Intervista: la necessità di consumare meno

Esperienza didattica raccontata da una collega dell’Istituto Gramsci di Prato in Toscana

Intervista: la necessità di consumare meno

In questa dimensione, realmente interculturale, da anni si realizzano progetti anche di vasta portata che hanno come obiettivo l’educazione per la cittadinanza attiva e globale e per l’ambiente

Consumare meno

Esperienza didattica raccontata da una collega dell’Istituto Gramsci di Prato in Toscana

 

Sono rimasta molto entusiasta e colpita da un’esperienza didattica raccolta e che mi è stata raccontata da una collega di un istituto tecnico, l’Istituto Gramsci di Prato in Toscana.

Questa collega mi ha raccontato che il progetto a cui lei ha partecipato è stato realizzato in un istituto di istruzione superiore di Prato che comprende due indirizzi di studio tecnici e scientifici.

 

Marina, in quale contesto sociale e culturale si è svolto il progetto didattico sul consumo critico e la cittadinanza attiva e globale?

 

Prato è un capoluogo di provincia di antica tradizione artigianale industriale, incentrata principalmente sul settore tessile, attualmente in grave crisi a causa della concorrenza cinese che in quest’area ha stabilito una comunità tra le più numerose in Italia.

Nella scuola della collega la presenza degli alunni stranieri è molto elevata, in continua crescita e si concentra soprattutto nell’indirizzo commerciale, preferito soprattutto gli studenti cinesi.

In questa dimensione, realmente interculturale, da anni si realizzano progetti anche di vasta portata che hanno come obiettivo l’educazione per la cittadinanza attiva e globale nella coscienza che agli studenti debbano essere forniti strumenti di comprensione della crescente complessità di relazioni esistenti tra culture e sistemi economici delle diverse comunità sociali.

 

Il progetto di cui mi hai riferito e raccontato è finanziato con fondi destinati a progetti di educazione ambientale in seguito alla partecipazione a un bando di concorso provinciale. Quale è la sua motivazione?

 

Lo scopo dell’azione educativa è quella di promuovere percorsi di educazione alla cittadinanza attiva e consapevole, affrontando i temi dell’utilizzo razionale ed ecocompatibile delle risorse ambientali ed energetiche, con la prospettiva di stimolare la riflessione sui comportamenti di consumo individuali e di modificare le caratteristiche verso una maggiore sostenibilità ambientale.

 

Quali sono le metodologie applicate?

 

L’aspetto metodologico peculiare è stato lo spazio dedicato all’osservazione e al monitoraggio dei comportamenti personali e familiari, per consentire agli studenti di misurare il proprio impatto ambientale, diventando consapevoli dell’importanza dei comportamenti individuali e collettivi nella creazione e nella risoluzione dei problemi trattati.

Il progetto ha coinvolto le classi dell’indirizzo geometri in percorsi differenziati che avevano come denominatore comune le relazioni tra consumi di risorse e cambiamenti climatici.

 

Come è stato suddiviso il progetto per classi?

 

Alcune classi hanno affrontato il tema dei rifiuti, altre hanno affrontato il tema delle risorse idriche.

In seguito, un percorso incentrato principalmente sulle risorse energetiche in cui ancora hanno approfondito, dal punto di vista progettuale e impiantistico, le tematiche relative al risparmio energetico degli edifici residenziali e tutti i percorsi sono stati integrati con visite guidate a impianti di interesse specifico e esposizioni e manifestazioni sui temi affrontati.

 

Avete in proposito organizzato un viaggio di istruzione a Friburgo.

Tra questi temi, nell’ambito del viaggio di istruzione annuale delle classi, si fa riferimento in particolare al quartiere di Vauban di Friburgo in Brisgovia Germania, uno dei primi e meglio conosciuti esempi di progettazione ecosostenibile. Il percorso più complesso e interessante dal punto di vista metodologico per le osservazioni che hanno tratto gli studenti è stato senz’altro quello relativo i consumi. In una prima fase sono stati analizzate relazioni esistenti tra i consumi energetici mondiali, il problema del riscaldamento globale, poi sono state analizzate le relazioni tra stili di vita delle comunità e i consumi energetici. In seguito sono state individuate interconnessioni tra consumi di energia e consumi di risorse complessive: gli studenti hanno analizzato i propri stili di consumo calcolando, con una metodologia abbastanza complessa, la quantità di gas serra prodotta da ciascuno in ambito familiare attraverso l’uso di combustibili per trasporto, riscaldamento e la propria impronta ecologica.

Poi sono stati elaborati i dati raccolti e confrontati con la media locale e con quella nazionale che a loro volta sono stati confrontati con i dati internazionali.

 

Sono state approntate ricerche bibliografiche e è stato realizzato un lavoro multimediale.

 

Nella fase successiva, dopo aver preso atto grazie all’indagine precedente dei comportamenti che determinano il maggior spreco di risorse, sono stati individuati quelli che consentono di ridurre i consumi attraverso ricerche bibliografiche in rete.

Infine due classi coinvolte hanno prodotto un lavoro multimediale che illustra l’esperienza.

Dal punto di vista strettamente operativo, il progetto è stato portato a termine con modalità e tempi previsti.

 

Avete potuto fruire della visione del film di Al Gore “Una scomoda verità”. Quali risultati avete ottenuto?

 

L’aspetto più critico dell’azione educativa ha riguardato le modalità con cui è stato affrontato il problema dei cambiamenti climatici.

L’avvio vero e proprio del progetto è coinciso per tutte le classi con la proiezione del film “Una scomoda verità” di Al Gore che, sebbene preceduta da un adeguato lavoro di preparazione, ha provocato forti reazioni emotive anche di disdegno e di segno opposto. Alcuni hanno avuto una reazione di rifiuto totale del film. La maggioranza dei ragazzi ha dichiarato di essere rimasta molto colpita dal contenuto del documentario, ma l’effetto psicologico è stato, per molti, quello di sentirsi minacciati da un problema fuori dalla loro possibilità di controllo e pertanto semplicemente angoscioso. Una minoranza relativa ha reagito domandandosi positivamente quali azioni intraprendere per contrastare un problema di così vasta portata.

L’analisi del proprio impatto ambientale ha convinto i ragazzi del fatto che le soluzioni per ridurre lo spreco di risorse e risparmiare energia comportano una revisione profonda degli stili di consumo e di vita, ovviamente poco entusiasmante per una generazione cresciuta con i modelli televisivi e poco abituata alla sobrietà. Questo risultato in buona parte inaspettato ha portato a riflettere molto sull’importanza pedagogica del progetto.

 

E’ importante la dimensione pedagogica e emotiva del progetto?

 

Come accade a molti docenti di discipline tecniche soprattutto delle scuole superiori, nel corso degli anni sviluppano una metodologia di approccio alle materie che cerca di facilitare la comprensione dei contenuti specifici e rendere le lezioni interessanti, ma ci si preoccupa poco della dimensione emotiva degli studenti che sta al di fuori della relazione docente e classe.

E’ iniziato in seguito un momento sufficientemente ampio di libera riflessione che consente ai ragazzi di esprimere le proprie perplessità e angosce rispetto ai problemi trattati.

Inoltre con la visita al quartiere Vauban di Friburgo non sono mancanti robusti elementi di rinforzo che hanno fatto comprendere gli aspetti positivi e immediatamente fruibili di uno stile di vita improntato alla sobrietà e al rispetto dell’ambiente.

 

“Una scomoda verità” di Al Gore

https://www.youtube.com/watch?v=F1Qn-gueAgw

Articoli correlati

AltroNovecento: ricordando Virginio Bettini

Intervista e memoria per Virginio Bettini

AltroNovecento: ricordando Virginio Bettini

Vir come volevi che ti chiamassimo noi. Quanti insegnamenti e quanta voglia di lottare per un mondo migliore ci hai trasmesso. Cittadino del mondo, ci lasci per l’ultimo viaggio al rientro nella tua città natìa

AltroNovecento, Rivista telematica

Finalmente è uscito il numero 43 di AltroNovecento, Rivista telematica promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti.

In questo Link è possibile leggere l’ intervista di Laura Tussi e Alessandro Marescotti al nostro caro amico Virginio Bettini

 

http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=43&tipo_articolo=d_persone&id=163

 

In quest’altro link, è possibile leggere nostre riflessioni su Virginio Bettini

 

http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=43&tipo_articolo=d_persone&id=160

 

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Andrea Poggio, Gianni Tamino: in memoria di Virginio

di  L.Tussi e F. Cracolici, A. Poggio, G. Tamino

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Vir come volevi che ti chiamassimo noi. Quanti insegnamenti e quanta voglia di lottare per un mondo migliore ci hai trasmesso. Cittadino del mondo, ci lasci per l’ultimo viaggio al rientro nella tua città natìa.

E’ morto Virginio Bettini nella sua abitazione a Nova Milanese. Aveva 78 anni. Antinucleare storico, già Europarlamentare dei Verdi Arcobaleno nel 1989, allievo di Barry Commoner, stava per pubblicare un libro sulla crisi ecologica e i modi per superarla, con la nostra collaborazione. L’ultimo suo intervento pubblico assieme a noi è stato nell’incontro dei comitati contro la guerra, il 19 settembre 2020 a Milano, riuniti presso la Panetteria occupata per organizzare iniziative contro le atomiche tattiche a Ghedi e la corsa al riarmo e alle guerre. Ha parlato in tono appassionato, ma anche con accenti severi, della necessità di dare profondità scientifica alla nostra azione, dando la sua piena disponibilità a collaborare, sapendo individuare come movimento il terreno di lotta del porre limiti sociali all’invadenza pericolosissima della tecnoscienza.

Vogliamo qui menzionare i rapporti di collaborazione che abbiamo intrapreso, in un cammino condiviso da più di 10 anni, con Virginio Bettini perché stimiamo la sua autorevolezza come maestro dell’ecologia politica e come europarlamentare e professore e docente di grande valore e prestigio a livello mondiale, che, tra gli altri, ha collaborato anche con il celebre ecologista Barry Commoner e con il grande scienziato Giorgio Nebbia.

I contenuti di Bettini, espongono quanto abbiamo proposto, insieme all’autore, spesso anche con Alfonso Navarra, nelle iniziative e nelle presentazioni in pubblico di vari nostri libri inerenti i temi, del disarmo nucleare, della didattica della pace e della memoria storica, della Resistenza Partigiana Antifascista e della pedagogia nonviolenta.

Con Virginio Bettini e in sua memoria, in particolare negli ambienti ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, proponiamo i moniti del grande Partigiano Deportato, Padre Costituente dell’ONU Stéphane Hessel “la nonviolenza come cammino che dobbiamo imparare a percorrere” e “Esigete un disarmo nucleare totale”, a partire da ICAN – Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, che è stata insignita Premio Nobel per la Pace 2017 e di cui tutti noi attivisti per il disarmo nucleare siamo parte attiva. Virginio Bettini, insieme a Giorgio Nebbia e Gianni Mattioli, è stato tra i più grandi e principali oppositori al progetto del nucleare in Italia. Un vero riferimento dell’ecologismo politico equiparabile ad altri maestri come Laura Conti e Alexander Langer. Tutti questi grandi ecologisti sottolineano come i temi dell’ecologia urbana, del paesaggio e del nucleare civile devono essere approfonditi così come le problematiche relative alle riemergenti tecnologie nucleari, che cercano sempre di rialzare la testa nonostante le sconfitte.

Abbiamo sempre registrato, durante le presentazioni dei nostri libri in pubblico, una grande attenzione dei giovani agli interventi orali di Virginio Bettini in queste iniziative molto partecipate; e ora invitiamo i nostri lettori in particolare a leggere questo breve articolo del nostro caro amico Bettini, perché, nella dispiegata ed argomentata forma scritta, l’autore inquadra sistematicamente la questione ecologica nei suoi attuali termini scientifici, e nei diversi aspetti in cui si articola.

Nel cammino nonviolento che dovremo percorrere per uscire positivamente dalle emergenze che ci stanno minacciando, tra cui i dissesti climatici, il rischio della guerra nucleare e la disuguaglianza sociale globale, proponiamo il portato valoriale dell’ecologia sociale ed in essa non dimentichiamo il grande e sapiente contributo di Virginio Bettini.

Le nuove generazioni che scoprono l’ecologia tramite Fridays For Future Italia faranno bene a riscoprire chi ha fatto la storia dell’ambientalismo in Italia.

Un dono è stato incontrarti, caro Virginio, e ti giuriamo che continueremo la tua lotta per un mondo migliore. Una lacrima, una carezza e un abbraccio che accoglie caro Vir.

  • Lettera a Virginio Bettini

    Avevi 78 anni e sei volato via, nella tua abitazione, dove vivevi

    Lettera a Virginio Bettini

    Un dono è stato incontrarti e ti giuriamo che continueremo la tua lotta per un mondo migliore. Una lacrima, una carezza e un abbraccio che accoglie caro Vir. Maurizio Acerbo ha preso l’impegno di scrivere la prefazione al nostro ultimo lavoro con te, dedicato alla memoria di Giorgio Nebbia.
    8 ottobre 2020 – Laura Tussi
  • E' morto Virginio Bettini

    Rassegna Stampa

    E’ morto Virginio Bettini 

    Ha collaborato con Barry Commoner e con lui pubblicò a doppia firma “Ecologia e lotte sociali” nel 1976. Insieme andarono in Vietnam per denunciare i disastri causati dalla diossina lanciata dagli USA nella guerra chimica. E’ stato europarlamentare verde nel 1989.
    29 settembre 2020 – Il Manifesto
  • Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN: condividiamo con i nostri video l’impegno per la denuclearizzazione!

    Canale Nobel ICAN:

    Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN: condividiamo con i nostri video l’impegno per la denuclearizzazione!

    Citiamo tra gli interventi video già pubblicati quelli di Alex Zanotelli, Moni Ovadia,Vittorio Agnoletto,Agnese Ginocchio, Maurizio Acerbo, Virginio Bettini, gli artisti dell’Orchestrina del suonatore Jones e molti altri
    17 settembre 2018 – Laura Tussi
  • Il problema nucleare

    Tempi di Fraternità

    Il problema nucleare

    Estratto del contributo al libro a cura di Virginio Bettini, Dal paesaggio alla civitas. Dall’Ecologia del paesaggio alla pianificazione territoriale, Mimesis Milano Udine 2018
    10 aprile 2018 – Laura Tussi

Articoli correlati

  • Riflessioni di un obiettore di coscienza e di una attivista

    Ricorda Calamandrei: basta guerre, distruzioni, viviamo in altri modi e mondi possibili

    Riflessioni di un obiettore di coscienza e di una attivista

    Dalla Seconda Guerra Mondiale, al processo di Norimberga, dai movimenti per la nonviolenza e il disarmo, fino a arrivare alle Università per la Pace
    12 dicembre 2020 – Laura Tussi
  • Educazione e Ambiente

    Esperienze didattiche

    Educazione e Ambiente 

    L’amore e l’interesse per la natura sono stati la forza motrice del progetto “Educazione e ambiente”, un viaggio nel quale i miei colleghi e io ci siamo confrontati all’unisono. È servito a stimolare numerose discussioni pedagogiche e ha incoraggiato l’applicazione di diverse teorie educative.
    7 dicembre 2020 – Laura Tussi
  • Intervista a Vittorio Agnoletto: la democrazia necessita di umanità

    Intervista per il lancio del Libro “Senza Respiro”

    Intervista a Vittorio Agnoletto: la democrazia necessita di umanità

    Intervista a Vittorio Agnoletto sul suo ultimo Libro “Senza Respiro” con prefazione del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Intervista di Laura Tussi a Vittorio Agnoletto. Video di Fabrizio Cracolici
    26 novembre 2020 – Laura Tussi
  • Esperienze di attivismo: dialoghi con Laura Tussi

    Attivismo di pace e nonviolenza

    Esperienze di attivismo: dialoghi con Laura Tussi

    Lavorare in rete, tessere complicità e punti di forza con tutti i compagni di viaggio in cammino verso la pace e la nonviolenza
    14 novembre 2020 – Fabrizio Cracolici

Intervista a Vittorio Agnoletto: la democrazia necessita di umanità

Intervista per il lancio del Libro “Senza Respiro”

Intervista a Vittorio Agnoletto: la democrazia necessita di umanità

Intervista a Vittorio Agnoletto sul suo ultimo Libro “Senza Respiro” con prefazione del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Intervista di Laura Tussi a Vittorio Agnoletto. Video di Fabrizio Cracolici

La democrazia necessita di umanità: intervista a Vittorio Agnoletto

 

Intervista a Vittorio Agnoletto sul suo ultimo Libro “Senza Respiro” con prefazione del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Intervista di Laura Tussi a Vittorio Agnoletto.

Video di Fabrizio Cracolici.

 

https://www.youtube.com/watch?v=PHSGQxRd6V0

 

Domanda 1 – La democrazia ha bisogno di umanità, come scrive nella prefazione al libro “Senza respiro” il presidente brasiliano Lula. Lui si ricollega anche all’assassinio di George Floyd, vittima della violenza e dello strapotere poliziesco negli Stati Uniti, nella società americana squassata dalle ingiustizie, al pari di tutte le società nel mondo, ciascuna in gradi e forme diverse.

Una Umanità vessata che ovunque implora di diventare più umani, rispettosi dei diritti e della dignità della vita. Perché Lula ha accettato di scrivere una prefazione al libro dell’amico Vittorio Agnoletto?

 

Risposta 1
Grazie per questa domanda che mi permette di ragionare su alcuni aspetti del libro che in genere non vengono approfonditi. Ho conosciuto Lula al Forum Sociale Mondiale (WSF) di Porto Alegre nel 2001 e  ci siamo rivisti all’interno del Consiglio Internazionale del WSF. Ho pensato di chiedergli di scrivere la prefazione a questo mio libro “Senza respiro” per vari motivi: primo perché siamo di fronte a una pandemia cioè a qualcosa che non riguarda solo e unicamente l’Italia, l’Europa, un continente, ma riguarda tutto il mondo e in Lula vedo una persona che è capace ed è stato capace di guardare l’orizzonte globale del mondo, ma anche tenendo i piedi molto ben piantati per terra nel suo paese e cioè in Brasile.

E quindi quando parla della pandemia – e anche in diversi discorsi recenti ha parlato della pandemia – per esempio riesce a mettere in luce un aspetto in genere che non si considera e cioè che la lotta contro il Coronavirus deve legarsi all’impegno per “costruire un mondo di opportunità uguali per tutti, in cui la vita, i diritti umani e l’ambiente siano valori reali e impossibili da spezzare.” Infatti, il virus ovviamente può colpire tutti: sia la persona ricca come la persona povera; ma l’evoluzione della malattia dipende dai determinanti sociali e cioè da come una persona vive nella sua vita quotidiana. Se deve andare al lavoro o può lavorare da casa in smart-working e recarsi a lavoro con un mezzo proprio o andarci con un mezzo pubblico: in questo momento mezzi pubblici sono un ambito molto a rischio per le infezioni. Oppure se vive in una grande casa; oppure se vive in 40 metri quadri con quattro persone, solo per fare degli esempi. Le condizioni di vita incidono molto sulla possibilità o meno di evoluzione della malattia. Lula in vari suoi interventi ha descritto la situazione che esiste in Brasile, per esempio, le condizioni delle popolazioni dell’Amazzonia abbandonate completamente a sé stesse senza nessuna assistenza sanitaria. Nella prefazione al libro Lula alza lo sguardo e si domanda come sia possibile che l’ONU non abbia assunto il coordinamento degli sforzi mondiali per fronteggiare la pandemia e perché il Fondo Monetario Internazionale non ha cominciato a fare prestiti agevolati ai Paesi che ne hanno maggior necessità. E’ una domanda, credo, assolutamente legittima che ovviamente rimane senza risposta. Poi si evidenzia un altro aspetto importante nelle riflessioni di Lula quando scrive: “Il futuro post pandemia non è garantito per nessuno. E’ oggetto di conflitto. Coloro che si affrettano a annunciare il ritorno alla vecchia normalità si riferiscono con tale espressione alla piena restaurazione dell’iniquità del passato e di un presente caduco che la pandemia ha squadernato e ingigantito” e prosegue “non ci sono precedenti di un ritorno alla normalità dopo una rottura dell’intensità e dell’ampiezza di una pandemia o di una guerra” e aggiunge che chi, come noi, vuole cambiare la situazione attuale ha di fronte una grande missione.  Qui si evidenzia un ragionamento che riguarda tutti noi. La pandemia non è una parentesi della Storia, superata la quale è sufficiente tornare a come il mondo era in precedenza. E’ proprio quello specifico modello di sviluppo – fondato sullo sfruttamento della natura in ogni angolo della terra, sul disboscamento e sugli allevamenti intensivi, solo per fare degli esempi – che produce i cambiamenti climatici e che ha favorito il salto di specie di vari agenti infettivi tra i quali quello che ha prodotto questa pandemia.

Quindi non dobbiamo tornare indietro, ma andare in avanti verso un mondo diverso; i cambiamenti nel modello di sviluppo devono viaggiare parallelamente ad una differente redistribuzione della ricchezza mettendo al centro l’uguaglianza e le libertà di tutti.

Intervista per il lancio del libro di Vittorio Agnoletto "Senza Respiro"

Domanda 2 – Il presidente Lula sostiene che la nostra comune umanità deve agire in modo coordinato, solidale e cooperativo per non rimanere “Senza respiro”, che non è solo un sintomo del virus pandemico, ma è una metafora dei nostri tempi affannosi, alla ricerca di soluzioni globali, di salde svolte a livello planetario. Come può avvenire, secondo te, che sei stato portavoce del Social Forum globale, tutto questo grandioso processo umano, che aveva mosso i suoi primi passi con il movimento alter-global arrestato durante la brutale repressione e soppressione dei movimenti e degli attivisti ecopacifisti che manifestavano contro il G8 di Genova 2001?

Risposta 2
Il libro “Senza respiro” è una cosa vera.

Rappresenta un’immagine reale. Non è solo una metafora. Ho intitolato il libro “Senza respiro” perché purtroppo molte persone durante questa pandemia, anche qui da noi in Italia, in particolare in Lombardia, sono decedute abbandonate a sé stesse e sono state “scartate” dalla possibilità di utilizzare le terapie disponibili perché non esistevano abbastanza macchinari per tutti e i miei colleghi hanno dovuto scegliere tra chi assistere e chi abbandonare al proprio destino.

Il libro si apre con una drammatica testimonianza di un primario che è interrogato da un familiare di una persona ricoverata e infettatasi in ospedale con il Coronavirus; il familiare ha l’impressione che suo fratello sia stato messo da parte e spostato su una “corsia laterale”, trasferito in un ospedale dove non esiste un dipartimento di emergenza e che si sia rinunciato a curarlo.

Il primario risponde al familiare: “Suo fratello se sta qui è morto. Se dovesse peggiorare, non potremmo più intubarlo. La dove andrà, abbiamo allestito un reparto protetto ma voglio dirle una cosa a proposito della sua domanda sulle scelte. Io sono un credente e nei giorni scorsi sono andato dal mio confessore e ho chiesto tramite lui perdono a Dio. Ho chiesto perdono per le scelte che sarò costretto a fare. Mi creda non è il caso di suo fratello. Faremo di tutto per tenerlo da qui, sotto osservazione, ma sarà tremendo per me…” Il medico sta spiegando che deve scegliere a chi somministrare le terapie e chi invece sarà lasciato al suo destino.

Quindi “Senza respiro” è qualcosa di reale che è accaduto, che abbiamo vissuto e che stiamo sperimentando in questi mesi.

“Senza respiro” però è anche l’immagine di un pianeta di un mondo che non riesce a respirare. Cosa accade quando noi respiriamo? Inspiriamo ossigeno, introiettiamo nuove energie che permettono di rimettere in moto tutto il nostro organismo.

E’ quello che il nostro pianeta non riesce più a fare.

Il livello di sfruttamento che gli esseri umani hanno praticato sulla terra e sugli altri viventi è andato oltre ogni limite. Ma il titolo “Senza Respiro” è metafora anche di un’altra realtà: di una umanità che rischia di non avere più prospettive e la pandemia è un segnale su quale scenario futuro potrebbe aspettarci se noi scegliessimo di andare avanti con questo modello di sviluppo.

Siamo noi, l’umanità, che non respiriamo e Lula giustamente riporta il discorso collettivo anche a un esempio individuale e singolo, l’immagine di George Floyd, fissando nella mente di ciascuno un’immagine, un evento che tutti quanti ormai conosciamo. Ecco perché la lotta contro questa pandemia è indissolubilmente legata alla lotta per un mondo diverso. Ma in questa tragedia vi è anche un altro messaggio importante che arriva a noi tutti. Davanti a una pandemia nessuno può risolvere la questione da solo. Possiamo cercare di risolvere la pandemia solo mettendoci tutti insieme e durante la pandemia scopriamo, ma io direi, tocchiamo con mano, qualcosa che abbiamo sempre detto, ma purtroppo in molti ci hanno accusato di essere idealisti o ideologici. No. Tocchiamo con mano una cosa semplicissima: se io metto la mascherina difendo la mia salute, ma difendo anche la tua e la vostra salute. E se tu metti la mascherina difendi te stesso, ma difendi anche me. Esiste un destino che ci lega attraverso dei comportamenti individuali e collettivi. La storia recente dell’umanità dimostra che, di fronte a tutte le epidemie sostenute da agenti infettivi trasmissibili, conta molto anche l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva delle persone. Quest’aspetto può fare la differenza. E’ interessante osservare come la pandemia è gestita in altri Paesi dove vi è molta più abitudine ad agire collettivamente e dove la cura della salute non è solo delegata agli esperti, ma fa parte anche dell’esperienza quotidiana delle persone attraverso una maggior attenzione alle regole della convivenza sociale, attraverso percorsi di formazione realizzati durante il corso della vita di ciascuno.

Penso a quello che ad esempio sta accadendo a Cuba, ne abbiamo avuta una testimonianza indiretta attraverso l’esperienza delle brigate di medici cubani che sono arrivate in nostro aiuto. Da questa epidemia dobbiamo trarre anche un insegnamento che per noi diventa un incoraggiamento: serve un progetto generale collettivo a livello globale; per questa ragione sono stati molto utili i collegamenti online che abbiamo realizzato con rappresentanti della società civile organizzata e dei movimenti un po’ in tutto il mondo, dal Nicaragua fino all’Iraq; la prospettiva che ci aspetta è quella di un impegno comune. Non è un caso che le esperienze maturate nella lotta all’epidemia saranno al centro del prossimo Forum Sociale Mondiale che si realizzerà nel 2021 in Messico, per una parte dei messicani in presenza e per gli altri, ovviamente via web.

 

Domanda 3 – La crisi planetaria è alimentata da biechi e beceri dettami di potere del capitalismo neoliberista, nelle sue varie declinazioni, dagli squilibri tra ecosistemi ambientali che ormai arrancano sotto le pressioni e i misfatti dell’”uomo forte”, dall’assenza di controllo sanitario e dalle ingerenze negative della società che ha smarrito ogni senso del limite, e dal mancato controllo popolare sulla sanità dominata da Big Pharma, le multinazionali farmaceutiche. La nostra comune umanità e il sentimento e il sentire umano della nostra specie sono chiamate a affrontare e risolvere le gravi sfide globali, l’intreccio tra minaccia nucleare-militare, ecologica-climatica e della disuguaglianza e delle oppressioni sociali. La pandemia da covid come si inserisce in questo quadro?  

 

Risposta 3
Non vi è dubbio, come ho già detto, che questa pandemia è un prodotto dell’attuale modello di sviluppo. Leggerei alcune frasi che ho riportato nel libro, frasi profetiche scritte da David Quammen nel famoso libro “Spillover” “Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca, causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra ben informata parla addirittura del Next Big One il prossimo grande evento come di un fatto inevitabile. Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale? O in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà 30 o 40 milioni di vittime?

L’ipotesi ormai è così radicata che potremmo dedicarle una sigla: NBO. La differenza tra HIV e NBO potrebbe essere per esempio la velocità di azione. NBO potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’AIDS è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta“.

E’ impressionante pensare che queste righe, che risultano una vera e propria profezia, siano state scritte nel 2012; il medesimo autore scrive, in un’altra occasione, questa frase che, pur nella sua sinteticità, ci aiuta a capire la nostra realtà: “Invadiamo foreste tropicali e altri paesaggi selvaggi che ospitano così tante specie di animali e piante e all’interno di quelle creature così tanti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi, uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia e li mandiamo ai mercati.

Distruggiamo gli ecosistemi e liberiamo i virus dai loro ospiti naturali. Quando ciò accade hanno bisogno di un nuovo ospite. Spesso siamo noi“. E insiste “Noi abbiamo prodotto l’epidemia di coronavirus. Potrebbe aver avuto inizio con un pipistrello in una grotta ma l’attività umana l’ha scatenata“. E credo che su questo argomento non ci sia assolutamente null’altro da aggiungere. Mentre mi pare che possiamo approfondire l’altra riflessione che hai sviluppato.

Noi siamo stati totalmente impreparati a fronteggiare questa pandemia anche per un’altra questione. Cioè per il modello di sanità dominante nei nostri Paesi.

E’ un modello di sanità tutto centrato sul profitto dove il nostro corpo è trasformato in merce a disposizione dei grandi capitali che hanno investito nel mondo sanitario. Non dimentichiamo che le strutture sanitarie private rispondono alle logiche comuni a tutte le aziende private: massimizzare i profitti. E come massimizzano i profitti? Quante più malattie e quanti più malati ci sono, tanto più guadagnano e quindi non è paradossale affermare che per le strutture sanitarie private la prevenzione non ha alcun interesse, ma non solo, è una antagonista perché sottrae malati e malattie al loro business. Ma la sanità privata è parte integrante ormai di tutti i sistemi sanitari dell’Occidente compreso il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano per non parlare della nostra regione. In Lombardia il 40% della spesa corrente sanitaria pubblica va ad aziende private convenzionate con il SSN e ovviamente queste scelgono anche quali reparti convenzionare con il settore pubblico, quelli che producono maggiori profitti, come la cardiologia, l’alta chirurgia e quelli destinati alle cure delle patologie croniche. Il sistema è totalmente disinteressato a investire in dipartimenti di emergenza e a investire nei pronto soccorsi. Il disastro – e qui arriviamo all’ultimo segmento della tua domanda – è che chi gestisce la sanità pubblica molte volte, e in Lombardia è accaduto questo, ha introiettato dentro di sé il modello di sviluppo e i disvalori della sanità privata e gestisce la sanità pubblica come se dovesse gestire la sanità privata. Il che è un controsenso anche dal punto di vista economico. Perché nella sanità pubblica quanto più si investe nella prevenzione tanto meno ci sono malati e malattie e tanto più si risparmia in termini di finanza pubblica. Mentre invece chi gestisce la sanità pubblica ha scelto un modello privato. Il risultato è la distruzione della sanità territoriale considerata sanità di serie Z: assenza completa della sorveglianza sanitaria e dell’epidemiologia, abbandono dei medici di base, non realizzazione dei tamponi come strumento per individuare la diffusione del virus, finanziamenti minimi per l’assistenza domiciliare e attivazione di un numero esiguo delle Usca, le Unità Speciali di continuità assistenziale, rivolte specificatamente ai malati di Covid. Tutte queste non sono scelte casuali. Ecco perché noi abbiamo in Lombardia una sanità di eccellenza se parliamo delle ultime terapie, degli ultimi trial clinici ancora in via di sperimentazione e degli interventi chirurgici complessi e ad alta specializzazione, ma sicuramente non abbiamo una sanità di eccellenza se invece guardiamo le urgenze che noi abbiamo oggi e che richiedono un altro tipo di priorità.

Vi è inoltre un altro aspetto fortemente “patologico”: la direzione della nostra sanità, tutta la catena di comando, dipende unicamente da scelte dettate in base alla vicinanza al politico e al partito che in quel momento sono al potere. I direttori generali delle Asl e degli ospedali (che in Lombardia si chiamano ATS o ASST) sono tutti di nomina politica e a loro volta i direttori generali scelgono i direttori sanitari e quindi si realizza una catena di fedeltà e non di competenza; ne consegue che le indicazioni che vengono date non si basano sull’autorevolezza conquistata sul campo, ma sul potere che deriva dalla forza del legame che lega il dirigente al potere politico.

 

Domanda 4 – Perché nel libro si paragona il virus pandemico globale a una bomba nucleare prevedibile?

 

Risposta 4
Di fronte allo sfascio e all’incapacità della sanità lombarda di rispondere al virus, l’assessore al welfare e alla sanità della Lombardia Giulio Gallera ha cercato di giustificarsi dicendo che non potevano fare altro, che era arrivata una bomba nucleare e nessuno poteva e avrebbe potuto agire meglio di loro. Questa è una grande ed enorme bugia; se proprio si vuole paragonare l’epidemia ad una bomba nucleare, allora dobbiamo dire che era una bomba nucleare prevedibile, perché in tutti questi anni sono stati lanciati vari allarmi da ricercatori, scienziati e intellettuali.

Nel 2009 dopo l’epidemia da H1N1 l’Unione Europea ha chiesto ai governi nazionali e alle regioni di aggiornare i piani pandemici nel caso ci si dovesse trovare di fronte ad una nuova epidemia. Nel 2010 la regione Lombardia fa un audit, cioè affida a soggetti esterni l’analisi del proprio piano pandemico; questa analisi termina con un documento che, se lo leggiamo adesso, fa venire i brividi perché sono elencate tutte le cose da fare e sono esattamente gli interventi che sarebbero stati necessari e utili per fronteggiare il coronavirus. Ma nulla è stato realizzato. Per esempio, vi è scritto che il meccanismo di comunicazione tra le RSA e la sanità pubblica non funziona correttamente, non è chiaro di chi sono determinate responsabilità; vi sono indicazioni precise sia per le RSA sia per le strutture pubbliche sulla necessità di accantonare le mascherine e tutti i dispositivi di protezione individuale; si sottolinea la necessità di rafforzare l’azione dei medici di medicina generale eccetera.

Non è vero che la pandemia era un evento assolutamente imprevedibile. Ma non hanno tenuto in considerazione nessuna delle raccomandazioni arrivate da settori importanti del mondo scientifico e dalle istituzioni sovranazionali; alla fine la situazione è quella che viviamo.

 

Domanda 5 – “Un altro mondo è necessario, è urgente e quindi è possibile”. Rimanere senza respiro, come scritto da Lula nella prefazione, è una metafora del nostro tempo. Con lo sfruttamento feroce delle risorse di madre terra con il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra (Earth Overshoot Day), che vede un modello di sviluppo irrispettoso degli equilibri tra tutti gli esseri umani e tra le specie viventi, l’umanità ha messo a rischio la propria sopravvivenza con le grandi problematiche che incombono su di essa: la disuguaglianza sociale, i dissesti climatici e l’attività militare che trova la sua massima espressione in una possibile e irreversibile guerra nucleare.

Risposta 5
Abbiamo affrontato questo tema. Solo una cosa vorrei aggiungere. L’Earth Overshoot Day quest’anno è arrivato quasi un mese più tardi.

E’ il giorno entro il quale, secondo gli scienziati di tutto il mondo, noi consumiamo la quantità di risorse che il pianeta è in grado di riprodurre in un anno. Tutto quello che noi consumeremo da quel momento in poi non è riproducibile dalla terra e quindi andiamo sempre verso una maggiore impoverimento del pianeta e delle sue risorse. Quest’anno quel giorno è arrivato quasi un mese più tardi dello scorso anno. Come mai? Le misure che in tanti Paesi del mondo sono state assunte con il lockdown hanno limitato il consumo di energia e lo sfruttamento del pianeta. Ma non possiamo pensare di vivere in lockdown per sempre. Non possiamo pensare di vivere chiusi in casa, per chi la casa ce l’ha. Però è un’indicazione; si può imparare a consumare di meno anche conducendo una vita quotidiana decente, senza restare chiusi in casa. E’ un messaggio importante, una riflessione che viene offerta a tutti noi.

In conclusione io direi che oggi – mentre stiamo registrando questa intervista – siamo ancora nel pieno del disastro e della tragedia e ogni sera ascoltiamo il bollettino dei morti. Per farcela, abbiamo bisogno anche di pensare al futuro con la capacità di cogliere i segnali e i messaggi che, dalla tremenda esperienza di questa pandemia, ci possono arrivare per trarre delle indicazioni sulla direzione che collettivamente dobbiamo prendere per restituire al pianeta una prospettiva di futuro.

Se avremo questa attenzione e queste capacità, tutto quello che è accaduto avrà almeno lasciato qualche messaggio di incoraggiamento e di speranza oltre a messaggi di morte. “Senza Respiro” vuole provare a dare un contributo in questa direzione.

Vorrei ringraziarvi, Laura e Fabrizio, perché in tutti questi anni state facendo un lavoro importantissimo di sollecitazione e di raccolta di testimonianze attorno ai grandi temi della nostra epoca; non sono molte le persone che, come volontari, dedicano tempo e capacità a studiare i grandi scenari che si rivelano all’umanità intera e quindi grazie a Laura e Fabrizio.

Esperienze di attivismo: dialoghi con Laura Tussi

Attivismo di pace e nonviolenza

Esperienze di attivismo: dialoghi con Laura Tussi

Lavorare in rete, tessere complicità e punti di forza con tutti i compagni di viaggio in cammino verso la pace e la nonviolenza
Fabrizio Cracolici

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici - PeaceLink

Intervista di Fabrizio Cracolici a Laura Tussi

L’importanza degli amici e compagni di viaggio per migliorare la realtà. Raccontati.

 

La mia esperienza di attivismo per la pace è nata a partire da fondamentali punti convergenti: un contesto sociopolitico dinamico e attraente, una pratica e un’attitudine verso un impegno disinteressato, una disposizione all’apprendimento e all’azione nonviolenta condivisa e una modalità di intervento operativa e non burocratica.

Con tanti compagni di viaggio, ci siamo dovuti coordinare per rispondere a questa sfida che era più grande di noi: l’impegno per migliorare la nostra realtà.

E ci siamo riusciti impegnandoci intensamente, ma lentamente, quotidianamente, senza precipitarci nel darci delle strutture organizzative, accettando compiti e responsabilità enormi con la convinzione che insieme avremmo potuto affrontarli con leggerezza. Abbiamo inventato programmi di formazione, fatto ricerche, recuperando memoria storica, prodotto materiale educativo, realizzato laboratori, seminari, incontri e presentazioni in pubblico.

 

Il lavoro in rete per l’attivismo di pace nel tessere relazioni e complicità costruttive: quali sviluppi comporta?

 

Il lavoro in rete per l’attivismo di pace è un modo di fare le cose che presuppone il mettersi a tessere relazioni, apprendimenti, complicità avanzando nella realizzazione di uno spazio comune, aperto e diversificato dove si possono sommare nuove iniziative, proposte e impegni. Il lavoro in rete per la pace presuppone il dedicare particolare attenzione al processo di costruzione degli spazi di incontro ed azione comune e non alla struttura organizzativa, la quale diventa secondaria e funzionale alle dinamiche dei processi individuali e dei percorsi collettivi.

Il fattore dinamizzante del lavoro attivista è trainato da obiettivi e traguardi strategici e non dal lavoro in rete in se stesso. Il senso di una rete non consiste nel rivolgersi al proprio interno, nel ripiegarsi su se stessa, ma è piuttosto in ciò che si fa verso l’esterno: qui sta la sua efficienza e la sua efficacia.

 

Il rispetto, la valutazione e la valorizzazione delle differenze. Quale importanza hanno?

 

Lavorare in rete per l’attivismo di pace presuppone, per quanto detto in precedenza, il rispetto, la valutazione e la valorizzazione delle differenze e delle diversità insite e implicite in ogni attivista e soggetto coinvolto. Queste costituiscono un fattore di rafforzamento, nella misura in cui si rispettano e si utilizzano senza imporre determinate peculiarità a discapito di altre. Per questo sono importanti il dibattito, la pianificazione e la strutturazione di obiettivi e azioni, così come la specializzazione degli incarichi, per rendere possibile la complementarità di sforzi e capacità, senza escludere, senza esclusioni e ostracizzazioni di sorta.

 

Accordi e disaccordi: qual è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere?

 

Non dobbiamo dare per scontato che tutte le persone appartenenti a organizzazioni attorno a un medesimo proposito generale siano già completamente d’accordo. Occorre promuovere le opere di espressione di tutte le idee e visioni per trovare quelle convergenze che danno un’identità all’impegno, ma anche per conoscere le divergenze.

Un disaccordo trascurato può tradursi in fattore di conflitto che scoppia proprio per essere stato tenuto in uno stato di tensione latente per molto tempo. Troppo tempo.

E può diventare un fallimento.

Per questo, bisogna sforzarsi di trovare tutti i punti di convergenza possibili, cercando di costruire consensi di base che siano inclusivi, procedendo per accordi minimi fondati sul criterio che nessuno ha tutta la ragione né tutto il torto e occorre sempre prestare attenzione a quella parte di accordo che possa tenere insieme le varie posizioni. Promuovere una dinamica e uno spirito di apprendimento e azione reciproco implica una disposizione a condividere ciò che ognuno conosce, ma anche una disponibilità ad ascoltare e comprendere quello che altre e altri sanno: le progettualità, le idee, le istanze innovative.

 

Che significa condividere esperienze?

 

È importante perciò un’azione riflessiva critica e autocritica, che renda possibile non solo uno scambio di descrizione o racconto delle esperienze particolari, ma conduca a una condivisione degli insegnamenti che le esperienze stesse hanno lasciato. Questo compito, frutto di un processo di sistematizzazione è fondamentale, poiché permette la costruzione di un pensiero proprio condiviso a partire dai contributi di ognuno.

In tal senso, il lavoro in rete per l’attivismo di pace significa la costruzione di condizioni e disposizioni per l’apprendimento e l’azione nonviolenta.

Creare di fronte a ogni contesto, un ambito teorico che permetta la produzione di una conoscenza critica del vissuto: delle sue caratteristiche, interrelazioni, radici e esigenze. È molto importante promuovere processi e meccanismi di accumulo dell’esperienza: utilizzare registri e socializzare memorie di quanto è stato realizzato, riassumere gli accordi, lasciare una testimonianza delle valutazione dei progetti. Molte volte non compiendo tali operazioni si vanno a ripetere errori già fatti. Non si costruiscono nuovi gradini dai quali ripartire per rilanciare nuove sfide. Questa è la base per un processo di sistematizzazione delle esperienze, inteso come appropriazione critica del processo vissuto, per ricavarne i propri apprendimenti e le azioni specifiche su una determinata attività, e su molteplici iniziative in atto.

 

Il processo di attivismo non è lineare, né regolare, ma è asimmetrico e variabile. Perchè?

 

Il processo di costruzione del lavoro in rete per l’attivismo non è lineare, né regolare, ma è asimmetrico e variabile.

È fondamentale mantenere una dinamica comunicativa molto intensa, che alimenti la possibilità di restare in contatto, di apportare e ricevere contributi utilizzando tutte le forme e i mezzi possibili: scritti cartacei e elettronici, incontri personali, assemblee, riunioni, incontri, webinar per accomunare avvenimenti e socializzare proposte e decisioni. Occorre stare bene attenti: tutto ciò che si pratica deve essere trasparente nei confronti del collettivo, senza temere di evidenziare gli errori e le difficoltà.

Non può esistere lavoro per l’attivismo di pace se non è fondato sulla fiducia reciproca. Ma la fiducia non si concede gratuitamente, la fiducia si costruisce come parte di una relazione, di una sinergia, di un accordo e persino di modalità di affetto e sentimento che accomunano su ideali condivisi.

L’onestà, la franchezza e la disposizione alla critica consolidano le relazioni di una rete. Considero necessario poter contare su forme e istanze di animazione e coordinamento perché l’attivismo di pace non funziona da solo, ma come un prodotto di iniziative, proposte, relazioni, accordi e disaccordi che possono diventare strategie d’azione.

Quanto più distribuiti sono i compiti di animazione e coordinamento, con la maggior ripartizione possibile delle responsabilità, tanto più il lavoro in rete sarà dinamico e appartenente a tutti coloro che vi partecipano. Tuttavia avere linee guida o punti di riferimento è fondamentale per poter contare su legami di riferimento comuni. Legami forti, condivisi, di stima, amicizia, amore.

 

Legami forti, condivisi, di stima, amicizia, amore: legami di pace?

 

 

Credo nella relazione orizzontali, democratiche e reciprocamente esigenti, dove ognuno contribuisca in parità di condizioni, ma dove esistono anche dei ruoli di direzione, animazione, orientamento, articolazione e decisione.

Nel lavoro in rete circolano anche relazioni di potere, come in ogni ambito della vita. Ma queste relazioni di potere non devono essere le stesse che predominano nelle nostre società capitaliste, inique, escludenti, autoritarie, emarginanti e sopraffatte dal pensiero unico neoliberista. Possono essere relazioni di potere democratiche, sinergiche ovvero dove il potere di ognuno alimenti il potere degli altri e delle altre e dell’insieme nel suo complesso.

Relazioni di amore e legami di pace.

Dove le capacità si amplificano allo stesso modo per tutti e non solo per un gruppo che esercita e impone le sue decisioni.

Relazioni dove l’unione delle nostre capacità collettive offrano come risultato maggiore possibilità di azione di quelle che avremmo avuto singolarmente e grazie alle quali usciamo dall’incontro e dall’incarico arricchite e arricchiti da nuove risorse utili per affrontare i nuovi problemi e le complesse sfide.

 

La nostra crescita come persone, società, collettività e umanità. Tue riflessioni?

 

In sintesi l’attivismo implica una cultura e una visione di trasformazione e espressione. Per questo possiamo parlare della rete per la pace come di una cultura organizzativa. Ma non solo come nozione generale e teorica, ma come creazione quotidiana, che attraverso gli spazi di vita, la quotidianità dei rapporti e dell’esistenza, chiede di trarre da noi stessi il meglio che abbiamo, contribuendo così alla nostra stessa crescita come individui, come società, come collettività e umanità.

In tal modo, potremmo essere capaci di trasformarci come persone, nella misura in cui ci vedremo coinvolti in processi trasformatori delle relazioni sociali, economiche, politiche e culturali del contesto nel quale ci è toccato vivere.

 

Uniti affrontiamo le sfide globali della nostra epoca. Per arrivare dove?

 

Le sfide della nostra epoca sono immense e vanno oltre la lotta per la giustizia, l’equità, la pace, i diritti umani.

Questo XXI secolo, segnato da contraddizioni e dinamiche planetarie, marcato dal predominio di un modello economico, sociale, politico e culturale non universalizzabile, non sostenibile, chiede anche a quanti credono che “un altro mondo sia possibile” di lavorare con un’altra cultura politica e di costruire relazioni di potere non prevaricatrici, ma orizzontali, condivisibili e arricchenti, differenti in tutti i terreni in cui ci troviamo. Con un’altra etica, centrata sull’essere umano e una coscienza planetaria, il lavoro per la pace può diventare un’opzione efficace e efficiente per realizzare i cambiamenti a livello locale e globale.

Dal lavoro comunitario, con l’organizzazione settoriale, il consolidamento delle comunicazioni elettroniche con tutto il pianeta, l’articolazione di organizzazioni, istituzioni e movimenti sociali, il lavoro in rete si presenta come un’opportunità significativa per affrontare l’esclusione sociale, l’emarginazione, il disagio fisico e psichico, le difficoltà esistenziali e costruire cittadinanze globali e locali in qualunque angolo del pianeta.

Articoli correlati

  • Le origini di PeaceLink e le nuove prospettive della telematica sociale

    PEACELINK
    Intervista a Carlo Gubitosa

    Le origini di PeaceLink e le nuove prospettive della telematica sociale

    Dal giovanile incontro con Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, ai progetti futuri con il vignettista Mauro Biani. “Insieme agli amici di PeaceLink – spiega – abbiamo lanciato la piattaforma sociale.network, una alternativa alle piattaforme social orientate al profitto”.
    12 novembre 2020 – Laura Tussi
  • Arrivederci Piergiorgio! Arrivederci Direttore!

    PACE
    Ci ha lasciati Piergiorgio Cattani, Direttore di UNIMONDO

    Arrivederci Piergiorgio! Arrivederci Direttore!

    Viviamo un misto di dolore per la tua improvvisa partenza e di gratitudine per aver camminato insieme per tanti anni godendo della tua amicizia, competenza e insaziabile amore per la vita. Siamo vicini alla tua famiglia, ai tanti che ti hanno voluto bene.
    11 novembre 2020 – Laura Tussi
  • Sulle orme di Vittorio: intervista a Egidia Beretta Arrigoni

    PALESTINA
    Nel 2012, un anno dopo la morte di Vittorio, nasce la Fondazione Vittorio Arrigoni “Vik Utopia”

    Sulle orme di Vittorio: intervista a Egidia Beretta Arrigoni

    La Fondazione Vittorio Arrigoni “Vik Utopia” Onlus: “Al di là delle latitudini e delle longitudini, apparteniamo tutti alla stessa famiglia, che è la famiglia umana”
    4 novembre 2020 – Laura Tussi
  • Le potenzialità educative

    PACE
    Educazione come primo abito mentale democratico

    Le potenzialità educative

    “L’educazione liberatrice da sola non produce il cambiamento sociale. Ma non potrà esserci cambiamento sociale senza un’educazione liberatrice” (Paulo Freire)
    31 ottobre 2020 – Laura Tussi

PeaceLink: liberiamoci dalla guerra ovunque

Intervista a Rossana De Simone di PeaceLink

PeaceLink: liberiamoci dalla guerra ovunque

Dal collettivo studentesco alla fabbrica. Rossana De Simone racconta la sua esperienza di giovane lavoratrice e delegata sindacale

Un convegno con Rossana De Simone

Intervista di Laura Tussi a Rossana De Simone di PeaceLink 

Dal collettivo studentesco alla fabbrica. Rossana De Simone racconta la sua esperienza di giovane lavoratrice e delegata sindacale

 

Perchè ricordi il 1980 come un anno terribile?

Per la prima volta nel 1980 varco il cancello di una fabbrica. Fino ad allora avevo partecipato  come collettivo studentesco alle lotte operaie per il contratto o contro i licenziamenti.

Ricordo il 1980 come un anno terribile.

Il movimento  giovanile che aveva riempito le piazze e le strade veniva brutalmente represso, il movimento operaio avrebbe vissuto la più cocente sconfitta alla Fiat, e anche London Calling, quel favoloso disco cardine del punk inglese, sarebbe diventato il documento di una triste sconfitta politica. I Clash cantavano “Londra chiama” nel momento del trionfo del partito conservatore di  Margaret Thatcher alludendo, in tutto l’LP, al disastro nucleare, inondazioni, abusi di droghe, scontri con la polizia, quartieri disagiati, giovani e disoccupati arrabbiati.

Nelle fabbriche si apre un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi e al contempo propugnatrice di solidarietà verso i paesi le cui popolazioni venivano represse da queste stesse armi.

Quando sono entrata in fabbrica, esisteva ancora la Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM) e al suo interno brillava nella sua particolarità, un gruppo di lavoro impegnato a livello nazionale in attività di ricerca sulla produzione, esportazione e diversificazione dell’industria bellica. Il suo più alto rappresentante,  Alberto Tridente, allora Segretario Nazionale F.L.M., nel 1979 presentava il libro “Corsa agli armamenti e uso alternativo delle risorse”. Nel volume si auspicava una forte presa di coscienza da parte delle forze politiche e del movimento operaio circa la natura e dimensioni del problema del disarmo a livello mondiale. Il moltiplicarsi dei conflitti locali e l’aumento delle spese militari, dovevano far sì che nelle fabbriche si aprisse un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi da una parte, e dall’altra propugnatrice di solidarietà e collaborazione verso i paesi le cui popolazioni o minoranze etniche venivano represse da queste stesse armi. L’azienda di cui parlo è infatti l’Aermacchi, un tempo privata oggi di Leonardo (ex Finmeccanica), gruppo a partecipazione statale.

Racconta di cosa è diventata la Fabbrica di morte Aermacchi, oggi Leonardo e ex Finmeccanica

Leonardo è quell’azienda di cui si declama da una parte l’eccellenza tecnologica riconosciuta a livello internazionale e la capacità di fare sistema in una Italia in via di deindustrializzazione, dall’altra i pericoli di tagli finanziari e occupazionali e il rischio di una perdita di prestigio sul mercato e sulla politica estera.

Partecipasti con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo

Come ho detto il 1980 viene ricordato come l’anno della sconfitta della classe operaia Fiat: Umberto Agnelli in una intervista aveva affermato che la soluzione ai problemi Fiat stava nella svalutazione della lira e nei licenziamenti di massa. Dopo mesi di trattative inconcludenti, scioperi, cortei, presidi dei cancelli, blocchi delle fabbriche, il 14 ottobre capi, impiegati, dirigenti, intermedi, operai crumiri, padroncini dell’indotto, dietro lo striscione “maggioranza laboriosa” e lo “Vogliamo lavorare in pace”, organizzano la manifestazione definita dei 40mila. La magistratura emette addirittura  in serata un’ordinanza alle forze dell’ordine affinché intervengano per garantire l’ingresso in azienda a quei “lavoratori che manifestino tale intenzione”.

Partecipo con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo dove tutti ormai sapevano che lì a poco il sindacato avrebbe firmato (esattamente il 15 ottobre 1980) in tutta fretta un accordo inaccettabile e non voluto. In sostanza si lasciava alla FIAT tutto ciò che voleva: cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione e avviamento di processi di mobilità extraziendali.

Aermacchi e altre aziende del settore difesa avrebbero subito la crisi in termini così devastanti?

Aermacchi e altre aziende del settore difesa non avrebbero subito la crisi in termini così devastanti. Più tardi queste aziende avrebbero partecipato alla trasformazione del sistema industriale italiano ma usufruendo di leggi promozionali, oltre quelle ordinarie del Ministero, e ottenendo non solo finanziamenti per la ricerca e sviluppo dei programmi nazionali e internazionali, ma anche per l’ammodernamento di materiali, impianti, macchinari, ed apparecchiature ad alta tecnologia.

Siamo negli anni ’80, in piena guerra fredda…

E’ il periodo di una nuova guerra fredda  e della  decisione  di  installare  i  missili  nucleari  americani  a  medio  raggio in cinque paesi europei della Nato, Italia compresa. Decisione che riporterà il tema riarmo nucleare/disarmo al centro  del dibattito nel paese e l’aumento delle spese militari che nel 1988 raggiungerà i 43mila miliardi di lire con una crescita media del 6% l’anno. A livello sociale nascerà il fenomeno dello yuppismo, cioè di quei giovani che hanno come obiettivo fare un mucchio di soldi attraverso l’affermazione economica individuale, che adottano uno stile di vita consumista, ostentando la volontà del successo, sentendosi realizzati nell’economia capitalista.

Il sindacato entrava in una grande crisi da cui non è ancora uscito

Il decentramento produttivo, che ha cambiato la struttura di un sistema industriale che poggiava sulla grande fabbrica, promuoveva la creazione di piccole e medie imprese incentivando il lavoro autonomo. Questo nuovo stato di cose, con tanti piccoli padroncini ex operai subordinati alla fabbrica madre o individui che rifuggono il lavoro in fabbrica per mettersi in proprio, porterà il sindacato in una grande crisi da cui non è ancora uscito. Il sindacato aveva ormai assunto il ruolo di mediatore degli interessi in gioco. Di conseguenza la sua preoccupazione maggiore era diventata quella di mantenere intatta la sua forza a discapito della democrazia e della critica allo stato di cose esistenti: gli scioperi diventano simbolici, il negoziato sempre più accentrato, le rivendicazioni vengono elaborate nelle confederazioni senza una reale possibilità di controllo da parte della base.

Che ruolo aveva la critica alla produzione militare?

Nascerà in opposizione a queste  politiche il movimento degli “autoconvocati” che in seguito organizzerà i sindacati di base a cui aderiranno anche alcuni lavoratori Aermacchi. Per me  significherà la restituzione della tessera sindacale (nel frattempo il sindacato si era diviso nelle sue componenti tradizionali FIM, FIOM e UILM) per dare l’avvio di un sindacato di base prima di uscire del tutto dalla fabbrica. Per me la critica alla produzione militare doveva essere portata avanti insieme a quella di un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura.

Altri manterranno la loro tessera pur continuando a promuovere iniziative rivolte alla riconversione dell’azienda in industria bellica. Tema ormai eliminato dalle piattaforme dei sindacati confederali.                        Nasce  il Comitato per la democrazia e la solidarietà che diverrà in seguito Comitato cassaintegrati per la pace. Sembrava fosse possibile, per i lavoratori, riprendere in mano la possibilità di decidere la propria condizione e con loro anche di tutti coloro insofferenti verso un clima che riteneva ormai impossibile modificare un modello predatorio delle risorse di un territorio e delle comunità che lo abitano.

La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 quali conseguenze hanno provocato?

Abbandonare la critica di un modello di sviluppo basato sulla sfruttamento, ha significato non capire che gli eventi intervenuti alla fine degli anni ottanta non avrebbero portato ad un mondo più giusto ed uguale. La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 ha prodotto la fine della guerra fredda e dunque una riduzione delle spese in armamenti.  Se in Italia tra il 1989 e il 1995 c’è stata una riduzione delle spese militari di circa il 12% che scendono a 37mila miliardi, questo non ha automaticamente portato ad una divisione egualitaria della ricchezza risparmiata, piuttosto sono aumentati conflitti locali e fenomeni di corruzione di lobbisti e categorie avvantaggiate.

Tu Rossana e altri compagni di lotta avete fatto pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari.

Quello che è accaduto in Aermacchi è scritto nel libro “Nuovo ordine militare internazionale: Strategie, costi, alternative” del 1993 in cui si raccontano tutte le iniziative intraprese dal nostro gruppo sino alla espulsione dalla fabbrica: “Occorreva insomma riconfermare i contenuti di una battaglia decennale, intensificatasi nei 6 mesi precedenti l’espulsione”. Nel 1990 erano state approvate, in una assemblea generale, le motivazioni della legge 185/90 che avrebbe  regolato in maniera restrittiva l’export di armi nel mondo.  Nel marzo del 1988 Elio Pagani, storico portavoce insieme a Marco Tamborini dei temi del disarmo, denuncia in un’intervista a Famiglia Cristiana la violazione, da parte di Aermacchi, degli embarghi ONU del 1972 e del 1977 concernenti l’esportazione di armi al Sudafrica, nonché i rapporti commerciali da essa intrattenuta nei confronti sia dell’Iran che dell’Iraq nonostante l’imperversare della guerra tra i due paesi.  Nel 1986 avevano già fatto, insieme ad altri, pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari. Ma era questo momento di  grande crisi dell’industria bellica, intervenuto alla fine degli  anni novanta, che si poteva supporre fosse possibile cominciare a sperimentare progetti di diversificazione/riconversione industriale.

Voi cominciavate a supporre fosse possibile sperimentare progetti di diversificazione e riconversione industriale?

Tuttavia, come già accaduto  dentro la Oto Melara, anche il tentativo dei lavoratori Aermacchi fallisce grazie alle lobby politico-sindacali-militari.  Noi ci opponevamo fermamente alla richiesta di finanziamenti statali destinati all’addestratore militare PTS2000 (diverrà 346) e ai 510 miliardi a favore del programma AMX ed EFA, contrapponendo un pacchetto di proposte alternative al massacro occupazionale finalizzato alla sola razionalizzazione della fabbrica. Nei nostri confronti però iniziò un vergognoso boicottaggio attraverso l’espropriazione della possibilità di parlare in assemblea  e con il rifiuto della consultazione dei lavoratori sulle proposte alternative.

In Italia, sia a livello politico sia sindacale, si affermava la teoria della supremazia della tecnologia bellica e della sua ricaduta nei settori civili, e si approvava il “nuovo  modello  di  difesa” che avrebbe disegnato le nuove capacità militari per realizzare interventi militari all’estero. Il risultato è stato il respingimento del programma europeo Konver  che avrebbe finanziato la riconversione bellica di aziende in profonda crisi.

Come prosegue la Vostra lotta fuori dalla fabbrica?

La nostra lotta fuori dalla fabbrica avrebbe poi permesso la creazione di una Agenzia per la riconversione dell’industria bellica nel 1994 (chiusa in seguito dalla giunta Formigoni), non senza prima essere diventati, con l’installazione di una roulotte in Piazza del Podestà a Varese il 16 gennaio 1991, la notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo, un punto di riferimento dell’intero movimento della città e della provincia contro la guerra. Dopo di questo nelle fabbriche è sceso il buio sulla domanda: quale produzione? cosa e come vogliamo produrre per vivere in un mondo in cui tutti possono vivere senza essere sfruttati nel rispetto della natura?

Un angelo in cammino per il mondo

Intervista a una amica “nomade”

Un angelo in cammino per il mondo

Il viaggio come esperienza di vita, di impegno, di attivismo. “Sono convinta che il modo migliore per valorizzare questa mia vita sia esplorare il mondo, che sia il paese vicino o l’altro capo del pianeta”.

Intervista a Cristina Bonzagni

Intervista di Laura Tussi a Cristina Bonzagni

Perchè ti definisci nomade?

Sono Cristina Bonzagni, di anni 45, segni particolari emiliana nomade.

Da tanto tempo ormai vivo dove capita, fra un lavoretto precario e l’altro. Il mio obiettivo principale è sempre stato viaggiare. Sono convinta che il modo migliore per valorizzare questa mia vita sia esplorare il mondo, che sia il paese vicino o l’altro capo del pianeta.

Così ho scelto di ribaltare tutto, di non dare troppa importanza al lavoro, di non metterlo al primo posto. Tratto il lavoro (o meglio i lavori) per quello che sono: strumenti per raggiungere i miei obiettivi. Di conseguenza i lunghi studi fatti vengono puntualmente accantonati per fare spazio a qualunque (o quasi) opportunità lavorativa mi capiti lungo la via.

In cosa consiste la felicità per Cristina?

Se qualcuno mi chiedesse che cos’è la felicità, la descriverei come un enorme zaino pronto a partire insieme a me senza destinazione. La felicità è partire. Senza organizzare troppo, solo il minimo indispensabile. Partire ed esplorare la diversità. Diversità di paesaggi, di linguaggi, di tradizioni, di culture. La diversità mi affascina da sempre quanto il decollo di un aereo.

Perchè ti piace viaggiare?

Negli ultimi 20 anni ho trascorso il mio tempo girovagando per l’Italia e per il mondo per motivi di studio prima e di lavoro e piacere poi. Se penso a me vedo una giovane donna con il trolley sempre aperto, con un biglietto sempre pronto, costantemente in partenza e con la mente ed il cuore in attesa di cambiamenti. Mi vedo straniera in tanti luoghi, quasi sempre in viaggio da sola con il mio zaino.

Viaggiare da sola è stata la conquista più importante della mia vita finora. Scoprire di stare benissimo in mia compagnia, di non soffrire di solitudine e di saper affrontare i tanti imprevisti dei viaggi cosiddetti “on the road”, mi ha inevitabilmente aumentato la scarsa autostima, rendendomi più consapevole delle mie potenzialità.

Raccontaci il tuo impegno nel mondo dell’attivismo e del volontariato

Si sa che ogni viaggio autentico arricchisce, aiutando ad apprezzare il valore aggiunto ed inestimabile della Diversità. E a tal proposito posso senz’altro affermare che esista una sorta di “filo rosso” che lega questa passione al mio impegno nel mondo dell’attivismo e del volontariato.

Viaggiando, nasce ed evolve in me un profondo desiderio di partecipazione attiva. Dall’esplorazione e quindi dalla conoscenza, matura la voglia di contribuire in qualche modo a rendere questo mondo un posto migliore.

Ecco allora il mio impegno ambientalista e la professione di educatore ambientale esercitata per tanti anni nelle scuole di ogni ordine e grado e nel contempo l’attivismo sociale per diverse associazioni locali e nazionali.

Cosa intendi per fragilità?

Il mio mondo ruota attorno al volontariato ormai da tanti anni e questo accade per un motivo molto semplice: aiutare gli altri, chi ha bisogno, i più fragili, gli ultimi, mi fa stare bene. Mi rende felice così come viaggiare. Non posso farne a meno.

Descrivi il tuo incontro con Mimmo Lucano

Dopo anni trascorsi fra partenze e attivismo con varie realtà locali arriva però il vero ciclone che mi travolge: l’incontro nel 2018 con Domenico Lucano, ex sindaco di Riace. Una persona di rara autenticità che sa realmente emozionare e coinvolgere chi si pone attentamente in suo ascolto.

Quali sentimenti ti ha suscitato l’incontro con Mimmo Lucano?

E grazie a Mimmo in me scatta una molla che amplifica il desiderio, già presente, di mettermi in gioco, di fare la mia parte.  La sua umanità è contagiosa e i mesi successivi a quel primo incontro mi vedono nella mia Bologna a portare aiuti ai senzatetto trascinandomi appresso per le vie del centro un paio di trolley pieni di vestiti e coperte da distribuire.

Perchè proprio Moria?

Non riesco più a fermarmi e poco tempo dopo raccolgo indumenti e altri aiuti da portare nel campo profughi di Moria sull’isola greca di Lesbo. Rimango là circa una settimana nel dicembre 2018 e posso dire che rimarrà senza dubbio una delle esperienze più intense della mia vita.

Perchè proprio Riace?

Ma un pezzetto del mio cuore è rimasto nel profondo Sud Italia. E so che devo tornare laggiù.

Allora divento una pendolare che, fra un impegno e l’altro, appena possibile ritorna a Riace. E ogni volta nuove attività, nuove scoperte, nuovi amici. Il legame con il luogo diventa così sempre più saldo.

Ormai sono passati due anni da quel primo incontro con Mimmo Lucano e con la sua Riace.

Due anni davvero ricchi di emozioni e di difficoltà. E adesso vi scrivo dalla mia casa provvisoria di questo piccolo borgo della Locride calabrese. Sto cercando di stabilirmi qui perchè la consapevolezza di aver trovato finalmente il mio posto nel mondo dopo una vita di nomadismo si è rafforzata e si rafforza giorno dopo giorno.

Riace è il luogo del cuore in grado di regalarmi un sorriso ogni mattina nel momento stesso del risveglio ed è qui che sta iniziando con gioia una nuova fase di questa mia vita.

Articoli correlati

  • La ricerca dell'altro

    PACE
    Favorire e comprendere la diversità

    La ricerca dell’altro

    I nazionalismi, i regionalismi, i fondamentalismi, i sovranismi, le imprese di purificazione etnica sono processi che generano intolleranza e sfociano in razzismo e in altre ideologie criminali
    29 settembre 2020 – Laura Tussi
  • In direzione ostinata e contraria: l'esperienza insegnante

    SOCIALE
    L’educazione per la cittadinanza attiva e globale

    In direzione ostinata e contraria: l’esperienza insegnante

    L’importanza di scrivere testi su valori come la solidarietà, l’uguaglianza, la pace, la multiculturalità, l’educazione civica, l’ambiente e sui problemi come il bullismo e le sue risoluzioni come la nonviolenza.
    20 settembre 2020 – Laura Tussi
  • Per un'educazione trasformatrice

    SOCIALE
    Riflessioni sulla scuola e l’empowerment

    Per un’educazione trasformatrice

    Per formare le nuove generazioni alla cittadinanza attiva e globale e planetaria è necessaria la formazione di educatori che siano animati non da una cultura della trincea e dell’arroccamento, ma da una cultura degli avamposti e dunque del rischio, del cambiamento e della trasformazione.
    29 agosto 2020 – Laura Tussi
  • Scuola e diritto alla pace

    PACE
    Riflessioni pedagogiche

    Scuola e diritto alla pace

    La scuola ha il compito di costruire un’alternativa, un baluardo e un’azione di contropotere, decostruendo e ricostruendo le idee, indicando ai giovani la possibilità di scegliere tra un pensiero conformista e allineato al potere e uno stile di vita libero e divergente
    24 agosto 2020 – Laura Tussi

Invicta Palestina – Moni Ovadia: il dialogo per la pace

Il Centro di Documentazione Invicta Palestina propone l’intervista a Moni Ovadia

Invicta Palestina – Moni Ovadia: il dialogo per la pace

Presentazione dell’intervista a Moni Ovadia di Laura Tussi
Laura Tussi19 maggio 2020

Intervista a Moni Ovadia di Laura Tussi su Invicta Palestina

Moni Ovadia si ricollega e riflette sul tema di Agenda Onu 2030 – Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” con molteplici spunti di approfondimento nonché analizzando la vignetta dell’acuto vignettista Vauro che ritrae un padre e un figlio palestinesi a Gaza. 

In una vignetta del mio amico Vauro, i missili israeliani piovono da tutte le parti. Il bambino dice a suo padre: “Papà ho paura” il padre risponde: “Perché hai paura? Non siamo mica a New York”. Noi abbiamo tolto a una parte dell’umanità persino il diritto alla paura. Abbiamo visto milioni di volte la ripetizione dell’efferatezza che ha portato alla distruzione delle Torri Gemelle con 2890 morti circa, ma non abbiamo visto con la stessa frequenza le immagini dei morti innocenti iracheni e afghani delle cosiddette “guerre umanitarie”.

Parto da questa considerazione perché ci sono paesi i cui governi, ma anche una parte considerevole dei cittadini, sono gravati – anche se la parola è impropria – dalla logica del privilegio, ossia che noi abbiamo diritto a essere come siamo, non è un privilegio dovuto al luogo di nascita.

Che merito abbiamo per essere nati in un posto invece di un altro? Nessuno. 

Non esiste un merito. Infatti anche Mimmo Lucano e Alex Zanotelli dicono di non chiedere mai a una persona da dove viene: “L’ha portata il vento”…

La legalità internazionale è stata, da parte di ripetuti governi israeliani, calpestata con una indecenza che non ha limiti. Consideriamo che nessun governo israeliano ha fatto quello che doveva essere il dovere sacrale di un governo democratico, ossia stabilire i confini dello Stato di cui quel governo è governo. Lo Stato di Israele non ha una costituzione. Quindi non ha stabilito i suoi confini. Per cui l’arbitrio è la regola in tutte le cose che riguardano il conflitto israelo-palestinese. In particolare, il conflitto con i paesi arabi ha altre modalità ancorché si basa comunque su questa politica dello stato dei fatti compiuti. Politica del totale dispregio per le risoluzioni internazionali e, conseguentemente, per le istituzioni internazionali preposte alla pace. E tutto questo ad opera del governo e dell’autorità militare di un paese in cui il saluto comune è pace, invece di dire “Ciao”, “Buongiorno” si dice “Shalom” cioè Pace. La pace è addirittura iscritta nelle priorità della lingua.

Nei Link l’intervista a Moni Ovadia di Laura Tussi: testi integrali

https://www.peacelink.it/pace/a/47552.html

https://www.peacelink.it/ospiti/a/47600.html

su Invicta Palestina: Centro di Documentazione sulla Storia, Cultura, Tradizioni della Palestina

https://www.invictapalestina.org/archives/38974

Articoli correlati

  • Il 18 maggio 1944 moriva il partigiano Dante di Nanni

    EDITORIALE
    Contribuì alla rinascita dell’umanità lacerata e persa

    Il 18 maggio 1944 moriva il partigiano Dante di Nanni

    In momenti cupi come quello del periodo nazifascista, molti giovani hanno sacrificato la propria vita per il raggiungimento della Pace e della Libertà, per porre fine a una feroce guerra. Vogliamo mantenere viva la Memoria.
    17 maggio 2020 – Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
  • Il principio speranza

    PACE
    Il sistema concentrazionario e gli orrori del nazifascismo

    Il principio speranza

    Il principio speranza di Ernst Bloch e il principio responsabilità di Hans Jonas sono importanti moniti per la pace. La biblioteca civica popolare di Nova Milanese e l’archivio storico della città di Bolzano hanno raccolto più di 200 videotestimonianze
    12 maggio 2020 – Laura Tussi
  • Come i Palestinesi vedono la guerra siriana

    PALESTINA
    I Palestinesi sono ora convinti che la loro causa non sia una priorità dell’opposizione siriana

    Come i Palestinesi vedono la guerra siriana

    Un sondaggio del settembre 2012 rilevò che quasi l’80% degli intervistati in Cisgiordania e Gaza sostenevano i manifestanti e l’opposizione siriana. Ma nel corso degli anni, quando la rivolta siriana si trasformò in un sanguinoso conflitto settario, le posizioni iniziarono a cambiare.
    Adnan Abu Amer
  • Agenda ONU 2030: la pace vive!

    PACE
    Partendo dai grandi padri partigiani e dalle grandi madri costituenti della democrazia

    Agenda ONU 2030: la pace vive!

    Pedagogia della pace, didattica della storia, narrativa della memoria, ecodidattica sono locuzioni di senso e significato che implicano un interesse nei confronti della storia passata, della tutela dei grandi beni comuni della pace, della memoria e dell’ambiente
    9 maggio 2020 – Laura Tussi

Agenda ONU 2030 – Moni Ovadia e la Pace

Dialoghi con Moni Ovadia – Intervista di Laura Tussi

Agenda ONU 2030 – Moni Ovadia e la Pace

Riflessioni con Moni Ovadia relative all’Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” – Agenda ONU 2030

Moni Ovadia e Laura Tussi

Intervista a cura di Laura Tussi – Dialoghi con Moni Ovadia

 

Introduzione:

La dignità non è negoziabile. Non ha prezzo. Riconoscerla anche al peggiore dei carnefici, al più efferato degli aguzzini è la migliore risposta possibile alla logica dell’odio, dello sterminio, del genocidio. La dignità traccia un solco invalicabile tra la cultura della vita e il dominio della morte. Tra la cultura della pace e la subcultura della guerra.

 

Dialoghi: Moni Ovadia e la pace

 

Moni Ovadia si ricollega e riflette sul tema di Agenda Onu 2030 – Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” con molteplici spunti di approfondimento nonché analizzando la vignetta dell’acuto vignettista Vauro che ritrae un padre e un figlio palestinesi a Gaza.

 

In una vignetta del mio amico Vauro, i missili israeliani piovono da tutte le parti. Il bambino dice a suo padre: “Papà ho paura” il padre risponde: “Perché hai paura? Non siamo mica a New York”. Noi abbiamo tolto a una parte dell’umanità persino il diritto alla paura. Abbiamo visto milioni di volte la ripetizione dell’efferatezza che ha portato alla distruzione delle Torri Gemelle con 2890 morti circa, ma non abbiamo visto con la stessa frequenza le immagini dei morti innocenti iracheni e afghani delle cosiddette “guerre umanitarie”.

Parto da questa considerazione perché ci sono paesi i cui governi, ma anche una parte considerevole dei cittadini, sono gravati – anche se la parola è impropria – dalla logica del privilegio, ossia che noi abbiamo diritto a essere come siamo, non è un privilegio dovuto al luogo di nascita.

Che merito abbiamo per essere nati in un posto invece di un altro? Nessuno.

 

Non esiste un merito. Infatti anche Mimmo Lucano e Alex Zanotelli dicono di non chiedere mai a una persona da dove viene: “L’ha portata il vento”…

Intervista a Moni Ovadia

Eppure la provenienza, il luogo di nascita diventano un merito. Vogliamo rivendicarli come merito che diventa merito a priori senza nessuna legittimazione che diventa, poi, privilegio e il privilegio viene confuso con il diritto.

Ci sono molti pensieri che mi si affastellano nella mente. Infatti, non parlo mai secondo uno schema preordinato; vado a braccio per mantenere maggiore vitalità di riflessione. Nella questione posta, è stato fatto cenno e riferimento alle istituzioni solide. Perché l’uso di questo termine lo trovo particolarmente appropriato? Perché noi non abbiamo istituzioni solide. Abbiamo istituzioni allo stato liquido casomai, per dirla come Zigmunt Bauman. Ma più ancora allo stato gassoso.

L’ONU dovrebbe essere l’istituzione che regola la pace, a partire da essa, ma è totalmente impotente, come si vede nelle violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite: se sono praticate dai paesi privilegiati vengono imbracciate come motivazione per essere eseguite immediatamente. Ad esempio, il caso dell’Iraq; lo ricordate tutti. Ma se la violazione di una risoluzione, visto che è stato fatto il caso della Palestina – che particolarmente mi sta cuore – viene fatta a danno dei non privilegiati, allora è bellamente sfregiata e ignorata e irrisa: mi riferisco alla risoluzione 242 e 338.

La legalità internazionale è stata, da parte di ripetuti governi israeliani, calpestata con una indecenza che non ha limiti. Consideriamo che nessun governo israeliano ha fatto quello che doveva essere il dovere sacrale di un governo democratico, ossia stabilire i confini dello Stato di cui quel governo è governo. Lo Stato di Israele non ha una costituzione. Quindi non ha stabilito i suoi confini. Per cui l’arbitrio è la regola in tutte le cose che riguardano il conflitto israelo-palestinese. In particolare, il conflitto con i paesi arabi ha altre modalità ancorché si basa comunque su questa politica dello stato dei fatti compiuti. Politica del totale dispregio per le risoluzioni internazionali e, conseguentemente, per le istituzioni internazionali preposte alla pace. E tutto questo ad opera del governo e dell’autorità militare di un paese in cui il saluto comune è pace, invece di dire “Ciao”, “Buongiorno” si dice “Shalom” cioè Pace. La pace è addirittura iscritta nelle priorità della lingua.

 

Perché succede questo?

 

Perché lo stato di Israele non fa eccezioni a quella che è stata la logica imperiale romana si vis pacem para bellum “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, cioè colpisci gli altri per avere la pace a casa tua. Perché questa è la logica. La pace spetta solo a noi e agli altri no.

I paesi che più parlano di pace, prendo a esempio lo Stato di Israele, non perchè io sia contro Israele, ma perché, pur essendo piccolo, è fra quelli più armati del mondo. Come anche gli Stati Uniti d’America. Un mio amico iracheno il professor Adel Jabbar che insegnava sociologia delle migrazioni prima a Ca’ Foscari e poi a Bolzano, mi diceva: “Hai notato questa cosa? I governanti degli Stati Uniti sono i governanti del paese che ha più armi in assoluto al mondo”. Infatti, ci sono armi degli Stati Uniti in ogni angolo del pianeta: Oceano indiano, Oceano Pacifico, Europa, Paesi arabi, Asia. Dovunque ci sono armi statunitensi e sono proprio quegli stessi USA che inveiscono contro gli arabi dicendo, come rimarcava il professor Jabar , ” Gli arabi – noi arabi – sono aggressivi”.

 

Curioso vero? gli USA e Israele sono fra i maggiori commercianti di armi e colpevoli di fomentare guerre.

 

Gli Israeliani sono armati fino ai denti, ma fanno le vittime. Mentre il primo atto di pace dovrebbe essere quello di ritirare le armi dalle terre occupate illegalmente. La Nato è stata istituita per contrastare il “nemico” di oltre cortina, l’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica è finita morta e stramorta e la Nato invece di sciogliersi o ripiegare si è allargata, cioè ha messo i missili in tutti i paesi ex sovietici. Questi sono solo esempi, naturalmente per capire che questo sistema internazionale, questa logica non porterà mai alla pace.

Non facciamoci illusioni. Perché la logica è quella della guerra. Per esempio l’apologia del sicuritarismo, è una ideologia bellicista. All’’altro’ si attribuisce di fomentare insicurezza. Naturalmente questa è una vecchia tecnica per legittimare il proprio armarsi e la propria aggressività.

I nazisti sono stati esemplari in questo. Hanno lasciato e imposto un esempio clamoroso, ma è così ancora, questa è il background che domina la forma mentis della gran parte dei governanti. Non sono un ingenuo, ma per esempio se un paese come il nostro, che ha una costituzione repubblicana e la costituzione repubblicana è l’unico documento che fa di noi una comunità nazionale, fa riferimento a idee sacrali di patria, di “prima gli italiani” mi vengono i brividi alla schiena. Il popolo italiano, nel recente passato, ha avuto una parte che ha combattuto contro l’altra, provocando inenarrabili massacri. Italiani contro italiani. Dove è questo famoso popolo? E le guerre civili? Mostrano che i popoli intesi come unità mistico-nazionalista non esistono sono un’ipostatizzazione romantica che sta dietro all’ideologia del Blut und Boden, sangue e terra.

 

Ma quale sangue?

 

Sono termini ideologici e manipolazioni del linguaggio per mistificare la realtà. Infatti, se noi siamo uomini di pace, saremo molto più affini a uno spagnolo a un francese a un catalano a un americano a un russo che condivide i nostri ideali di quanto non siamo con il nostro presunto concittadino il quale ha nei nostri confronti sentimenti di ostilità bellica. Il nazionalista quello che continua a ripetere ‘il popolo, gli italiani’, non ama affatto il popolo di cui parla e di cui inventa l’esistenza, perché il nazionalista ama solo quelli che la pensano come lui e gli altri li odia. Considera i suoi concittadini, che non la pensano come lui, dei nemici. Dunque per arrivare alla pace, secondo me, bisogna che la smettiamo per prima cosa di concedere cittadinanza ai linguaggi dell’odio. Siamo un insieme di genti accomunate da una lingua. Ma neppure la lingua ci identifica. I ticinesi parlano la nostra stessa lingua, con una cadenza che per noi suona un po’ buffa, ma sono svizzeri: che importanza ha? Oggi gli ucraini e i russi sono ai ferri corti, eppure la gran parte degli ucraini parla quotidianamente russo non ucraino. Lo so perché io conosco il russo e ho avuto musicisti ucraini anche giovani che hanno lavorato con me e parlavamo in russo, la prima lingua che veniva loro in mente, pur conoscendo anche l’ucraino. Ma non esiste una tendenza nazionalista innata a parlare la propria lingua. Molti sono stati educati con il russo e i figli, siccome i padri parlano russo e hanno parlato loro in russo, parlano questa lingua. Non è la lingua che accomuna, non è il sangue, il sangue è rosso. Basta. Che cosa allora accomuna? Una cosa ci fa comunità nazionale: il patto costituzionale.

 

Siamo italiani perché ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana. È vero?

 

No. Una parte del nostro popolo la ignora completamente. Non sanno neanche l’articolo uno. Soprattutto non sanno questa parte dell’articolo uno: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Traduzione: secondo la Costituzione in Italia è sovrana la Costituzione. Non il popolo.

 

Quanti sanno questa cosa?

 

Addirittura primi ministri l’hanno ignorata, ammesso che la sapessero. Allora, ecco: ciò che ci rende una comunità nazionale; dovrebbe essere la forza dell’istituzione generata da un patto, ma non è così. Ecco perché siamo così lontani dal nostro dettato costituzionale. L’articolo undici parla di ripudio della guerra; eppure noi abbiamo partecipato a guerre aggressive e ci siamo solamente limitati a cambiarne il nome. Abbiamo acquistato armi di aggressione, perché i famosi F35 sono tutto fuorché armi da difesa. Allora, invece di spendere tutta quella montagna di soldi per armi di aggressione, avremmo potuto farci costruire il famoso Dome: sono quelle strutture antimissile che sono difensive, puramente difensive. Faremmo già un piccolo passo verso lo smantellamento dell’idea di guerra, se avessimo un puro esercito di difesa come quello svizzero.

Quindi, noi siamo molto lontani dalla pace.

La solidificazione delle istituzioni già esistenti sarebbe un passo importante, ma questo implicherebbe che le nazioni aderenti all’istituzione riconoscessero all’istituzione la primazia nelle questioni di pace. Siamo lontani anni luce. Cioè, non siamo ancora scesi dalle piante. Però, qualcosa dobbiamo fare. E non lo stiamo facendo. Per esempio: l’Italia ha sottoscritto e ratificato la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. E come è possibile che un magistrato del TAR abbia detto “Basta parlare di diritti universali! Parliamo dei diritti degli italiani”. Questo nel 2019!  Significa regredire alla seconda guerra mondiale. Contrapporre i presunti diritti nazionali ai diritti universali, ovvero dire ‘noi siamo più degli altri’ e rivendicare il funesto slogan ‘padroni a casa nostra’ è una perversione. Noi abbiamo avuto un ammaestramento dal lungo cammino dell’uomo. A un certo punto dello sviluppo, il cammino dell’uomo, aldilà delle formazioni delle civiltà, approda a una consapevolezza di senso: il senso dell’esistenza di un’identità dell’essere umano, unica ed universale. Oggi lo sappiamo scientificamente. Il più grande genetista italiano, il professor Cavalli Sforza lo ha acclarato su base scientifica: esiste un solo uomo su questa terra ed è il Sapiens Sapiens Africanus. Noi veniamo tutti dal cuore dell’Africa. Nessuno escluso. Anche se alcuni gruppi umani

portano piccolissime parti del patrimonio genetico del Neanderthal che indicano l’occorrenza di relazioni risalenti a oltre 40.000 anni fa. Successivamente i Neanderthal si estinsero.

Ora. Invece di riconoscere questa evidenza etica e scientifica, si regredisce a rivendicare differenze. Attenzione! A tremila anni dal riconoscimento etico, rivelato dal canone biblico, scritto nel Genesi che c’è un uomo. Non sono credente. Ma affermare che tutti gli uomini discendono da Adamo è un’affermazione sconvolgente, azzardata ai limiti dell’impossibile, ma ha aperto un orizzonte rivoluzionario.

 

Uno dei libri del Talmud, il pirkei’Avot uno dei più grandi libri talmudici domanda: “Ma perchè è stato detto ‘tutti gli uomini discendono da un uomo solo’? un solo esemplare? cioè Adamo il primo?

 

I maestri rispondono: “E’ stato fatto per la pace”. Perché nessun uomo possa dire al suo simile “il mio progenitore era migliore del tuo”. E noi vorremmo regredire a più di tremila anni fa, in un paese che si dichiara cristiano? Il vero problema della pace a mio parere è la questione del senso. Noi oggi siamo affidati a una deriva di significati. Un singolo si può definire cristiano nel momento in cui vive e pensa come il più convinto dei “pagani”, o degli idolatri e nessuno lo chiama a rispondere al senso di ciò che dice? Abbiamo avuto un ministro della repubblica che ha agitato il Vangelo, libro di pace e di amore, in un comizio politico per pervertirne il senso intimo. Continuamente nel Vangelo si trova la parola pace, eppure qualcuno lo agita come un’arma ed è un Ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione e fa carta straccia del libro sacro del paese, laico ma sacro, senza che ci sia una reazione significativa.

Allora vuol dire che il problema dell’istituzione solida si pone nei confronti della pace e l’istituzione non dovrebbe tanto agire nelle questioni politiche o geopolitiche quanto agire sul senso. Un’istituzione solida che tutelasse la pace, si sarebbe dovuta opporre migliaia di volte per impedire lo sfregio dell’idea, a partire dall’uso del linguaggio dell’odio. Perché la prima manifestazione della guerra sono le parole dell’odio. Fin quando noi non affermiamo la questione del senso come priorità, non cammineremo di un centimetro verso la pace autentica, ma ci troveremo in tregue e pacificazioni. Ricordiamoci la frase di Tacito: “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.”

Dunque per me oggi la questione più cogente è la questione del senso.

 

Cosa vuol dire essere un cristiano?

 

A mio parere non significa praticare una religione formale, ma essere entrato nel solco del cammino che ha tracciato Gesù; ha tracciato un solco dicendo:”Se mi seguite troverete verità, pace, amore, libertà, perdono”. Il mio amico Don Andrea Gallo, sacerdote cattolico di benedetta memoria, una volta, in Liguria, in occasione del conferimento di un premio, col suo linguaggio sapido e colorito – relata refero – si espresse così:”Gesù non ha istituito una religione, ha tracciato un cammino e ha detto seguimi e troverai:”pace, uguaglianza, fratellanza, amore”. E se non vuoi seguirmi ‘Vai un po’ a quel paese!!!’. Cosa voleva dire Don Gallo? Che non può esserci coazione in una fede: c’è una scelta. Perché l’idea stessa di coazione è inaccettabile. E’ una contraddizione in termini e anche il Corano nel versetto 99 della decima Sura lo rileva. Recita così:”Se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini una sola comunità di fede, l’avrebbe fatto lui”. Evidente che non l’ha fatto e il versetto prosegue “e chi sei tu per costringere un uomo a credere contro la sua volontà?” cioè il Corano riconosce la piena dignità dei non credenti e dei diversamente credenti. Però questa semplice evidenza non importa assolutamente ai fanatici islamisti, come ai fanatici cristiani, come ai fanatici ebrei, perché nessuno li richiama mai a rendere conto del senso. Noi abbiamo abbandonato il senso per affidarci a una deriva di significati veicolati ad usum di un potere autoreferenziale che pretende impunità. Ho scritto il libro “Madre Dignità” perché mi sono interrogato sul fatto che la nostra Costituzione, così straordinaria, fosse progressivamente diventata un guscio vuoto. Articolo 3 “Lo Stato deve rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza dei cittadini”. Ora, il dettato non chiede che tutti vivano nello stesso loculo vestiti con la divisa di Mao Tse Tung, bensì, per fare un esempio, di parificare il salario delle donne a quello degli uomini per lo stesso lavoro. Un simile provvedimento si sarebbe dovuto proporre ed attuare subito. Sono passati settant’anni e siamo qui ancora a discuterne. E delle quote rosa e di tutte queste stupidaggini…perché il senso della Costituzione sembra non interessare a nessuno. E naturalmente l’operazione di linguaggio, cioè destituire di forza il senso e invece rilanciare la molteplicità dei significati, uno vale l’altro, è quello che crea le condizioni che poi ingenerano conflitti e che legittima la liceità di disattendere i fondamenti etici del nostro vivere a favore di bellicismi, privilegi, di violenze e di ogni sorta di arbitrio: però ci si dice noi viviamo in una democrazia! Ma sulla base di quale ‘film’ noi viviamo in una democrazia?  I nostri regimi, come è stato detto da Predrag Matvejević, professore di letteratura russa all’università di Roma e grande intellettuale croato: “si chiamano democrature e non democrazie”. Una vera democrazia non può che costruire la pace, perché la democrazia si fonda sull’uguaglianza degli uomini. Se tu riconosci al tuo concittadino l’uguaglianza, non ti viene da negarla all’altro, che non è tuo concittadino per pure ragioni di evoluzione storica. Gli Stati Uniti sono una testimonianza. Lì sono venuti da ogni angolo del mondo: l’economia del Grande Paese ne aveva bisogno e li hanno importati. Nel corso di alcuni anni sono diventati cittadini statunitensi che vengono citati addirittura come paradigma dello spirito statunitense.

Se noi sentiamo una canzone di George Gershwin, immediatamente pensiamo a New York, Broadway, agli Stati Uniti, eppure George Gershwin non si chiamava così, il suo vero nome era Jacob Gershowitz, era un ebreo russo che non era neanche nato negli Stati Uniti e che ha dato agli Stati Uniti, per quello che concerne la musica dei bianchi, diciamo così, la sua identità più specifica. Quindi, come vediamo, l’altro può diventare come noi e persino “più di noi”. E di esempi così se ne potrebbero trovare a centinaia, oggi anche in Italia.

Mi sono domandato come mai la nostra Costituzione può essere così facilmente disattesa pur essendo una Costituzione straordinaria. Perché, a mio parere, non è stata posta con la necessaria forza la questione della dignità che è pure rubricata nella nostra Costituzione. Ma, per esempio, nella costituzione tedesca, nella sua primissima parte che si chiama Grundgesetz, parte fondamentale, al primo articolo comma uno, recita così “La dignità umana è intangibile”, non la dignità del cittadino tedesco, ma la dignità umana e  dichiara assiomaticamente che la dignità non è a disposizione di alcuna autorità. Un potere statuale, anche il più democratico, può sospendere un diritto nell’occorrenza di un crimine. Un ladro viene messo in galera: lo si priva del diritto alla libertà e dei diritti connessi. Ma non lo si può privare della dignità. La dignità si sfarina se un potere cerca di condizionarla. La dignità precede i diritti ed è la consapevolezza della dignità che ha potuto dare vita alle legislazioni che l’hanno poi declinata nei diritti. La dignità è la condizione assoluta che appartiene alla vita e a ogni essere umano dalla sua nascita. Non la si può mettere in discussione. Se togli la dignità, vuol dire che distruggi la vita. E’ come se uccidessi la persona. I nazisti lo hanno capito molto bene e hanno tolto a coloro che hanno dichiarato nemici la dignità, dopodichè assassinarli per essi non era un crimine, ma una procedura legittima.

Allora i presupposti della pace sono riconoscimento della piena totale integrità dell’essere umano e aggiungerei dell’essere vivente. Per cui le istituzioni solide dovrebbero richiamare instancabilmente e inesorabilmente, a mio parere, a questo concetto. A partire dal linguaggio. Perché la trasformazione del linguaggio crea una consuetudine a lasciar perdere. Certo linguaggio che si usa oggi, dieci anni fa, vent’anni fa sarebbe stato impossibile. Sarebbe successo il finimondo. Invece, adesso è diventato corrente. Per esempio, la parola più schifosa, le due parole più schifose che si sono ingenerate negli ultimi anni in questa cloaca mediatica che domina le comunicazioni nel nostro paese: buonismo e giustizialismo. Sono parole che stanno in bocca a furfanti di ogni risma. Bisognerebbe reagire alla perversione del linguaggio che passa da un linguaggio di civiltà del rispetto reciproco a una inciviltà dell’insulto, della calunnia, della disgregazione del senso della piena dignità dell’essere umano chiunque egli sia. Si passa a un linguaggio di guerra. Perché la guerra non nasce semplicemente; la guerra intesa come lo spirito della guerra, non nasce solo da ragioni improvvise di conflitto, ma nasce da una sottocultura che si invera costantemente e ripetutamente. Per esempio, l’uso della parola terrorista nei confronti di qualcuno di cui non vuoi riconoscere la dignità. Ho sentito dire da molti ultras sionisti: “I palestinesi sono tutti terroristi”. Se tu lasci passare questo linguaggio, puoi bombardare Gaza e ammazzare civili e bambini perchè tanto sono tutti terroristi. “Cosa volete da noi? Perché ce l’avete con noi? Siete amici dei terroristi?” Dicono gli ultras del  sedicente sionismo.

Per queste ragioni il nostro lavoro richiede un impegno immenso da cui non ci possiamo sottrarre. Francamente vorrei anche andare in pensione dalla militanza, ma non posso perché ho un dovere al quale non mi posso sottrarre verso le prossime generazioni.

 

E Greta Thunberg, la ragazzina svedese?

 

Greta, la ragazzina svedese ci ha ricordato una cosa particolarmente significativa fra le altre. E’ andata, a 16 anni, a dire ai potenti della terra “Voi state condizionando lo sviluppo del pianeta con politiche predatorie e scellerate di cui non sarete voi a pagare le conseguenze”. Perchè se un sessantenne prende una decisione che poi creerà catastrofi, le pagheranno le generazioni  future, non lui. Dovrebbe essergli impedito. Questa attitudine a ritenersi i padroni del pianeta è fare la guerra alle generazioni future e le classi dirigenti, in questo senso sono impregnate di uno spirito bellicista, per un solo scopo: difendere e garantire i propri privilegi. Primo Levi in riferimento alla shoà ci ha lasciato questa eredità: “Se volete che non si ripeta ciò che  è stato e che si può ripetere, lottate con tutte le vostre forze contro la logica dei privilegi!” Il monito di Primo Levi si sta avverando: immigrati mandati a morire nei lager libici di botte, di torture, di violenze. Che differenza c’è fra gli ebrei che venivano respinti?

Mi piacerebbe, in una delle prossime ricorrenze del Giorno della Memoria, inviare una lettera al Presidente della Repubblica, chiedendo che in occasione delle celebrazioni venga interdetta la presenza di coloro che respingono i migranti verso la morte. Perché la pace si fa contrastando gli uomini di guerra. Un essere umano non può dirsi tale se non riconosce se stesso nel suo simile emarginato, oppresso, in pericolo di vita. E la condizione dell’esilio, della paura, dello smarrimento è la condizione più specifica dell’uomo e della sua fragilità: l’uomo è creatura fragile. Grazia Deledda diceva:”Canne al vento”. Una mia amica cardiologa ha parafrasato:”Noi siamo carne al vento”. Questo siamo noi esseri umani. Per costruire la pace, dobbiamo riconoscere la nostra fragilità e la nostra fragilità la riconosciamo nell’ultimo degli uomini. In quel nostro simile, noi vediamo chi siamo realmente. Se non siamo in grado di riconoscerci negli ultimi, non usciremo dal bellicismo e andremo incontro a guerre ancora peggiori per la questione dell’acqua, delle, risorse,  della siccità. In conclusione il problema della pace non è tema per anime belle.

Il problema della pace è per persone che amano l’umanità.

E coloro invece che non sentono questo amore non ne sono degne: L’amore non è un sentimento sdolcinato per innamorati. Ma è il riconoscimento di impegno personale verso l’altro, perchè la questione dell’alterità è la madre di tutte le questioni dell’umanità. Se non la riconosceremo, continueremo a fomentare guerre e conflitti. L’altro non è il nemico da combattere e da eliminare per sentirci sicuri, ma è il nostro simile da incontrare e riconoscere per incontrare e riconoscere noi stessi.

Articoli correlati

Solidarietà e cultura della Terrestrità

Intervista a Laura Tussi

Solidarietà e cultura della Terrestrità

“In collaborazione con Fabrizio Cracolici, che è Presidente ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) sezione “Emilio Bacio Capuzzo” di Nova Milanese, trattiamo spesso di Pedagogia della Resistenza, di formazione e educazione”
Giusy Capone

Intervista di Giusy Capone a Laura Tussi

Intervista a Laura Tussi della Professoressa Giusy Capone

 

Lei non è una storica, è una pedagogista: qual è la premessa metodologica con cui affronta i temi della memoria, della pace e del razzismo? Cosa s’intende per “Pedagogia della Resistenza”?

 

In collaborazione con Fabrizio Cracolici, che è Presidente ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) sezione “Emilio Bacio Capuzzo” di Nova Milanese, trattiamo spesso di Pedagogia della Resistenza, di formazione e educazione. In questo ambito, nei miei libri, propongo un percorso di accompagnamento alla formazione e allo sviluppo della conoscenza dei diritti civili e dei diritti inalienabili della persona. Insomma, un percorso di sviluppo della democrazia, della cittadinanza attiva, della partecipazione. Quello che presentiamo anche nelle scuole come un percorso globale di sviluppo educativo si scontra però, spesso, con gli ambienti esterni alla scuola e con la famiglia, che sono portatori di valori diversi, a volte opposti e contrastanti. Questi sono quesiti molto aperti che ci poniamo sempre. Il ministro Luigi Berlinguer aveva tentato di introdurre lo studio della storia contemporanea, quindi la didattica della storia e della Shoah, nell’ultimo segmento di ogni ordine di scuola. E aveva tentato di introdurre metodologie per leggere e comprendere il presente. Successivamente, però, con i ministri Moratti e Gelmini, l’istituzione scolastica è stata depauperata proprio di questa sua missione formativa e soprattutto informativa, piuttosto che rimanere invece nell’attualità del presente. Per educare all’antifascismo, all’antirazzismo e alla nonviolenza, secondo il monito di Stéphane Hessel occorre ripartire proprio dall’istituzione scuola. Noi non troviamo altra soluzione, perché la scuola, ancora prima della famiglia, rispecchia il pluralismo e la diversità impliciti nella società. Pluralismo e diversità che si vengono a manifestare nel processo educativo: nel percorso didattico si scoprono le caratterialità, le criticità, le implicite diversità, le esigenze del singolo studente che mutua e assimila varie istanze e diverse forme di contenuto dal nucleo famigliare di origine. La scuola, tra l’altro, in un passato che non dobbiamo dimenticare e archiviare, ha subito la discriminazione e l’intolleranza: basti pensare alle leggi razziali nazifasciste del 1938. E la scuola, pur con diversa entità ed intensità, continua ancora a discriminare e a prendere provvedimenti contro i più deboli. Anche il finanziamento pubblico alle scuole private è una forma di discriminazione. La riduzione degli insegnanti di sostegno ai bambini diversamente abili, la negazione della mensa ai meno abbienti sono forme di discriminazione. I quesiti sono sempre aperti perché auspichiamo una scuola che si apra sempre più alle differenze, agli altri, e non solo da parte degli studenti, ma anche da parte degli insegnanti. Anche il mondo adulto viene messo in discussione nell’ambito e nell’ambiente scuola. Noi veniamo sempre più messi in discussione nei nostri affetti, assetti, nelle nostre convinzioni, nei nostri dogmi e paradigmi caratteriali, a contatto con il mondo infantile. Quindi una scuola più aperta. Una scuola che si apra alle implicite esigenze di ciascuno, ai caratteri di cui ognuno è portatore, alle difficoltà implicite che ciascuno presenta. È necessario costruire una scuola senza discriminazione, dove l’altro sia considerato depositario di un’autentica ricchezza da risocializzare e ripartecipare, una ricchezza da condividere nella convivenza del quotidiano secondo un impegno di responsabilità e di indignazione contro tutte le discriminazioni, contro l’intolleranza, il non rispetto e la violazione dei diritti umani. Una nuova ricchezza sociale partecipativa che vada a incrementare un discorso di civiltà a misura di persona, per una comunità, per un assetto sociale e civile aperto alle differenze, alle divergenze, anche al conflitto, come sostiene il nostro amico Daniele Novara, direttore del centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza. Infatti, il conflitto è implicito nell’educazione. Noi parliamo di nonviolenza, ma con questo concetto non intendiamo un’idea di passività, di rassegnazione, di debolezza, di lassismo, di incoerenza, di menefreghismo; intendiamo nonviolenza, in senso stretto, come cooperazione, interdipendenza, interconnessione su quelli che sono i diritti umani, quindi cooperazione di tutti i popoli secondo lo slogan proletari e pacifisti di tutto il mondo unitevi. Quindi cooperazione, solidarietà e interdipendenza, come sosteneva una grande pedagogista, Maria Montessori, che fu perseguitata dal fascismo. Mentre in tutt’Italia, in Europa e nel mondo divampava la violenza del secondo conflitto mondiale, Maria Montessori portava nei suoi convegni messaggi di speranza e di pace per l’intera umanità, a partire dall’infanzia. Inizialmente fu vezzeggiata dal fascismo, perché Mussolini voleva strumentalizzare le sue scuole, ma l’impostazione di pensiero di Maria Montessori contrastava nettamente con l’ideologia fascista e l’indottrinamento del regime; basti pensare ai principi di istruzione su cui si fondavano i dettami fascisti per indottrinare la Gioventù Balilla, basati sull’individualismo, sulla competitività ad oltranza, sul disprezzo, sull’aggressività nei confronti dell’altro. Disvalori fascisti che, anche secondo Hessel, sono attualmente veicolati dai mezzi di comunicazione di massa: come la cultura dell’oblio, il consumismo sempre più esasperato, estetizzante e individualistico, la competizione di tutti contro tutti; in sostanza il pensiero unico, capitalista e neoliberista. Tornando al concetto di nonviolenza, Maria Montessori ne era promotrice, e il suo celebre motto L’educazione come arma della pace è un importante ossimoro per sostenere che tutto si gioca a partire dall’educazione, a partire dalla scuola, per creare contesti di socialità e di solidarietà, per andare oltre le dittature, i totalitarismi, gli sciovinismi, i nazionalismi, proprio per costruire ambienti di pace nel quotidiano. Secondo Montessori, il bambino è portatore di pace già nel suo contesto quotidiano, a livello microsociale, per arrivare a un livello di costruzione della pace universale e globale.

 

Il libro “Dialogo per la pace” ricorda il motto di Vittorio Arrigoni “Restiamo Umani”, nel continuare a credere convintamente in un mondo senza bandiere, barriere, limiti, confini. La “coscienza planetaria” può essere costruita e con quali mezzi?

 

Il mondo vive continui e nuovi processi storici che stanno trasformando il nostro macrosistema. Le donne e gli uomini sono connessi e interdipendenti e rafforzano in tal modo una “coscienza planetaria” che unisce i figli della Madre Terra in un’unica comunità di origine e di destino, in quanto appartenenti al genere umano e abitanti globali, nell’opportunità condivisa di creare nuovi spazi e ricche forme di incentivazione al pensiero riflessivo, al dibattito democratico e partecipativo, con la formulazione di proposte alternative, nello scambio di esperienze e nell’azione congiunta. Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza che l’attuale modello di sviluppo risulta insostenibile perché l’umanità vive al di sopra delle proprie possibilità: le capacità del pianeta e dell’ecosistema non sono più in grado di fornirci il necessario. Il modello di sviluppo dei paesi ricchi del nord impone il radicamento dell’impoverimento e della dipendenza dei paesi del sud, perché la ripartizione del benessere, delle risorse, del potere è esponenzialmente disuguale. Le povertà e l’emarginazione sociale incidono anche sulle economie in transizione e sui paesi industrializzati e non sono esclusivamente fattori appartenenti ai tanti sud del mondo. Nel mondo attuale tutto viene globalizzato, in particolare la comunicazione e il mercato, con gravi rischi per la politica partecipativa, le economie e le culture locali. Il modello di sviluppo della globalizzazione, ingiusto e insostenibile, favorisce il processo della concentrazione del capitale e delle ricchezze nelle mani di pochi, piegandosi alle logiche di mercato, obbedendo ai dettami del neoliberismo, che sono basati sull’individualismo solipsistico, sulla precarietà a oltranza, sulla competitività esacerbata, generando un aumento smisurato delle povertà, dell’esclusione, dell’emarginazione sociale e l’incremento sempre più massiccio delle migrazioni forzate. Tuttavia siamo coscienti che non esiste una lettura univoca della globalizzazione. È necessario discernere tra una pluralità di punti di vista, alcuni dei quali evidenziano anche le enormi potenzialità dei processi globali in chiave di partecipazione, azione comune, solidarietà. La comparsa di tecnologie dell’informazione e della comunicazione può incrementare l’esclusione sociale. I massmedia e i nuovi media sono sempre più cruciali e costituiscono una delle più importanti chiavi di accesso al dibattito pubblico nella moderna agorà globale. Dunque occorre interrogarsi sulle regole che governano il sistema mondiale della comunicazione e promuovere forme di informazione più accessibili, democratiche e plurali, che necessitano di cittadine e cittadini non solo competenti, ma anche critici, responsabili, riflessivi. Contro l’idea dell’assimilazione, fortemente perseguita da alcuni settori sociali e politici, è necessario costruire regole di un’etica pubblica, un ethos civile condiviso, partendo dal dialogo tra culture, in una società al contempo plurale e coesa, rispettando le necessità e le identità di genti, popoli e minoranze. Le società ‘glocali’ sono sempre più plurali e eterogenee e coabitate da diverse identità, culture e religioni. Le diversità culturali sono una ricchezza e costituiscono contemporaneamente sfide educative, sociali, politiche, rispetto al modello di inte(g)razione e coesione sociale in prospettive interculturali. Il tessuto ecologico si sta lacerando per la perdita di biodiversità, causata da processi di deforestazione e dallo sfruttamento incontrollato dei mari, con l’impatto dei nostri stili di consumo e spreco che devastano l’ambiente e mettono a repentaglio la nostra salute, tramite la tendenza alla privatizzazione e alla liberalizzazione dei beni comuni dell’umanità, tra cui l’acqua e le sementi. Non esiste futuro per l’uomo se non nel rispetto e nella tutela del sistema ambientale: per questo ogni progetto capace di futuro deve essere necessariamente ecocompatibile. L’attivismo e l’impegno contro il degrado ambientale, contro le cause dei cambiamenti climatici, contro la riduzione della biodiversità e per il diritto all’acqua e agli altri beni comuni essenziali comportano così il coinvolgimento di tutti gli attori sociali e politici a costruire un nuovo contesto culturale che comprenda la prospettiva della decrescita e altri stili di vita personali e comunitari più sobri e responsabili. Le donne sono più colpite dalla povertà e faticano a accedere alle opportunità, all’istruzione, subendo disparità di genere. In diversi paesi di tutti i continenti, le donne sono le vittime più frequenti della violenza e si continua a favorire la discriminazione tramite la diffusione di ruoli e stereotipi che non promuovono il cambiamento nelle relazioni tradizionali, tipiche del patriarcalismo, tra donne e uomini. Per questo occorre favorire le relazioni di genere egualitarie che facilitino le pari opportunità, l’opposizione ai sistemi di conoscenza androcentrici, il superamento del sistema patriarcale, la corresponsabilità. La guerra e la violenza irrompono tra persone e società con interventi armati umanitari, guerre preventive contro il fondamentalismo e il terrorismo fondamentalista, guerra chirurgica, interventi che si giustificano con il pretesto di esportare democrazia, scontro di civiltà: sono fattori sempre diffusi dai poteri forti, politici e economici e che penetrano nell’opinione pubblica mondiale. Le spese militari per gli armamenti continuano a crescere, provocando miseria, guerre e pericoli per l’umanità come il rischio dell’apocalisse nucleare. Interi popoli vivono situazioni disumane di conflitto armato e di genocidi perpetrati in funzione dell’interesse di pochi potenti. La speranza in un superamento della guerra e della piena promozione dei diritti umani deriva da una sapiente politica multilaterale, coraggiosa nella difesa dei più deboli e che accordi veramente all’Onu la sua funzione, con la crescita e la maturazione di una società civile, di una cittadinanza attiva e una democrazia partecipativa vigili, capaci di denuncia e mobilitazione. Una nuova “coscienza planetaria” che si rifaccia ai principi della cultura della Terrestrità come ampiamente spiegano Edgar Morin e Stéphane Hessel.

 

Pace, memoria ed inter-cultura: sono questi gli snodi critici su cui è possibile ricostituire le relazioni sociali sotto l’egida della giustizia e della libertà?

 

L’educazione interculturale è condizione strutturale della società che presenta molteplici culture, perché il compito educativo, in questo tipo di tessuto sociale, assume il carattere specifico di mediazione tra le diverse realtà, animatore di un continuo attivo confronto tra modelli differenti.
Il confronto e l’interazione tra molteplici istanze culturali avvalora il significato della democrazia, perché la diversità valoriale e identitaria risulta una risorsa positiva per i complessi processi di crescita delle persone e del sistema comunitario e sociale multiforme. La convivenza costruttiva all’interno dei singoli Stati democratici deve essere promossa nella prospettiva della ricerca della pace a livello mondiale, come processo che congloba lo sviluppo economico, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente, la democrazia, il rispetto della diversità e della dignità di ogni uomo e dei diritti umani. La prospettiva interculturale permette di educare alle tematiche della pace che comportano il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità dello sviluppo, perché viviamo in una società multiculturale composta di mosaici etnici in cui la diversità non è eccezione, ma norma. La valorizzazione delle differenze sviluppa la capacità di favorire la comprensione dell’altro e l’eliminazione dei pregiudizi, con la consapevolezza che la compresenza di diverse culture testimonia l’apertura al plurale e permette di promuovere l’armonia interetnica e gli scambi interculturali, nello sviluppo di una migliore comprensione tra differenze, grazie all’evidenza di valori, attitudini, pratiche e credenze. L’interculturalità riconosce l’interdipendenza tra persone in un processo comune verso una società multietnica, dove non esista la divisione in razze, ma la concezione di un’unica specie umana, sperando in un avvenire di progresso per l’umanità, dove non esista una civiltà inferiore e superiore, ma diverse società creative.
L’interculturalità permette di tessere ponti tra le varie identità, dove l’incontro e il riconoscimento dell’altro conducano alla creazione di una collettività identitaria del nostro vissuto quotidiano, ricevendo gli apporti culturali dell’altro, in modalità positive, offrendo contemporaneamente le nostre ricchezze, nella solidarietà, nella tolleranza e nel confronto che valorizzi le alterità. L’apporto interculturale si esprime con il rispetto nei confronti dell’altro, non necessariamente lo straniero, ma anche il portatore di handicap, il compagno di classe rumoroso che disturba, l’alunno che non capisce le lezioni, colui che non condivide o contrasta le idee altrui.
L’insegnante si incammina così verso la realizzazione di una pedagogia dell’interazione e non solo dell’integrazione, poiché la valorizzazione delle culture, delle identità, delle differenze altre equivale ad una pratica educativa che conduce oltre l’espressione di una solidarietà verso il più debole, in quanto, suscitando interazioni e il riconoscimento dei diritti del diverso, il formatore educa alla convivenza e alla democrazia culturale.
La pedagogia si occupa di organizzare le condizioni più favorevoli all’integrazione e all’interazione fra mondi di diversa origine e tradizione etnica, preoccupandosi di facilitare la conoscenza reciproca, la disponibilità all’incontro e allo scambio, ma anche il cambiamento vicendevole di chi ospita e di chi è ospitato. Una mente formata in senso plurietnico è più complessa e ricca di capacità connettive, propensa alla teorizzazione e a comprendere le ragioni degli altri, in una vocazione cosmopolita e laica, attenta, più che alla difesa incondizionata del particolare e dell’interesse locale, all’interazione sistemica tra le parti, tra le persone e i soggetti interessati, in un ambiente di confronto, scambio e di cambiamento delle varie identità interagenti. Compito della pedagogia interculturale è porre le condizioni per far convivere le diverse culture senza ignorarsi, perché la non conoscenza del pensiero dell’altro da sempre innalza muri, barriere, limiti e confini, aggravando stereotipi e pregiudizi e alimentando conflitti aperti e sotterranei. La didattica dell’educazione all’interazione delle culture e allo sviluppo sostenibile conduce l’interessato a coltivare valori che condizionano realmente l’espletamento concreto del concetto di pace e, di conseguenza, dei diritti umani, delle pari opportunità, della tutela dell’ambiente, della solidarietà internazionale, dell’importanza del ricordo e della memoria storica, in un’ottica pluralista dei contenuti e dei concetti culturali e valoriali. La didattica dell’educazione allo sviluppo sostenibile e all’interazione deve fornire agli allievi una cultura del vivere e costruire insieme un altro mondo, evidenziando e formulando i problemi dell’attualità, ponendosi in situazioni problematiche, incentivando la ricerca, lo studio, il sorgere di questioni aperte tra generazioni.
L’obiettivo di tale procedimento deve sfociare in una sensibilizzazione dei giovani ai concetti di solidarietà, tolleranza, diversità e uguaglianza culturale, nell’importanza di predisporre le menti a una costruzione del sapere critica e aperta al confronto, al cambiamento vicendevole e reciproco, al rispetto e alla valorizzazione delle differenze.
Ogni disciplina scolastica si deve fondare sull’insegnamento delle diversità concepite come propulsione al rispetto dell’ambiente del nostro pianeta, alla tutela ecologica, alla rievocazione della memoria storica dei diritti umani e delle pari opportunità, in una rivisitazione intergenerazionale dell’importanza di questi concetti valoriali, dove la storia si ponga come processo conoscitivo dialettico tra il passato e il futuro e tra le vecchie e giovani generazioni. La costruzione dei programmi di ogni disciplina scolastica deve permettere alla scuola di rinnovarsi, integrando continuamente le grandi risoluzioni tratte dalle conferenze internazionali organizzate dalle Nazioni Unite e rendere ogni disciplina scolastica il luogo ideale dove coltivare la solidarietà tra generazioni. L’educazione interculturale, tramite l’intera comunità educativa, deve orientare allo sviluppo sostenibile per creare negli allievi una coscienza di pace e di solidarietà internazionale, per la costruzione di un avvenire migliore, di un mondo globale di civiltà aperte e interagenti, di differenze diasporiche e diversità pensanti, in prospettive teoriche globali, cosmopolite ed internazionali. Intercultura, ambiente e sviluppo sono profondamente connessi, perché l’educazione tra le culture pone in evidenza l’intreccio dei grandi problemi del mondo, facendo comprendere i legami tra il vicino e il lontano, il qui ed ora, il presente e il passato. Il futuro dell’educazione è la cooperazione tra persone di culture diverse, nell’integrazione e nel rapporto tra identità e alterità, dove la società interculturale è la risultante di tensioni dialettiche che scuotono le certezze abitudinarie nel prendere consapevolezza della crescente dipendenza tra i popoli nella solidarietà, sancita dai valori di libertà e uguaglianza, per cui l’educazione non deve essere compensazione del diverso, ma evoluzione collettiva nelle diversità.

 

Chi è il costruttore di pace?

 

Il Costruttore di Pace è colui che agisce per la solidarietà e per la cultura e  il sentimento di Terrestrità, che comprende il concetto di “coscienza planetaria”. Ognuno di noi è implicitamente Costruttore di pace. Ognuno di noi può e deve costruire la pace.

 

Il Dialogo per la Pace mobilita ad una responsabilità all’interno degli ambienti A.N.P.I., Scuola ed Associazionismo sociale e culturale affinchè venga attualizzato e concretizzato l’ammonimento del Partigiano, Deportato e Padre Costituente dell’ONU Stéphane Hessel: “La nonviolenza è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere”. Quali sono le criticità che ravvede per l’attuazione di siffatto monito?

 

Il Dialogo per la Pace richiama a un impegno all’interno degli ambienti A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), nella Scuola e nell’Associazionismo sociale e culturale, per attualizzare e realizzare il monito del Partigiano, Deportato e Padre Costituente dell’ONU Stéphane Hessel: “La nonviolenza è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere”. Il nostro contributo si focalizza su una innovativa “Pedagogia della Resistenza” (“Creare è resistere, resistere è creare”, sempre Stéphane Hessel) che porti a riconoscere l’Essere Umano quale appartenente a un’unica razza e famiglia: quella umana. Per questo motivo il libro rievoca il motto di Vittorio Arrigoni “Restiamo Umani”, nel continuare a credere convintamente in un mondo senza bandiere, barriere, limiti, confini. La “coscienza planetaria” realizza un’appartenenza culturale e cosmopolita della donna e dell’uomo contemporanei, sempre uguali nei diritti e diversi nei propri caratteri, indipendentemente da ogni longitudine e latitudine, “contro ogni razzismo”. Stéphane Hessel (scomparso nel 2013) è stato anche un promotore di ICAN – Campagna per l’abolizione degli ordigni di distruzione di massa nucleari e annuncia un alto monito di speranza con il motto “Esigete un disarmo nucleare totale”. Questo suo alto monito per la salvezza dell’Umanità si è concretizzato con il TPAN, il trattato Onu del luglio 2017, trattato di proibizione delle armi nucleari varato a New York a palazzo di vetro con 122 nazioni e la società civile organizzata in ICAN – Campagna per l’abolizione degli ordigni di distruzione di massa nucleari, che è valsa, a tutta la nostra vasta rete di attivisti a livello mondiale, per il disarmo nucleare universale, il Premio Nobel per la Pace nel 2017. E la nonviolenza è il tramite di questo percorso che porti la persona a concepirsi figlia e figlio di una unica Madre Terra da tutelare e salvaguardare, in una mondiale concezione di Terrestrità, ossia di appartenenza alla complessità dell’esistente.

 

 

Laura Tussi: Docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell’ambito delle scienze della formazione e dell’educazione. Coordinamento Campagna “Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN”: Rete Internazionale ICAN – Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale. Collabora con diverse riviste telematiche tra cui Pressenza, Peacelink, Il dialogo, Unimondo, AgoraVox ed ha ricevuto il premio per l’impegno civile nel 70esimo Anniversario della Liberazione M.E.I. – Meeting Etichette Indipendenti, Associazione Arci Ponti di Memoria e Comune di Milano. Autrice dei libri: Sacro (EMI 2009), Memorie e Olocausto (Aracne 2009), Il dovere di ricordare (Aracne 2009), Il pensiero delle differenze (Aracne 2011), Educazione e pace (Mimesis 2012), Un racconto di vita partigiana – con Fabrizio Cracolici, presidente ANPI Nova Milanese (Mimesis 2012), Dare senso al tempo-Il Decalogo oggi. Un cammino di libertà. Con Prefazione del Cardinale Carlo Maria Martini (Paoline 2012), Il dialogo per la pace. Pedagogia della Resistenza contro ogni razzismo (Mimesis 2014), Giovanni Pesce. Per non dimenticare (Mimesis 2015) con i contributi di Vittorio Agnoletto, Daniele Biacchessi, Moni Ovadia, Tiziana Pesce, Ketty Carraffa, Antifascismo e Nonviolenza (Mimesis 2017), con Alfonso Navarra, Adelmo Cervi, Alessandro Marescotti. Collabora con diverse riviste di settore, tra cui: “Scuola e didattica” – Editrice La Scuola, “Mosaico di Pace”, “GAIA” – Ecoistituto del Veneto Alex Langer, “Rivista Anarchica”. Promotrice del progetto per non dimenticare delle Città di Nova Milanese e Bolzano www.lageredeportazione.org e del progetto Arci Ponti di memoria www.pontidimemoria.it.

 

Note: Note bibliografiche:
Alfonso Navarra, Mario Agostinelli, Luigi Mosca “La follia del nucleare. Come uscirne con la rete ICAN” con prefazione di Alex Zanotelli. Introduzione di Fabrizio Cracolici e Laura Tussi, Mimesis Edizioni

Alfonso Navarra – Portavoce Associazione Disarmisti Esigenti http://www.disarmistiesigenti.org/2019/12/30/terrestrita/  e Laura Tussi
“Antifascismo e Nonviolenza” Mimesis Edizioni

Canale video “SIAMO TUTTI PREMI NOBEL PER LA PACE CON ICAN”
https://www.youtube.com/channel/UCFWikKgRr7k21bXHX3GzE9A  

Intervento di Alfonso Navarra – coordinatore Rete Educazione alla Terrestrità
https://www.youtube.com/watch?v=x1SxjoRDOGc&t=585s   

Articoli correlati

  • Una porta aperta: punto di incontro e di accoglienza laico

    SOCIALE
    Intervista di Laura Tussi a Danilo Minisini

    Una porta aperta: punto di incontro e di accoglienza laico

    Un’associazione dove accogliere in modo amichevole e promuovere relazioni personali e di gruppo positive in un contesto di volontariato laico
    27 marzo 2020 – Laura Tussi
  • Pace, giustizia e istituzioni solide

    PACE
    Agenda Onu 2030: gli obiettivi del terzo millennio

    Pace, giustizia e istituzioni solide

    L’Agenda Onu per conservare un mondo come luogo vivibile e cercare di migliorarlo
    23 marzo 2020 – Laura Tussi
  • La Memoria dell'Umanità

    PACE
    Iniziativa del Giorno della Memoria 2020 a Nova Milanese

    La Memoria dell’Umanità

    I Partigiani Deportati e le Pietre d’inciampo. Perchè ricordare Mario Vanzati, partigiano novese, nato il 27 agosto 1911 e morto in un campo di Concentramento
    4 marzo 2020 – Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
  • Tempi di Fraternità - Agenda ONU 2030: L'insegnante attore sociale

    PACE
    Tempi di Fraternità, donne e uomini in ricerca e confronto comunitario, presenta:

    Tempi di Fraternità – Agenda ONU 2030: L’insegnante attore sociale

    Agenda ONU 2030: La scuola deve mirare a una “trasformazione” personale e sociale e a un cambiamento in positivo
    2 febbraio 2019 – Laura Tussi

I Provos, i Beatniks e l’Anarchia

Recensione di Laura Tussi al Libro di Franco Schirone

I Provos, i Beatniks e l’Anarchia

Questo breve saggio vuole essere semplicemente un omaggio a una generazione perduta nel tempo e per le strade del mondo

Recensione al Libro di Franco Schirone

Recensione di Laura Tussi al Libro di Franco Schirone

 

Franco Schirone, autore di questo breve, ma intenso saggio storiografico, è un libero ricercatore dei movimenti anarchici e anarcosindacalisti.

Per scrivere questa storia, l’Autore Franco Schirone ha ripreso un capitolo de “La gioventù anarchica” e l’ha ampliato utilizzando documentazione e materiali cartacei che ha potuto ritrovare con una serie di ricerche negli ambiti dell’attivismo anarchico. “Si tratta di fogli e ciclostilati: una produzione che è cresciuta un po’ in tutt’Italia, prodotta dai gruppi o da individui che si identificano in quell’ampio movimento noto con il nome di ‘contestazione globale’: sono i Provos, i Beatniks, i Beats, i Pleiners, i Nozems, i Cavalieri del nulla” afferma l’Autore nel libro.

A metà anni 60, in un’Italia ancora molto provinciale e tradizionalista, appena uscita da un dopoguerra disastroso e dalla ricostruzione, ove sussistono ampie sacche popolari arretrate, da cui attingere manodopera per le grandi industrie del Nord; in un’Italia che vede l’accelerare dell’abbandono dalle campagne e la concentrazione urbana in un vorticoso incremento produttivo e consumistico; in un’Italia che nonostante il cosiddetto boom economico rimane provinciale e tradizionalista, si fa strada un nuovo soggetto sociale: i giovani.

Un soggetto sociale che desta non poche preoccupazioni in quanto prende di mira qualsiasi atteggiamento autoritario, fondante l’assetto e l’ordinamento sociale esistente.

Molti di questi giovani sanno ciò che sta accadendo altrove, fuori dai ristretti confini della penisola. La Beat Generation, gli Yippie statunitensi, il Pop inglese, il movimento dei Provos in Olanda non sono lontane chimere e i loro echi giungono forti a una generazione che vuole essere libera di pensare fuori da convinzioni e convenzioni , da tradizioni e da qualsiasi schema precostituito; che vuole vestirsi come gli pare e portare i capelli lunghi; che odia la guerra e vuole un mondo senza armi, senza divise, senza confini; che sogna un mondo nuovo dove imperino solo la pace e la fratellanza universale; che rivendica la libera unione senza matrimonio, la libertà sessuale e la pillola anticoncezionale. E, che mette in atto, fin da subito, una lotta all’autoritarismo, contestando, innanzitutto, l’autorità paterna, quindi l’autoritarismo nella scuola, quello della gerarchia ecclesiastica, dell’istituzione militare e l’autorità statale in genere. Pacifista e non violento, il nuovo soggetto sociale, i giovani, come un torrente in piena, lacera le certezze del corpo sociale e le sue convinzioni, le sue istituzioni quella familiare soprattutto.

A Milano il gruppo “Onda Verde”, che fa propria l’esperienza Provos , diffonde volantini, incitando i giovani all’obiezione di coscienza, alla non violenza, alla lotta contro la proliferazione delle armi, al rifiuto dei falsi miti patriottici.

Si organizzano manifestazioni contro l’intervento statunitense in Vietnam, con happening davanti al consolato americano e autoincatenamento in piazza San Babila a Milano, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’antimilitarismo e dell’obiezione di coscienza. Le manifestazioni contro il Vietnam, organizzate in quell’anno 1966-1967, insieme a quelle aventi per tema il disarmo, saranno una costante che unirà i giovani di ogni parte d’Italia in un ideale e in una concreta unione con i giovani che negli Stati Uniti contestano per gli stessi motivi.

I ringraziamenti da parte dell’autore di questo saggio breve,  ma molto denso di significati, Franco Schirone, vanno innanzitutto all’anonima moltitudine di giovani di quella che ci piace definire la generazione dell’innocenza. Senza di loro nulla sarebbe cambiato nella società. Non si può dimenticare di ringraziare le persone che, tra lo sberleffo dei più, hanno avuto il piacere e il coraggio della conservazione della carta, per cui i volantini qui riprodotti, i giornali ciclostilati nel biennio 1966 1967, li potete leggere grazie alla loro eroica azione di salvataggio. Un grazie ai compagni dell’Archivio Storico della Federazione Anarchica italiana di Imola, oltre a tutti quelli passati e presenti che hanno reso possibile questo luogo.

Naturalmente per la copertina un ringraziamento va a Ivan poeta di strada a Milano autore del disegno.

Note: Per richiedere il libro: https://umanitanova.org/?p=8469

Articoli correlati

  • Per un futuro senza eserciti

    CULTURA
    Recensione

    Per un futuro senza eserciti

    Contro la guerra infinita e la militarizzazione sociale
    24 marzo 2020 – Laura Tussi
  • La Memoria dell'Umanità

    PACE
    Iniziativa del Giorno della Memoria 2020 a Nova Milanese

    La Memoria dell’Umanità

    I Partigiani Deportati e le Pietre d’inciampo. Perchè ricordare Mario Vanzati, partigiano novese, nato il 27 agosto 1911 e morto in un campo di Concentramento
    4 marzo 2020 – Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
  • Honduras: "Non mi hanno piegato e la lotta continua"

    LATINA

    Honduras: “Non mi hanno piegato e la lotta continua”

    Intervista a Raúl Álvarez detenuto politico
    30 agosto 2019 – Giorgio Trucchi
  • ARENGARIO - David Maria Turoldo, il Resistente

    CULTURA
    La Rivista ARENGARIO, giornale di Monza, Direttore Franco Isman, presenta:

    ARENGARIO – David Maria Turoldo, il Resistente

    Sulla Rivista di Monza Arengario, Direttore Franco Isman, Recensione al Libro autoprodotto “David Maria Turoldo, il Resistente” di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, che vedrà una sua continuità letteraria e una ulteriore realizzazione di impegno militante con Mimesis Edizioni
    28 agosto 2019 – Laura Tussi