La nonviolenza efficace come strategia educativa 

Nonviolenza e educazione

La nonviolenza efficace come strategia educativa

I giovani e la piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio dalla diseguaglianza globale, ai dissesti climatici, alla potenziale, ma quanto mai imminente e irreversibile, guerra nucleare
Laura Tussi10 ottobre 2020

La nonviolenza efficace come strategia educativa

Secondo Freud, il lavoro dell’educatore, come quello dello psicanalista e del politico, è un mestiere impossibile.

Non risulta il bisogno di condividere in pieno questo giudizio per rendersi conto di quanto sia impegnativa l’azione educativa, formativa e analitica.

Le difficoltà sono di diverso tipo: di relazione interpersonale, di comunicazione, di linguaggio, di metodologia e spesso si assiste al prevalere del trasmettere sul comunicare come direbbe Danilo Dolci, maestro di educazione maieutica.

Paradossalmente, la letteratura su questo tema cresce notevolmente con continue nuove proposte che sovraccaricano educatori, insegnanti, analisti e formatori rendendo il loro compito ancora più difficile, schiacciati tra diverse esigenze concrete e impellenti, dai programmi da svolgere, dalle carenze strutturali, organizzative, economiche del mondo scolastico, dalla disattenzione della società che invia messaggi diseducativi o quantomeno in forte contrasto con quelli che l’educatore, il formatore, lo psicologo cercano di trasmettere nel fare esperienze dirette.

E così sottoporsi al forte impatto dell’incontro con realtà culturali molto diverse dalle nostre è un modo intelligente per cercare di suscitare nei giovani quegli interessi e quelle curiosità che, pur innati in molti di loro, spesso vengono sopiti dal consumismo dilagante di mode effimere.

Si tratta di quella irrequietezza giovanile che, se incanalata positivamente, può aprire ai ragazzi strade nuove e impreviste, favorendo lo sviluppo delle loro capacità e creando un clima di fiducia e di impegno.

Si tratta inoltre di accogliere la sfida lanciata dai venti premi Nobel per la pace, con un appello delle Nazioni Unite, che sia dedicato all’educazione alla nonviolenza dei bambini e delle bambine nel mondo.

La nonviolenza che fa fatica a entrare nel nostro vocabolario educativo e soprattutto nelle nostre pratiche metodologiche. Ma è oggi assolutamente indispensabile educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva e efficace se vogliamo che l’umanità abbia un futuro sostenibile e desiderabile.

Questo intenso investimento non può limitarsi a proporre i modelli classici della competitività e della carriera, ma deve prospettare la creazione di condizioni perché il mondo della scuola diventi un vero e proprio laboratorio della nonviolenza, dove fare germogliare e crescere questa esile pianta.

In questa ambiziosa impresa siamo tutti coinvolti: insegnanti, educatori, genitori, psicologi, analisti, associazioni del mondo della solidarietà, della cooperazione e della nonviolenza, amministrazioni, amministratori politici e questo impegno ci può indicare una possibile e concreta strada da percorrere. Si sa bene quante e quali difficoltà si incontrano nel cercare di fornire ai propri studenti strumenti utili per una migliore comprensione dei principali fenomeni quali la globalizzazione, il neocolonialismo, il neoliberismo, il divario nord-sud, gli squilibri ambientali caratterizzanti il mondo attuale e comprenderlo nel suo tormentato divenire storico.

È divenuto quantomai importante, oltre che efficace strumento di prevenzione contro il diffuso atteggiamento di pregiudizio razziale, trasmettere il messaggio di quanto ricca può essere la diversità, intesa come differenza culturale, naturalistica cioè biodiversità e paesaggistica e altro.

Credo che i giovani abbiano bisogno di capire che nel mondo esistono diversi modelli di vita e indagare questo mare di differenze certamente è stimolante e arricchente per la nostra stessa esistenza di persone.

Ci attendono sfide assai difficili e una sempre più diffusa cultura della nonviolenza e della cooperazione e della solidarietà umanistica e umanitaria non soltanto sono elementi necessari, ma rappresentano la nostra speranza per una convivenza accettabile tra donne, uomini, popoli e per un inserimento sostenibile della nostra specie come parte integrante della natura.

Le giovani generazioni sono poco ideologizzate e hanno scarsa coscienza politica e hanno bisogno, nel loro realismo spesso disilluso di avere di fronte esempi concreti, persone credibili, testimonianze sul campo.

Inoltre, i giovani parlano un loro linguaggio, legato alla loro particolare sensibilità e non è sempre facile per noi adulti calarsi in questo originale codice comunicativo. Dunque è necessario trasmettere un codice fondato sulla nonviolenza efficace come innovativa strategia educativa che porti i giovani alla piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio dalla diseguaglianza globale, ai dissesti climatici, alla potenziale, ma quanto mai imminente e irreversibile, guerra nucleare.

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In questo inizio del nuovo millennio non ci troviamo in un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto in un cambiamento di epoca.

Ogni aspetto della vita del pensiero è stimolato da nuove congiunture e interrogativi. In questa cornice di grandi cambiamenti sulla scena mondiale, in un contesto segnato dalla globalizzazione neoliberista, i popoli si agitano tra l’angoscia e la speranza, senza aver ottenuto una risposta alle aspirazioni suscitate dalla modernità occidentale e senza un chiaro orizzonte per il futuro.

La globalizzazione ha sempre accompagnato l’espansione del sistema capitalista, ma anche nell’attuale contesto neoliberista questo processo ci porta verso un mondo di valore in cui la competizione e il mercato si delineano come riferimento principale, convertendosi in produttori di nuovi significati e in costruttori di nuove soggettività, cosa che ha una relazione diretta con gli sforzi e i significati.

Ecco che significa Educazione, in un momento in cui soffriamo in maniera evidente degli effetti del modello capitalista in termini di devastazione del pianeta: crisi energetica, crisi climatica, riscaldamento globale, crisi alimentare, aumento delle disuguaglianze sociali, rischio di guerra nucleare.

Sono costanti i cambiamenti nelle concezioni delle strategie dei sistemi educativi, nel tentativo di adeguarsi all’idea di base che l’educazione e la conoscenza sono fattori indispensabili per il nostro sviluppo, ma senza che questo comporti significativi risultati del miglioramento delle condizioni delle popolazioni.

Nei decenni scorsi, le riforme neoliberiste imposte dagli organismi finanziari internazionali hanno acquisito i vecchi problemi producendo una spaccatura nelle strutture educative aumentando le iniquità educative e favorendo l’edificazione di un sistema educativo piramidale.

Così, a partire dalle condizioni caratteristiche del nostro contesto, ci troviamo di fronte a una delle principali preoccupazioni degli ultimi decenni: definire quale ruolo gioca l’educazione nell’attuale contesto internazionale.

Quali dovrebbero essere gli scopi e gli obiettivi principali? e che genere di conoscenze e abilità saranno necessari per far fronte ai problemi e alle sfide delle nuove situazioni che vanno sviluppandosi a un livello tanto locale quanto globale? quale ruolo dell’educazione in tale contesto è contraddistinto dal cambiamento?

A queste domande prova a rispondere il rapporto elaborato per l’UNESCO della commissione internazionale sull’educazione per il XXI secolo che inizia con l’esporre come di fronte alle sfide attuali l’educazione rappresenti uno strumento indispensabile affinché l’umanità possa avanzare verso ideali di pace, libertà, giustizia sociale, affrontando e superando le tensioni tra il globale e il locale, tra l’universale e l’individuale, tra tradizione e modernità, tra il bisogno di competizione e la preoccupazione dell’uguaglianza e di opportunità e l’espansione delle conoscenze. Oggi più che mai questa situazione richiede un ripensamento del nostro modello educativo.

E’ un approfondimento di fattori sostanziali che possono costituire una proposta educativa alternativa al di là delle sue forme, delle sue modalità. Sono necessari una ricerca e la riflessione attorno ai fondamenti filosofici, politici e pedagogici del nuovo paradigma educativo che orienti gli sforzi diretti alla trasformazione sociale e alla formazione integrale delle persone di fronte alla costruzione di nuove strutture sociali e nuove relazioni tra le persone basate sulla giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà e sul rispetto per l’ambiente riconoscendo che l’attuale modello di società porta con sé elementi universalizzabili. In questo passaggio di millennio la relazione tra educazione e cambiamento sociale e l’importanza di un’azione etica e politica e pedagogica coerenti non si pongono solo come temi di analisi  e studio, ma anche come un’esigenza teorica e pratica decisiva. Si tratta di rispondere di fronte alla costruzione di una cittadinanza globale, alla domanda: di che tipo di educazione abbiamo bisogno e per quale tipo di cambiamento sociale?

 

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La globalizzazione ha sempre accompagnato l’espansione del sistema capitalista, ma anche nell’attuale contesto neoliberista questo processo ci porta verso un mondo di valore in cui la competizione e il mercato si delineano come riferimento principale, convertendosi in produttori di nuovi significati e in costruttori di nuove soggettività, cosa che ha una relazione diretta con gli sforzi e i significati.

Ecco che significa Educazione, in un momento in cui soffriamo in maniera evidente degli effetti del modello capitalista in termini di devastazione del pianeta: crisi energetica, crisi climatica, riscaldamento globale, crisi alimentare, aumento delle disuguaglianze sociali, rischio di guerra nucleare.

Sono costanti i cambiamenti nelle concezioni delle strategie dei sistemi educativi, nel tentativo di adeguarsi all’idea di base che l’educazione e la conoscenza sono fattori indispensabili per il nostro sviluppo, ma senza che questo comporti significativi risultati del miglioramento delle condizioni delle popolazioni.

Nei decenni scorsi, le riforme neoliberiste imposte dagli organismi finanziari internazionali hanno acquisito i vecchi problemi producendo una spaccatura nelle strutture educative aumentando le iniquità educative e favorendo l’edificazione di un sistema educativo piramidale.

Così, a partire dalle condizioni caratteristiche del nostro contesto, ci troviamo di fronte a una delle principali preoccupazioni degli ultimi decenni: definire quale ruolo gioca l’educazione nell’attuale contesto internazionale.

Quali dovrebbero essere gli scopi e gli obiettivi principali? e che genere di conoscenze e abilità saranno necessari per far fronte ai problemi e alle sfide delle nuove situazioni che vanno sviluppandosi a un livello tanto locale quanto globale? quale ruolo dell’educazione in tale contesto è contraddistinto dal cambiamento?

A queste domande prova a rispondere il rapporto elaborato per l’UNESCO della commissione internazionale sull’educazione per il XXI secolo che inizia con l’esporre come di fronte alle sfide attuali l’educazione rappresenti uno strumento indispensabile affinché l’umanità possa avanzare verso ideali di pace, libertà, giustizia sociale, affrontando e superando le tensioni tra il globale e il locale, tra l’universale e l’individuale, tra tradizione e modernità, tra il bisogno di competizione e la preoccupazione dell’uguaglianza e di opportunità e l’espansione delle conoscenze. Oggi più che mai questa situazione richiede un ripensamento del nostro modello educativo.

E’ un approfondimento di fattori sostanziali che possono costituire una proposta educativa alternativa al di là delle sue forme, delle sue modalità. Sono necessari una ricerca e la riflessione attorno ai fondamenti filosofici, politici e pedagogici del nuovo paradigma educativo che orienti gli sforzi diretti alla trasformazione sociale e alla formazione integrale delle persone di fronte alla costruzione di nuove strutture sociali e nuove relazioni tra le persone basate sulla giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà e sul rispetto per l’ambiente riconoscendo che l’attuale modello di società porta con sé elementi universalizzabili. In questo passaggio di millennio la relazione tra educazione e cambiamento sociale e l’importanza di un’azione etica e politica e pedagogica coerenti non si pongono solo come temi di analisi  e studio, ma anche come un’esigenza teorica e pratica decisiva. Si tratta di rispondere di fronte alla costruzione di una cittadinanza globale, alla domanda: di che tipo di educazione abbiamo bisogno e per quale tipo di cambiamento sociale?

 

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Agenda Onu 2030: pace per l’umanità

Una analisi fenomenologica

Agenda Onu 2030 – Pace per l’umanità

Pace è Resistenza, resilienza, disarmo, nonviolenza e l’Onu con l’Unesco il suo mezzo attuativo

Pace nelle tue mani

Il termine pace dal latino pactum, pacere, ossia accordo prevede un’intesa che va oltre gli schematismi imposti dal sistema neoliberista e omologante. L’accordo, la pace sono modelli e metodi di intesa e di comunicazione innanzitutto nella duplicità dell’essere umani, ossia nel genere donna e uomo, femminile e maschile e anche nei percorsi transgender, omosessuali e transessuali, dove l’accordo e la pace e l’intesa sono sempre forme di resistenza e resilienza alle difficoltà imposte dal quotidiano. E soprattutto pace e resilienza rispetto ai molteplici problemi, come emergenze e minacce, che incombono sull’umanità, dalla paura delle pandemie, al terrore delle apocalissi nucleari all’indigenza e alla povertà che colpiscono gran parte dell’umanità, nella disuguaglianza sociale globale, dove l’1% della popolazione mondiale detiene il 99% dei beni comuni dell’umanità.

Pace è la parola ecumenica che accomuna le più varie culture del pianeta, le differenti popolazioni, minoranze genti, etnie, con i rispettivi culti, credi, fedi, religioni, che da un punto di vista agnostico rappresentano un dato culturale imprescindibile più che una visione cultuale, più che una presa di posizione di credo e di culto teologicamente e teoreticamente parlando. Infatti noi osserviamo la relazione e il dialogo tra fedi e religioni da un punto di vista fenomenologico, studiando e classificando i fenomeni appunto, l’evidenza dei fatti, degli eventi come si manifestano all’esperienza nel tempo e nello spazio. L’interscambio di incontro tra culture lo consideriamo un evento fenomenologico come avviene con il modello Riace. Un modello locale che diventa globale, ossia glocale, che dal particolare si apre all’universale, come specifico fenomenologico di interazione di culti e culture nella pace, nell’armonia, nell’equilibrio e nell’accordo: un patto tra gli esseri umani e madre terra. In un’ottica universalistica, in una visione di terrestrita’ circostante e dell’esistente, Riace come sinonimo e modello di pace potrebbe rientrare in una base pratica di coosviluppo tra nord e sud del mondo per risolvere i grandi problemi, le gravi emergenze e minacce del nucleare, della disuguaglianza sociale globale e dei dissesti climatici. Questi sono i grandi i ‘virus’ che infettano l’umanità e nostra madre terra. Le lobby mortifere del nucleare detengono un sistema sociale mondiale ingiusto dove un miliardo di persone vivono con due dollari al giorno e 821 milioni soffrono la fame. Le migrazioni sono causate da tutte queste sperequazione e dalle carestie, dal terrorismo, dalla guerra, dai disastri e dissesti ecologici e climatici e dalle manovre economiche.

Riace che fa rima con pace ha saputo conciliare in un piccolo borgo tutte queste contraddizioni, e questi virus e piaghe per l’umanità intera che è figlia di un villaggio globale, di una madre terra che il genere umano deve tutelare e salvaguardare dall’estinzione.

Per questo usiamo il motto Riace è la pace. Come microcosmo e crogiolo di bellezza, dove l’immagine estetica di colori, sguardi, volti, musica, odori e sapori producono il bello estetico, non estetizzante e fine a se stesso, ma una bellezza di cromie che salverà il mondo. Riace è la pace per l’umanità.

L’Agenda ONU 2030 pone nell’obiettivo pace, giustizia e istituzioni solide, vale a dire i cardini di questo patto stabilito tra gli uomini: un patto di pace che è sancito in tutte le carte della terra e nelle costituzioni e istituzioni nate dopo il grande trauma della seconda guerra mondiale. Dopo questo grande trauma, con un sussulto positivo di speranza, dalla resistenza partigiana antifascista, sono nate le grandi dichiarazioni dei diritti umani, l’ONU e da quest’ultima le cop per il clima a partire dal grande summit di Rio de Janeiro nel 1992. E non dimentichiamo il TPAN, ossia il trattato ONU varato a New York a palazzo di vetro nel luglio 2017 da 122 nazioni e dalla società civile organizzata nella campagna per l’abolizione degli ordigni nucleari Ican. Questo trattato Onu è stato una svolta per l’umanità e per il concetto pacifista e il movimento nonviolento: un passo mondiale imprescindibile per il disarmo nucleare universale che è valso a tutti gli attivisti e alle associazioni per la pace e per il disarmo nucleare che operano in Italia e in tutto il mondo il premio Nobel per la pace 2017.

Fare pedagogia della memoria, fare pedagogia della pace è quanto mai urgente e necessario in un mondo globalizzato che annienta e annulla gli ultimi per promuovere i più forti e i potenti.

 

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Dialoghi con Moni Ovadia – Intervista di Laura Tussi

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Riflessioni con Moni Ovadia relative all’Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” – Agenda ONU 2030

Moni Ovadia e Laura Tussi

Intervista a cura di Laura Tussi – Dialoghi con Moni Ovadia

 

Introduzione:

La dignità non è negoziabile. Non ha prezzo. Riconoscerla anche al peggiore dei carnefici, al più efferato degli aguzzini è la migliore risposta possibile alla logica dell’odio, dello sterminio, del genocidio. La dignità traccia un solco invalicabile tra la cultura della vita e il dominio della morte. Tra la cultura della pace e la subcultura della guerra.

 

Dialoghi: Moni Ovadia e la pace

 

Moni Ovadia si ricollega e riflette sul tema di Agenda Onu 2030 – Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” con molteplici spunti di approfondimento nonché analizzando la vignetta dell’acuto vignettista Vauro che ritrae un padre e un figlio palestinesi a Gaza.

 

In una vignetta del mio amico Vauro, i missili israeliani piovono da tutte le parti. Il bambino dice a suo padre: “Papà ho paura” il padre risponde: “Perché hai paura? Non siamo mica a New York”. Noi abbiamo tolto a una parte dell’umanità persino il diritto alla paura. Abbiamo visto milioni di volte la ripetizione dell’efferatezza che ha portato alla distruzione delle Torri Gemelle con 2890 morti circa, ma non abbiamo visto con la stessa frequenza le immagini dei morti innocenti iracheni e afghani delle cosiddette “guerre umanitarie”.

Parto da questa considerazione perché ci sono paesi i cui governi, ma anche una parte considerevole dei cittadini, sono gravati – anche se la parola è impropria – dalla logica del privilegio, ossia che noi abbiamo diritto a essere come siamo, non è un privilegio dovuto al luogo di nascita.

Che merito abbiamo per essere nati in un posto invece di un altro? Nessuno.

 

Non esiste un merito. Infatti anche Mimmo Lucano e Alex Zanotelli dicono di non chiedere mai a una persona da dove viene: “L’ha portata il vento”…

Intervista a Moni Ovadia

Eppure la provenienza, il luogo di nascita diventano un merito. Vogliamo rivendicarli come merito che diventa merito a priori senza nessuna legittimazione che diventa, poi, privilegio e il privilegio viene confuso con il diritto.

Ci sono molti pensieri che mi si affastellano nella mente. Infatti, non parlo mai secondo uno schema preordinato; vado a braccio per mantenere maggiore vitalità di riflessione. Nella questione posta, è stato fatto cenno e riferimento alle istituzioni solide. Perché l’uso di questo termine lo trovo particolarmente appropriato? Perché noi non abbiamo istituzioni solide. Abbiamo istituzioni allo stato liquido casomai, per dirla come Zigmunt Bauman. Ma più ancora allo stato gassoso.

L’ONU dovrebbe essere l’istituzione che regola la pace, a partire da essa, ma è totalmente impotente, come si vede nelle violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite: se sono praticate dai paesi privilegiati vengono imbracciate come motivazione per essere eseguite immediatamente. Ad esempio, il caso dell’Iraq; lo ricordate tutti. Ma se la violazione di una risoluzione, visto che è stato fatto il caso della Palestina – che particolarmente mi sta cuore – viene fatta a danno dei non privilegiati, allora è bellamente sfregiata e ignorata e irrisa: mi riferisco alla risoluzione 242 e 338.

La legalità internazionale è stata, da parte di ripetuti governi israeliani, calpestata con una indecenza che non ha limiti. Consideriamo che nessun governo israeliano ha fatto quello che doveva essere il dovere sacrale di un governo democratico, ossia stabilire i confini dello Stato di cui quel governo è governo. Lo Stato di Israele non ha una costituzione. Quindi non ha stabilito i suoi confini. Per cui l’arbitrio è la regola in tutte le cose che riguardano il conflitto israelo-palestinese. In particolare, il conflitto con i paesi arabi ha altre modalità ancorché si basa comunque su questa politica dello stato dei fatti compiuti. Politica del totale dispregio per le risoluzioni internazionali e, conseguentemente, per le istituzioni internazionali preposte alla pace. E tutto questo ad opera del governo e dell’autorità militare di un paese in cui il saluto comune è pace, invece di dire “Ciao”, “Buongiorno” si dice “Shalom” cioè Pace. La pace è addirittura iscritta nelle priorità della lingua.

 

Perché succede questo?

 

Perché lo stato di Israele non fa eccezioni a quella che è stata la logica imperiale romana si vis pacem para bellum “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, cioè colpisci gli altri per avere la pace a casa tua. Perché questa è la logica. La pace spetta solo a noi e agli altri no.

I paesi che più parlano di pace, prendo a esempio lo Stato di Israele, non perchè io sia contro Israele, ma perché, pur essendo piccolo, è fra quelli più armati del mondo. Come anche gli Stati Uniti d’America. Un mio amico iracheno il professor Adel Jabbar che insegnava sociologia delle migrazioni prima a Ca’ Foscari e poi a Bolzano, mi diceva: “Hai notato questa cosa? I governanti degli Stati Uniti sono i governanti del paese che ha più armi in assoluto al mondo”. Infatti, ci sono armi degli Stati Uniti in ogni angolo del pianeta: Oceano indiano, Oceano Pacifico, Europa, Paesi arabi, Asia. Dovunque ci sono armi statunitensi e sono proprio quegli stessi USA che inveiscono contro gli arabi dicendo, come rimarcava il professor Jabar , ” Gli arabi – noi arabi – sono aggressivi”.

 

Curioso vero? gli USA e Israele sono fra i maggiori commercianti di armi e colpevoli di fomentare guerre.

 

Gli Israeliani sono armati fino ai denti, ma fanno le vittime. Mentre il primo atto di pace dovrebbe essere quello di ritirare le armi dalle terre occupate illegalmente. La Nato è stata istituita per contrastare il “nemico” di oltre cortina, l’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica è finita morta e stramorta e la Nato invece di sciogliersi o ripiegare si è allargata, cioè ha messo i missili in tutti i paesi ex sovietici. Questi sono solo esempi, naturalmente per capire che questo sistema internazionale, questa logica non porterà mai alla pace.

Non facciamoci illusioni. Perché la logica è quella della guerra. Per esempio l’apologia del sicuritarismo, è una ideologia bellicista. All’’altro’ si attribuisce di fomentare insicurezza. Naturalmente questa è una vecchia tecnica per legittimare il proprio armarsi e la propria aggressività.

I nazisti sono stati esemplari in questo. Hanno lasciato e imposto un esempio clamoroso, ma è così ancora, questa è il background che domina la forma mentis della gran parte dei governanti. Non sono un ingenuo, ma per esempio se un paese come il nostro, che ha una costituzione repubblicana e la costituzione repubblicana è l’unico documento che fa di noi una comunità nazionale, fa riferimento a idee sacrali di patria, di “prima gli italiani” mi vengono i brividi alla schiena. Il popolo italiano, nel recente passato, ha avuto una parte che ha combattuto contro l’altra, provocando inenarrabili massacri. Italiani contro italiani. Dove è questo famoso popolo? E le guerre civili? Mostrano che i popoli intesi come unità mistico-nazionalista non esistono sono un’ipostatizzazione romantica che sta dietro all’ideologia del Blut und Boden, sangue e terra.

 

Ma quale sangue?

 

Sono termini ideologici e manipolazioni del linguaggio per mistificare la realtà. Infatti, se noi siamo uomini di pace, saremo molto più affini a uno spagnolo a un francese a un catalano a un americano a un russo che condivide i nostri ideali di quanto non siamo con il nostro presunto concittadino il quale ha nei nostri confronti sentimenti di ostilità bellica. Il nazionalista quello che continua a ripetere ‘il popolo, gli italiani’, non ama affatto il popolo di cui parla e di cui inventa l’esistenza, perché il nazionalista ama solo quelli che la pensano come lui e gli altri li odia. Considera i suoi concittadini, che non la pensano come lui, dei nemici. Dunque per arrivare alla pace, secondo me, bisogna che la smettiamo per prima cosa di concedere cittadinanza ai linguaggi dell’odio. Siamo un insieme di genti accomunate da una lingua. Ma neppure la lingua ci identifica. I ticinesi parlano la nostra stessa lingua, con una cadenza che per noi suona un po’ buffa, ma sono svizzeri: che importanza ha? Oggi gli ucraini e i russi sono ai ferri corti, eppure la gran parte degli ucraini parla quotidianamente russo non ucraino. Lo so perché io conosco il russo e ho avuto musicisti ucraini anche giovani che hanno lavorato con me e parlavamo in russo, la prima lingua che veniva loro in mente, pur conoscendo anche l’ucraino. Ma non esiste una tendenza nazionalista innata a parlare la propria lingua. Molti sono stati educati con il russo e i figli, siccome i padri parlano russo e hanno parlato loro in russo, parlano questa lingua. Non è la lingua che accomuna, non è il sangue, il sangue è rosso. Basta. Che cosa allora accomuna? Una cosa ci fa comunità nazionale: il patto costituzionale.

 

Siamo italiani perché ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana. È vero?

 

No. Una parte del nostro popolo la ignora completamente. Non sanno neanche l’articolo uno. Soprattutto non sanno questa parte dell’articolo uno: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Traduzione: secondo la Costituzione in Italia è sovrana la Costituzione. Non il popolo.

 

Quanti sanno questa cosa?

 

Addirittura primi ministri l’hanno ignorata, ammesso che la sapessero. Allora, ecco: ciò che ci rende una comunità nazionale; dovrebbe essere la forza dell’istituzione generata da un patto, ma non è così. Ecco perché siamo così lontani dal nostro dettato costituzionale. L’articolo undici parla di ripudio della guerra; eppure noi abbiamo partecipato a guerre aggressive e ci siamo solamente limitati a cambiarne il nome. Abbiamo acquistato armi di aggressione, perché i famosi F35 sono tutto fuorché armi da difesa. Allora, invece di spendere tutta quella montagna di soldi per armi di aggressione, avremmo potuto farci costruire il famoso Dome: sono quelle strutture antimissile che sono difensive, puramente difensive. Faremmo già un piccolo passo verso lo smantellamento dell’idea di guerra, se avessimo un puro esercito di difesa come quello svizzero.

Quindi, noi siamo molto lontani dalla pace.

La solidificazione delle istituzioni già esistenti sarebbe un passo importante, ma questo implicherebbe che le nazioni aderenti all’istituzione riconoscessero all’istituzione la primazia nelle questioni di pace. Siamo lontani anni luce. Cioè, non siamo ancora scesi dalle piante. Però, qualcosa dobbiamo fare. E non lo stiamo facendo. Per esempio: l’Italia ha sottoscritto e ratificato la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. E come è possibile che un magistrato del TAR abbia detto “Basta parlare di diritti universali! Parliamo dei diritti degli italiani”. Questo nel 2019!  Significa regredire alla seconda guerra mondiale. Contrapporre i presunti diritti nazionali ai diritti universali, ovvero dire ‘noi siamo più degli altri’ e rivendicare il funesto slogan ‘padroni a casa nostra’ è una perversione. Noi abbiamo avuto un ammaestramento dal lungo cammino dell’uomo. A un certo punto dello sviluppo, il cammino dell’uomo, aldilà delle formazioni delle civiltà, approda a una consapevolezza di senso: il senso dell’esistenza di un’identità dell’essere umano, unica ed universale. Oggi lo sappiamo scientificamente. Il più grande genetista italiano, il professor Cavalli Sforza lo ha acclarato su base scientifica: esiste un solo uomo su questa terra ed è il Sapiens Sapiens Africanus. Noi veniamo tutti dal cuore dell’Africa. Nessuno escluso. Anche se alcuni gruppi umani

portano piccolissime parti del patrimonio genetico del Neanderthal che indicano l’occorrenza di relazioni risalenti a oltre 40.000 anni fa. Successivamente i Neanderthal si estinsero.

Ora. Invece di riconoscere questa evidenza etica e scientifica, si regredisce a rivendicare differenze. Attenzione! A tremila anni dal riconoscimento etico, rivelato dal canone biblico, scritto nel Genesi che c’è un uomo. Non sono credente. Ma affermare che tutti gli uomini discendono da Adamo è un’affermazione sconvolgente, azzardata ai limiti dell’impossibile, ma ha aperto un orizzonte rivoluzionario.

 

Uno dei libri del Talmud, il pirkei’Avot uno dei più grandi libri talmudici domanda: “Ma perchè è stato detto ‘tutti gli uomini discendono da un uomo solo’? un solo esemplare? cioè Adamo il primo?

 

I maestri rispondono: “E’ stato fatto per la pace”. Perché nessun uomo possa dire al suo simile “il mio progenitore era migliore del tuo”. E noi vorremmo regredire a più di tremila anni fa, in un paese che si dichiara cristiano? Il vero problema della pace a mio parere è la questione del senso. Noi oggi siamo affidati a una deriva di significati. Un singolo si può definire cristiano nel momento in cui vive e pensa come il più convinto dei “pagani”, o degli idolatri e nessuno lo chiama a rispondere al senso di ciò che dice? Abbiamo avuto un ministro della repubblica che ha agitato il Vangelo, libro di pace e di amore, in un comizio politico per pervertirne il senso intimo. Continuamente nel Vangelo si trova la parola pace, eppure qualcuno lo agita come un’arma ed è un Ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione e fa carta straccia del libro sacro del paese, laico ma sacro, senza che ci sia una reazione significativa.

Allora vuol dire che il problema dell’istituzione solida si pone nei confronti della pace e l’istituzione non dovrebbe tanto agire nelle questioni politiche o geopolitiche quanto agire sul senso. Un’istituzione solida che tutelasse la pace, si sarebbe dovuta opporre migliaia di volte per impedire lo sfregio dell’idea, a partire dall’uso del linguaggio dell’odio. Perché la prima manifestazione della guerra sono le parole dell’odio. Fin quando noi non affermiamo la questione del senso come priorità, non cammineremo di un centimetro verso la pace autentica, ma ci troveremo in tregue e pacificazioni. Ricordiamoci la frase di Tacito: “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.”

Dunque per me oggi la questione più cogente è la questione del senso.

 

Cosa vuol dire essere un cristiano?

 

A mio parere non significa praticare una religione formale, ma essere entrato nel solco del cammino che ha tracciato Gesù; ha tracciato un solco dicendo:”Se mi seguite troverete verità, pace, amore, libertà, perdono”. Il mio amico Don Andrea Gallo, sacerdote cattolico di benedetta memoria, una volta, in Liguria, in occasione del conferimento di un premio, col suo linguaggio sapido e colorito – relata refero – si espresse così:”Gesù non ha istituito una religione, ha tracciato un cammino e ha detto seguimi e troverai:”pace, uguaglianza, fratellanza, amore”. E se non vuoi seguirmi ‘Vai un po’ a quel paese!!!’. Cosa voleva dire Don Gallo? Che non può esserci coazione in una fede: c’è una scelta. Perché l’idea stessa di coazione è inaccettabile. E’ una contraddizione in termini e anche il Corano nel versetto 99 della decima Sura lo rileva. Recita così:”Se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini una sola comunità di fede, l’avrebbe fatto lui”. Evidente che non l’ha fatto e il versetto prosegue “e chi sei tu per costringere un uomo a credere contro la sua volontà?” cioè il Corano riconosce la piena dignità dei non credenti e dei diversamente credenti. Però questa semplice evidenza non importa assolutamente ai fanatici islamisti, come ai fanatici cristiani, come ai fanatici ebrei, perché nessuno li richiama mai a rendere conto del senso. Noi abbiamo abbandonato il senso per affidarci a una deriva di significati veicolati ad usum di un potere autoreferenziale che pretende impunità. Ho scritto il libro “Madre Dignità” perché mi sono interrogato sul fatto che la nostra Costituzione, così straordinaria, fosse progressivamente diventata un guscio vuoto. Articolo 3 “Lo Stato deve rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza dei cittadini”. Ora, il dettato non chiede che tutti vivano nello stesso loculo vestiti con la divisa di Mao Tse Tung, bensì, per fare un esempio, di parificare il salario delle donne a quello degli uomini per lo stesso lavoro. Un simile provvedimento si sarebbe dovuto proporre ed attuare subito. Sono passati settant’anni e siamo qui ancora a discuterne. E delle quote rosa e di tutte queste stupidaggini…perché il senso della Costituzione sembra non interessare a nessuno. E naturalmente l’operazione di linguaggio, cioè destituire di forza il senso e invece rilanciare la molteplicità dei significati, uno vale l’altro, è quello che crea le condizioni che poi ingenerano conflitti e che legittima la liceità di disattendere i fondamenti etici del nostro vivere a favore di bellicismi, privilegi, di violenze e di ogni sorta di arbitrio: però ci si dice noi viviamo in una democrazia! Ma sulla base di quale ‘film’ noi viviamo in una democrazia?  I nostri regimi, come è stato detto da Predrag Matvejević, professore di letteratura russa all’università di Roma e grande intellettuale croato: “si chiamano democrature e non democrazie”. Una vera democrazia non può che costruire la pace, perché la democrazia si fonda sull’uguaglianza degli uomini. Se tu riconosci al tuo concittadino l’uguaglianza, non ti viene da negarla all’altro, che non è tuo concittadino per pure ragioni di evoluzione storica. Gli Stati Uniti sono una testimonianza. Lì sono venuti da ogni angolo del mondo: l’economia del Grande Paese ne aveva bisogno e li hanno importati. Nel corso di alcuni anni sono diventati cittadini statunitensi che vengono citati addirittura come paradigma dello spirito statunitense.

Se noi sentiamo una canzone di George Gershwin, immediatamente pensiamo a New York, Broadway, agli Stati Uniti, eppure George Gershwin non si chiamava così, il suo vero nome era Jacob Gershowitz, era un ebreo russo che non era neanche nato negli Stati Uniti e che ha dato agli Stati Uniti, per quello che concerne la musica dei bianchi, diciamo così, la sua identità più specifica. Quindi, come vediamo, l’altro può diventare come noi e persino “più di noi”. E di esempi così se ne potrebbero trovare a centinaia, oggi anche in Italia.

Mi sono domandato come mai la nostra Costituzione può essere così facilmente disattesa pur essendo una Costituzione straordinaria. Perché, a mio parere, non è stata posta con la necessaria forza la questione della dignità che è pure rubricata nella nostra Costituzione. Ma, per esempio, nella costituzione tedesca, nella sua primissima parte che si chiama Grundgesetz, parte fondamentale, al primo articolo comma uno, recita così “La dignità umana è intangibile”, non la dignità del cittadino tedesco, ma la dignità umana e  dichiara assiomaticamente che la dignità non è a disposizione di alcuna autorità. Un potere statuale, anche il più democratico, può sospendere un diritto nell’occorrenza di un crimine. Un ladro viene messo in galera: lo si priva del diritto alla libertà e dei diritti connessi. Ma non lo si può privare della dignità. La dignità si sfarina se un potere cerca di condizionarla. La dignità precede i diritti ed è la consapevolezza della dignità che ha potuto dare vita alle legislazioni che l’hanno poi declinata nei diritti. La dignità è la condizione assoluta che appartiene alla vita e a ogni essere umano dalla sua nascita. Non la si può mettere in discussione. Se togli la dignità, vuol dire che distruggi la vita. E’ come se uccidessi la persona. I nazisti lo hanno capito molto bene e hanno tolto a coloro che hanno dichiarato nemici la dignità, dopodichè assassinarli per essi non era un crimine, ma una procedura legittima.

Allora i presupposti della pace sono riconoscimento della piena totale integrità dell’essere umano e aggiungerei dell’essere vivente. Per cui le istituzioni solide dovrebbero richiamare instancabilmente e inesorabilmente, a mio parere, a questo concetto. A partire dal linguaggio. Perché la trasformazione del linguaggio crea una consuetudine a lasciar perdere. Certo linguaggio che si usa oggi, dieci anni fa, vent’anni fa sarebbe stato impossibile. Sarebbe successo il finimondo. Invece, adesso è diventato corrente. Per esempio, la parola più schifosa, le due parole più schifose che si sono ingenerate negli ultimi anni in questa cloaca mediatica che domina le comunicazioni nel nostro paese: buonismo e giustizialismo. Sono parole che stanno in bocca a furfanti di ogni risma. Bisognerebbe reagire alla perversione del linguaggio che passa da un linguaggio di civiltà del rispetto reciproco a una inciviltà dell’insulto, della calunnia, della disgregazione del senso della piena dignità dell’essere umano chiunque egli sia. Si passa a un linguaggio di guerra. Perché la guerra non nasce semplicemente; la guerra intesa come lo spirito della guerra, non nasce solo da ragioni improvvise di conflitto, ma nasce da una sottocultura che si invera costantemente e ripetutamente. Per esempio, l’uso della parola terrorista nei confronti di qualcuno di cui non vuoi riconoscere la dignità. Ho sentito dire da molti ultras sionisti: “I palestinesi sono tutti terroristi”. Se tu lasci passare questo linguaggio, puoi bombardare Gaza e ammazzare civili e bambini perchè tanto sono tutti terroristi. “Cosa volete da noi? Perché ce l’avete con noi? Siete amici dei terroristi?” Dicono gli ultras del  sedicente sionismo.

Per queste ragioni il nostro lavoro richiede un impegno immenso da cui non ci possiamo sottrarre. Francamente vorrei anche andare in pensione dalla militanza, ma non posso perché ho un dovere al quale non mi posso sottrarre verso le prossime generazioni.

 

E Greta Thunberg, la ragazzina svedese?

 

Greta, la ragazzina svedese ci ha ricordato una cosa particolarmente significativa fra le altre. E’ andata, a 16 anni, a dire ai potenti della terra “Voi state condizionando lo sviluppo del pianeta con politiche predatorie e scellerate di cui non sarete voi a pagare le conseguenze”. Perchè se un sessantenne prende una decisione che poi creerà catastrofi, le pagheranno le generazioni  future, non lui. Dovrebbe essergli impedito. Questa attitudine a ritenersi i padroni del pianeta è fare la guerra alle generazioni future e le classi dirigenti, in questo senso sono impregnate di uno spirito bellicista, per un solo scopo: difendere e garantire i propri privilegi. Primo Levi in riferimento alla shoà ci ha lasciato questa eredità: “Se volete che non si ripeta ciò che  è stato e che si può ripetere, lottate con tutte le vostre forze contro la logica dei privilegi!” Il monito di Primo Levi si sta avverando: immigrati mandati a morire nei lager libici di botte, di torture, di violenze. Che differenza c’è fra gli ebrei che venivano respinti?

Mi piacerebbe, in una delle prossime ricorrenze del Giorno della Memoria, inviare una lettera al Presidente della Repubblica, chiedendo che in occasione delle celebrazioni venga interdetta la presenza di coloro che respingono i migranti verso la morte. Perché la pace si fa contrastando gli uomini di guerra. Un essere umano non può dirsi tale se non riconosce se stesso nel suo simile emarginato, oppresso, in pericolo di vita. E la condizione dell’esilio, della paura, dello smarrimento è la condizione più specifica dell’uomo e della sua fragilità: l’uomo è creatura fragile. Grazia Deledda diceva:”Canne al vento”. Una mia amica cardiologa ha parafrasato:”Noi siamo carne al vento”. Questo siamo noi esseri umani. Per costruire la pace, dobbiamo riconoscere la nostra fragilità e la nostra fragilità la riconosciamo nell’ultimo degli uomini. In quel nostro simile, noi vediamo chi siamo realmente. Se non siamo in grado di riconoscerci negli ultimi, non usciremo dal bellicismo e andremo incontro a guerre ancora peggiori per la questione dell’acqua, delle, risorse,  della siccità. In conclusione il problema della pace non è tema per anime belle.

Il problema della pace è per persone che amano l’umanità.

E coloro invece che non sentono questo amore non ne sono degne: L’amore non è un sentimento sdolcinato per innamorati. Ma è il riconoscimento di impegno personale verso l’altro, perchè la questione dell’alterità è la madre di tutte le questioni dell’umanità. Se non la riconosceremo, continueremo a fomentare guerre e conflitti. L’altro non è il nemico da combattere e da eliminare per sentirci sicuri, ma è il nostro simile da incontrare e riconoscere per incontrare e riconoscere noi stessi.

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L’Agenda Onu per conservare un mondo come luogo vivibile e cercare di migliorarlo

Agenda ONU 2030, il sedicesimo obiettivo è quello della paceSviluppare, ripensare e elaborare pratiche volte a sostenere un modello più sostenibile per nostra madre terra risulta attualmente sempre più necessario.

Un mezzo è stato dato: Agenda ONU 2030 che si sviluppa in 17 obiettivi fondamentali e che costituisce un punto di partenza affinché ognuno di noi si attivi a livello globale per una società più giusta, equa, sostenibile e fondamentalmente priva di guerre e di ingiustizie.

I primi quindici obiettivi di sviluppo contemplati da Agenda Onu 2030 sono tematici come gli oceani, la terra, l’acqua, le malattie, il lavoro, l’energia.

Gli ultimi due obiettivi, e soprattutto quello sulla pace, ci parlano anche di giustizia e istituzioni solide.

E non è un caso. Perché tutti gli obiettivi che ci impegnano per salvare il pianeta, non possono essere realizzati se non sussistono questi tre concetti chiave: pace, giustizia e istituzioni, tra di loro molto collegati.

I vari sottoobiettivi trattano di ridurre le forme di violenza, di eliminare l’abuso, lo sfruttamento, la tortura contro i bambini. Si parla di accesso alla giustizia per tutti. E quello che per noi è scontato non è scontato in molte altre parti del mondo. Per fare questo, occorrono istituzioni efficaci, istituzioni solide, che possono guidare un governo in un equilibrio di armonia e pace. Si parla di coinvolgere i paesi in via di sviluppo; si parla di rinforzare la cooperazione internazionale, di promuovere e far rispettare le leggi e la politica. Questo è il quadro in cui tutti gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile si devono muovere, a pena di non riuscire a realizzarsi e avvicinarsi.

L’obiettivo pace è promuovere società pacifiche e nonviolente per risolvere le povertà, l’origine delle migrazioni e delle guerre dove i futuri scenari di conflitto saranno per il dominio dell’acqua.

Il significato di pace, senza scadere nella retorica, lo declina saggiamente Norberto Bobbio, il quale sosteneva che la parola pace è sempre in una posizione ancillare rispetto al concetto di guerra. La parola pace è sempre in contrapposizione alla parola guerra. Quando parliamo di pace ci soffermiamo sempre molto sul suo contrario. Quindi l’etimologia di pace deriva dal verbo latino pacere e significa accordarsi, da cui pactum, accordo, patto. In questo obiettivo di Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile sussistono indizi che ci consentono di pensare che si può parlare di pace senza ricorrere alla guerra.

Il termine guerra non appare mai nella declaratoria dell’obiettivo Pace e nemmeno nei dieci sottoobiettivi. I due aggettivi che definiscono la società in pace non rinviano necessariamente alla guerra. I due aggettivi sono le società ‘inclusive’, le istituzioni inclusive che richiamano a società aperte e cooperanti. E l’altro aggettivo è ‘pacifico’ che non significa solo senza guerra, richiamando Norberto Bobbio.

Cosa significa tutto questo? Per chiarire occorre partire dal concetto di conflitto, che fin dall’antichità e da sempre è stato considerato un elemento ineliminabile nei rapporti umani. Il conflitto non sarebbe in contrapposizione alla pace. Il vero problema risiede nella risoluzione del conflitto che può essere violenta o pacifica. La risoluzione violenta: di cui l’espressione più alta e peggiore è la guerra.

Insomma la chiave per la costruzione di una società pacifica si risolverebbe nell’individuazione del mezzo con cui risolvere i conflitti e allora riflettere sulla pace partendo dalla pace, significa convincersi che si devono praticare soluzioni nonviolente dei conflitti. E qui cade il riferimento alla giustizia. Non una giustizia armata – anche la guerra è stata definita spesso una sorta di giustizia – bensì una giustizia trasparente, garantita a tutti, come recita l’obiettivo di Agenda Onu 2030, ossia ‘inclusiva’, cioè che utilizzi mezzi e procedimenti nonviolenti e tra questi il diritto è compreso. Bobbio non a caso parlava di pacifismo giuridico. Ma potrei anche richiamare gli arbitrati, le conciliazioni, le mediazioni e risoluzioni a livello internazionale: tutti strumenti pacifici e nonviolenti per risolvere i conflitti. Occorre essere consapevoli che nella soluzione dei conflitti, quasi mai il torto e la ragione sono tutti da una stessa parte o dall’altra. Dobbiamo sapere che esistono più soluzioni e che tra queste alcune tengono presenti e cercano di combinare le ragioni di entrambe le parti. E sono proprio queste che vanno praticate, per non lasciare sul terreno un vinto o un vincitore.

Fondamentale il contributo delle Nazioni Unite alla costituzione a livello mondiale del diritto alla pace e alla giustizia che dal dopoguerra ha visto ancora un susseguirsi di eventi bellici e sanguinosi.

Le Nazioni Unite, anche se troppo ostacolate da interessi economici di nazioni e potenze, sono comunque riuscite con molti limiti a realizzare grandi momenti di giustizia e di pace come il trattato ONU per il disarmo nucleare universale varato a palazzo di vetro a New York nel 2017 che ha portato per la prima volta l’umanità a munirsi di un mezzo giuridico che dichiari criminale il possesso di ordigni nucleari anche al fine della sola deterrenza.

Sviluppare questi punti e obiettivi per il Terzo Millennio può essere l’inizio di un grande riscatto e sussulto di dignità per l’umanità intera.

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