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Alex Zanotelli: “Disobbedienza civile per difendere la legge 185 sull’export di armi”

Di Laura Tussi 

La legge 185 del 1990 è uno strumento fondamentale che garantisce trasparenza sui finanziamenti all’industria bellica. Oggi questa trasparenza è in pericolo. Ne abbiamo parlato con Alex Zanotelli, che ha ripercorso il processo che ha portato all’approvazione di questo testo più di trent’anni fa e ha avanzato alcune proposte su come fronteggiare le minacce che si trova ad affrontare oggi.

Avete mai sentito parlare della legge 185? Probabilmente no, ma soprattutto in questa epoca in cui i conflitti che coinvolgono indirettamente il nostro paese non accennano a diminuire di intensità, è un testo fondamentale. Prima di tutto la legge 185 è nata nel 1990 dalla spinta di un grande movimento popolare che includeva I beati costruttori di pace, con Don Tonino Bello e altre numerose associazioni. E poi includeva tutte le organizzazioni di base, anche del mondo cattolico.

«All’epoca persi il mio incarico di direttore di Nigrizia proprio per le mie denunce sulle armi», ricorda Alex Zanotelli. «Penso che anche questo brutale provvedimento abbia ispirato tutto questo movimento consentendo di far approvare questa legge, che è un unicum in Europa». Con padre Zanotelli affrontiamo dunque la discussione sulla drammatica attualità, che rischia di vanificare i risultati ottenuti da quella grande mobilitazione.

1- Il Senato ha approvato le modifiche alla legge 185/90 che regolamenta le esportazioni di armi convenzionali. Con queste modifiche si vogliono cancellare gli obblighi di trasparenza e rendicontazione in Parlamento su export di armi e relativi finanziamenti. Se la legge passerà non sarà più possibile avere la lista delle banche armate e sarà compromessa la trasparenza.

Penso che non tutti facilmente conoscano la legge 185. Prima di tutto la 185 è una legge che è nata nel 1990; nata dietro la spinta di un grande movimento popolare che includeva I beati costruttori di pace all’Arena di Verona con Don Tonino Bello e altre numerose associazioni.

E poi includeva tutte le organizzazioni di base anche cattoliche. Inoltre ero stato defenestrato dal ruolo di direttore di Nigrizia proprio per le mie denunce sulle armi. Anche questo brutale provvedimento penso che abbia ispirato tutto questo movimento e abbiamo ottenuto così questa legge che è unica, è un unicum in Europa e non esiste una legge con questi estremi in tutta Europa e in molti Paesi. Praticamente cosa dice la legge: un controllo prima di tutto parlamentare sulle armi e è fondamentale questo ed è proprio questo controllo che permette al parlamento di dare ogni anno a proposito i nomi delle banche che pagano per le armi. La supervisione sulle armi per noi è fondamentale per conoscere e poi boicottare le banche che pagano per gli armamenti. Non avremmo mai potuto far anche la campagna contro le banche armate se non avessimo avuto questo strumento. Per esempio oggi sappiamo che l’80% degli investimenti sono impiegati per costruire armi – chiaramente costruire armi significa che bisogna avere finanziamenti dalle banche – per cui l’80% di questi soldi per la costruzione di armi in Italia proviene da tre banche Unicredit, Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank.

L’80% e quindi cominciamo da questo dato. E poi la campagna ha disturbato il governo però non è stata finora veramente praticata. Il problema è in sostanza etico. Come faccio a mettere i miei soldi in una banca che costruisce strumenti di morte che poi vanno a uccidere persone in guerra. Menziono sempre il grande teologo che ha partecipato al concilio Vaticano secondo Monsignor Chiavacci di Firenze. Bravissimo. Conosceva il problema finanziario meglio di tanti altri intellettuali e economisti e diceva che è un dovere etico e morale per un cristiano, ma anche per ogni cittadino, sapere dove mette i propri soldi e come quegli investimenti vengono utilizzati. Questo principio fondamentale che è stato alla base della campagna contro le banche armate purtroppo non sta passando. Passa di più tra persone che si dichiarano atee piuttosto che a livello di chiesa. Se le diocesi italiane, se le parrocchie, ritirassero i propri soldi da queste banche, metteremo in crisi letteralmente la costruzione di armi. Se vogliamo davvero mettere in crisi il sistema, dobbiamo letteralmente boicottare le banche armate. Chi l’ha capito è stato Crosetto il ministro, non il nostro il ministro, della difesa in Italia che è veramente turbato e infastidito dalle banche etiche. L’ha detto lui in un incontro con i pezzi grossi per le armi. Non vuole le banche etiche perché possono etichettare le banche come banche armate. Allora lui vorrebbe fare una propria banca. Incredibile. Soltanto per pagare la costruzione di armi che vuol dire però che questa campagna ha già incominciato a portare i suoi frutti se si arriva a questo livello. Adesso il problema è che la legge 185/90, che traccia anche le banche armate, vogliono metterla in discussione in parlamento. E’ già passata al Senato e sta passando adesso, penso che passerà molto in fretta, alla camera. Ecco perché abbiamo fatto a Roma una conferenza stampa recentemente per cercare di mettere insieme tutte le realtà che nel 1990 avevano portato a questa legge.

2- Per contrastare lo strapotere delle Banche armate come si potrebbe attuare su larga scala una forma di obiezione del risparmiatore in favore della banca etica?

Penso dobbiamo capire che non è a livello individuale di risparmiatore o altro, in quanto è sempre l’individuo alla fine che si impegna, ma deve diventare una campagna di massa e collettiva. Questo lo dico non soltanto per la costruzione di armi, ma altrettanto importante è – purtroppo in Italia se ne parla pochissimo – mentre all’estero è molto forte, è stata promossa con grande forza da WCC il consiglio ecumenico delle chiese a Ginevra e promossa la campagna contro i fossili che è andata meglio della campagna contro le banche armate che poi pagano per l’estrazione del petrolio e queste cose funzionano quando diventano processi di massa: questa è la forza. Altrimenti diventano “io sono bravo perché non metto i miei soldi nella banca armata”. No. Non è una questione di mettersi la coscienza a  posto. La questione è che dobbiamo davvero far saltare delle situazioni assurde con la nonviolenza e questo è uno dei metodi sia per la costruzione di armi sia per quanto riguarda la stessa questione per i fossili e  anche in questo caso sono sempre coinvolte pressappoco le stesse banche la Unicredit anche Intesa Sanpaolo. E quella forza vale anche per i grandi boicottaggi dal basso. Non si tratta di mettere la coscienza a posto, ma se vuoi cambiare, deve diventare un boicottaggio di massa. E è quello che ad esempio gli americani hanno fatto quando hanno capito come la Nike sottopagava le donne in Indonesia. Immediatamente è partito un  boicottaggio nazionale della Nike che ha messo in crisi profonda l’azienda multinazionale. E sono andati, poco tempo dopo, subito in Indonesia a alzare il salario delle donne: questa è l’efficacia.

3- La storica esortazione quella di Pertini “svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai” può essere invocata per le banche che finanziano le fabbriche di armi? e invece provocano un grave indebitamento dei piccoli agricoltori.

Certamente è un passaggio anche questo su cui pensare. Dovrà essere pensata bene come deve essere fatta la campagna per boicottare le banche che finanziano i produttori di armi. Perché per le campagne ci vuole tempo e devono essere tutti i soggetti coinvolti efficaci altrimenti diventano fasulle e soprattutto è necessario il consenso popolare e di massa.

4- Puoi commentare il comunicato stampa dell’ONU che si rifà alla sentenza della corte internazionale di giustizia del 26 gennaio nonché alla convenzione di Ginevra e chiede sostanzialmente agli Stati membri di interrompere l’export di armi verso Israele?

l’Italia ha un trattato secretato con Israele. Continua a vendere e ha continuato a vendere armi in tutto questo periodo della guerra o meglio un autentico genocidio che Israele sta perpetrando ai danni del popolo palestinese. Agli Stati quello che importa sono gli interessi economici e finanziari. Il permettere che le fabbriche di armi producano sempre ordigni militari. Quindi questo è il limite di perorazioni e invocazioni che si fanno sugli Stati. Le altre campagne toccano la coscienza della gente che deve essere cambiata perché è quella grande rivoluzione che arriverà dal basso e sarà nonviolenta, quando la gente prenderà coscienza e urlerà e griderà: basta.

5- Pensi che quando la riforma della 185 arriverà alla camera ci sarà una forte e massiccia manifestazione a Roma?

Non lo so. Faremo di tutto. Ma è molto più efficace pensare a qualcosa d’altro. L’ho proposto prima che arrivi ancora alla camera durante questo periodo. La mia proposta anche durante la recente conferenza stampa di Roma è che di fatto dobbiamo pensare che siamo qui rappresentanti di varie realtà che non vogliamo che venga modificata la legge 185 e dobbiamo fare un’azione efficace. Oggi è inutile parlare di pace. E’ totalmente inutile. E citerò sempre la testimonianza attiva e efficace di padre Daniel Barragan, gesuita americano, che ha sostenuto e animato la resistenza negli Stati Uniti durante la guerra contro il Vietnam. Diceva: “ragazzi è inutile parlare di pace, perché fare pace costa altrettanto come fare guerra”. Quell’uomo, quel gesuita ha fatto 44 mesi di galera negli Stati Uniti per le sue scelte contro la guerra in Vietnam, per vari tentativi, perché oggi siamo arrivati a un punto solo ormai. Sono convinto che abbiamo bisogno di atti di disobbedienza pubblica e civile e di massa e avere la capacità di disobbedire e andare in tribunale e andare anche in prigione. Perché la mia proposta sarebbe quella di sollevarsi seriamente e di fare qualche gesto davanti al parlamento italiano di disobbedienza civile dal basso e stiamo pensando a come fare, ma bisogna attivarsi e mettersi in moto e si diventa più efficaci e credibili con un gesto di questo tipo per attirare anche la stampa con manifestazioni. Come i ragazzi di Ultima Generazione che mettono in atto queste provocazioni.

Anche sul sito dell’Associazione ITALIA CHE CAMBIA e su FARO DI ROMA

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  • Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e nonviolenza creativa, Mimesis Edizioni.
  • Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Memoria e futuro, Mimesis Edizioni. Con scritti e partecipazione di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero e altr*
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Il Partigiano Emilio Bacio Capuzzo, il destino in quel nome (Laura Tussi)

di LAURA TUSSI

FARO DI ROMA: https://www.farodiroma.it/il-partigiano-emilio-bacio-capuzzo-il-destino-in-quel-nome-laura-tussi/

Il Partigiano Emilio Bacio Capuzzo ci ha lasciato nel 2017, anno del Premio Nobel per la pace a Ican per il disarmo nucleare universale.

Con Laura Tussi e Fabrizio Cracolici il partigiano deportato Emilio Bacio Capuzzo ha testimoniato in più di 200 presentazioni del libro “Un racconto di vita partigiana”.
Si recò in numerose scuole, non solo di Bovisio Masciago e Nova Milanese, ma anche in moltissimi istituti scolastici della Lombardia e di altre regioni: ovunque venisse richiesto il suo intervento e la sua testimonianza di alti ideali antifascisti.

Il partigiano Bacio ha lasciato la sua Nova Milanese quasi sette anni fa; a lui i compagni hanno intitolato la sezione ANPI che ha “comandato” per anni. La memoria della sua figura, contraddistinta da una grande coerenza, li guida sul sentiero tracciato dal suo esempio. 

In collaborazione con la sottoscritta e con Fabrizio Cracolici, già presidente Anpi Nova Milanese – Monza e Brianza e membro attuale del direttivo provinciale Anpi, e da sempre attivista di pace e videomaker, il partigiano deportato Emilio Bacio Capuzzo ha testimoniato in più di 200 presentazioni in pubblico del libro Un racconto di vita partigiana. Si recò in numerose scuole, ma anche in moltissimi istituti scolastici della Lombardia e di altre regioni.

Bacio non era un nome di battaglia, ma di battesimo

Si chiamava Bacio, ma perché potesse ricevere il battesimo, i genitori gli diedero come primo nome Emilio. Perché Bacio non è il nome di nessun santo del calendario ecclesiastico. Emilio Bacio Capuzzo, partigiano e deportato. Alla sua memoria è intitolata la sezione ANPI di Nova Milanese, diretta da Fabrizio Cracolici, per dieci anni, che, assieme alla sottoscritta (giornalista e scrittrice), condivise l’amicizia con il partigiano: entrambi, infatti, eravamo presenti al suo capezzale nel giorno della morte.

In punto di morte la rivelazione a Bacio del Premio Nobel per la Pace al movimento pacifista

E quando rammentiamo la sua figura, proprio a quei tristi e toccanti attimi corre il nostro ricordo, a quella giornata di ottobre del 2017, che raccolse gli ultimi pensieri di Bacio rivolti proprio alla pace. La campagna per il disarmo nucleare ICAN, infatti, era appena stata insignita del Premio Nobel per la Pace e il partigiano esortava ad impegnarsi perché questo grande ed importante risultato si potesse finalmente concretizzare.

Abbiamo salutato Bacio ancora in vita con una notizia da Nobel…

Noi siamo riusciti a comunicargli, in punto di morte, il conseguimento del Premio Nobel per la Pace per il disarmo nucleare universale. Premio nobel la cui testimonianza è ricaduta come un grande impegno per il disarmo e la nonviolenza sul movimento pacifista mondiale e i suoi vari esponenti che testimoniano questo premio nelle varie iniziative e presentazioni in pubblico, a livello locale, nazionale, internazionale. Una “compresenza tra viventi e non viventi” come direbbe Aldo Capitini. Anche se Bacio vive sempre in mezzo a noi e illumina il nostro cammino di attivismo per la nonviolenza e il disarmo.

Un saggio di narrazione dedicato al Partigiano Emilio Bacio Capuzzo. Un racconto di vita partigiana

Ad Emilio Bacio Capuzzo e alla sua esperienza resistenziale è dedicato il libro Un racconto di vita partigiana. Il ventennio fascista e la vicenda del partigiano Emilio Bacio Capuzzo, edito da Mimesis nel 2012 e recentemente in seconda edizione.

La figura di Bacio ricordata nell’opera multimediale del giornalista d’inchiesta Daniele Biacchessi

La sua figura continua ad affascinare ed è presentata anche nell’opera multimediale curata da Daniele Biacchessi, L’Italia liberata. Storie partigiane. Il testo, accanto ad altre personalità che scrissero la storia della lotta di Liberazione, tratta anche l’esperienza del partigiano Bacio.

Il partigiano Bacio da sempre antifascista fin nel grembo della madre

Antifascista lo era ancora prima della nascita, già nel grembo di sua madre. Suo padre, operaio socialista, per aver rifiutato la famigerata tessera del fascio venne licenziato e ricevette anche lo sfratto dal proprietario di casa, che era sostenitore del regime. Con una moglie, tre figli e un quarto in arrivo, si vide costretto a sperare nella benevolenza di parenti, prima che la miseria lo conducesse, assieme alla famiglia, da Anguillara Veneta a Nova Milanese. 

L’interruzione degli studi per la scelta antifascista di tutta la famiglia

Il fascismo precluse a Bacio, che non poteva permettersi nemmeno la dotazione del materiale didattico, un regolare percorso di scolarizzazione. «Ho dovuto smettere di andare a scuola perché i miei genitori non avevano una lira per comperarmi i libri ed i quaderni. C’era solo la fame».

Operaio alla Breda Campovolo di Sesto San Giovanni: sempre fame e povertà

Fame e miseria lo accompagneranno anche alla Breda Campovolo, dove lavorerà come apprendista aggiustatore, in seguito al diploma di apprendistato conseguito all’Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, un tempo soprannominata la Stalingrado d’Italia.

La partecipazioni agli scioperi del 1944 nel triangolo industriale milanese

La vicenda partigiana di Bacio ha inizio con la preparazione degli scioperi del marzo 1944, che, caratterizzati da una forte connotazione politica, interessarono il triangolo industriale, specialmente il milanese. Ricercato dai fascisti, si unì ai primi gruppi partigiani. «Loro mi cercavano, e allora io poi andai in diversi cascinotti perché ormai il fidanzato di mia sorella non è che potesse rischiare a tenermi lì per diversi giorni ancora».

Bacio si aggregò sia ai SAP che ai GAP, formazioni partigiane di azioni dirette e sabotaggi

Quando la fabbrica in cui lavorava venne rasa al suolo dalle “super fortezze volanti”, ricevette l’ordine di presentarsi al comando tedesco per essere destinato alla Junker in Germania. Fu allora che scelse di aggregarsi ai GAP, nei quali operò con sabotaggi, volantinaggio, recupero di armi. 

Incarcerato a San Vittore e deportato nel Lager di Bolzano

Quando un compagno, sotto tortura, pronunciò il suo nome, assieme a quello di altri partigiani, venne incarcerato dapprima a Monza, poi a San Vittore e infine deportato nel lager di Bolzano. Fuggì, lanciandosi dal treno giunto quasi al confine, al Brennero. Riuscì con altri compagni a gettarsi dal “treno della morte” in corsa. Il cosidetto Transport dei deportati. E si unì alle formazioni partigiane della Valsesia.

Dalla Valsesia alla Brigata Osella fino alla Liberazione

Inserito nella 82° Brigata Osella, partecipò attivamente nella squadra guastatori fino alla Liberazione, quando entrò a Nova Milanese liberata e partecipò il 29 aprile 1945 alla grande manifestazione di Milano. Un’esperienza breve la sua, eppure intensa ed estremamente viva, che ebbe sempre cura di condividere, in seguito, con le nuove generazioni. In diverse occasioni incontrò i fanciulli delle scuole elementari di Bovisio Masciago, narrando la sua battaglia di civiltà e le orribili pagine del fascismo. Memorabile e toccante il ricordo del suo 25 aprile, vissuto come un giorno di festa, perché la guerra era ormai terminata.

Laura Tussi

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Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e nonviolenza creativa, Mimesis Edizioni.

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Memoria e futuro, Mimesis Edizioni. Con scritti e partecipazione di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero e altri

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Dalla Scala di Milano al Teatro Lirico di Parma all’unisono il motto “Cessate il fuoco” e l’esposizione della bandiera palestinese

di LAURA TUSSI

Nei giorni scorsi al Teatro Regio di Parma, al Teatro Lirico di Cagliari, al Teatro alla Scala di Milano e in altri teatri d’Italia sono stati esposti striscioni con la scritta disperata e dissacrante “cessate il fuoco“ e si è apertamente urlato all’unisono da parte degli artisti e attivisti organizzatori il motto “Palestina libera” e le parole “non in nostro nome”.

Persone assassinate: buy ⁴dati in continuo incremento a livello esponenziale da oltre 75 anni di occupazione

In quanto il genocidio in atto a Gaza ormai conta oltre 30.000 persone di cui quasi 9000 donne e quasi la totalità bambini e adolescenti sotto i vent’anni. Ma ogni giorno le vittime aumentano. Sono in costante incremento. E non numeri. Ma persone. Donne, uomini, vecchi e bambini esattamente come tutti noi. Uno sterminio, uno stillicidio, un vero e proprio massacro che ormai si protrae da oltre 75 anni. E perché non poterlo chiamare genocidio? Anche in Congo 25 milioni di morti. Un altro genocidio gravissimo della storia come quello degli armeni.

L’etimologia del termine genocidio deve farci riflettere

Quindi l’”uccisione di una genia” che è l’etimologia del termine genocidio non è un’accezione errata e scorretta. Perché il genocidio potrebbe estendersi e diventare globale.
Con l’escalation nucleare e il rischio di una conflagrazione globale irreversibile. 

Non permettetevi di distruggerci. Di annientare la nostra umanità

I potenti non devono osare e permettersi di distruggere la vita dell’umanità intera per i loro più biechi interessi. 
La nostra umanità è irripetibile. 
Noi siamo esseri senzienti capaci di ragionare e amare e di sognare. 

Il ministro israeliano definisce i Palestinesi “animali umani” da uccidere

Il 9 ottobre 2023 il ministro della difesa israeliano Gallant affermò che Israele stava combattendo contro ‘animali umani’ e dichiarò l’assedio totale alla striscia di Gaza. In altre parole decise di privare la striscia di Gaza di tutti i beni essenziali come cibo, acqua, corrente, benzina.

Madre Terra è in una conflagrazione a frammenti quasi totale alle porte della terza guerra mondiale

Il pianeta terra è in fiamme per molteplici conflitti armati dove a discapito e in dispregio dell’ottemperanza delle dichiarazioni della convenzione di Ginevra le prime vittime sono tutti civili e donne e bambini. Il cuore di noi intellettuali è in lacrime perché non abbiamo più parole per convincere i potentati di turno a finire di combattere con armi che sono ormai anche nelle grinfie dell’intelligenza artificiale usata a scopi malefici.

Il ruolo degli intellettuali e degli attivisti è quello di descrivere e fare sentire al mondo le ragioni dell’amore e del bene

Noi intellettuali dobbiamo prendere coraggio e continuare con gli attivisti a denunciare e a resistere, resistere, resistere. Dobbiamo scrivere e parlare e trattare di una de-escalation a livello mondiale e della volontà che deve provenire dagli scranni del potere di mettere sul tavolo dei governi del male non più armi e armamentari nucleari, ma la forza del diritto, del diritto internazionale, della diplomazia per intessere delle tregue, per attuare trattative per implementare negoziati e scambi commerciali tra i paesi belligeranti.

Per un “cessate il fuoco” consapevole e universale

Vogliamo il cessate il fuoco a Gaza e nello Yemen e in tutte le guerre dimenticate dell’Africa. Non vogliamo più inviare armi ai potentati di turno. Dobbiamo denunciare all’unisono che non vogliamo inviare colossi di armamenti per decine di centinaia di migliaia e milioni di dollari nei paesi belligeranti. Basta armi in Ucraina. E smettiamo di inviare ordigni militari in tutte le nazioni in guerra. E non dobbiamo mai stancarci di denunciare e scrivere nei nostri libri e articoli e trattati che “vogliamo la pace”.

Le nefandezze delle modifiche alla legge 185/90 e dell’investimento in ordigni di distruzione di massa da parte delle banche armate

Non dobbiamo accettare il trasporto e il commercio di armi e dobbiamo fermare gli investimenti bellici delle banche armate. La legge 185/90 recentemente ha subito delle modifiche per cui non si può più risalire alle banche che maggiormente investono in armamenti bellici. Dobbiamo tutti temere per il bene del genere umano intero tramite la guerra e il suo tragico epilogo: l’apocalisse nucleare. Non dobbiamo assolutamente spaventarci, ma continuare a scrivere di fatto questa inesorabile realtà e la verità degli eventi. 

I moniti e gli insegnamenti dei grandi intellettuali del libero pensiero

I grandi del libero pensiero da Giordano Bruno a Margherita Hack ci ricordano che siamo figli delle immense costellazioni e innumerevoli galassie e deriviamo dalla stessa materia astrale. Questo non esclude che potrebbero esserci nell’universo altri esseri viventi simili a noi.

L’umanità terrestre possiede grandi valori e ideali intrinseci

Ma la nostra umanità deve attivarsi per rendere perenne e tramandare ai posteri l’eredità della sua storia positiva e negativa che sia, con il bene e il male contrapposti, ma pur sempre la grande storia del sapere del genere umano in grado di razionalizzare la verità circostante e di ricavarne un pensiero e con la facoltà di sognare.

Noi abbiamo un sogno. E questo sogno è la pace

Certo. Sognare. Sognare la pace. Sognare un mondo finalmente privo di conflittualità armate e di odio e di violenza tra noi sorelle e fratelli. L’unione e l’unità fraterna internazionale e mondiale sono indispensabili per generare l’amore e un sentire di pace, uno stato di riconciliazione tra popoli, genti, etnie, minoranze. Una pace che disarma i potenti che detengono la supremazia su madre terra.
Su una entità cosmica come le stelle delle infinite galassie che noi in quanto figli del pianeta dobbiamo tutelare dalle minacce e dalle emergenze più incombenti.

Una testimonianza dal valico di Rafah

Triestino Mariniello è Professore Associato alla Liverpool John Moores University (Regno Unito). Attualmente lavora presso la Humboldt University di Berlino, dove sta conducendo un progetto di ricerca sull’ammissibilità dei casi dinnanzi alla Corte penale internazionale (CPI).
Ha pubblicato una serie di libri, articoli ed altri contributi, fra l ́altro, su temi di diritto penale internazionale, diritto internazionale umanitario e diritti umani.
Triestino Mariniello è membro del team di rappresentanza delle vittime di Gaza davanti alla Corte Penale Internazionale. In passato, ha ricoperto diversi ruoli alla CPI, dove ha assistito i giudici della Camera preliminare in merito alle situazioni in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Kenya.

È stato consultato come esperto in giustizia penale internazionale e diritti umani da organizzazioni governative e non governative.
Triestino Mariniello è stato inviato a Rafah per conto del tribunale dell’Aja e vuole raccontarci questa terribile esperienza.

Testimonianza di Mariniello inviato dal tribunale dell’Aja a Rafah
“Siamo appena stati al valico di Rafah e abbiamo visto gli effetti concreti dell’assedio totale. Abbiamo visto centinaia di camion con aiuti umanitari fermi da mesi, alcuni da gennaio anche con cibo e acqua. Per miglia abbiamo visto camion con aiuti umanitari in attesa di ricevere l’autorizzazione per entrare nella striscia di Gaza e abbiamo visto capannoni gestiti dalla Mezzaluna Rossa in cui si trovano i beni respinti da Israele. Parliamo di incubatrici, generatori di correnti, parliamo di bagni sedie per i disabili anche i cornetti al cioccolato, etichettati come beni di lusso e respinti da Israele. Tra i beni respinti dalle autorità ci sono medicine come chemioterapici, insulina per bambini ritenuta pericolosa da Israele, e anche anestetici in un contesto in cui ai bambini sono amputati arti senza anestesia. La Mezzaluna Rossa ci ha detto che se si respinge una sola scatola con aiuti umanitari l’intero carico presente sul camion viene respinto. Questa privazione di beni essenziali avviene mentre i residenti di Gaza stanno morendo. Non solo a causa dei bombardamenti, ma anche per la fame. E la diffusione di malattie. Il giorno prima che arrivassimo a Rafah era stato consentito da Israele soltanto l’accesso nella striscia di Gaza mentre la popolazione civile avrebbe voluto che entrassero tra i settecento e i novecento camion al giorno e la decisione di Israele di impedire e ritardare e respingere i beni essenziali è una violazione dell’ordinanza della corte internazionale di giustizia che ha imposto a Israele di consentire l’accesso ai beni umanitari nella striscia di Gaza e può configurare anche un crimine di guerra. Il crimine di guerra di affamare intenzionalmente come metodo di guerra i civili. Al momento l’unica soluzione per consentire l’accesso a tutti questi è il cessate il fuoco permanente della striscia di Gaza”.

Laura Tussi

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Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e nonviolenza creativa, Mimesis Edizioni.

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Memoria e futuro, Mimesis Edizioni. Con scritti e partecipazione di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero e altri

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“David Maria Turoldo, il Resistente”, un frate eclettico che fu baluardo della Lotta Partigiana Antifascista (Laura Tussi)

di LAURA TUSSI

Padre David Maria Turoldo fu poeta, filosofo, sacerdote, autore, traduttore, fondatore di riviste e giornali. Su di lui sono stati pubblicati centinaia di libri e documenti, ma senza dare ampia notizia della sua partecipazione alla Resistenza del 1943-45 contro il nazifascismo. Fa eccezione il libro “David Maria Turoldo, il Resistente” a cura di Guerino Dalola e ANPI Franciacorta, con prefazione di Laura Tussi – Campagna “Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN” e Fabrizio Cracolici – ANPI direttivo provinciale Monza e Brianza, Mimesis Edizioni.

Turoldo era amico del card. Martini che lo ha sostenuto e appoggiato negli ultimi anni di isolamento

La nascita del trattato su Turoldo e la Resistenza Partigiana Antifascista

Il trattato dal titolo “David Maria Turoldo, il Resistente”, a cura di Guerino Dalola, in collaborazione con Donatella Rocco, Antonio Santini, Mino Facchetti, Pierino Massetti, Gian Franco Campodonico e di ANPI Franciacorta, Mimesis Edizioni, consiste in un importante saggio autoprodotto con il patrocinio di vari enti e associazioni, tra cui la Città di Chiari, il Comune di Coccaglio, il Comune di Cologne, i Servi di Maria – provincia di Lombardia e Veneto e l’associazione Gervasio Pagani.
Due le linee generali – ed altrettante le preoccupazioni principali – che hanno ispirato la ricerca, oltre al desiderio di rendere omaggio a un grande personaggio che ha ancora uno stuolo di amici ed estimatori.

La Resistenza pluralista che nasce da varie realtà politiche

Innanzitutto, l’ennesima riconferma che la Resistenza al nazifascismo non è, non è stata e non sarà mai monopolio di una forza politica piuttosto che un’altra o di un gruppo piuttosto che un altro; è invece stata – ed è – il risultato della collaborazione di varie forze politiche e sociali, di diverse espressioni culturali e professionali, di persone e gruppi che si sono messi insieme per realizzare un grande obiettivo condiviso. “Tra i morti della Resistenza – scriverà Turoldo – vi erano seguaci di tutte le fedi. Ognuno aveva il suo Dio… e parlavano lingue diverse e avevano pelle di colore diverso”.

L’unico Trattato su David Maria Turoldo protagonista della Resistenza

In secondo luogo, anche l’inquinamento della memoria e delle coscienze (non solo quello atmosferico!) sta soffocando il mondo. Per avere la certezza che quanto accaduto non possa mai più ripetersi, non basta essere “anti”; diventa infatti sempre più urgente impegnarsi nella progettazione e nella realizzazione di un mondo fondato sulla collaborazione e sulla solidarietà, sul confronto e sul rispetto reciproco, sulla fratellanza e sull’attenzioni agli ultimi. Campi in cui primeggia la figura di padre Turoldo, uno dei grandi sognatori, dei grandi progettisti e degli operai più attenti ed impegnati nella costruzione di quel mondo.

I contatti con la Resistenza bresciana soprattutto nella Franciacorta

Padre David Maria Turoldo è stato un grande Resistente a Milano, ma era in contatto anche con la Resistenza bresciana, soprattutto nella zona della Franciacorta.
Secondo Turoldo la figura del Partigiano riveste certamente una eccezionale e fondamentale importanza, ma in uno specifico momento e in una determinata situazione.

La Resistenza come scelta e anche stile di vita da realizzarsi nell’impegno quotidiano

Invece, sempre secondo Turoldo, essere Resistente è una scelta di vita che non può verificarsi solo in un determinato tempo e in uno spazio contingente. La Resistenza, i Resistenti attuano un impegno quotidiano, da realizzarsi nel percorso di ogni giorno, senza distrazioni, nel corso di una intera esistenza.

Resistenza come liberazione autentica dell’umanità perché la libertà deve sempre essere riconquistata e la pace messa in atto

La liberazione autentica dell’umanità, oltre che dal nazifascismo e dalle dittature, richiede una militanza, una acribia nel tempo, un impegno molto più profondo sul piano culturale, relazionale, politico, sociale, familiare. L’impegno del Resistente non ha fine e scadenze, perché la libertà non si rinnova da sola, ma deve essere sempre riconquistata con l’impegno di ognuno di noi.
Infatti la Resistenza non è mai finita.

La libertà oltre gli schieramenti partitici per la costruzione di un mondo libero e di pace

Turoldo non ha mai voluto schierarsi con nessun partito politico, perché, lui stesso spiegherà, la libertà, la costruzione di un mondo migliore, i diritti delle persone, la solidarietà, il progresso alternativo che non è tale se non è per tutti, il soccorso a chi vive nell’indigenza, a chi vive nelle difficoltà, a chi vive nel bisogno, il rispetto di tutte le fedi politiche e religiose, non sono istanze appartenenti all’uno o all’altro schieramento partitico, ma sono valori appartenenti alla nostra comune umanità.

La Resistenza come testimonianza di pace soprattutto con esempi concreti

Per il Resistente il vero campo di lotta è la normalità, la testimonianza, non solo con le parole, ma con esempi di vita. Il Resistente non è solo antifascista.
La vera scelta del Resistente è un’alternativa totale, a favore di una società, di un contesto sociale, completamente diversi, per una nuova presente e futura umanità, perché la pace non è solo mancanza di guerra, ma è nonviolenza, è costruzione di convivenza solidale e fraterna.

Le fonti storiche non danno la ricostruzione storiografica di Turoldo come Partigiano

Le esperienze di Turoldo furono molteplici come Partigiano in una delle vicende più importanti della sua vita: la Resistenza. Ma le fonti storiche non danno ricostruzione storiografica editata di ampio respiro di padre Turoldo per la sua attività nella lotta di Liberazione nazionale e per il contributo notevole che ha offerto nella ricostruzione morale e materiale del nostro Paese.

La testimonianza del Comandante Partigiano Aldo Aniasi, poi sindaco di Milano

“Una lacuna nella storia del pensiero democratico e antifascista di impronta cattolica alla quale bisognerebbe pensare di porre rimedio”, così scrive Aldo Aniasi, comandante partigiano, assessore e sindaco di Milano, deputato e ministro socialista e presidente della FIAP federazione italiana associazioni partigiane. Scrive sempre Aldo Aniasi, che come uomo della Resistenza padre Turoldo privilegiò sempre una scelta unitaria, lo spirito unitario della Resistenza, lo spirito dell’unità antifascista.

Turoldo e i suoi molteplici rapporti con gli intellettuali antifascisti

Intrattenne rapporti con comunisti, socialisti, azionisti e incontrava personaggi come Eugenio Curiel, Rossana Rossanda e altri importanti dirigenti della sinistra.
Uno dei risultati più significativi dell’intero lavoro di confronto e dialogo realizzato nel convento di San Carlo a Milano per iniziativa di padre Turoldo e padre De Piaz è la nascita e la diffusione – soprattutto da parte di Teresio Olivelli, Claudio Sartori ed altri collaboratori bresciani – del giornale clandestino antifascista “Il ribelle”.

Il giornale clandestino “il ribelle” e la predicazione in Duomo a Milano

Anche la predicazione in Duomo su incarico del Cardinale Schuster diventa espressione della Resistenza di padre Turoldo. Appena dopo la Liberazione del 25 Aprile 1945, saranno ventinove i Lager visitati da padre Turoldo alla ricerca di sopravvissuti e riuscirà a riportare in salvo a casa circa duecento prigionieri.

Turoldo visita i Lager dopo il 1945. Per non dimenticare

Scrive Turoldo “Una sola possibilità affinché non si ripeta quanto è avvenuto: ricordare e capire, far ricordare e far capire. Così ho visto la sola Europa possibile, quella della solidarietà dei sopravvissuti”.
Scrive Ernesto Balducci “Il grande dono di David è di essere nato povero, in mezzo ai poveri, agli ultimi… David è rimasto un povero. I poveri sono fuori del perimetro della storia”.

Turoldo contro l’abrogazione del divorzio e dell’aborto per non imporre i dettami religiosi a chi non crede

In occasione degli appositi referendum, padre Turoldo vota contro l’abrogazione del divorzio e dell’aborto, perché i principi religiosi non possono essere imposti a chi non crede: la religione va spiegata e proposta, mai imposta con una legge.

Turoldo, De Piaz e Bettazzi per la liberazione di Aldo Moro

Nella primavera del 1978, padre Turoldo, insieme al confratello De Piaz, avvia una trattativa con le Brigate Rosse, per la liberazione di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. L’iniziativa a cui partecipa anche il vescovo di Ivrea monsignor Luigi Bettazzi, presidente di Pax Christi, viene bloccata dall’opposizione delle autorità ecclesiastiche.

Iniziative come Nomadelfia per una rigenerazione della cultura

La Corsia dei Servi e Nomadelfia furono le iniziative più care sia a Turoldo sia a padre De Piaz, basate su concetti di primaria importanza: tanto la fede che le scelte politiche diventano operative e efficaci solo nell’ambito di una cultura che permetta di uscire dall’inerzia di una fede accolta solo per tradizione e pregiudizio, per tentare invece una rigenerazione dalla vera cultura con maggior impulso possibile.

L’incontro con Cassola e Balducci per la fondazione della LDU – Lega per il Disarmo Unilaterale

Invitato a un congresso sul disarmo nucleare nel febbraio 1978, Turoldo ebbe l’occasione di incontrare Carlo Cassola, che lo invitò al convegno nazionale della LDU – Lega per il Disarmo Unilaterale.

La prosecuzione della LDU con le Associazioni pacifiste affiliate alla rete internazionale Ican Premio Nobel per la pace per il disarmo nucleare universale

Gli aderenti attuali della Lega per il Disarmo Unilaterale sotto la sigla “Disarmisti Esigenti” stanno lavorando all’interno della campagna ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons e con molte altre associazioni del panorama italiano affiliate a ICAN, tra cui anche PeaceLink- Telematica per la Pace, alla ratifica del trattato ONU, il TPAN, per la proibizione delle armi nucleari, varato a New York a palazzo di vetro nel luglio 2017 da 122 nazioni e dalla società civile organizzata in ICAN.
ICAN grazie alla costituzione del trattato Onu per l’abolizione delle armi nucleari è stata insignita Premio Nobel per la Pace 2017.

La Salmodia della speranza che illustra gli orrori del cosiddetto secolo breve: il Novecento

E poi ricordiamo la Salmodia della Speranza che attraversa la drammatica esperienza dell’Europa prima e durante la Seconda Guerra Mondiale: il trionfo dei dittatori, il nazismo, il fascismo, il razzismo, i grandi massacri, i Lager, Hiroshima e Nagasaki, la Resistenza.

Per una Chiesa pluralista e cosmopolita che accolga tutti quegli innocenti che ancora nascono solo per morire

Per una Chiesa che accoglie i diversi, gli emarginati, gli oppressi, gli ultimi, le vittime di cui tutti siamo parte nel contesto sociale, comunitario, culturale e nel mondo, nel terribile deserto della sopraffazione e della violenza dove tante voci chiedono libertà, giustizia e verità per tutti quegli innocenti che ancora nascono solo per morire come a Gaza e in tutte le guerre imposte dalla Nato e dai poteri forti che detengono gli ordigni di distruzione di massa nucleari e che pretendono il monopolio sulle materie prime nel mondo.

Laura Tussi

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Faro di Roma. Il TPAN, trattato contro le armi nucleari, compie tre anni, ma l’Italia non lo vuole ratificare (Laura Tussi)

di LAURA TUSSI

Il terzo anniversario del TPAN, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, è una ricorrenza lieta da festeggiare, ma non in Italia. Il nostro paese infatti non l’ha mai ratificato e conferma il suo ruolo di subalterno rispetto alle potenze militari globali. Fa il punto della situazione la nostra Laura Tussi, in dialogo con Sandro Ciani, esponente ICAN di ritorno dalla seconda conferenza degli stati parte del TPNW a New York.

Il 22 gennaio 2023 ricorre il terzo anniversario della entrata in vigore del TPAN – Trattato per la proibizione delle armi nucleari adottato nel 2017 in una Conferenza ONU a New York anche grazie alla pressione dal basso di una rete internazionale comprendente oltre 500 organizzazioni pacifiste, insignita per questo contributo di un Premio Nobel per la pace.

La storia del trattato contro le armi nucleari.

Lo straordinario lavoro della “Società Civile”, che si riconosce sotto ICAN come una coalizione globale di organizzazioni non governative (Ong), ha consentito non solo la nascita di tale trattato nel 2017, ma anche la sua entrata in vigore il 22 gennaio del 2021.

Le ratifiche del Trattato Onu TPNW per l’abolizione delle armi nucleari.

Le ratifiche espresse dai vari paesi sono al momento pari a 69, anche se si attendono con fiducia ulteriori ratifiche. Questo processo di allargamento ci avvicina sempre di più verso l’universalizzazione giuridica del trattato, prevista nell’articolo 12, con l’obiettivo di giungere ad una effettiva eliminazione delle armi nucleari nel mondo.

L’effetto di stigmatizzazione della cosiddetta deterrenza nucleare.

Da subito il Trattato, valido solo per chi lo ratifica, produce un effetto culturale e politico globale di “stigmatizzazione” della deterrenza nucleare minandone la legittimità.

“Il Trattato produce un effetto culturale e politico globale di “stigmatizzazione” della deterrenza nucleare minandone la legittimità”

Basta ricordare come il tema della sicurezza legato alla deterrenza viene disinvoltamente utilizzato come giustificazione ideologica per minacciare il nemico, imporre la propria visione geopolitica e/o il proprio modello economico, dimenticandosi degli inaccettabili rischi alla quale viene sottoposta l’intera umanità!
In tal senso essa si lega alla corsa agli armamenti iniziata nel secondo dopoguerra, e ne costituisce l’impalcatura concettuale e la giustificazione ideologica.

Rischio nucleare: la parola d’ordine è prevenire.

Le attuali guerre in corso aumentano esponenzialmente i rischi legati ad una eventuale guerra nucleare per errore, sabotaggio o peggio per volontà di una delle parti: vorremmo insistere sul fatto che si tratta di fermare non solo le guerre presenti, ma anche quelle future; infatti, le guerre sono generalmente precedute da un periodo più o meno lungo dalla loro preparazione. Le circa 70 guerre attualmente in corso (incluse quelle in Ucraina ed in Palestina) avrebbero potuto essere in tal modo evitate. La parola chiave è quindi “prevenire”.

Per approfondimenti su tale tematica, viene condiviso il link

L’esempio ineguagliabile di disobbedienza agli ordini di Stanislav Petrov.

Ci preme ricordare una figura simbolo del possibile disastro nucleare mondiale scongiurato nel Settembre del 1983 da Stanislav Petrov, un uomo che ha avuto il coraggio di non rispondere ad un presunto attacco nucleare con 5 testate nucleari da parte degli USA verso i territori dell’URSS, rivelato da un errato allarme atomico da parte dei sistemi satellitari di allora, salvando così tutti noi dalla catastrofe conseguente:

L’immobilismo italiano: una grave battuta d’arresto.

Disarmisti esigenti e Mondo senza guerre e senza violenza, come associazioni membri di ICAN, sono impegnate, insieme ad altre associazioni Italiane, da decenni nella campagna per la denuclearizzazione del nostro Paese e per la ratifica del TPAN stesso; nonostante nel 2017 centinaia di parlamentari italiani sottoscrissero il “Parliamentary Pledge” della Campagna ICAN in favore del trattato, ad oggi si continua a registrare il rifiuto del Parlamento ad iniziare un dibattito pubblico che porti alla sua firma e ratifica, coinvolgendo anche la società civile nonché il corpo elettorale, la cui maggioranza si esprime a favore del trattato.

Ad oggi si continua a registrare il rifiuto del Parlamento a iniziare un dibattito pubblico che porti alla firma e ratifica del trattato.

Quindi siamo ancora qui a denunciare la realtà imbarazzante e amara della nostra classe politica che dagli anni 1980 in poi si è trasformata progressivamente in una oligarchia partitocratica atta ad occupare oltre agli spazi della politica istituzionale anche quelli della politica sociale, ossia delegando al cittadino solo la possibilità di votare tramite leggi elettorali alcune delle quali la consulta ha successivamente dichiarato incostituzionali (come il Porcellum e l’Italicum).

Sono ricordi lontani i dinieghi di alcune figure politiche italiane di rilievo degli anni 1970 che non permisero all’allora Presidente Kissinger di utilizzare le basi NATO in Italia per la guerra del Kippur.

Sta salendo il livello d’allarme per la militarizzazione del territorio italiano.

L’ombra della NATO oggi imperversa e impedisce che l’Italia assuma una posizione autonoma, come una sorta di muro a fronte di alcuni parlamentari e della maggioranza del nostro Paese. I firmatari che dichiararono le preoccupazioni espresse nel Preambolo del Trattato circa le catastrofiche conseguenze umanitarie che risulterebbero da un qualsiasi uso di armi nucleari.

L’immobilismo italiano non ci rende orgogliosi del nostro Paese.

Tale immobilismo della nostra politica internazionale non ci rende “orgogliosi” del nostro Paese, anzi rappresenta una scandalosa vergogna, per cui ci rivolgiamo in questo terzo anniversario a tutto il popolo italiano affinché si renda conto del danno rappresentato dalla presenza di bombe nucleari in varie località del nostro paese, senza che gli eventuali piani di evacuazione, legati da eventuali incidenti nucleari, siano stati implementati e/o resi pubblici.

La nascita del TPAN/TPNW e la sua entrata in vigore dimostrano come la società civile può ottenere risultati straordinari.

ICAN ha previsto lo strumento dell’appello alle città: https://cities.icanw.org

Tale appello può essere raccolto da tutti gli enti nazionali locali, inclusi i governi delle regioni: la nascita del TPNW e della sua entrata in vigore dimostra come la società civile può ottenere risultati straordinari. Quindi chi si sente minacciato da tali armi, contatti gli enti locali di sua appartenenza affinché aderiscano all’appello.

Il nostro Bel Paese dovrebbe ritrovare la sua storica ispirazione e vocazione di pace.

L’Italia, insieme all’Europa, deve tornare protagonista dei processi di pace nel Mediterraneo abbracciando la “neutralità” come assetto geopolitico tra le parti in conflitto: proprio l’Italia potrebbe assumere un ruolo di primo piano ritrovando la sua naturale e storica vocazione alla pace ed al rispetto dei diritti umani dando vita ad un nuovo umanesimo di carattere universale, proprio come accadde in una certa misura tra il 1400 ed il 1500 con l’Umanesimo prima ed il Rinascimento poi.

Nel mondo esistono esempi virtuosi, come il Sud Africa, al quale l’Italia potrebbe ispirarsi.

In tal senso esistono nel mondo esempi virtuosi, come il Sud Africa, al quale l’Italia potrebbe ispirarsi: infatti, una volta superato l’oblio dell’Apartheid, grazie a Nelson Mandela, ha avuto il coraggio di uscire dal suo programma legato alle armi nucleari battendosi oggi strenuamente per l´implementazione del TPNW sia nel continente Africano che nel resto del Pianeta terra.

Laura Tussi

Sitografia per approfondire

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Bibliografia essenziale:

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e nonviolenza creativa, Mimesis Edizioni.

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Memoria e futuro, Mimesis Edizioni. Con scritti e partecipazione di Vittorio Agnoletto, Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi, Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero e altri

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Faro di Roma. Vittorio Agnoletto: il costituzionalismo terrestre, per una società della cura e della pace (Laura Tussi)

Dal profitto a una società della cura e della pace. La nostra comune umanità e il sentimento e il sentire umano della nostra specie sono chiamate a affrontare e risolvere le gravi sfide globali, l’intreccio tra minaccia nucleare e militare, ecologica e climatica e della disuguaglianza e delle oppressioni sociali. Laura Tussi, in collaborazione con Fabrizio Cracolici ha intervistato Vittorio Agnoletto, in occasione della presentazione del libro “Memoria e futuro” (Mimesis Edizioni, 2021) che vuole essere uno strumento della Rete di Educazione alla Terrestrità. L’intervista può essere vista su YouTube, sul canale video “Siamo tutti premi Nobel per la pace con ICAN”.

La crisi planetaria è alimentata dai dettami di potere del capitalismo neoliberista, nelle sue varie declinazioni, dagli squilibri tra ecosistemi ambientali che ormai arrancano sotto le pressioni e i misfatti della società che ha smarrito ogni senso del limite, e dal mancato controllo popolare sulla sanità dominata da Big Pharma, le multinazionali farmaceutiche. La nostra comune umanità e il sentimento e il sentire umano della nostra specie sono chiamate a affrontare e risolvere le gravi sfide globali, l’intreccio tra minaccia nucleare e militare, ecologica e climatica e della disuguaglianza e delle oppressioni sociali. La pandemia da Covid-19 come si inserisce in questo quadro? Possiamo paragonare il virus pandemico globale a una “bomba nucleare prevedibile”?

Grazie per questa domanda perché mi permette proprio di partire da una considerazione fondamentale, cioè che questa pandemia ci lascia dei messaggi importantissimi.

Siamo di fronte a qualcosa che era tuttaltro che imprevedibile. Noi stiamo assistendo a una zoonosi, cioè ad un salto di specie da parte di un agente infettivo che finora era vissuto all’interno di alcuni animali separati da altre specie e in particolare da quella umana. Le conseguenze dell’attuale modello di sviluppo hanno favorito il salto di specie.

Questa è la causa fondamentale della situazione che stiamo vivendo. Sfruttando ogni centimetro quadrato del pianeta, attraverso meccanismi quali la deforestazione, gli allevamenti intensivi, stiamo provocando i cambiamenti climatici e l’abbattimento delle barriere che separano una specie dall’altra. Questi processi hanno provocato la situazione attuale. Se noi vogliamo evitare nel futuro di doverci confrontare con altre pandemie e con le loro conseguenze, è arrivato il momento di prendere coscienza dell’assoluta necessità di cambiare questo modello di sviluppo.

Lo sfruttamento senza limiti della Terra porta alla distruzione del pianeta stesso e di tutti gli esseri viventi. Non si può pensare di uscirne tornando alla situazione precedente perché proprio quel modello è la causa del disastro attuale. Dobbiamo uscirne guardando in avanti e trovando una modalità completamente diversa di coesistenza e convivenza tra gli esseri umani e le varie specie; da questa situazione o ne usciamo insieme o non ne usciamo.

Pensiamo all’aspetto più banale e più semplice; attraverso l’uso della mascherina inviamo un messaggio preciso: salviamo la nostra vita e quella di chi ci sta vicino.

Ma da tutto ciò ne deriva anche una valutazione politica. Noi vent’anni fa dicevamo: voi G8 noi 6 miliardi. Adesso noi possiamo dire: noi 7 miliardi 800 milioni, voi poche centinaia o forse decine di migliaia di persone.

Un ristrettissimo gruppo di individui – gli azionisti delle grandi aziende farmaceutiche che stabiliscono prezzi estremamente alti e rivendicano per vent’anni il monopolio dei brevetti sui farmacie sui vaccini – sta condannando a morte milioni di persone.

Questa pandemia ha esplicitato questo scontro, ma ha reso evidente anche l’esistenza di due logiche fra loro totalmente diverse e alternative. Da una parte il ‘tutti contro tutti,’ per esempio la concorrenza tra un Paese e l’altro per procurarsi i vaccini e dall’altra parte invece la collaborazione internazionale. Pensiamo solo ai medici cubani, venezuelani, cinesi, rumeni, albanesi che sono venuti volontariamente a lavorare in Italia per darci una mano nella lotta contro la pandemia.

Sono culture inconciliabili che si scontrano in modo estremamente duro e ognuno di noi ha la responsabilità di decidere da che parte stare.

La possibilità di restare soffocati, di rimanere “senza respiro”, non è solo un sintomo del virus pandemico, ma è una metafora dei nostri tempi affannosi e macabri, alla ricerca di soluzioni globali, di radicali svolte a livello planetario. Come può, secondo voi, e in particolare secondo te, Vittorio Agnoletto, che sei stato portavoce del Social Forum globale, avvenire tutto questo grandioso processo umano, che aveva mosso i suoi primi passi con il movimento alterglobal, arrestato con la brutale repressione degli attivisti ecopacifisti che manifestavano contro il G8 di Genova 2001?

Il movimento altermondialista aveva capito dove stava andando il nostro pianeta; dove ci stava portando questo modello di sviluppo. Allora, negli anni a cavallo tra i due millenni, noi avevamo lanciato un grido d’allarme: “Questo modello di sviluppo rischia di provocare una crisi economica e sociale catastrofica attraverso la finanziarizzazione dell’economia e rischia di creare degli sconvolgimenti nella natura, che potranno condurre anche alla scomparsa di alcune aree del pianeta e di interi popoli.” Abbiamo lanciato questi allarmi indicando quali erano le strade alternative da percorrere. Non ci hanno creduto. I poteri forti del G8 e delle multinazionali e del neoliberismo più spietato hanno attivato una repressione durissima cercando di screditare quel movimento e le conseguenze le abbiamo davanti agli occhi.

Ma le ragioni di quel movimento non sono scomparse

Ricordiamoci che 10 anni dopo il 2001, l’anno del primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e del Forum di Genova, in Italia una grande coalizione riuscì ad unire le stesse realtà che avevano costruito il Genoa Social Forum vincendo i referendum per la difesa dell’acqua come bene pubblico e quello contro il nucleare. Sono i semi del grande movimento che si è sviluppato a cavallo tra i due secoli e che ritroveremo anche in Fridays For Future, con una spinta proveniente soprattutto dalle giovani generazioni che rivendicano l’unicità del pianeta e affermano a gran voce: non abbiamo una Terra di riserva!

È un messaggio molto forte, che ci ammonisce sulla responsabilità delle generazioni attuali rispetto alle generazioni future. Mai come in questo momento le scelte che gli esseri umani possono compiere, avranno una capacità così forte di impattare il destino delle generazioni future.

“Io non respiro, non respiro…Voglio respirare, respirare”. Quando ripensiamo al grido di George Floyd in quel momento di disperazione nella lotta per la sopravvivenza, udiamo il grido che viene da tutta l’umanità, dalla natura, dal pianeta, perché siamo noi esseri umani che rischiamo di non poter più respirare.

Nel dicembre 2020 abbiamo assistito al primo tentativo di trasformare l’acqua in un prodotto da collocare sui mercati finanziari internazionali, come una merce qualunque, aprendo la strada alla possibilità che, in un futuro forse non troppo lontano, un pugno di multinazionali possano diventare proprietarie di una parte significativa delle riserve idriche del pianeta. Di questo passo prima o poi qualcuno penserà di privatizzare anche l’aria!

In questa situazione la risposta non può altro che essere globale. Dobbiamo puntare sullo sviluppo di reti internazionali, costruire la rete delle reti per cambiare il destino del pianeta. Venti anni fa dicevamo ‘un altro mondo è possibile’: oggi dobbiamo dire ‘un altro mondo è urgentemente necessario’. È una corsa contro il tempo.

Come considerate l’entrata in vigore del TPNW/TPAN – Trattato Proibizione Armi Nucleari, se per “nonviolenza efficace”, come fa anche Papa Francesco nella Laudato si’, intendiamo i progressi del diritto internazionale? Ritenete che “l’ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni” (art. 11 della Costituzione italiana, secondo comma) sia componente imprescindibile del movimento internazionale della società civile che scommette sul futuro sostenibile di una unica comunità planetaria di destino?

Credo che sia stata questa una tappa molto importante nella storia del genere umano. Però purtroppo, come accade molte volte, quello che viene sancito nelle dichiarazioni e nei trattati internazionali non si trasforma automaticamente in una pratica reale e condivisa. Ci siamo battuti per arrivare a questo trattato: il TPNW/TPAN. Adesso l’impegno più importante è che venga rispettato e che il maggior numero possibile di Paesi lo sottoscriva e lo ratifichi. Mentre noi stiamo discutendo di questi argomenti, la corsa al nucleare prosegue non solo nell’ambito civile, ma anche nell’ambito militare. Assistiamo ad una farsa, secondo la quale esiste la possibilità di un nucleare verde, pulitissimo, non rischioso. Su questo dobbiamo avere una posizione netta e precisa.

Hai fatto bene Laura ad accennare alla necessità di iniziative finalizzate a riscrivere l’architettura istituzionale che dovrebbe regolare la convivenza tra gli esseri umani; questo è un punto fondamentale. Abbiamo bisogno di una Costituzione globale. Oggi, per fare un esempio, una nazione può decidere di costruire una grande diga modificando il percorso di un fiume, provocando conseguenze pesantissime su altri Paesi; in casi simili le legislazioni nazionali sono totalmente impotenti e le dichiarazioni e i trattati internazionali non hanno forza cogente e non vi è nessuna autorità in grado di esigerne il rispetto.

Dobbiamo operare per arrivare ad una Costituzione mondiale; apprezzo molto, ad esempio, le elaborazioni in questo campo di Riccardo Petrella e di Luigi Ferrajoli.

In quale modo pensate che il concetto di educazione alla cittadinanza planetaria possa trovarsi in rapporto alla cultura della pace che abbiamo declinato come cultura della terrestrità nel libro “Memoria e futuro”? Stimate essenziale che il cittadino del mondo sia anche un soggetto dotato di responsabilità ecologica verso la Terra come “unico corpo vivente”, ben oltre la metafora della “casa comune”?

Credo che non ci siano dubbi che ogni soggetto vivente abbia una sua responsabilità rispetto al presente e al futuro; per poter gestire in modo consapevole tale responsabilità è necessario avere memoria del passato e delle conseguenze che certe scelte hanno prodotto. Senza memoria è impossibile sviluppare una credibile progettualità futura; per questo “Memoria e futuro” (Mimesis Edizioni, 2021) è un titolo “azzeccato”. Non si può parlare di futuro senza mettere al centro il ruolo delle istituzioni pedagogiche e formative; ma questo è un altro tallone d’Achille della nostra società, come abbiamo potuto purtroppo verificare anche durante la pandemia, con il grande disinteresse per il presente e il futuro dei nostri giovani.

Tornando al dibattito sulla necessità di una Costituzione mondiale, è importante sottolineare come tale progetto debba partire, prima di tutto, dalla piena attuazione di quelle dichiarazioni universali, di quei trattati, di quegli accordi internazionali firmati e sottoscritti e che rischiano di rimanere inattuati, di rimanere solo vuoti esercizi lessicali. Sta a noi richiamare gli Stati e le istituzioni alle loro responsabilità.

Laura Tussi in collaborazione con Fabrizio Cracolici

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Tempi di Fraternità. Alex Zanotelli: contro la guerra e il riarmo, boicottare le banche armate

di Laura Tussi (sito)

Alex Zanotelli interviene con decisione sul tema delle banche armate per sostenere la campagna di sensibilizzazione sugli investimenti non etici degli istituti finanziari e per difendere la legge 185 dagli attacchi del ministro Crosetto e della lobby delle armi. La sua esortazione contiene due inviti fondamentali, uno alla consapevolezza e all’informazione e un altro alla disobbedienza civile.

Pochi giorni fa si è tenuto un incontro organizzato dall’AIAD – la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa – alla presenza del ministro Crosetto, che si è detto favorevole a modificare la legge 185 perché sta bloccando troppo la vendita di armi. Le reazioni a questo attacco non si sono fatte attendere e uno dei primi a intervenire è stato Alex Zanotelli: «Non ho mai visto un Governo italiano così prigioniero del complesso militare industriale di questo Paese e questo è gravissimo», ci ha detto. 

Un altro aspetto preoccupante che emerge dalle dichiarazioni di Crosetto riguarda il rapporto fra guerra e finanza.

Il ministro si è detto molto preoccupato per le banche etiche perché – a detta sua – diventa sempre più difficile trovare soldi dalle banche che si sentono accusate di non essere etiche. Per questo ha dichiarato di voler fondare una nuova banca che investa soltanto nel militare. Per questo penso che diventi fondamentale in questo momento proprio l’invito a tutti a evitare e soprattutto boicottare le banche armate. Con la guerra in Ucraina verranno prodotte molte armi ed essa andrà avanti perché è importante produrre armamenti e poi smaltirli subito. È il solito modo di procedere.

Cosa ti preoccupa di più di questa situazione?​

Quello che mi preoccupa di più non è tanto la reazione della società civile, che purtroppo non è molto cosciente, quanto quella delle comunità cristiane. Il livello dovrebbe essere molto chiaro: non possono lasciare i loro soldi in mano alle banche che investono nella produzione di armi. Quel povero Gesù di Nazareth era il profeta della nonviolenza. Il grande teologo Enrico Chiavacci al Concilio Vaticano Secondo ha detto una cosa molto chiara: un cristiano è obbligato a sapere dove tiene i propri soldi, in quali banche e come quella banca usa quei soldi. 

Quello che mi sconcerta di più è quindi il silenzio da parte delle comunità cristiane, delle parrocchie, delle diocesi, dei vescovi. Non riesco a capirlo. Ormai noi cristiani siamo talmente conformati al sistema economico-finanziario militarizzato che accettiamo come una cosa normale che i nostri soldi vengano investiti in tutta questa infernale produzione. Penso che sia importante un appello alle comunità e a tutti i cittadini perché davvero adesso devono compiere una scelta sostanziale. Non vogliamo la guerra, siamo per la pace, ma se poi i soldi li depositiamo in una banca che investe in armi e ordigni militari la coerenza viene meno. È necessario aiutare la gente a capire questo, ma non è facile. 

Come valuti oggi il mercato degli armamenti in Italia?

L’anno scorso abbiamo investito per 32 miliardi di euro in armi. È pazzia collettiva. Sono tutti soldi che vengono tolti alla scuola, alla sanità pubblica e ad altri settori vitali. La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti che ci stanno conducendo inesorabilmente a un disastro planetario. E dall’altra parte ricordiamoci quanto pesano sull’ecosistema queste guerre, che provocano un altissimo tasso di inquinamento e qui siamo davanti all’estate incandescente. 

Vendere armi nelle zone calde, nelle aree di conflitto armato è vietato dalla legge 185/1990, come anche dalla nostra Costituzione. L’export di armamenti è veicolato verso i paesi impegnati nella guerra contro lo Yemen, verso i paesi come l’Egitto di al Sisi e la Turchia di Erdogan. Puoi argomentare queste considerazioni?

Il problema è drammatico. Il Ministro della Difesa Crosetto è molto preoccupato della 185 perché ostacola la vendita d’armi, che lui al contrario vorrebbe accelerare. È una legge nata in seguito a una lunga battaglia di cui ho fatto parte con la rivista Nigrizia. Poi mi hanno “defenestrato” e sono andato in Africa, ma quel movimento, che includeva tantissime organizzazioni, ha portato alla legge 185, che è unica in Europa. È un piccolo strumento per prevenire un sacco di disastri ed è fondamentale difenderlo ostinatamente, anche a costo di pagare di persona. 

I caricatori del porto di Genova, i Calp –ma anche quelli di altri porti –, si sono rifiutati di caricare le armi sulle navi destinate all’ Arabia Saudita per la guerra contro lo Yemen. I portuali stanno pagando di persona, sono incriminati e rischiano di essere processati. Ma oggi diventa fondamentale la disobbedienza civile. Giorni fa ho partecipato a un incontro sul caporalato in Campania e il vescovo emerito di Caserta, Monsignor Nogaro, ha detto proprio queste parole: «È arrivato il tempo di gridare che è necessaria la disobbedienza civile. Siamo arrivati a questo punto. Dobbiamo davvero disobbedire». 

Questo però vuol dire pagare nella propria vita e so che questo non è facile. Eppure il cittadino che capisce quanto è folle questo sistema drammatico deve avere il coraggio. Questo per le armi ma non solo: ho sempre appoggiato tutte le manifestazioni di Ultima Generazione, fanno bene a fare quello che fanno perché oggi stiamo andando verso il disastro ecologico.

armi nucleari 1

L’idea di base della campagna di pressione sulle banche armate è valida perché tende a bloccare questo sistema di commercio di armamenti. Con quali modalità?

Le modalità di questa campagna di boicottaggio delle banche armate è molto semplice. È necessario comprendere il problema e reagire. Basta semplicemente ritirare i propri soldi dalla banca che investe in armi e vedere di trovare una banca etica, ossia un’altra banca che non investa in armi. È fondamentale questa azione. Tutto questo non è facile perché è chiaro che gli interessi sono tanti perché certe banche – come le tre banche principali in Italia: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Deutsche Bank – danno alti dividendi, che sono molto più vantaggiosi, e quindi ognuno anche qui ci perde a livello personale. Ma dobbiamo cominciare a capire che non si può continuare così.

Penso che il successo dipenda da due fattori fondamentali. Finora abbiamo lanciato questa campagna con Pax Christi e le tre riviste NigriziaMissione Oggi e Mosaico di pace, ma non basta. Stiamo premendo affinché la chiesa italiana faccia un passo in avanti. Ma allo stesso tempo ci vorrebbe anche da parte della società civile la capacità di rilanciare con forza tutta questa azione, perché molta gente non sa nulla di queste cose. 

Il secondo fattore è la disobbedienza civile dei tanti che lavorano in fabbriche d’armi: che si rifiutino di continuare a fare il proprio lavoro. Ho scritto recentemente – in occasione del funerale di Berlusconi – che l’amoralità, cioè la non-moralità, è diventata l’etica del popolo italiano. Questo è il problema: non ci sono più valori né ideali e questo richiede un intervento soprattutto da parte della rete della Chiesa, che deve ricominciare a formare una coscienza di valori. 

La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti

Il valore delle operazioni segnalate dalle banche italiane relative al commercio di armi sfora i 9 miliardi e mezzo di euro. Le riviste missionarie Nigrizia, Mosaico di pace e Missione oggi come denunciano il fatto che gli istituti di credito si sono messi al servizio delle aziende belliche?

In generale le tre riviste sono molto chiare sulla denuncia di tutto questo ed è fondamentale che continuino in questa loro denuncia, che però da sola non è sufficiente. Sono tre voci che non hanno gran peso nella società italiana. Bisognerebbe che qualche televisione o qualche grosso giornale iniziasse una campagna sul tema, ma chiaramente il problema è che sono tutti parte del sistema: basta vedere un giornale e chi lo paga, da dove riceve fondi. Penso che anche questa sia una vera e propria missione. Sono un missionario e a volte sembra sempre di parlare al deserto, ma è importante continuare a declamare la nostra posizione. 

Non smetterà mai di invitare tutti a riflettere su come i nostri soldi vengono usati. Vale per le banche armate, ma vale anche per chi investe in fossili. Sono due facce della stessa medaglia, perché sono le due realtà che ci stanno portando alla possibilità che la presenza umana sul pianeta venga meno. 

Anche il PNRR sarà sempre più proiettato all’investimento e produzione di armi?

Il PNRR dovrebbe servire alla società civile, soprattutto servire a portare avanti la scuola e la sanità, ma se i fondi vanno a finire in armi e non rimangono che le briciole per tutto il resto. Questa è una cosa gravissima.

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A COP28 un primo risultato, ma la strada è ancora lunga

di LAURA TUSSI

Si è conclusa pochi giorni fa la COP28, una delle conferenze sul clima più chiacchierate degli ultimi anni per tutta una serie di motivi, dal palese conflitto d’interessi dei padroni di casa ai ritardi con cui si sono chiusi i lavori, senza dimenticare il difficile contesto internazionale. Grazie al contributo di un gruppo di osservatori di HubZine Italia, vediamo cos’è successo e tiriamo le somme.

Si sono conclusi a Dubai lo scorso 13 dicembre i negoziati sul clima della COP28. Dopo ore di attesa febbrile è stato redatto e approvato il testo finale del Global Stocktake che contiene l’impegno dei paesi nella transizione in uscita dai combustibili fossili entro il 2050. Giacomo di Capua, Asia Guerreschi, Vladislav Malashevskyy e Domenico Vito, analisti di Osservatorio Parigi di HubZine Italia – un gruppo di giovani esperti nato per seguire monitorare e commentare con un approccio divulgativo ma tecnico e competente i negoziati UNFCCC sul clima e i loro effetti sul contesto italiano ed europeo – erano presenti come osservatori alla conferenza che dal 1992 dovrebbe occuparsi di trovare accordi internazionali in ambito di cambiamento climatico.

Domenico Vito è il coordinatore dell’Osservatorio ed è stato presente ai negoziati sin dal 2015. «È andata bene ma non benissimo – osserva –, una COP fatta nella bocca del leone ha rischiato di spegnere del tutto le speranze dell’Accordo di Parigi. Nonostante si sia sicuramente mobilitata la finanza climatica con diversi pledge sul fondo “loss and damage” e su altri fondi legati al clima, il risultato ottenuto è solo un primo passo verso la strada giusta che è ancora lunga, il risultato sul Global Stocktake non giustifica questo clamore, stiamo festeggiando non perché siamo vittoriosi, ma perché abbiamo portato a casa il minimo indispensabile».

cop28 1

Già, perché la presidenza del sultano Ahmed Al Jaber, ministro dell’industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti e a capo della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), ha accolto le decisioni finali con clamorosa soddisfazione. Al contrario, diversi sono i pareri degli osservatori che giudicano i risultati della COP28 come un “compromesso al ribasso”. Ad esempio secondo Tom Evans, policy advisor di E3G, «i sostenitori di una rapida eliminazione dei combustibili fossili – sia i piccoli stati insulari che le grandi economie – hanno spinto il resto del mondo a rendersi conto che questa transizione non può essere fermata. Ma questo è solo un piccolo primo passo».

«Non si può certo parlare, in termini assoluti, di un successo», rincara la dose Giacomo Di Capua, econometrista e Giovane Delegato d’Italia all’ONU. «A COP28 si registra uno dei numeri più alti di elementi in agenda la cui considerazione è stata posposta data l’impossibilità di raggiungere un accordo, invocando la Regola 16 del progetto del regolamento interno della COP», un elemento procedurale che rimanda le decisioni finali in merito a degli elementi negoziali alle prossime sessioni degli organi sussidiari e delle conferenze sul clima.

Servirà un forte sostegno della società civile e dell’azione climatica a dare sostanza alle decisioni di questi negoziati

Altro inviato di HubZine a Dubai è stato Vladislav Malaskeskyy, esperto di mercati del carbonio e osservatore sull’Articolo 6 degli Accordi di Parigi. Secondo lui, «la COP28 aveva il compito cruciale di delineare alcuni dettagli sui meccanismi bilaterali, specialmente considerando che diversi Paesi hanno già firmato accordi, avviato progetti e in alcuni casi ottenuto risultati tangibili. Era inoltre attesa l’approvazione di linee guida sulle metodologie per il meccanismo centralizzato e indicazioni sui progetti di rimozione, oltre a fornire direttive su come i vari organi dovessero agire nell’anno in vista della prossima COP per rendere operativo il meccanismo centralizzato».

«Purtroppo – prosegue Vladislav tirando le conclusioni – i negoziati hanno completamente fallito, mancando persino di un accordo generale. Questo esito, sebbene non del tutto inaspettato, manda un forte segnale di incertezza ai neo-mercati emergenti dell’Articolo 6. Un aspetto particolarmente negativo è che l’organo incaricato di lavorare per tutto l’anno successivo, per delineare ulteriori indicazioni sul meccanismo centralizzato, è rimasto senza un mandato definito. Questa mancanza lascia le parti a libera interpretazione su come procedere, mettendo seriamente a rischio l’intero programma del 2024».

dubai

Ragionando sul clima è importante parlare anche di economia circolare, di cui si occupa Asia Guerreschi, fondatrice di Rethinking Climate. Il tema non è esplicito all’interno dei negoziati, ma ricorre spesso quando si parla di uso delle risorse, energia rinnovabile o revisione dei processi produttivi. Tuttavia, forse per la prima volta si è visto presso i padiglioni laterali, come quelli della Svezia e Germania, eventi che hanno accolto la discussione su questo tema nel settore privato e pubblico.

Quali somme tirare dunque in conclusione? È stata una COP dolceamara, molto frenetica, ma dinamica, nella quale il rischio di totale fallimento è stata una costante. E che alla fine, all’ultimo respiro, ha dato ancora la speranza per un futuro di decarbonizzazione. La strada però è tutto tranne che ben intrapresa: servirà un forte sostegno della società civile e dell’azione climatica a dare sostanza alle decisioni di questi negoziati.

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Riflessioni interculturali per l’attuale genocidio a Gaza

di LAURA TUSSI

La relazione interculturale e l’Agenda Onu 2030 contro la guerra.

Il genere umano possiede risorse creative inesauribili nella possibilità di una nuova creazione di cittadinanza planetaria e globale, attraverso l’educazione della trasmissione del passato, nel recupero della memoria storica e, al contempo, apertura della mente per accogliere il nuovo, il cambiamento, al centro della innovativa missione di una progressiva progettualità interculturale, secondo gli obiettivi dell’Agenda 2030 emanata dall’ONU.

Il ripudio dell’Onu da parte dei poteri forti nell’attuale genocidio in atto a Gaza.

L’Onu è l’Organismo le cui risoluzioni di pace sono attualmente respinte dai poteri forti soprattutto nel conflitto in atto in Medio Oriente con il genocidio in corso a Gaza. E ultimamente i rappresentanti Onu sono stati vittime dei bombardamenti e massacrati e il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres è stato addirittura sbeffeggiato e maltrattato su una questione così cruciale come la guerra contro i più fragili del pianeta, come i bambini di Gaza.

Nessun popolo può arrogarsi il diritto di supremazia su altri popoli.

Nessun popolo può arrogarsi il diritto di una priorità cronologica e superiorità qualitativa, perché ogni civiltà si costituisce su un terreno interculturale, ossia come la risultante di interazioni transculturali, in quanto ogni cultura si è sempre formata grazie alla complessiva intermediazione con altri saperi, valori, idee e culture diverse e differenti da sé. Ogni specifica cultura non è univoca ed unica, ma plurale, prodotta da una molteplicità dinamica di differenziazioni, scambi, ibridazioni, commistioni, contaminazioni e innesti. 

Nell’ attuale guerra in Medio Oriente è disprezzata e calpestata la predisposizione al dialogo interculturale.

L’approccio interculturale si propone come dialogo, ossia come semplice confronto tra opinioni definite e consolidate, dove gli interlocutori sono disposti a mettere in discussione tutti i loro presupposti, gli impliciti preconcetti e persino se stessi.

La globalizzazione e il neoliberismo e il pensiero unico veicolano disvalori fascisti che impongono le guerre.

La globalizzazione, realizzando un unico orizzonte per una molteplicità di realtà locali, potrebbe apparire come la migliore occasione per intendere la cultura a livello interculturale. Al contrario, le tendenze che caratterizzano la globalizzazione conducono all’azzeramento ed all’omologazione delle differenze e quindi all’eliminazione della molteplicità che determina lo sviluppo di ogni singola cultura. 

I migranti fuggono da guerre, terrorismo, disastri ambientali, manovre economiche. Ma la fortezza Europa li respinge in nome del riarmo e dell’incremento delle spese militari.

La globalizzazione dei mercati rischia di esasperare l’incidenza del fenomeno migratorio, se non si attua un miglioramento generalizzato della condizione dei lavoratori dei paesi del sud del mondo, costretti comunque ad emigrare alla ricerca di condizioni di vita migliori. L’aumento del divario tra i paesi del nord e del sud del mondo e le nuove condizioni di instabilità e di tensione tra i popoli hanno visto pesantemente compromessa la possibilità di scambio e di dialogo tra versioni culturali differenti, apparse irriducibilmente contrapposte per certi aspetti.

L’educazione alla pace è una visione e una pratica nonviolenta ad ampio raggio e con distanze spazio-temporali.

L’educazione alla pace interculturale rappresenta il riconoscimento del valore della pari dignità e opportunità delle diversità da promuovere, rispettare e valorizzare e per questo costringe a ripensare le molteplici e quotidiane manifestazioni di razzismo, intolleranza, incomprensione intersoggettiva tra individui, contro genti e minoranze, come il genocidio in atto a Gaza, con persistenti azioni di discriminazione e violenza, con squilibri evidenti tra gruppi sociali, tra le culture ricche e articolate e le realtà del silenzio, depresse e dimenticate.

Il pregiudizio e la retorica di regime imposti dal potere nell’attuale genocidio in Medio Oriente.

Oltre il muro del pregiudizio, del limite della discriminazione, del confine intersoggettivo del razzismo occorre costruire un pensiero transculturale che transiti oltre le singole culture, con la sottoscrizione di intenti comuni e valori condivisi per poter pensare e realizzare un progetto di coesistenza pacifica in cui assicurare ai singoli, ai gruppi e ai popoli, i fondamentali diritti alla libertà, alla creatività, alla conoscenza, al rispetto delle proprie differenze di lingua, cultura e religione, per costruire un’autentica inter-trans-cultura, fondata su un grande investimento pedagogico che coinvolga le varie istituzioni educative nell’elaborazione di un progetto formativo finalizzato ad educare nella differenza, al dialogo e al confronto interculturale.

Resistenza e Nonviolenza creativa per la risoluzione dei conflitti.

Un pensiero inter-trans-culturale è capace di contrastare l’uniformità, l’omologazione, il conformismo e la chiusura culturale, cause di massificazione, intolleranza e assenza di progettualità per il futuro, e spesso di odio e violenza.  L’intercultura è un modo di essere del pensiero che si conquista a livello di conoscenza, di comprensione e di interpretazione dell’alterità, nella pratica del pensiero plurale, nella relazione creativa, al fine di apprendere e ragionare in forma esplorativa e transitiva, esaltando la propria componente critica e creativa che attiva la propria natura complessa e multiforme.

I dogmi e gli stereotipi della propaganda guerrafondaia e violenta occidentale, impostata sull’odio della differenza.

L’intercultura è un pensiero problematico capace di pensare la complessità e di muoversi dialetticamente e dialogicamente tra i molteplici piani esistenziali e culturali del reale, per educare metacognitivamente in maniera complessa, trasversale, transcognitiva, sviluppando una conoscenza della conoscenza e sapendo gestire i saperi e le informazioni del piano reale dell’esistenza, in modo da confutare, a livello pratico e dialettico, pregiudizi, dogmi e stereotipi, fonte di vari razzismi e discriminazioni e guerre e conflitti e in genere violenza strutturale tra popoli.

Per approfondire:

Pinto Minerva F., Intercultura, Laterza 2002

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, Resistenza e Nonviolenza creativa, Mimesis 2022

Sitografia:

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Tempi di Fraternità. Alex Zanotelli: contro la guerra e il riarmo, boicottare le banche armate

di LAURA TUSSI

Alex Zanotelli interviene con decisione sul tema delle banche armate per sostenere la campagna di sensibilizzazione sugli investimenti non etici degli istituti finanziari e per difendere la legge 185 dagli attacchi del ministro Crosetto e della lobby delle armi. La sua esortazione contiene due inviti fondamentali, uno alla consapevolezza e all’informazione e un altro alla disobbedienza civile.

Pochi giorni fa si è tenuto un incontro organizzato dall’AIAD – la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa – alla presenza del ministro Crosetto, che si è detto favorevole a modificare la legge 185 perché sta bloccando troppo la vendita di armi. Le reazioni a questo attacco non si sono fatte attendere e uno dei primi a intervenire è stato Alex Zanotelli: «Non ho mai visto un Governo italiano così prigioniero del complesso militare industriale di questo Paese e questo è gravissimo», ci ha detto. 

Un altro aspetto preoccupante che emerge dalle dichiarazioni di Crosetto riguarda il rapporto fra guerra e finanza.

Il ministro si è detto molto preoccupato per le banche etiche perché – a detta sua – diventa sempre più difficile trovare soldi dalle banche che si sentono accusate di non essere etiche. Per questo ha dichiarato di voler fondare una nuova banca che investa soltanto nel militare. Per questo penso che diventi fondamentale in questo momento proprio l’invito a tutti a evitare e soprattutto boicottare le banche armate. Con la guerra in Ucraina verranno prodotte molte armi ed essa andrà avanti perché è importante produrre armamenti e poi smaltirli subito. È il solito modo di procedere.

zanotelli
Alex Zanotelli
Cosa ti preoccupa di più di questa situazione?

Quello che mi preoccupa di più non è tanto la reazione della società civile, che purtroppo non è molto cosciente, quanto quella delle comunità cristiane. Il livello dovrebbe essere molto chiaro: non possono lasciare i loro soldi in mano alle banche che investono nella produzione di armi. Quel povero Gesù di Nazareth era il profeta della nonviolenza. Il grande teologo Enrico Chiavacci al Concilio Vaticano Secondo ha detto una cosa molto chiara: un cristiano è obbligato a sapere dove tiene i propri soldi, in quali banche e come quella banca usa quei soldi. 

Quello che mi sconcerta di più è quindi il silenzio da parte delle comunità cristiane, delle parrocchie, delle diocesi, dei vescovi. Non riesco a capirlo. Ormai noi cristiani siamo talmente conformati al sistema economico-finanziario militarizzato che accettiamo come una cosa normale che i nostri soldi vengano investiti in tutta questa infernale produzione. Penso che sia importante un appello alle comunità e a tutti i cittadini perché davvero adesso devono compiere una scelta sostanziale. Non vogliamo la guerra, siamo per la pace, ma se poi i soldi li depositiamo in una banca che investe in armi e ordigni militari la coerenza viene meno. È necessario aiutare la gente a capire questo, ma non è facile. 

Come valuti oggi il mercato degli armamenti in Italia?

L’anno scorso abbiamo investito per 32 miliardi di euro in armi. È pazzia collettiva. Sono tutti soldi che vengono tolti alla scuola, alla sanità pubblica e ad altri settori vitali. La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti che ci stanno conducendo inesorabilmente a un disastro planetario. E dall’altra parte ricordiamoci quanto pesano sull’ecosistema queste guerre, che provocano un altissimo tasso di inquinamento e qui siamo davanti all’estate incandescente. 

crosetto
Il ministro Crosetto
Vendere armi nelle zone calde, nelle aree di conflitto armato è vietato dalla legge 185/1990, come anche dalla nostra Costituzione. L’export di armamenti è veicolato verso i paesi impegnati nella guerra contro lo Yemen, verso i paesi come l’Egitto di al Sisi e la Turchia di Erdogan. Puoi argomentare queste considerazioni?

Il problema è drammatico. Il Ministro della Difesa Crosetto è molto preoccupato della 185 perché ostacola la vendita d’armi, che lui al contrario vorrebbe accelerare. È una legge nata in seguito a una lunga battaglia di cui ho fatto parte con la rivista Nigrizia. Poi mi hanno “defenestrato” e sono andato in Africa, ma quel movimento, che includeva tantissime organizzazioni, ha portato alla legge 185, che è unica in Europa. È un piccolo strumento per prevenire un sacco di disastri ed è fondamentale difenderlo ostinatamente, anche a costo di pagare di persona. 

I caricatori del porto di Genova, i Calp –ma anche quelli di altri porti –, si sono rifiutati di caricare le armi sulle navi destinate all’ Arabia Saudita per la guerra contro lo Yemen. I portuali stanno pagando di persona, sono incriminati e rischiano di essere processati. Ma oggi diventa fondamentale la disobbedienza civile. Giorni fa ho partecipato a un incontro sul caporalato in Campania e il vescovo emerito di Caserta, Monsignor Nogaro, ha detto proprio queste parole: «È arrivato il tempo di gridare che è necessaria la disobbedienza civile. Siamo arrivati a questo punto. Dobbiamo davvero disobbedire». 

Questo però vuol dire pagare nella propria vita e so che questo non è facile. Eppure il cittadino che capisce quanto è folle questo sistema drammatico deve avere il coraggio. Questo per le armi ma non solo: ho sempre appoggiato tutte le manifestazioni di Ultima Generazione, fanno bene a fare quello che fanno perché oggi stiamo andando verso il disastro ecologico.

armi nucleari 1
L’idea di base della campagna di pressione sulle banche armate è valida perché tende a bloccare questo sistema di commercio di armamenti. Con quali modalità?

Le modalità di questa campagna di boicottaggio delle banche armate è molto semplice. È necessario comprendere il problema e reagire. Basta semplicemente ritirare i propri soldi dalla banca che investe in armi e vedere di trovare una banca etica, ossia un’altra banca che non investa in armi. È fondamentale questa azione. Tutto questo non è facile perché è chiaro che gli interessi sono tanti perché certe banche – come le tre banche principali in Italia: Unicredit, Intesa Sanpaolo e Deutsche Bank – danno alti dividendi, che sono molto più vantaggiosi, e quindi ognuno anche qui ci perde a livello personale. Ma dobbiamo cominciare a capire che non si può continuare così.

Penso che il successo dipenda da due fattori fondamentali. Finora abbiamo lanciato questa campagna con Pax Christi e le tre riviste NigriziaMissione Oggi e Mosaico di pace, ma non basta. Stiamo premendo affinché la chiesa italiana faccia un passo in avanti. Ma allo stesso tempo ci vorrebbe anche da parte della società civile la capacità di rilanciare con forza tutta questa azione, perché molta gente non sa nulla di queste cose. 

Il secondo fattore è la disobbedienza civile dei tanti che lavorano in fabbriche d’armi: che si rifiutino di continuare a fare il proprio lavoro. Ho scritto recentemente – in occasione del funerale di Berlusconi – che l’amoralità, cioè la non-moralità, è diventata l’etica del popolo italiano. Questo è il problema: non ci sono più valori né ideali e questo richiede un intervento soprattutto da parte della rete della Chiesa, che deve ricominciare a formare una coscienza di valori. 

La campagna di boicottaggio delle banche armate dovrebbe motivare la gente, far capire che i suoi soldi non possono essere usati per costruire armamenti


Il valore delle operazioni segnalate dalle banche italiane relative al commercio di armi sfora i 9 miliardi e mezzo di euro. Le riviste missionarie Nigrizia, Mosaico di pace e Missione oggi come denunciano il fatto che gli istituti di credito si sono messi al servizio delle aziende belliche?

In generale le tre riviste sono molto chiare sulla denuncia di tutto questo ed è fondamentale che continuino in questa loro denuncia, che però da sola non è sufficiente. Sono tre voci che non hanno gran peso nella società italiana. Bisognerebbe che qualche televisione o qualche grosso giornale iniziasse una campagna sul tema, ma chiaramente il problema è che sono tutti parte del sistema: basta vedere un giornale e chi lo paga, da dove riceve fondi. Penso che anche questa sia una vera e propria missione. Sono un missionario e a volte sembra sempre di parlare al deserto, ma è importante continuare a declamare la nostra posizione. 

Non smetterà mai di invitare tutti a riflettere su come i nostri soldi vengono usati. Vale per le banche armate, ma vale anche per chi investe in fossili. Sono due facce della stessa medaglia, perché sono le due realtà che ci stanno portando alla possibilità che la presenza umana sul pianeta venga meno. 

Anche il PNRR sarà sempre più proiettato all’investimento e produzione di armi?

Il PNRR dovrebbe servire alla società civile, soprattutto servire a portare avanti la scuola e la sanità, ma se i fondi vanno a finire in armi e non rimangono che le briciole per tutto il resto. Questa è una cosa gravissima.