono stati individuati quelli che consentono di ridurre i consumi attraverso ricerche bibliografiche in rete.

Infine due classi coinvolte hanno prodotto un lavoro multimediale che illustra l’esperienza.

Dal punto di vista strettamente operativo, il progetto è stato portato a termine con modalità e tempi previsti.

 

Avete potuto fruire della visione del film di Al Gore “Una scomoda verità”. Quali risultati avete ottenuto?

 

L’aspetto più critico dell’azione educativa ha riguardato le modalità con cui è stato affrontato il problema dei cambiamenti climatici.

L’avvio vero e proprio del progetto è coinciso per tutte le classi con la proiezione del film “Una scomoda verità” di Al Gore che, sebbene preceduta da un adeguato lavoro di preparazione, ha provocato forti reazioni emotive anche di disdegno e di segno opposto. Alcuni hanno avuto una reazione di rifiuto totale del film. La maggioranza dei ragazzi ha dichiarato di essere rimasta molto colpita dal contenuto del documentario, ma l’effetto psicologico è stato, per molti, quello di sentirsi minacciati da un problema fuori dalla loro possibilità di controllo e pertanto semplicemente angoscioso. Una minoranza relativa ha reagito domandandosi positivamente quali azioni intraprendere per contrastare un problema di così vasta portata.

L’analisi del proprio impatto ambientale ha convinto i ragazzi del fatto che le soluzioni per ridurre lo spreco di risorse e risparmiare energia comportano una revisione profonda degli stili di consumo e di vita, ovviamente poco entusiasmante per una generazione cresciuta con i modelli televisivi e poco abituata alla sobrietà. Questo risultato in buona parte inaspettato ha portato a riflettere molto sull’importanza pedagogica del progetto.

 

E’ importante la dimensione pedagogica e emotiva del progetto?

 

Come accade a molti docenti di discipline tecniche soprattutto delle scuole superiori, nel corso degli anni sviluppano una metodologia di approccio alle materie che cerca di facilitare la comprensione dei contenuti specifici e rendere le lezioni interessanti, ma ci si preoccupa poco della dimensione emotiva degli studenti che sta al di fuori della relazione docente e classe.

E’ iniziato in seguito un momento sufficientemente ampio di libera riflessione che consente ai ragazzi di esprimere le proprie perplessità e angosce rispetto ai problemi trattati.

Inoltre con la visita al quartiere Vauban di Friburgo non sono mancanti robusti elementi di rinforzo che hanno fatto comprendere gli aspetti positivi e immediatamente fruibili di uno stile di vita improntato alla sobrietà e al rispetto dell’ambiente.

 

“Una scomoda verità” di Al Gore

https://www.youtube.com/watch?v=F1Qn-gueAgw

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La scuola come spazio di dialogo

Odissea, Blog diretto da Angelo Gaccione presenta:

La scuola come spazio di dialogo

Un viaggio di speranza nella scuola del dialogo con Odissea, blog di Angelo Gaccione, compagno di Carlo Cassola nell’attivismo pacifista

ODISSEA Blog diretto da Angelo Gaccione

La scuola come spazio di dialogo

Articolo di Laura Tussi

 

Pensare la scuola come uno spazio di dialogo presuppone un doppio cambiamento. Rompere con l’idea della scuola come spazio di divulgazione chiuso tra le proprie mura, per immaginarlo come un ambito di comunicazione e partecipazione. Questo implica due distinti procedimenti, ossia creare strutture e processi partecipativi che promuovano l’azione congiunta attraverso l’asse tra scuola, famiglia, comunità locale, ambiente sociale e costruire un curricolo più democratico e integrato in modo da rompere con la tradizionale classificazione tra apprendimento scolastico e apprendimento per la vita. Inoltre è necessario concepire la scuola e il suo sviluppo non solo come progetto tecnico, ma anche e soprattutto etico. Qui la scuola, l’educazione, devono essere contemplate come pratica morale, non in senso moralista naturalmente, ma soprattutto in qualità di etica e politica e non solo come strumento tecnico per accumulare conoscenze. Sono processi per nulla semplici e soprattutto nella scuola odierna purtroppo immersa in una società di pretese neoliberiste con risultati misurabili e palpabili: che puntano sul quantitativo e non sul qualitativo.

 

Gruppi dialogici: una pedagogia della reciprocità nello sviluppo della competenza linguistica e del senso civico. 

 

L’approccio comunicativo presuppone che gli studenti riescano ad apprendere al meglio e si interessino maggiormente nella misura in cui si vedono moltiplicate le possibilità di dialogare e di interagire con gli insegnanti, i compagni, gli adulti, secondo l’innovativa “pedagogia della reciprocità” di Bruner. Gli obiettivi generali di un progetto didattico e pedagogico consistono nel favorire un apprendimento dialogico cooperativo e solidale, sviluppare le capacità e le abilità e le attitudini comunicative necessarie per potenziare le competenze linguistiche, come ascoltare, parlare, leggere e scrivere.

Inoltre è necessario promuovere la collaborazione tra scuola e famiglia nell’apprendimento della lettura e della scrittura e rafforzare le capacità e le disposizioni di pensiero per formare cittadini propensi alla partecipazione democratica e alla cittadinanza attiva e globale, obiettivi promossi e prefissati da Agenda Onu 2030.

 

Apprendiamo a vivere e a convivere: un modello integrato e comunitario per lo sviluppo dell’apprendimento e della convivenza.

 

Noi insegnanti siamo preoccupati dalle problematiche quotidiane di convivenza. Alcuni di noi sono andati formandosi nell’ambito della competenza socio-emozionale e civica e allo stesso tempo mettondo in pratica gli apprendimenti con buoni risultati. Tutti i collegi docenti sono impegnati in un processo di pratica riflessiva.

Abbiamo identificato le difficoltà dei nostri studenti: difficoltà nel parlare e nel riflettere, nell’esprimere i propri sentimenti, nel comunicare, ad esempio quando discutono e non si ascoltano e assumono atteggiamenti distruttivi. E abbiamo elaborato un piano d’azione creando uno spazio e un tempo di incontro tra scuola e famiglia con l’obiettivo di poter riflettere insieme sulla educazione dei nostri giovani, nel tentativo di costruire i criteri educativi comuni affinché gli studenti possano avere riferimenti chiari con azioni concrete che abbiano promosso: creazione della commissione mista famiglia e scuola che anima le azioni di incontro e di analisi, riflessione e formazione attorno alle inquietudini comuni come le abitudini, il tempo libero, la televisione, l’adolescenza, il passaggio di scuola.

È strettamente necessaria la collaborazione delle famiglie alle attività curricolari e agli eventi, alla pianificazione e partecipazione alle giornate collettive dove studenti e genitori si trovano tutti a scuola. Infatti, la dimensione curriculare e il programma di competenza sociale ed emozionale aiuta a migliorare le relazioni. Gli studenti nella dimensione collettiva si sentono meglio e si denota un miglioramento scolastico: maggior capacità di ascolto, di autocontrollo, di dialogo, di partecipazione: in definitiva, la dimensione del collettivo li rende più responsabili per affrontare situazioni di vita quotidiana. La dimensione comunitaria consta nel processo di dialogo tra famiglia e scuola dove si percorre insieme un cammino di condivisione e si condividono analisi e riflessioni e ci si accorda su aspetti educativi di base, agendo in collaborazione. Stiamo costruendo un percorso insieme, con molto entusiasmo e con tanto lavoro, con chi non è immune da difficoltà e problemi, ma che è un cammino carico di speranze.

Su ODISSEA blog diretto da Angelo Gaccione: https://libertariam.blogspot.com/2020/12/la-scuola-come-spazio-di-dialogo.html

 

Angelo Gaccione su Rai Scuola: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/angelo-gaccione-carlo-cassola-e-il-disarmo/37791/default.aspx

Durante il Salone del Libro di Torino 2017 abbiamo incontrato lo scrittore Angelo Gaccione, con cui abbiamo parlato del suo ultimo libro Carlo Cassola e il disarmo – La letteratura non basta – Lettere a Gaccione 1977/1984, pubblicato da Tra Le Righe Libri.

Il libro di Angelo Gaccione raccoglie le lettere di Carlo Cassola, a lui scritte dal 1977 al 1984, grazie alle quali Gaccione ricostruisce tutto il percorso dello scrittore: la fondazione della Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia, l’impegno e la passione infuse in questa battaglia, ma anche le difficoltà e l’ostracismo intellettuale e politico di cui Cassola fu circondato proprio a causa di questo suo importante impegno per la pace. Ne emerge anche un prezioso ritratto umano dello scrittore, della sua indole garbata e generosa, raccontata da uno degli amici più cari che fu anche suo compagno nella campagna pacifista, oggi più che mai attuale.

Angelo Gaccione, nato a Cosenza, è scrittore, drammaturgo, saggista e poeta. Fra i suoi libri più noti ricordiamo: La Porta del Sangue, Ostaggi a teatro, Tradimenti, Single, Il sigaro in bocca, Manhattan, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale – Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); Lettere ad Azzurra, L’incendio di Roccabruna e la raccolta di racconti La Striscia di cuoio. Alla città di Milano ha dedicato quattro libri, Milano, la città e la memoria, La città narrata, Poeti per Milano, Milano in versi. Nel 2016 Gaccione ha curato insieme a Giorgio Colombo Intervista a Pasolini, un’intervista inedita a Pier Paolo Pasolini del 1961.

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/angelo-gaccione-carlo-cassola-e-il-disarmo/37791/default.aspx

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Cittadinanza internazionale

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Garantire una dimensione globale all’educazione alla cittadinanza: un approccio cooperativo all’apprendimento degli studenti all’interno di Agenda ONU 2030

Collegare culture

“Visioni positive di cittadinanza… hanno provato a trascendere il nazionalismo, a cercare l’unità nella nazione dell’umanità condivisa e a definire la cittadinanza come cittadinanza internazionale”

Albert Victor Kelly, Democracy and Education

 

La pedagogia adottata dalla scuola nella mia esperienza presso l’Istituto comprensivo Prati – Rodari Desio (Monza e Brianza) nel suo curricolo, è fondata sull’approccio narrativo. Il progetto educazione alla cittadinanza attiva e globale con Agenda ONU 2030 propone l’utilizzo di personaggi fantastici per stimolare gli studenti a parlare delle loro esperienze e discutere su cosa sia accettabile e inaccettabile, su cosa sia giusto o sbagliato e a dare un nome alle sensazioni coinvolte. Quindi la scuola è veramente entusiasta di integrare la proposta del progetto di educazione alla cittadinanza con Agenda ONU 2030 la quale fornisce le strutture adatte a una pratica didattica innovativa e creativa fondata su molteplici storie di fantasia che permettono agli insegnanti di entrare nel merito delle questioni relative all’educazione per la cittadinanza globale con studenti di giovane età, calando tali questioni in situazioni di vita quotidiana.

La discussione sugli argomenti così trattati ha stimolato la riflessione e consentito agli studenti di riproporre soluzioni ai problemi individuati. Come insegnante laureata in lettere, con un forte interesse rispetto all’educazione globale, sono entusiasta di poter sfruttare i punti forti dell’educazione per la cittadinanza globale e quindi li ho utilizzati come punto di partenza per un mio personale approccio. A mio avviso l’esperienza e l’educazione per una cittadinanza attiva e globale sono in realtà un elemento importante dell’apprendimento adolescenziale.

Potenzialmente aggiungo una dimensione valoriale ad ogni materia insegnata, oltre a rappresentare un’opportunità per mettere in relazione l’insegnamento con il mondo reale e così trovarne un’applicazione tangibile. Come insegnante di lettere, impegnata nell’educazione allo sviluppo e poi educazione attiva e globale, credo sia importante fornire agli studenti una dimensione globale. Si è venuta quindi a creare una vera e propria sinergia fra la visione della scuola, il mio approccio e i background educativi e gli obiettivi dell’iniziativa gravitanti intorno a Agenda ONU 2030. Attraverso la struttura delle attività online, la scuola può esprimere la sua visione rispetto alla cittadinanza globale.

Noi crediamo che l’educazione globale sia tanto connessa alle relazioni all’interno della classe quanto lo è rispetto alle reali relazioni tra paesi.

L’educazione globale può adottare una metodologia che incoraggi la condivisione delle idee e la democrazia delle opinioni. Abbiamo pianificato l’attività rifacendoci a quanto espresso da Hicks ritenendo che l’educazione alla cittadinanza attiva e globale con Agenda ONU 2030, vista secondo la prospettiva dell’educazione globale, risulti inscindibile da tutto ciò che riteniamo essere lo scopo dell’educazione in sé, ossia educare e creare le condizioni di sopravvivenza, sicurezza e benessere per tutti.

Il disimparare, il reimparare, il nuovo apprendimento sono l’essenza di questa sfida.

Sterling concentra il suo ragionamento sull’imparare per trasformare, evidenziando che affinché un cambiamento avvenga, esso debba essere fondamentale a livello personale per poter poi risultare utile a un cambiamento sociale, ecologico ed economico. La pedagogia necessaria per una siffatta educazione è stata identificata dalla scuola nell’apprendimento attivo, nell’apprendimento per temi, nell’approfondimento fondato sulla ricerca e che utilizzi tecniche didattiche come giochi di ruolo, simulazioni e dibattiti.

E proprio questo è l’approccio pedagogico sulla cui base sono state sviluppate le attività presso la nostra scuola, sia nella sua globalità sia nei suoi singoli elementi. Per il processo di apprendimento dei partecipanti sono stati assunti quegli approcci tipici dell’educazione a affrontando tematiche controverse, secondo approcci pedagogici partecipativi interattivi che stimolano l’utilizzo di capacità particolari e che tengono conto dei diversi stili di apprendimento. La proposta del progetto è basata su concetti chiave come democrazia, partecipazione, azione e apprendimento attivo, stimolando l’assunzione di responsabilità, la capacità di farle proprie e di agire per risolvere.

Come insegnante partecipante, ho voluto sviluppare la mia conoscenza degli approcci cooperativi e democratici per un processo di insegnamento e apprendimento centrato sugli studenti e fare mie le metodologie che possono sostenere questi stessi approcci in classe. Nella nostra scuola, le attività del progetto sono state dirette a sviluppare nell’esperienza di apprendimento conoscenze, competenze e valori. Prima di coinvolgere gli alunni nelle attività, abbiamo voluto soffermarci sulla distinzione tra educazione alla cittadinanza e educazione globale, sui concetti chiave di interdipendenza, globalizzazione, diversità, diritti e responsabilità, cambiamento sostenibile, qualità della vita, giustizia sociale e equità, diritti umani e diritti universali.

E ancora sui processi democratici che considerano il mondo come comunità globale, con quello che ciò implica dal punto di vista politico, economico e ambientale.

L’esperienza del progetto è stata infatti sviluppata gradualmente seguendo un piano di lavoro. In una prima fase dell’anno scolastico vi è stato un periodo totalmente dedicato ad argomenti rilevanti in relazione alla cittadinanza globale. È stato introdotto nell’orario scolastico un’ora settimanale di cittadinanza globale. Durante una seconda fase, le classi hanno partecipato alle attività online del progetto individualmente. A tale partecipazione ha poi fatto seguito un altro periodo dedicato allo scambio di osservazioni e al feedback sulle attività online, le quali sono servite a fornire una valutazione dell’intero progetto. Il metodo del circle time ha rappresentato un utile format come restituzione sull’esperienza dell’apprendimento degli studenti.

Il progetto è stato realizzato lungo tutto il corso dell’anno scolastico utilizzando un approccio interdisciplinare. In pratica, è iniziato partendo dalla conoscenza e dall’interesse degli studenti per il mondo, sviluppando ed estendendo le loro conoscenze e mettendoli in discussione, ad esempio, identificando una questione rilevante e cercando di porsi criticamente verso le fonti di informazione.

Gli insegnanti hanno contribuito ad accrescere la consapevolezza degli studenti sui loro punti di vista relativamente a questioni discutibili, utilizzandoli per creare un certo numero di soluzioni e idee su come affrontare questi argomenti. Alla scuola è stato fornito un supporto bibliografico su temi rilevanti del XXI secolo e su come questi potrebbero essere affrontati in ambito educativo, anche grazie ai contributi dei consigli scolastici e di altre organizzazioni.

Inoltre gli insegnanti hanno fatto riferimento a ricerche universitarie relative alle speranze e paure degli studenti per il futuro.

Al termine dell’attività del progetto, gli insegnanti coinvolti hanno valutato l’intera esperienza annuale nel suo complesso. In questa occasione, la maggior parte di loro ha evidenziato di aver maturato una buona conoscenza delle tematiche che possono costituire un curricolo relativo all’educazione per una cittadinanza globale per i ragazzi e una consapevolezza su come poter integrare tali argomenti nei loro rispettivi insegnamenti. Tra i vari elementi di valutazione emersi, è stato evidenziato che l’esperienza vissuta ha contribuito da un lato a permettere che i ragazzi vedessero l’insegnante come una persona, dall’altro ad ampliare la gamma delle tecniche didattiche degli insegnanti e a permettere che si percepisse un valore aggiunto nella scoperta del potenziale dell’educazione globale. La sostenibilità dei processi è considerata dalla scuola come il mezzo privilegiato per il proprio miglioramento e in tale ottica è stata evidenziata l’importanza di una preparazione per un approccio coerente che si sviluppa lungo tutto il corso dell’anno, rafforzando i legami tra i programmi degli insegnanti e il gruppo dei responsabili del progetto.

Agli insegnanti operanti in ogni paese, dovrebbe essere data più voce e maggiore opportunità per integrare le attività online al sistema educativo rendendo così l’iniziativa più rilevante e produttiva.

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