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Faro di Roma. Il TPAN, trattato contro le armi nucleari, compie tre anni, ma l’Italia non lo vuole ratificare (Laura Tussi)

di LAURA TUSSI

Il terzo anniversario del TPAN, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, è una ricorrenza lieta da festeggiare, ma non in Italia. Il nostro paese infatti non l’ha mai ratificato e conferma il suo ruolo di subalterno rispetto alle potenze militari globali. Fa il punto della situazione la nostra Laura Tussi, in dialogo con Sandro Ciani, esponente ICAN di ritorno dalla seconda conferenza degli stati parte del TPNW a New York.

Il 22 gennaio 2023 ricorre il terzo anniversario della entrata in vigore del TPAN – Trattato per la proibizione delle armi nucleari adottato nel 2017 in una Conferenza ONU a New York anche grazie alla pressione dal basso di una rete internazionale comprendente oltre 500 organizzazioni pacifiste, insignita per questo contributo di un Premio Nobel per la pace.

La storia del trattato contro le armi nucleari.

Lo straordinario lavoro della “Società Civile”, che si riconosce sotto ICAN come una coalizione globale di organizzazioni non governative (Ong), ha consentito non solo la nascita di tale trattato nel 2017, ma anche la sua entrata in vigore il 22 gennaio del 2021.

Le ratifiche del Trattato Onu TPNW per l’abolizione delle armi nucleari.

Le ratifiche espresse dai vari paesi sono al momento pari a 69, anche se si attendono con fiducia ulteriori ratifiche. Questo processo di allargamento ci avvicina sempre di più verso l’universalizzazione giuridica del trattato, prevista nell’articolo 12, con l’obiettivo di giungere ad una effettiva eliminazione delle armi nucleari nel mondo.

L’effetto di stigmatizzazione della cosiddetta deterrenza nucleare.

Da subito il Trattato, valido solo per chi lo ratifica, produce un effetto culturale e politico globale di “stigmatizzazione” della deterrenza nucleare minandone la legittimità.

“Il Trattato produce un effetto culturale e politico globale di “stigmatizzazione” della deterrenza nucleare minandone la legittimità”

Basta ricordare come il tema della sicurezza legato alla deterrenza viene disinvoltamente utilizzato come giustificazione ideologica per minacciare il nemico, imporre la propria visione geopolitica e/o il proprio modello economico, dimenticandosi degli inaccettabili rischi alla quale viene sottoposta l’intera umanità!
In tal senso essa si lega alla corsa agli armamenti iniziata nel secondo dopoguerra, e ne costituisce l’impalcatura concettuale e la giustificazione ideologica.

Rischio nucleare: la parola d’ordine è prevenire.

Le attuali guerre in corso aumentano esponenzialmente i rischi legati ad una eventuale guerra nucleare per errore, sabotaggio o peggio per volontà di una delle parti: vorremmo insistere sul fatto che si tratta di fermare non solo le guerre presenti, ma anche quelle future; infatti, le guerre sono generalmente precedute da un periodo più o meno lungo dalla loro preparazione. Le circa 70 guerre attualmente in corso (incluse quelle in Ucraina ed in Palestina) avrebbero potuto essere in tal modo evitate. La parola chiave è quindi “prevenire”.

Per approfondimenti su tale tematica, viene condiviso il link

L’esempio ineguagliabile di disobbedienza agli ordini di Stanislav Petrov.

Ci preme ricordare una figura simbolo del possibile disastro nucleare mondiale scongiurato nel Settembre del 1983 da Stanislav Petrov, un uomo che ha avuto il coraggio di non rispondere ad un presunto attacco nucleare con 5 testate nucleari da parte degli USA verso i territori dell’URSS, rivelato da un errato allarme atomico da parte dei sistemi satellitari di allora, salvando così tutti noi dalla catastrofe conseguente:

L’immobilismo italiano: una grave battuta d’arresto.

Disarmisti esigenti e Mondo senza guerre e senza violenza, come associazioni membri di ICAN, sono impegnate, insieme ad altre associazioni Italiane, da decenni nella campagna per la denuclearizzazione del nostro Paese e per la ratifica del TPAN stesso; nonostante nel 2017 centinaia di parlamentari italiani sottoscrissero il “Parliamentary Pledge” della Campagna ICAN in favore del trattato, ad oggi si continua a registrare il rifiuto del Parlamento ad iniziare un dibattito pubblico che porti alla sua firma e ratifica, coinvolgendo anche la società civile nonché il corpo elettorale, la cui maggioranza si esprime a favore del trattato.

Ad oggi si continua a registrare il rifiuto del Parlamento a iniziare un dibattito pubblico che porti alla firma e ratifica del trattato.

Quindi siamo ancora qui a denunciare la realtà imbarazzante e amara della nostra classe politica che dagli anni 1980 in poi si è trasformata progressivamente in una oligarchia partitocratica atta ad occupare oltre agli spazi della politica istituzionale anche quelli della politica sociale, ossia delegando al cittadino solo la possibilità di votare tramite leggi elettorali alcune delle quali la consulta ha successivamente dichiarato incostituzionali (come il Porcellum e l’Italicum).

Sono ricordi lontani i dinieghi di alcune figure politiche italiane di rilievo degli anni 1970 che non permisero all’allora Presidente Kissinger di utilizzare le basi NATO in Italia per la guerra del Kippur.

Sta salendo il livello d’allarme per la militarizzazione del territorio italiano.

L’ombra della NATO oggi imperversa e impedisce che l’Italia assuma una posizione autonoma, come una sorta di muro a fronte di alcuni parlamentari e della maggioranza del nostro Paese. I firmatari che dichiararono le preoccupazioni espresse nel Preambolo del Trattato circa le catastrofiche conseguenze umanitarie che risulterebbero da un qualsiasi uso di armi nucleari.

L’immobilismo italiano non ci rende orgogliosi del nostro Paese.

Tale immobilismo della nostra politica internazionale non ci rende “orgogliosi” del nostro Paese, anzi rappresenta una scandalosa vergogna, per cui ci rivolgiamo in questo terzo anniversario a tutto il popolo italiano affinché si renda conto del danno rappresentato dalla presenza di bombe nucleari in varie località del nostro paese, senza che gli eventuali piani di evacuazione, legati da eventuali incidenti nucleari, siano stati implementati e/o resi pubblici.

La nascita del TPAN/TPNW e la sua entrata in vigore dimostrano come la società civile può ottenere risultati straordinari.

ICAN ha previsto lo strumento dell’appello alle città: https://cities.icanw.org

Tale appello può essere raccolto da tutti gli enti nazionali locali, inclusi i governi delle regioni: la nascita del TPNW e della sua entrata in vigore dimostra come la società civile può ottenere risultati straordinari. Quindi chi si sente minacciato da tali armi, contatti gli enti locali di sua appartenenza affinché aderiscano all’appello.

Il nostro Bel Paese dovrebbe ritrovare la sua storica ispirazione e vocazione di pace.

L’Italia, insieme all’Europa, deve tornare protagonista dei processi di pace nel Mediterraneo abbracciando la “neutralità” come assetto geopolitico tra le parti in conflitto: proprio l’Italia potrebbe assumere un ruolo di primo piano ritrovando la sua naturale e storica vocazione alla pace ed al rispetto dei diritti umani dando vita ad un nuovo umanesimo di carattere universale, proprio come accadde in una certa misura tra il 1400 ed il 1500 con l’Umanesimo prima ed il Rinascimento poi.

Nel mondo esistono esempi virtuosi, come il Sud Africa, al quale l’Italia potrebbe ispirarsi.

In tal senso esistono nel mondo esempi virtuosi, come il Sud Africa, al quale l’Italia potrebbe ispirarsi: infatti, una volta superato l’oblio dell’Apartheid, grazie a Nelson Mandela, ha avuto il coraggio di uscire dal suo programma legato alle armi nucleari battendosi oggi strenuamente per l´implementazione del TPNW sia nel continente Africano che nel resto del Pianeta terra.

Laura Tussi

Sitografia per approfondire

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Bibliografia essenziale:

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e nonviolenza creativa, Mimesis Edizioni.

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Memoria e futuro, Mimesis Edizioni. Con scritti e partecipazione di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero e altri

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Faro di Roma. Vittorio Agnoletto: il costituzionalismo terrestre, per una società della cura e della pace (Laura Tussi)

Dal profitto a una società della cura e della pace. La nostra comune umanità e il sentimento e il sentire umano della nostra specie sono chiamate a affrontare e risolvere le gravi sfide globali, l’intreccio tra minaccia nucleare e militare, ecologica e climatica e della disuguaglianza e delle oppressioni sociali. Laura Tussi, in collaborazione con Fabrizio Cracolici ha intervistato Vittorio Agnoletto, in occasione della presentazione del libro “Memoria e futuro” (Mimesis Edizioni, 2021) che vuole essere uno strumento della Rete di Educazione alla Terrestrità. L’intervista può essere vista su YouTube, sul canale video “Siamo tutti premi Nobel per la pace con ICAN”.

La crisi planetaria è alimentata dai dettami di potere del capitalismo neoliberista, nelle sue varie declinazioni, dagli squilibri tra ecosistemi ambientali che ormai arrancano sotto le pressioni e i misfatti della società che ha smarrito ogni senso del limite, e dal mancato controllo popolare sulla sanità dominata da Big Pharma, le multinazionali farmaceutiche. La nostra comune umanità e il sentimento e il sentire umano della nostra specie sono chiamate a affrontare e risolvere le gravi sfide globali, l’intreccio tra minaccia nucleare e militare, ecologica e climatica e della disuguaglianza e delle oppressioni sociali. La pandemia da Covid-19 come si inserisce in questo quadro? Possiamo paragonare il virus pandemico globale a una “bomba nucleare prevedibile”?

Grazie per questa domanda perché mi permette proprio di partire da una considerazione fondamentale, cioè che questa pandemia ci lascia dei messaggi importantissimi.

Siamo di fronte a qualcosa che era tuttaltro che imprevedibile. Noi stiamo assistendo a una zoonosi, cioè ad un salto di specie da parte di un agente infettivo che finora era vissuto all’interno di alcuni animali separati da altre specie e in particolare da quella umana. Le conseguenze dell’attuale modello di sviluppo hanno favorito il salto di specie.

Questa è la causa fondamentale della situazione che stiamo vivendo. Sfruttando ogni centimetro quadrato del pianeta, attraverso meccanismi quali la deforestazione, gli allevamenti intensivi, stiamo provocando i cambiamenti climatici e l’abbattimento delle barriere che separano una specie dall’altra. Questi processi hanno provocato la situazione attuale. Se noi vogliamo evitare nel futuro di doverci confrontare con altre pandemie e con le loro conseguenze, è arrivato il momento di prendere coscienza dell’assoluta necessità di cambiare questo modello di sviluppo.

Lo sfruttamento senza limiti della Terra porta alla distruzione del pianeta stesso e di tutti gli esseri viventi. Non si può pensare di uscirne tornando alla situazione precedente perché proprio quel modello è la causa del disastro attuale. Dobbiamo uscirne guardando in avanti e trovando una modalità completamente diversa di coesistenza e convivenza tra gli esseri umani e le varie specie; da questa situazione o ne usciamo insieme o non ne usciamo.

Pensiamo all’aspetto più banale e più semplice; attraverso l’uso della mascherina inviamo un messaggio preciso: salviamo la nostra vita e quella di chi ci sta vicino.

Ma da tutto ciò ne deriva anche una valutazione politica. Noi vent’anni fa dicevamo: voi G8 noi 6 miliardi. Adesso noi possiamo dire: noi 7 miliardi 800 milioni, voi poche centinaia o forse decine di migliaia di persone.

Un ristrettissimo gruppo di individui – gli azionisti delle grandi aziende farmaceutiche che stabiliscono prezzi estremamente alti e rivendicano per vent’anni il monopolio dei brevetti sui farmacie sui vaccini – sta condannando a morte milioni di persone.

Questa pandemia ha esplicitato questo scontro, ma ha reso evidente anche l’esistenza di due logiche fra loro totalmente diverse e alternative. Da una parte il ‘tutti contro tutti,’ per esempio la concorrenza tra un Paese e l’altro per procurarsi i vaccini e dall’altra parte invece la collaborazione internazionale. Pensiamo solo ai medici cubani, venezuelani, cinesi, rumeni, albanesi che sono venuti volontariamente a lavorare in Italia per darci una mano nella lotta contro la pandemia.

Sono culture inconciliabili che si scontrano in modo estremamente duro e ognuno di noi ha la responsabilità di decidere da che parte stare.

La possibilità di restare soffocati, di rimanere “senza respiro”, non è solo un sintomo del virus pandemico, ma è una metafora dei nostri tempi affannosi e macabri, alla ricerca di soluzioni globali, di radicali svolte a livello planetario. Come può, secondo voi, e in particolare secondo te, Vittorio Agnoletto, che sei stato portavoce del Social Forum globale, avvenire tutto questo grandioso processo umano, che aveva mosso i suoi primi passi con il movimento alterglobal, arrestato con la brutale repressione degli attivisti ecopacifisti che manifestavano contro il G8 di Genova 2001?

Il movimento altermondialista aveva capito dove stava andando il nostro pianeta; dove ci stava portando questo modello di sviluppo. Allora, negli anni a cavallo tra i due millenni, noi avevamo lanciato un grido d’allarme: “Questo modello di sviluppo rischia di provocare una crisi economica e sociale catastrofica attraverso la finanziarizzazione dell’economia e rischia di creare degli sconvolgimenti nella natura, che potranno condurre anche alla scomparsa di alcune aree del pianeta e di interi popoli.” Abbiamo lanciato questi allarmi indicando quali erano le strade alternative da percorrere. Non ci hanno creduto. I poteri forti del G8 e delle multinazionali e del neoliberismo più spietato hanno attivato una repressione durissima cercando di screditare quel movimento e le conseguenze le abbiamo davanti agli occhi.

Ma le ragioni di quel movimento non sono scomparse

Ricordiamoci che 10 anni dopo il 2001, l’anno del primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e del Forum di Genova, in Italia una grande coalizione riuscì ad unire le stesse realtà che avevano costruito il Genoa Social Forum vincendo i referendum per la difesa dell’acqua come bene pubblico e quello contro il nucleare. Sono i semi del grande movimento che si è sviluppato a cavallo tra i due secoli e che ritroveremo anche in Fridays For Future, con una spinta proveniente soprattutto dalle giovani generazioni che rivendicano l’unicità del pianeta e affermano a gran voce: non abbiamo una Terra di riserva!

È un messaggio molto forte, che ci ammonisce sulla responsabilità delle generazioni attuali rispetto alle generazioni future. Mai come in questo momento le scelte che gli esseri umani possono compiere, avranno una capacità così forte di impattare il destino delle generazioni future.

“Io non respiro, non respiro…Voglio respirare, respirare”. Quando ripensiamo al grido di George Floyd in quel momento di disperazione nella lotta per la sopravvivenza, udiamo il grido che viene da tutta l’umanità, dalla natura, dal pianeta, perché siamo noi esseri umani che rischiamo di non poter più respirare.

Nel dicembre 2020 abbiamo assistito al primo tentativo di trasformare l’acqua in un prodotto da collocare sui mercati finanziari internazionali, come una merce qualunque, aprendo la strada alla possibilità che, in un futuro forse non troppo lontano, un pugno di multinazionali possano diventare proprietarie di una parte significativa delle riserve idriche del pianeta. Di questo passo prima o poi qualcuno penserà di privatizzare anche l’aria!

In questa situazione la risposta non può altro che essere globale. Dobbiamo puntare sullo sviluppo di reti internazionali, costruire la rete delle reti per cambiare il destino del pianeta. Venti anni fa dicevamo ‘un altro mondo è possibile’: oggi dobbiamo dire ‘un altro mondo è urgentemente necessario’. È una corsa contro il tempo.

Come considerate l’entrata in vigore del TPNW/TPAN – Trattato Proibizione Armi Nucleari, se per “nonviolenza efficace”, come fa anche Papa Francesco nella Laudato si’, intendiamo i progressi del diritto internazionale? Ritenete che “l’ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni” (art. 11 della Costituzione italiana, secondo comma) sia componente imprescindibile del movimento internazionale della società civile che scommette sul futuro sostenibile di una unica comunità planetaria di destino?

Credo che sia stata questa una tappa molto importante nella storia del genere umano. Però purtroppo, come accade molte volte, quello che viene sancito nelle dichiarazioni e nei trattati internazionali non si trasforma automaticamente in una pratica reale e condivisa. Ci siamo battuti per arrivare a questo trattato: il TPNW/TPAN. Adesso l’impegno più importante è che venga rispettato e che il maggior numero possibile di Paesi lo sottoscriva e lo ratifichi. Mentre noi stiamo discutendo di questi argomenti, la corsa al nucleare prosegue non solo nell’ambito civile, ma anche nell’ambito militare. Assistiamo ad una farsa, secondo la quale esiste la possibilità di un nucleare verde, pulitissimo, non rischioso. Su questo dobbiamo avere una posizione netta e precisa.

Hai fatto bene Laura ad accennare alla necessità di iniziative finalizzate a riscrivere l’architettura istituzionale che dovrebbe regolare la convivenza tra gli esseri umani; questo è un punto fondamentale. Abbiamo bisogno di una Costituzione globale. Oggi, per fare un esempio, una nazione può decidere di costruire una grande diga modificando il percorso di un fiume, provocando conseguenze pesantissime su altri Paesi; in casi simili le legislazioni nazionali sono totalmente impotenti e le dichiarazioni e i trattati internazionali non hanno forza cogente e non vi è nessuna autorità in grado di esigerne il rispetto.

Dobbiamo operare per arrivare ad una Costituzione mondiale; apprezzo molto, ad esempio, le elaborazioni in questo campo di Riccardo Petrella e di Luigi Ferrajoli.

In quale modo pensate che il concetto di educazione alla cittadinanza planetaria possa trovarsi in rapporto alla cultura della pace che abbiamo declinato come cultura della terrestrità nel libro “Memoria e futuro”? Stimate essenziale che il cittadino del mondo sia anche un soggetto dotato di responsabilità ecologica verso la Terra come “unico corpo vivente”, ben oltre la metafora della “casa comune”?

Credo che non ci siano dubbi che ogni soggetto vivente abbia una sua responsabilità rispetto al presente e al futuro; per poter gestire in modo consapevole tale responsabilità è necessario avere memoria del passato e delle conseguenze che certe scelte hanno prodotto. Senza memoria è impossibile sviluppare una credibile progettualità futura; per questo “Memoria e futuro” (Mimesis Edizioni, 2021) è un titolo “azzeccato”. Non si può parlare di futuro senza mettere al centro il ruolo delle istituzioni pedagogiche e formative; ma questo è un altro tallone d’Achille della nostra società, come abbiamo potuto purtroppo verificare anche durante la pandemia, con il grande disinteresse per il presente e il futuro dei nostri giovani.

Tornando al dibattito sulla necessità di una Costituzione mondiale, è importante sottolineare come tale progetto debba partire, prima di tutto, dalla piena attuazione di quelle dichiarazioni universali, di quei trattati, di quegli accordi internazionali firmati e sottoscritti e che rischiano di rimanere inattuati, di rimanere solo vuoti esercizi lessicali. Sta a noi richiamare gli Stati e le istituzioni alle loro responsabilità.

Laura Tussi in collaborazione con Fabrizio Cracolici

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Tempi di Fraternità. Alex Zanotelli: contro la guerra e il riarmo, boicottare le banche armate

di Laura Tussi (sito)

Alex Zanotelli interviene con decisione sul tema delle banche armate per sostenere la campagna di sensibilizzazione sugli investimenti non etici degli istituti finanziari e per difendere la legge 185 dagli attacchi del ministro Crosetto e della lobby delle armi. La sua esortazione contiene due inviti fondamentali, uno alla consapevolezza e all’informazione e un altro alla disobbedienza civile.

Pochi giorni fa si è tenuto un incontro organizzato dall’AIAD – la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa – alla presenza del ministro Crosetto, che si è detto favorevole a modificare la legge 185 perché sta bloccando troppo la vendita di armi. Le reazioni a questo attacco non si sono fatte attendere e uno dei primi a intervenire è stato Alex Zanotelli: «Non ho mai visto un Governo italiano così prigioniero del complesso militare industriale di questo Paese e questo è gravissimo», ci ha detto. 

Un altro aspetto preoccupante che emerge dalle dichiarazioni di Crosetto riguarda il rapporto fra guerra e finanza.

Il ministro si è detto molto preoccupato per le banche etiche perché – a detta sua – diventa sempre più difficile trovare soldi dalle banche che si sentono accusate di non essere etiche. Per questo ha dichiarato di voler fondare una nuova banca che investa soltanto nel militare. Per questo penso che diventi fondamentale in questo momento proprio l’invito a tutti a evitare e soprattutto boicottare le banche armate. Con la guerra in Ucraina verranno prodotte molte armi ed essa andrà avanti perché è importante produrre armamenti e poi smaltirli subito. È il solito modo di procedere.

Cosa ti preoccupa di più di questa situazione?​

Quello che mi preoccupa di più non è tanto la reazione della società civile, che purtroppo non è molto cosciente, quanto quella delle comunità cristiane. Il livello dovrebbe essere molto chiaro: non possono lasciare i loro soldi in mano alle banche che investono nella produzione di armi. Quel povero Gesù di Nazareth era il profeta della nonviolenza. Il grande teologo Enrico Chiavacci al Concilio Vaticano Secondo ha detto una cosa molto chiara: un cristiano è obbligato a sapere dove tiene i propri soldi, in quali banche e come quella banca usa quei soldi. 

Quello che mi sconcerta di più è quindi il silenzio da parte delle comunità cristiane, delle parrocchie, delle diocesi, dei vescovi. Non riesco a capirlo. Ormai noi cristiani siamo talmente conformati al sistema economico-finanziario militarizzato che accettiamo come una cosa normale che i nostri soldi vengano investiti in tutta questa infernale produzione. Penso che sia importante un appello alle comunità e a tutti i cittadini perché davvero adesso devono compiere una scelta sostanziale. Non vogliamo la guerra, siamo per la pace, ma se poi i soldi li depositiamo in una banca che investe in armi e ordigni militari la coerenza viene meno. È necessario aiutare la gente a capire questo, ma non è facile. 

Come valuti oggi il mercato degli armamenti in Italia?

L’anno scorso abbiamo investito per 32 miliardi di euro in armi. È pazzia collettiva. Sono tutti soldi che vengono tolti alla scuola, alla sanità pubblica e ad altri settori vitali. La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti che ci stanno conducendo inesorabilmente a un disastro planetario. E dall’altra parte ricordiamoci quanto pesano sull’ecosistema queste guerre, che provocano un altissimo tasso di inquinamento e qui siamo davanti all’estate incandescente. 

Vendere armi nelle zone calde, nelle aree di conflitto armato è vietato dalla legge 185/1990, come anche dalla nostra Costituzione. L’export di armamenti è veicolato verso i paesi impegnati nella guerra contro lo Yemen, verso i paesi come l’Egitto di al Sisi e la Turchia di Erdogan. Puoi argomentare queste considerazioni?

Il problema è drammatico. Il Ministro della Difesa Crosetto è molto preoccupato della 185 perché ostacola la vendita d’armi, che lui al contrario vorrebbe accelerare. È una legge nata in seguito a una lunga battaglia di cui ho fatto parte con la rivista Nigrizia. Poi mi hanno “defenestrato” e sono andato in Africa, ma quel movimento, che includeva tantissime organizzazioni, ha portato alla legge 185, che è unica in Europa. È un piccolo strumento per prevenire un sacco di disastri ed è fondamentale difenderlo ostinatamente, anche a costo di pagare di persona. 

I caricatori del porto di Genova, i Calp –ma anche quelli di altri porti –, si sono rifiutati di caricare le armi sulle navi destinate all’ Arabia Saudita per la guerra contro lo Yemen. I portuali stanno pagando di persona, sono incriminati e rischiano di essere processati. Ma oggi diventa fondamentale la disobbedienza civile. Giorni fa ho partecipato a un incontro sul caporalato in Campania e il vescovo emerito di Caserta, Monsignor Nogaro, ha detto proprio queste parole: «È arrivato il tempo di gridare che è necessaria la disobbedienza civile. Siamo arrivati a questo punto. Dobbiamo davvero disobbedire». 

Questo però vuol dire pagare nella propria vita e so che questo non è facile. Eppure il cittadino che capisce quanto è folle questo sistema drammatico deve avere il coraggio. Questo per le armi ma non solo: ho sempre appoggiato tutte le manifestazioni di Ultima Generazione, fanno bene a fare quello che fanno perché oggi stiamo andando verso il disastro ecologico.

armi nucleari 1

L’idea di base della campagna di pressione sulle banche armate è valida perché tende a bloccare questo sistema di commercio di armamenti. Con quali modalità?

Le modalità di questa campagna di boicottaggio delle banche armate è molto semplice. È necessario comprendere il problema e reagire. Basta semplicemente ritirare i propri soldi dalla banca che investe in armi e vedere di trovare una banca etica, ossia un’altra banca che non investa in armi. È fondamentale questa azione. Tutto questo non è facile perché è chiaro che gli interessi sono tanti perché certe banche – come le tre banche principali in Italia: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Deutsche Bank – danno alti dividendi, che sono molto più vantaggiosi, e quindi ognuno anche qui ci perde a livello personale. Ma dobbiamo cominciare a capire che non si può continuare così.

Penso che il successo dipenda da due fattori fondamentali. Finora abbiamo lanciato questa campagna con Pax Christi e le tre riviste NigriziaMissione Oggi e Mosaico di pace, ma non basta. Stiamo premendo affinché la chiesa italiana faccia un passo in avanti. Ma allo stesso tempo ci vorrebbe anche da parte della società civile la capacità di rilanciare con forza tutta questa azione, perché molta gente non sa nulla di queste cose. 

Il secondo fattore è la disobbedienza civile dei tanti che lavorano in fabbriche d’armi: che si rifiutino di continuare a fare il proprio lavoro. Ho scritto recentemente – in occasione del funerale di Berlusconi – che l’amoralità, cioè la non-moralità, è diventata l’etica del popolo italiano. Questo è il problema: non ci sono più valori né ideali e questo richiede un intervento soprattutto da parte della rete della Chiesa, che deve ricominciare a formare una coscienza di valori. 

La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti

Il valore delle operazioni segnalate dalle banche italiane relative al commercio di armi sfora i 9 miliardi e mezzo di euro. Le riviste missionarie Nigrizia, Mosaico di pace e Missione oggi come denunciano il fatto che gli istituti di credito si sono messi al servizio delle aziende belliche?

In generale le tre riviste sono molto chiare sulla denuncia di tutto questo ed è fondamentale che continuino in questa loro denuncia, che però da sola non è sufficiente. Sono tre voci che non hanno gran peso nella società italiana. Bisognerebbe che qualche televisione o qualche grosso giornale iniziasse una campagna sul tema, ma chiaramente il problema è che sono tutti parte del sistema: basta vedere un giornale e chi lo paga, da dove riceve fondi. Penso che anche questa sia una vera e propria missione. Sono un missionario e a volte sembra sempre di parlare al deserto, ma è importante continuare a declamare la nostra posizione. 

Non smetterà mai di invitare tutti a riflettere su come i nostri soldi vengono usati. Vale per le banche armate, ma vale anche per chi investe in fossili. Sono due facce della stessa medaglia, perché sono le due realtà che ci stanno portando alla possibilità che la presenza umana sul pianeta venga meno. 

Anche il PNRR sarà sempre più proiettato all’investimento e produzione di armi?

Il PNRR dovrebbe servire alla società civile, soprattutto servire a portare avanti la scuola e la sanità, ma se i fondi vanno a finire in armi e non rimangono che le briciole per tutto il resto. Questa è una cosa gravissima.

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A COP28 un primo risultato, ma la strada è ancora lunga

di LAURA TUSSI

Si è conclusa pochi giorni fa la COP28, una delle conferenze sul clima più chiacchierate degli ultimi anni per tutta una serie di motivi, dal palese conflitto d’interessi dei padroni di casa ai ritardi con cui si sono chiusi i lavori, senza dimenticare il difficile contesto internazionale. Grazie al contributo di un gruppo di osservatori di HubZine Italia, vediamo cos’è successo e tiriamo le somme.

Si sono conclusi a Dubai lo scorso 13 dicembre i negoziati sul clima della COP28. Dopo ore di attesa febbrile è stato redatto e approvato il testo finale del Global Stocktake che contiene l’impegno dei paesi nella transizione in uscita dai combustibili fossili entro il 2050. Giacomo di Capua, Asia Guerreschi, Vladislav Malashevskyy e Domenico Vito, analisti di Osservatorio Parigi di HubZine Italia – un gruppo di giovani esperti nato per seguire monitorare e commentare con un approccio divulgativo ma tecnico e competente i negoziati UNFCCC sul clima e i loro effetti sul contesto italiano ed europeo – erano presenti come osservatori alla conferenza che dal 1992 dovrebbe occuparsi di trovare accordi internazionali in ambito di cambiamento climatico.

Domenico Vito è il coordinatore dell’Osservatorio ed è stato presente ai negoziati sin dal 2015. «È andata bene ma non benissimo – osserva –, una COP fatta nella bocca del leone ha rischiato di spegnere del tutto le speranze dell’Accordo di Parigi. Nonostante si sia sicuramente mobilitata la finanza climatica con diversi pledge sul fondo “loss and damage” e su altri fondi legati al clima, il risultato ottenuto è solo un primo passo verso la strada giusta che è ancora lunga, il risultato sul Global Stocktake non giustifica questo clamore, stiamo festeggiando non perché siamo vittoriosi, ma perché abbiamo portato a casa il minimo indispensabile».

cop28 1

Già, perché la presidenza del sultano Ahmed Al Jaber, ministro dell’industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti e a capo della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), ha accolto le decisioni finali con clamorosa soddisfazione. Al contrario, diversi sono i pareri degli osservatori che giudicano i risultati della COP28 come un “compromesso al ribasso”. Ad esempio secondo Tom Evans, policy advisor di E3G, «i sostenitori di una rapida eliminazione dei combustibili fossili – sia i piccoli stati insulari che le grandi economie – hanno spinto il resto del mondo a rendersi conto che questa transizione non può essere fermata. Ma questo è solo un piccolo primo passo».

«Non si può certo parlare, in termini assoluti, di un successo», rincara la dose Giacomo Di Capua, econometrista e Giovane Delegato d’Italia all’ONU. «A COP28 si registra uno dei numeri più alti di elementi in agenda la cui considerazione è stata posposta data l’impossibilità di raggiungere un accordo, invocando la Regola 16 del progetto del regolamento interno della COP», un elemento procedurale che rimanda le decisioni finali in merito a degli elementi negoziali alle prossime sessioni degli organi sussidiari e delle conferenze sul clima.

Servirà un forte sostegno della società civile e dell’azione climatica a dare sostanza alle decisioni di questi negoziati

Altro inviato di HubZine a Dubai è stato Vladislav Malaskeskyy, esperto di mercati del carbonio e osservatore sull’Articolo 6 degli Accordi di Parigi. Secondo lui, «la COP28 aveva il compito cruciale di delineare alcuni dettagli sui meccanismi bilaterali, specialmente considerando che diversi Paesi hanno già firmato accordi, avviato progetti e in alcuni casi ottenuto risultati tangibili. Era inoltre attesa l’approvazione di linee guida sulle metodologie per il meccanismo centralizzato e indicazioni sui progetti di rimozione, oltre a fornire direttive su come i vari organi dovessero agire nell’anno in vista della prossima COP per rendere operativo il meccanismo centralizzato».

«Purtroppo – prosegue Vladislav tirando le conclusioni – i negoziati hanno completamente fallito, mancando persino di un accordo generale. Questo esito, sebbene non del tutto inaspettato, manda un forte segnale di incertezza ai neo-mercati emergenti dell’Articolo 6. Un aspetto particolarmente negativo è che l’organo incaricato di lavorare per tutto l’anno successivo, per delineare ulteriori indicazioni sul meccanismo centralizzato, è rimasto senza un mandato definito. Questa mancanza lascia le parti a libera interpretazione su come procedere, mettendo seriamente a rischio l’intero programma del 2024».

dubai

Ragionando sul clima è importante parlare anche di economia circolare, di cui si occupa Asia Guerreschi, fondatrice di Rethinking Climate. Il tema non è esplicito all’interno dei negoziati, ma ricorre spesso quando si parla di uso delle risorse, energia rinnovabile o revisione dei processi produttivi. Tuttavia, forse per la prima volta si è visto presso i padiglioni laterali, come quelli della Svezia e Germania, eventi che hanno accolto la discussione su questo tema nel settore privato e pubblico.

Quali somme tirare dunque in conclusione? È stata una COP dolceamara, molto frenetica, ma dinamica, nella quale il rischio di totale fallimento è stata una costante. E che alla fine, all’ultimo respiro, ha dato ancora la speranza per un futuro di decarbonizzazione. La strada però è tutto tranne che ben intrapresa: servirà un forte sostegno della società civile e dell’azione climatica a dare sostanza alle decisioni di questi negoziati.

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Riflessioni interculturali per l’attuale genocidio a Gaza

di LAURA TUSSI

La relazione interculturale e l’Agenda Onu 2030 contro la guerra.

Il genere umano possiede risorse creative inesauribili nella possibilità di una nuova creazione di cittadinanza planetaria e globale, attraverso l’educazione della trasmissione del passato, nel recupero della memoria storica e, al contempo, apertura della mente per accogliere il nuovo, il cambiamento, al centro della innovativa missione di una progressiva progettualità interculturale, secondo gli obiettivi dell’Agenda 2030 emanata dall’ONU.

Il ripudio dell’Onu da parte dei poteri forti nell’attuale genocidio in atto a Gaza.

L’Onu è l’Organismo le cui risoluzioni di pace sono attualmente respinte dai poteri forti soprattutto nel conflitto in atto in Medio Oriente con il genocidio in corso a Gaza. E ultimamente i rappresentanti Onu sono stati vittime dei bombardamenti e massacrati e il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres è stato addirittura sbeffeggiato e maltrattato su una questione così cruciale come la guerra contro i più fragili del pianeta, come i bambini di Gaza.

Nessun popolo può arrogarsi il diritto di supremazia su altri popoli.

Nessun popolo può arrogarsi il diritto di una priorità cronologica e superiorità qualitativa, perché ogni civiltà si costituisce su un terreno interculturale, ossia come la risultante di interazioni transculturali, in quanto ogni cultura si è sempre formata grazie alla complessiva intermediazione con altri saperi, valori, idee e culture diverse e differenti da sé. Ogni specifica cultura non è univoca ed unica, ma plurale, prodotta da una molteplicità dinamica di differenziazioni, scambi, ibridazioni, commistioni, contaminazioni e innesti. 

Nell’ attuale guerra in Medio Oriente è disprezzata e calpestata la predisposizione al dialogo interculturale.

L’approccio interculturale si propone come dialogo, ossia come semplice confronto tra opinioni definite e consolidate, dove gli interlocutori sono disposti a mettere in discussione tutti i loro presupposti, gli impliciti preconcetti e persino se stessi.

La globalizzazione e il neoliberismo e il pensiero unico veicolano disvalori fascisti che impongono le guerre.

La globalizzazione, realizzando un unico orizzonte per una molteplicità di realtà locali, potrebbe apparire come la migliore occasione per intendere la cultura a livello interculturale. Al contrario, le tendenze che caratterizzano la globalizzazione conducono all’azzeramento ed all’omologazione delle differenze e quindi all’eliminazione della molteplicità che determina lo sviluppo di ogni singola cultura. 

I migranti fuggono da guerre, terrorismo, disastri ambientali, manovre economiche. Ma la fortezza Europa li respinge in nome del riarmo e dell’incremento delle spese militari.

La globalizzazione dei mercati rischia di esasperare l’incidenza del fenomeno migratorio, se non si attua un miglioramento generalizzato della condizione dei lavoratori dei paesi del sud del mondo, costretti comunque ad emigrare alla ricerca di condizioni di vita migliori. L’aumento del divario tra i paesi del nord e del sud del mondo e le nuove condizioni di instabilità e di tensione tra i popoli hanno visto pesantemente compromessa la possibilità di scambio e di dialogo tra versioni culturali differenti, apparse irriducibilmente contrapposte per certi aspetti.

L’educazione alla pace è una visione e una pratica nonviolenta ad ampio raggio e con distanze spazio-temporali.

L’educazione alla pace interculturale rappresenta il riconoscimento del valore della pari dignità e opportunità delle diversità da promuovere, rispettare e valorizzare e per questo costringe a ripensare le molteplici e quotidiane manifestazioni di razzismo, intolleranza, incomprensione intersoggettiva tra individui, contro genti e minoranze, come il genocidio in atto a Gaza, con persistenti azioni di discriminazione e violenza, con squilibri evidenti tra gruppi sociali, tra le culture ricche e articolate e le realtà del silenzio, depresse e dimenticate.

Il pregiudizio e la retorica di regime imposti dal potere nell’attuale genocidio in Medio Oriente.

Oltre il muro del pregiudizio, del limite della discriminazione, del confine intersoggettivo del razzismo occorre costruire un pensiero transculturale che transiti oltre le singole culture, con la sottoscrizione di intenti comuni e valori condivisi per poter pensare e realizzare un progetto di coesistenza pacifica in cui assicurare ai singoli, ai gruppi e ai popoli, i fondamentali diritti alla libertà, alla creatività, alla conoscenza, al rispetto delle proprie differenze di lingua, cultura e religione, per costruire un’autentica inter-trans-cultura, fondata su un grande investimento pedagogico che coinvolga le varie istituzioni educative nell’elaborazione di un progetto formativo finalizzato ad educare nella differenza, al dialogo e al confronto interculturale.

Resistenza e Nonviolenza creativa per la risoluzione dei conflitti.

Un pensiero inter-trans-culturale è capace di contrastare l’uniformità, l’omologazione, il conformismo e la chiusura culturale, cause di massificazione, intolleranza e assenza di progettualità per il futuro, e spesso di odio e violenza.  L’intercultura è un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, di comprensione e di interpretazione dell’alterità, nella pratica del pensiero plurale, nella relazione creativa, al fine di apprendere e ragionare in forma esplorativa e transitiva, esaltando la propria componente critica e creativa che attiva la propria natura complessa e multiforme.

I dogmi e gli stereotipi della propaganda guerrafondaia e violenta occidentale, impostata sull’odio della differenza.

L’intercultura è un pensiero problematico capace di pensare la complessità e di muoversi dialetticamente e dialogicamente tra i molteplici piani esistenziali e culturali del reale, per educare metacognitivamente in maniera complessa, trasversale, transcognitiva, sviluppando una conoscenza della conoscenza e sapendo gestire i saperi e le informazioni del piano reale dell’esistenza, in modo da confutare, a livello pratico e dialettico, pregiudizi, dogmi e stereotipi, fonte di vari razzismi e discriminazioni e guerre e conflitti e in genere violenza strutturale tra popoli.

Per approfondire:

Pinto Minerva F., Intercultura, Laterza 2002

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e Nonviolenza creativa, Mimesis 2022

Sitografia:

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Tempi di Fraternità. Alex Zanotelli: contro la guerra e il riarmo, boicottare le banche armate

di LAURA TUSSI

Alex Zanotelli interviene con decisione sul tema delle banche armate per sostenere la campagna di sensibilizzazione sugli investimenti non etici degli istituti finanziari e per difendere la legge 185 dagli attacchi del ministro Crosetto e della lobby delle armi. La sua esortazione contiene due inviti fondamentali, uno alla consapevolezza e all’informazione e un altro alla disobbedienza civile.

Pochi giorni fa si è tenuto un incontro organizzato dall’AIAD – la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa – alla presenza del ministro Crosetto, che si è detto favorevole a modificare la legge 185 perché sta bloccando troppo la vendita di armi. Le reazioni a questo attacco non si sono fatte attendere e uno dei primi a intervenire è stato Alex Zanotelli: «Non ho mai visto un Governo italiano così prigioniero del complesso militare industriale di questo Paese e questo è gravissimo», ci ha detto. 

Un altro aspetto preoccupante che emerge dalle dichiarazioni di Crosetto riguarda il rapporto fra guerra e finanza.

Il ministro si è detto molto preoccupato per le banche etiche perché – a detta sua – diventa sempre più difficile trovare soldi dalle banche che si sentono accusate di non essere etiche. Per questo ha dichiarato di voler fondare una nuova banca che investa soltanto nel militare. Per questo penso che diventi fondamentale in questo momento proprio l’invito a tutti a evitare e soprattutto boicottare le banche armate. Con la guerra in Ucraina verranno prodotte molte armi ed essa andrà avanti perché è importante produrre armamenti e poi smaltirli subito. È il solito modo di procedere.

zanotelli
Alex Zanotelli
Cosa ti preoccupa di più di questa situazione?

Quello che mi preoccupa di più non è tanto la reazione della società civile, che purtroppo non è molto cosciente, quanto quella delle comunità cristiane. Il livello dovrebbe essere molto chiaro: non possono lasciare i loro soldi in mano alle banche che investono nella produzione di armi. Quel povero Gesù di Nazareth era il profeta della nonviolenza. Il grande teologo Enrico Chiavacci al Concilio Vaticano Secondo ha detto una cosa molto chiara: un cristiano è obbligato a sapere dove tiene i propri soldi, in quali banche e come quella banca usa quei soldi. 

Quello che mi sconcerta di più è quindi il silenzio da parte delle comunità cristiane, delle parrocchie, delle diocesi, dei vescovi. Non riesco a capirlo. Ormai noi cristiani siamo talmente conformati al sistema economico-finanziario militarizzato che accettiamo come una cosa normale che i nostri soldi vengano investiti in tutta questa infernale produzione. Penso che sia importante un appello alle comunità e a tutti i cittadini perché davvero adesso devono compiere una scelta sostanziale. Non vogliamo la guerra, siamo per la pace, ma se poi i soldi li depositiamo in una banca che investe in armi e ordigni militari la coerenza viene meno. È necessario aiutare la gente a capire questo, ma non è facile. 

Come valuti oggi il mercato degli armamenti in Italia?

L’anno scorso abbiamo investito per 32 miliardi di euro in armi. È pazzia collettiva. Sono tutti soldi che vengono tolti alla scuola, alla sanità pubblica e ad altri settori vitali. La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti che ci stanno conducendo inesorabilmente a un disastro planetario. E dall’altra parte ricordiamoci quanto pesano sull’ecosistema queste guerre, che provocano un altissimo tasso di inquinamento e qui siamo davanti all’estate incandescente. 

crosetto
Il ministro Crosetto
Vendere armi nelle zone calde, nelle aree di conflitto armato è vietato dalla legge 185/1990, come anche dalla nostra Costituzione. L’export di armamenti è veicolato verso i paesi impegnati nella guerra contro lo Yemen, verso i paesi come l’Egitto di al Sisi e la Turchia di Erdogan. Puoi argomentare queste considerazioni?

Il problema è drammatico. Il Ministro della Difesa Crosetto è molto preoccupato della 185 perché ostacola la vendita d’armi, che lui al contrario vorrebbe accelerare. È una legge nata in seguito a una lunga battaglia di cui ho fatto parte con la rivista Nigrizia. Poi mi hanno “defenestrato” e sono andato in Africa, ma quel movimento, che includeva tantissime organizzazioni, ha portato alla legge 185, che è unica in Europa. È un piccolo strumento per prevenire un sacco di disastri ed è fondamentale difenderlo ostinatamente, anche a costo di pagare di persona. 

I caricatori del porto di Genova, i Calp –ma anche quelli di altri porti –, si sono rifiutati di caricare le armi sulle navi destinate all’ Arabia Saudita per la guerra contro lo Yemen. I portuali stanno pagando di persona, sono incriminati e rischiano di essere processati. Ma oggi diventa fondamentale la disobbedienza civile. Giorni fa ho partecipato a un incontro sul caporalato in Campania e il vescovo emerito di Caserta, Monsignor Nogaro, ha detto proprio queste parole: «È arrivato il tempo di gridare che è necessaria la disobbedienza civile. Siamo arrivati a questo punto. Dobbiamo davvero disobbedire». 

Questo però vuol dire pagare nella propria vita e so che questo non è facile. Eppure il cittadino che capisce quanto è folle questo sistema drammatico deve avere il coraggio. Questo per le armi ma non solo: ho sempre appoggiato tutte le manifestazioni di Ultima Generazione, fanno bene a fare quello che fanno perché oggi stiamo andando verso il disastro ecologico.

armi nucleari 1
L’idea di base della campagna di pressione sulle banche armate è valida perché tende a bloccare questo sistema di commercio di armamenti. Con quali modalità?

Le modalità di questa campagna di boicottaggio delle banche armate è molto semplice. È necessario comprendere il problema e reagire. Basta semplicemente ritirare i propri soldi dalla banca che investe in armi e vedere di trovare una banca etica, ossia un’altra banca che non investa in armi. È fondamentale questa azione. Tutto questo non è facile perché è chiaro che gli interessi sono tanti perché certe banche – come le tre banche principali in Italia: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Deutsche Bank – danno alti dividendi, che sono molto più vantaggiosi, e quindi ognuno anche qui ci perde a livello personale. Ma dobbiamo cominciare a capire che non si può continuare così.

Penso che il successo dipenda da due fattori fondamentali. Finora abbiamo lanciato questa campagna con Pax Christi e le tre riviste NigriziaMissione Oggi e Mosaico di pace, ma non basta. Stiamo premendo affinché la chiesa italiana faccia un passo in avanti. Ma allo stesso tempo ci vorrebbe anche da parte della società civile la capacità di rilanciare con forza tutta questa azione, perché molta gente non sa nulla di queste cose. 

Il secondo fattore è la disobbedienza civile dei tanti che lavorano in fabbriche d’armi: che si rifiutino di continuare a fare il proprio lavoro. Ho scritto recentemente – in occasione del funerale di Berlusconi – che l’amoralità, cioè la non-moralità, è diventata l’etica del popolo italiano. Questo è il problema: non ci sono più valori né ideali e questo richiede un intervento soprattutto da parte della rete della Chiesa, che deve ricominciare a formare una coscienza di valori. 

La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti


Il valore delle operazioni segnalate dalle banche italiane relative al commercio di armi sfora i 9 miliardi e mezzo di euro. Le riviste missionarie Nigrizia, Mosaico di pace e Missione oggi come denunciano il fatto che gli istituti di credito si sono messi al servizio delle aziende belliche?

In generale le tre riviste sono molto chiare sulla denuncia di tutto questo ed è fondamentale che continuino in questa loro denuncia, che però da sola non è sufficiente. Sono tre voci che non hanno gran peso nella società italiana. Bisognerebbe che qualche televisione o qualche grosso giornale iniziasse una campagna sul tema, ma chiaramente il problema è che sono tutti parte del sistema: basta vedere un giornale e chi lo paga, da dove riceve fondi. Penso che anche questa sia una vera e propria missione. Sono un missionario e a volte sembra sempre di parlare al deserto, ma è importante continuare a declamare la nostra posizione. 

Non smetterà mai di invitare tutti a riflettere su come i nostri soldi vengono usati. Vale per le banche armate, ma vale anche per chi investe in fossili. Sono due facce della stessa medaglia, perché sono le due realtà che ci stanno portando alla possibilità che la presenza umana sul pianeta venga meno. 

Anche il PNRR sarà sempre più proiettato all’investimento e produzione di armi?

Il PNRR dovrebbe servire alla società civile, soprattutto servire a portare avanti la scuola e la sanità, ma se i fondi vanno a finire in armi e non rimangono che le briciole per tutto il resto. Questa è una cosa gravissima.

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Gaza: è catastrofe umanitaria. E la responsabilità degli intellettuali?

DI LAURA TUSSI 

 Ripudiamo la supremazia dei poteri forti che impongono il neoliberismo più depravato e il capitalismo a oltranza che ancora dichiara le guerre e si muove esclusivamente per intenti economici e per il “dio” denaro.

Ripudiamo ogni guerra con l’adagio “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni.

È un momento in cui dobbiamo chiamare a raccolta tutte le nostre risorse emotive e difese psicologiche per continuare a credere nell’umanità, per mantenere la speranza, per praticare la pace e affermare la nonviolenza. Un conflitto che impregna anche l’aria e l’acqua della Palestina è esploso con una violenza senza precedenti e ora più che mai abbiamo il dovere di riflettere, comprendere e agire, senza voltare la testa dall’altra parte, come siamo tristemente abituati a fare. Come diceva Vittorio Arrigoni, che proprio fra le strade di Gaza ha trovato la morte, “Restiamo umani”.

Un genocidio contro i più fragili del pianeta.

Anche gli Stati Uniti hanno votato contro il cessate il fuoco. E’ davvero vergognoso, anzi abominevole.

Nelle manifestazioni a sostegno di Gaza, interviene sempre la polizia in assetto antisommossa per bloccare i manifestanti che protestano solo perché vogliono la pace.

Ormai il potere, tutti i governi occidentali e non solo, sostengono il dominio e la prevaricazione di Israele su un popolo inerme e costituito perlopiù da bambini e adolescenti.

Gli occhi del mondo.

In modalità vigliacche, costantemente vengono attaccati e decimati i più fragili. A partire dai bombardamenti degli ospedali ormai senza più nemmeno carburante per mantenere le macchine che fanno stare in vita i malati terminali. Un mio amico ha adottato una bambina di Gaza di soli 12 anni di cui non si hanno più notizie. E non si hanno più notizie dei bambini-farfalla a Gaza. E così di altre, molte, troppe povere persone.

Ripudiamo ogni guerra con gli scritti per la nonviolenza.

E’ direi di vitale importanza la diffusione di questi nostri libri e articoli contro la guerra, per ripudiare ogni conflitto armato, per la dignità di tutti noi antifascisti e ecopacifisti che vogliamo la pace sopra ogni cosa.

E’ importante scrivere e denunciare fino a quando attivisti di buona volontà gestiscono ancora quei pochi siti online e spazi e ambiti editoriali liberi soprattutto dall’odio e dalla propaganda bellicista e militaresca. Perché la pace è vita. E, ripeto, oggi, adesso, in queste ore è in atto un genocidio perpetrato ai danni di un popolo quasi tutto costituito di bambini e adolescenti e quindi civili tutti innocenti e inermi.

Gli occhi dei bambini di Gaza che Resistono.

Un genocidio perpetrato dai poteri forti compresi soprattutto noi occidentali. E questo genocidio peserà come un crimine, un macigno sulle nostre coscienze. Sempre se si può ancora parlare di coscienza. Sono certa di essere compresa. Noi non siamo né con Hamas né con Israele, ma contro la guerra e la violenza oscurantista che sta ottenebrando le menti di tutti noi, società presunta civile. Sempre che si possa parlare ancora di civiltà nel sonno della ragione che genera mostri. Mai più odio. Mai più guerra. Mai più violenza dettata e imposta dal neoliberismo più becero e bellicista e militaresco.

L’abolizione della violenza strutturale nel conflitto in Medio Oriente.

La violenza deve essere abolita da entrambe le parti di coloro che sono agli antipodi, che si contrappongono, che si odiano, che sono in conflitto nel corso di una guerra, di una controversia armata.

Hamas, attaccando e massacrando gli israeliani nei Kibbutz ha risvegliato l’ira funesta e furibonda dei poteri forti: di Israele.

Hamas non è certo amico della libertà e della pace per il popolo palestinese in quanto si sospetta sia stato infiltrato da agenti e cellule iraniane, da elementi degli Hezbollah. E quindi di certo, il governo di Israele e l’Occidente e l’America non vogliono uno stato di equilibrio, ma impongono costantemente di mietere vittime, utilizzando le armi incrementando così il commercio degli ordigni bellici più mortiferi e sofisticati per fatturare e incrementare le vendite di armi mortali. Una logica militaresca e guerresca, ma soprattutto di potere economico.

Una guerra imposta dai governi di Israele e non dal popolo.

Noi dobbiamo sempre dire che non è il popolo di Israele a volere la guerra, ma i governanti, i vari governi formati e costituiti dal potere militare, dai militari che impongono la controversia armata e letale dal 1948, assediando la striscia di Gaza e delimitando i suoi confini.

Dal 2009 si assiste a una fase più letale della recrudescenza del conflitto armato. Perchè si sono insediati governi sempre più retrivi e reazionari fino a arrivare all’apice di questa crudeltà con l’operazione piombo fuso in cui ha trovato la morte il grande pacifista Vittorio Arrigoni.

Le scuole di pace a Gerusalemme: una speranza per l’umanità intera.

I Parent’s Circle e esperienze come Neve Shalom sono impostati come idealità di costruzione di una pace profonda tra le due popolazioni. Queste esperienze di nonviolenza creativa e attiva vogliono far incontrare le vittime di entrambe le parti in dissidio, in guerra, che si dichiarano nemici. Ma in realtà la maggior parte del popolo sia israeliano e sia palestinese non crede più nei governi militari, né a Hamas, ma vuole per buona parte una risoluzione delle controversie armate che mietono migliaia e decine di migliaia e centinaia di migliaia di vittime tra donne, bambini, vecchi e uomini innocenti. Civili innocenti. Un popolo, anzi due popoli, su cui viene sempre esercitato uno stato di terrore. Due popoli deprivati totalmente e profondamente del diritto alla felicità. Deprivati di tutto. Di ogni diritto.

Vogliamo la Pace.

Perché la pace è innanzitutto bene, gioia e volontà di stare al mondo senza persecuzioni e odi etnici, atavici conflitti e guerre sanguinarie. La maggior parte della popolazione di Gaza è costituita da bambini e ragazzi quasi adolescenti che vivono nel terrore costante, succubi di uno stato di psicosi mentale perenne.

Vivono mutilati nei corpi e nelle menti.

L’Onu viene completamente ignorata. E massacrata…

E questo è un grave crimine contro l’umanità. Dove l’ONU non è stata mai ascoltata nonostante l’emanazione delle sue principali e importanti risoluzioni, sempre ignorate e disattese. Quindi accogliamo e promuoviamo uniti tutte le manifestazioni per la pace, per la nonviolenza, che si svolgono sia nei due stati belligeranti sia nel mondo intero, sia nelle maggiori capitali internazionali, da Milano, Roma, da Parigi a Francoforte a Londra.

Il crimine dell’Europa.

L’Europa dovrebbe lanciare appelli di aiuto per questi due popoli dilaniati e non pensare a fomentare ulteriormente la guerra come tra Ucraina e Russia e Nato. L’Europa sostiene i poteri forti, quindi i vari governi di Israele invece di appellarsi all’ONU e al diritto internazionale, che è stato creato dai padri Partigiani delle Costituzioni antifasciste nate dalla Resistenza in Italia e in tutta Europa. E quindi tutti noi che abbiamo la facoltà e ancora la possibilità di scrivere e denunciare e condannare dobbiamo per forza continuare a dichiarare le nostre posizioni pacifiste e nonviolente e servirci di tutti i mezzi a nostra disposizione.

L’impegno degli intellettuali e dei giornalisti per “Ricomporre l’infranto”.

Noi amici della Pace dobbiamo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per denunciare le violenze e ripudiare ogni guerra, di entrambe le fazioni belligeranti, a partire dalle testate giornalistiche pacifiste che ancora ci accolgono e ci permettono di svolgere la nostra mission.

La missione e il diritto e il dovere di attuare il pacifismo.

La missione e il diritto e il dovere di appellarci al pacifismo, con le dichiarazioni di pace e del ripudio di ogni violenza e di ogni guerra e poi portare questi nostri scritti, gli articoli di denuncia nelle piazze e nelle manifestazioni internazionali di tutto il mondo a partire dalla realtà locale. Quindi pensare globalmente e internazionalmente e agire localmente sempre interconnessi tra le varie parti del mondo che possono aiutarci nella denuncia e nel ripudio della guerra e della violenza.

Il diritto alla pace. Resistenza: non resilienza.

Perché il fine ultimo dell’umanità è la propria felicità e il bene derivante da questa condizione che scaturisce da contesti pacifici nonviolenti di amore, amicizia, creatività, gioco, interscambio, e ancora amore tra culture e religioni diverse: ripudiamo la supremazia dei poteri forti che impongono il neoliberismo più depravato e il capitalismo a oltranza che ancora dichiara le guerre e si muove esclusivamente per intenti economici e per il “dio” denaro.