Perché il governo italiano vota per inserire il nucleare tra le energie finanziabili dalla UE?

da parte Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti
Alla cortese attenzione di gentili deputate e senatrici, deputati e senatori:
Danilo Toninelli – capo gruppo al Senato del M5S
Francesco Silvestri – vice capo gruppo vicario alla Camera del M5S
Andrea Marcucci – capo gruppo al Senato del PD
Graziano Delrio – capo gruppo alla Camera del PD
Loredana De Petris – capo gruppo al Senato di Gruppo Misto
Federico Fornaro – capo gruppo alla Camera di LeU
Davide Faraone – capo gruppo al Senato di Italia Viva
Maria Elena Boschi – capo gruppo alla Camera di Italia Viva

Ricordiamo i primi firmatari dell’appello sulla emergenza climatica lanciato nell’aprile 2019

Si può firmare ancora on line : https://www.petizioni.com/dichiarazione-emergenzaclimatica

Moni Ovadia – Alex Zanotelli – Edo Ronchi – Grazia Francescato – Guido Viale – Mario Salomone – Loredana De Petris – Vasco Errani – Vittorio Agnoletto – Alessandro Marescotti – Antonia Baraldi Sani – Oliviero Sorbini – Michele Carducci – Francesco Masi –

Quale contributo alla lotta per superare la crisi ecologica, composta di diversi aspetti interdipendenti, di fronte al fatto che è cambiata la maggioranza parlamentare ed abbiamo oggi un governo che vuole attuare un Green New Deal, riproponiamo la nostra richiesta di aprile: l’Italia proclami lo stato di emergenza climatica. Ricordiamo che questa nostra iniziativa ha contribuito alla presentazione di una mozione in tal senso al Senato, prima firmataria Loredana De Petris, ed una alla Camera, prima firmataria Rossella Muroni. 

Sollecitiamo i gruppi parlamentari a fissare la discussione e ad approvare la dichiarazione di emergenza climatica prima della apertura della COP 25 in Cile (si terrà ad inizio dicembre 2019, dal 2 al 13).
Da parte nostra e’ chiaro che ci impegniamo essere vigili affinché agli slogan mediatici seguano fatti seri: lavoriamo e lavoreremo in questo senso con le forze ecopacifiste e con i nuovi movimenti giovanili e nonviolenti di ribellione alla estinzione.
Ribadiamo – come già indicava l’appello di aprile – che esiste un intreccio tra minaccia climatica e minaccia nucleare e che a nessun livello e in nessun caso riteniamo si possa permettere che il nucleare possa essere prospettato e gestito tra le soluzioni alla crisi climatica.
Il nucleare come sistema della deterrenza è la massima espressione dell’attività bellica (quindi tra le principali fonti emissive); ed il ciclo del combustibile, anche esso di possibile uso militare, con la sua eredità di scorie radioattive non smaltibili, basta da solo a mettere a rischio la sopravvivenza umana.
Per l’Italia questa contrarietà alla tecnologia nucleare per applicazioni di massa oltretutto non è una opinione personale degli scriventi: va sempre premesso che il popolo italiano si è espresso contro l’energia nucleare in modo inoppugnabile con ben due voti referendari, nel 1987 e nel 2011.
A questo proposito chiediamo al governo italiano chiarimenti sulla posizione, come minimo incresciosa nei termini in cui la abbiamo appresa dalla stampa e dai blog*, che sarebbe stata presa al Consiglio Europeo del 25 settembre.
Chiediamo infatti spiegazioni su come sarebbe maturata la scelta di votare a favore dello slittamento di due anni dell’adozione della tassonomia per la classificazione degli investimenti sostenibili, decidendo per giunta di non escludere dalla finanza sostenibile i progetti legati all’energia nucleare.
Di questa esigenza di chiarimento, fortemente indicativa di quanto ci si possa fidare delle promesse verdi del nuovo governo, invitiamo a farsene carico i parlamentari sensibili mediante gli atti istituzionali opportuni.

 

EMERGENZA NUCLEARE di Alfonso Navarra

26 SETTEMBRE , PETROV DAY, GIORNATA DI DISOBBEDIENZA NONVIOLENTA

IL GOVERNO RICONOSCA, INSIEME A QUELLA CLIMATICA, L’EMERGENZA NUCLEARE: ADERISCA, PER COMINCIARE, AL TRATTATO DI PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

 

Ignorata dai più, la minaccia nucleare, sia militare che civile (due facce della stessa medaglia),

incombe come una spada di Damocle sulla nostra testa: ricorrendo ad una metafora analoga alla

“casa comune che brucia”, possiamo paragonarla al gas esplosivo che si accumula e inonda un

condominio dal tubo del metanodotto di cui non sia stata chiusa la valvola di flusso. 

Il rischio “atomico”, alimentato dalle competizioni di potenza, dalla corsa agli armamenti, dai conflitti,

nel suo intreccio con la minaccia climatica e con la minaccia della diseguaglianza sociale,

innescato da una qualsiasi scintilla, può deflagrare in ogni momento. E condurre in un amen al

completamento della sesta estinzione di massa.

Lo scoppio di una guerra nucleare può accadere persino per caso, per incidente o per errore di

calcolo, provocando, nel caso fortunato, quello di scambi missilistici localizzati (la guerra “di

teatro” o lo scontro tra medie potenze), la distruzione della civiltà umana (si dovrebbero, ad

esempio, fare i conti con inverni nucleari continentali!) e, nel caso peggiore, se totale e globale

conflitto tra superpotenze, della intera vita sulla Terra.

Noi, le promotrici e i promotori della presente iniziativa, non vogliamo lasciarci passivamente

trascinare nel baratro mortale verso il quale il sistema dell’accumulazione illimitata – per il

profitto e la potenza – ci sta orribilmente spingendo giorno dopo giorno! 

Un sistema che – ricorda il missionario comboniano Padre Alex Zanotelli –  si erge a protezione della profonda ingiustizia globale, servendo quell’1% di straricchi della popolazione mondiale, che con il 10% dei suoi maggiordomi “affluenti”, oggi consuma il 90% dei beni di questo mondo.

 Un sistema che coltiva una falsa idea della “sicurezza”, basata sulla dissuasione distruttiva quale principio difensivo: mi sento come Stato tanto più garantito nei riguardi delle potenziali offese altrui quanto più sono in grado di scatenare – ed il “nemico” ne deve essere credibilmente ammonito – forze fisiche che

uccidono e sterminano in modo massiccio e provocano disastri materiali catastrofici.

La deterrenza nucleare, cioè la preparazione e la minaccia dello sterminio atomico per sedicenti

esigenze di difesa, dimostra dove portano l’idea e la pratica della guerra, che è un male

incontenibile, scatenante il massimo possibile di violenza, di distruzione; e di inquinamento. I

complessi militari industriali e la logica della potenza degli Stati sono i motori propulsivi di

attività belliche e militari devastatrici, è ovvio, ma anche fortemente inquinanti, anzi forse le

più inquinanti in assoluto. Dobbiamo considerare che la macchina bellica, armata nella sua

ultima ratio di denti nucleari, va oggi normalmente a petrolio e molto spesso è in moto, nel suo

quotidiano ed ordinario esplicarsi, per il controllo delle limitate e localizzate fonti fossili. Si fa,

insomma, la guerra con il petrolio e la guerra per il petrolio! Ma un carro armato, un

cacciabombardiere, una portaerei che spara missili Cruise fanno guerra anche al clima oltre che

all’ambiente: non è da ritenersi irrealistica una stima intorno al 15% della CO2 emessa come

portato dei 1.700 miliardi annui di spese militari. Le strutture e le attività che tale spaventoso

budget lubrifica sono responsabili, va sottolineato ancora, di vittime umane, di sconvolgimenti

ambientali, di spostamenti forzati e drammatici di popolazioni; e di riscaldamento globale.

La deterrenza nucleare è ciò che porta alle estreme conseguenze la logica della guerra; è il suo

fondamento mentale (sono tanto più sicuro quanto più sono in grado di uccidere) ed il suo

coronamento ultimo: è ciò che può fare della pratica patologica dei conflitti armati una crisi con

lo sbocco non solo della morte di alcuni esseri umani, ma della morte di tutti gli esseri umani,

per sempre.

Essa gioca, rispetto all’apparato degli Stati-potenza e dei complessi militari industriali, un ruolo

analogo a quello della crisi climatica all’interno della più complessa crisi ecologica: non copre

tutte le patologie di un organismo malato, ma è una situazione di stress pericoloso che può

determinare determinare il passaggio immediato dallo stato di vivente allo stato di non vivente. Una persona

colpita da infarto a cui si ferma il cuore può essere malata di tantissime altre cose, può incubare

un terribile tumore. Ciò non toglie che diventa una priorità da parte dei soccorritori compiere

delle manovre adeguate o usare il defribillatore per ripristinare il battito cardiaco onde evitare

l’immediato decesso e quindi dare anche il tempo e le opportunità per curare tutte le altre

malattie. Senza contare che, a differenza che nel nostro esempio, l’intervento emergenziale,

soprattutto nel caso dell’intervento emergenziale sulla crisi climatica, può costituire di per sé

stesso un decisivo abbrivio al cambiamento totale di sistema. La manovra emergenziale cura

anche i tumori che affliggono la nostra civilizzazione rosa dal cancro della crescita illimitata (e

della proprietà oligarchica dei grandi mezzi di produzione e delle grandi masse monetarie)!

Accogliamo allora con gioia il risveglio della nuova generazione che sulla crisi climatica si sta

mobilitando in tutto il mondo: prende sul serio i rapporti della comunità scientifica mondiale, ha

capito che non c’è più tempo, che adesso è il momento di agire per garantirsi un futuro (e per

conservare il senso della storia umana sulla Terra)!

Allo stesso tempo ci sgomenta l’indifferenza generale con la quale si trascurano, anche nei cortei

per il clima, le terribili notizie sui trattati internazionali disdetti (quello sugli euromissili e lo

START che non verrà rinnovato), sulle migliaia di miliardi di dollari destinate ad ammodernare le

armi “fine del mondo”, sul moltiplicarsi e l’aggravarsi delle crisi in cui il “bastone atomico” viene

esplicitamente brandito (USA-Corea del Nord, USA-Israele-Iran, USA-Russia per l’Ucraina, India-

Pakistan, eccetera).

Siamo atterriti che nelle alte sfere militari si discuta con nonchalance, nella sottovalutazione e

persino nell’apatia dei media, di trasferire il potere decisionale sulle eventuali reazioni ad

attacchi nucleari a tecnologie immature e comunque controverse come l’intelligenza artificiale.

Siamo alla follia assoluta: consegnare la vita universale nelle mani della presunta coscienza delle

macchine!

L’inquinamento radioattivo, frutto della preparazione della guerra nucleare collegata alla

tecnologia pseudo civile di produzione elettrica, compie in silenzio il suo sporco lavoro di

aggressione alla materia vivente: Chernobyl è un mostro per nulla dormiente, l’acqua di

Fukushima viene scaricata nell’Oceano, le centrali francesi sono colpite da un incidente dietro

l’altro, le scorie radioattive che non si riescono a smaltire sono bombe a scoppio ritardato… ed

ancora l’opinione pubblica poco avvertita permette che possano essere riconosciuti quali

“ecologisti” i sostenitori della soluzione nucleare spacciata falsamente come energia pulita in

grado di ridurre le emissioni di CO2!

Si pensi, tra gli output del ciclo nucleare, al plutonio e alla sua capacità inquinante. “Il plutonio

è stato prodotto, concentrato e isolato in grandi quantità (centinaia di tonnellate) durante gli

anni della guerra fredda per la produzione di armi. Questi depositi, siano o meno in forma di

armi, rappresentano un rischio tossicologico significativo principalmente perché non esistono vie

facilmente praticabili per il loro smaltimento”.(da wikipedia). Si potrebbe dire più

correttamente che AL MOMENTO – E NELL’ATTUALE STADIO DELLA NOSTRA CIVILTA’ TECNOLOGICA –

NON ESISTONO VIE PRATICABILI PER LO SMALTIMENTO DEL PLUTONIO. Il plutonio, elemento artificiale che non esiste praticamente in natura, è talmente tossico e radioattivo che basta

inalarne una quantità infinitesima per sviluppare un cancro al polmone. La sua radioattività è

praticamente eterna sulla scala temporale umana: impiega 24.400 anni circa per dimezzare.

Dati antiquati del 2006 – quindi da aggiornare – ci dicono che:”Per scopi militari sono state

prodotte oltre 250 tonnellate di plutonio e più di 2200 tonnellate di uranio altamente arricchito

(HEU)”.(Relazione di Paolo Cotta Ramusino, presidente USPID, ad un seminario ENEA). E questi

dati non si riferiscono al materiale fissile, molto più consistente, prodotto per gli usi sedicenti

civili. Ad esempio, solo nel Giappone attualmente sarebbero stoccate 11 tonnellate di plutonio, mentre altre 36 tonnellate vengono trattate in Gran Bretagna e Francia per poi essere rinviate

indietro al governo di Tokio. Corrispondendo 1 tonnellata ad un milione di grammi ed essendo 1

grammo di plutonio ottimalmente distribuito capace di sviluppare 1,8 milioni di cancri al

polmone (Enzo Tiezzi ripreso da Gianni Mattioli e prima ancora da Helen Caldicott) basterebbe

un semplice calcolo aritmetico per dedurre che il solo plutonio giapponese sarebbe teoricamente

capace di sterminare centinaia di volte l’attuale umanità!

Ecco perché noi, cittadine e cittadini preoccupati, firmatari del presente appello ,

CONDIVIDENDO CON I GIOVANI “RISVEGLIATI” LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CRISI CLIMATICA, MA CON UN TRAGICO SURPLUS DI COGNIZIONE SUL RISCHIO MORTALE COSTITUITO DAL NUCLEARE MILITARE E CIVILE, DENUNCIATO DA SETTORI CONSISTENTI DELLA COMUNITA’ SCIENTIFICA E DALLA STESSA ONU CHE HA AVVIATO IL PROCESSO DELLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

chiediamo a tutti i responsabili delle amministrazioni pubbliche, in primo luogo al Governo del

nostro Paese:

di riconoscere e dichiarare lo stato di emergenza nucleare dell’Umanità. L’emergenza proclamata

va intesa come la presa d’atto della sussistenza di un rischio di estinzione per la specie umana

del tutto inaccettabile, nel contrastare il quale occorre assumere responsabilità politica a tutti i

livelli con straordinaria determinazione e focalizzazione di impegno;

di considerare, di conseguenza, a partire da subito, come la priorità del presente, e dei prossimi

anni , la lotta per il disarmo e la denuclearizzazione volta ad eliminare tale rischio, da collegare

anche alla lotta contro il riscaldamento globale e per la transizione a un’economia sostenibile

(il Green New Deal);

di aderire da subito, come Paese al Trattato di proibizione delle armi nucleari, lanciato da una

Conferenza ONU del luglio 2017. E di fare sì che nelle sedi internazionali, a partire dalla

revisione del Trattato di Non Proliferazione programmata nel 2020, si proponga il principio

abrogazionista del nucleare come motore di un nuovo ordine giuridico internazionale e di

negoziati diplomatici globali che portino ad un effettivo disarmo;

di escludere in tutte le sedi l’opzione nucleare tra possibili soluzioni al cambiamento climatico,

con ciò ribadendo la volontà del popolo italiano espressa nel voto referendario del 2011.

Di fronte alla prospettiva per nulla astratta e risibile dell’estinzione, cui occorre ribellarsi,

riteniamo sia necessario andare oltre le campagne e le forme di lotta convenzionali ed

indichiamo, per combattere la minaccia nucleare concepita come emergenza, l’adozione di un

modello nonviolento di resistenza civile.

Invitiamo a moltiplicare le iniziative e le proteste e a promuovere la disobbedienza civile di

massa, indispensabile per gettare il peso dei “persuasi” nel dibattito pubblico e scuotere così le

coscienze sollecitando la sensibilizzazione e l’attivizzazione della base popolare da cui non si può

prescindere per superare la crisi globale che stiamo vivendo.

Indichiamo come possibile scadenza per una grande azione di disobbedienza civile, con forme

decentrate e diffuse, ma anche con un momento di convergenza sulla capitale Roma, il 26

settembre 2020.

Questa data è il Petrov day, è il giorno in cui l’ONU ha indicato la necessità del bando delle armi

nucleari in ricordo dell’obiezione di coscienza del colonnello sovietico che il 26 settembre 1983

riuscì ad impedire che un falso allarme dei computer su un attacco missilistico USA (in realtà onde elettromagnetiche del sole riflesse dalle nuvole!) scatenasse la risposta missilistica di

Mosca.

In questa data simbolica proponiamo alle donne e agli uomini di buona volontà, singoli o

organizzati, che ci si riunisca, si manifesti, si agisca con il cervello e con il cuore per

concretizzare la nostra volontà di ribellione ragionata e pacifica alla massima minaccia sicura

contro il futuro della sopravvivenza umana.

Protestiamo e disobbediamo, il 26 settembre, il Petrov Day, contro l’intreccio tra minaccia

nucleare e minaccia climatica, contro la minaccia delle tecnologie contro l’uomo e contro la

Natura, per la pace tra la società e la Terra e quindi per la pace tra gli esseri umani.

Le persone e le associazioni che vogliono attivarsi ci possono contattare a queste mail:

kronospn@tiscali.it

coordinamentodisarmisti@gmail.com

alfiononuke@gmail.com

 

Condividono le considerazioni di Alfonso Navarra: 

 

Moni Ovadia, Antonia Sani, Oliviero Sorbini, Luigi Mosca,

Francesco Masi, Michele Carducci, Adriano Ciccioni, Massimo Aliprandini .

 

Greta Thunberg a New York

È tutto sbagliato. Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano. Eppure venite tutti da me per avere speranza? Come osate! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote. Ciò nonostante, io sono una delle più fortunate. C’è gente che soffre. C’è gente che sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E Voi non siete capaci di parlare d’altro che di soldi e di favoleggiare un’eterna crescita economica.

Come osate!

Per più di 30 anni la scienza è stata molto chiara. Come osate continuare a distogliere lo sguardo e a venire qui a dire che state facendo abbastanza, quando non si vedono ancora da nessuna parte le politiche e le soluzioni che sarebbero necessarie? Con gli attuali livelli di emissioni, il nostro limite di CO2 rimanente sarà consumato in meno di 8,5 anni.

Dite che ci “ascoltate” e che capite l’urgenza. Ma, a parte il fatto che sono triste e arrabbiata, non voglio crederci. Perché se voi capiste pienamente la situazione e continuaste a non agire, allora sareste malvagi. E io mi rifiuto di crederci.

L’idea diffusa di dimezzare le nostre emissioni in 10 anni ci dà solo il 50% di possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi centigradi, con il rischio di innescare reazioni a catena irreversibili al di là di ogni controllo umano.

Forse per voi il 50% è accettabile. Ma questi dati non considerano i punti di non ritorno, la maggior parte dei circoli di retroazione, il riscaldamento aggiuntivo nascosto provocato dall’inquinamento atmosferico tossico o gli aspetti di giustizia ed equità. Contano anche sul fatto che la mia generazione e quella dei miei figli assorbirà centinaia di miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’aria con tecnologie quasi inesistenti. Un rischio del 50%, quindi, è semplicemente inaccettabile per noi, noi che dovremo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura globale di 1,5°C — la migliore probabilità fornita dall’Ipcc (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) — al 1° gennaio 2018 il mondo aveva 420 gigatonnellate di anidride carbonica rimanenti da poter emettere. Oggi questa cifra è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Come osate far finta che questo problema possa essere risolto lasciando che tutto continui come prima e con qualche soluzione tecnica? Con gli attuali livelli di emissioni, quel limite di CO2 rimanente sarà completamente esaurito in meno di otto anni e mezzo.

Oggi non verranno presentate soluzioni o piani in linea con queste cifre. Perché questi numeri sono troppo scomodi. E non siete ancora abbastanza maturi per dire le cose come stanno.

Ci state deludendo. Ma i giovani cominciano a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi. E se scegliete di deluderci vi dico che non vi perdoneremo mai. Non vi permetteremo di farla franca. Qui, ora, noi diciamo basta. Il mondo si sta svegliando. E il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno.

Addio Giorgio Nebbia, maestro dell’ecologia

Dal blog di Edo Ronchi

Ho conosciuto Giorgio Nebbia nel 1983: ero un giovane parlamentare trentenne e lui pure deputato ma già professore e noto ambientalista cinquantenne. Ora che è morto, ai primi di luglio a 93 anni, mi vengono in mente tanti ricordi: le prime discussioni sull’energia nucleare, quelle più tardi sulla bonifica dell’ACNA di Cengio, i suoi puntuali commenti alle varie edizioni dell’Italia del Riciclo e tanti altri.

Giorgio non era mai generico e superficiale, era sempre aggiornato e competente, ma mai presuntuoso. Io che mi ero accostato a lui come a un maestro, mi sono trovato subito a mio agio, con una persona che, negli anni, è sempre stata cortese e disponibile, specie quando, su qualche specifica questione, non ero in sintonia con lui.

Il contributo culturale della sua laboriosa e lunga attività spero sia più conosciuto e valorizzato. So che, in buona parte, è raccolto presso il Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia. Vorrei, in suo ricordo, richiamare quello che ritengo fra i suoi più importanti contributi, non sempre compreso appieno nella sua portata: quello relativo al ruolo delle merci sia nella insostenibilità ecologica, sia nel cambiamento verso la sostenibilità .

Nei modelli di economia circolare ha grande rilievo la responsabilità estesa del produttore che coinvolge l’intero ciclo di vita del prodotto. Giorgio Nebbia partiva dal prodotto-merce e proponeva di ricostruire tutta la filiera coinvolgendo il produttore, ma anche il consumatore.

La battaglia contro l’inquinamento chimico di una certa agricoltura che aveva portato alla “Primavera silenziosa” nei campi era più efficace se si partiva dai residui chimici pericolosi per la salute che lasciava negli alimenti venduti ai supermercati, per fare un esempio.

Oppure per affrontare il problema della gestione di una massa crescente di rifiuti – altro tema caro a Giorgio Nebbia- non si potevano ignorare i modelli del consumismo delle merci che li generano. Giorgio è stato fra i primi a proporre l’ecodesign delle merci: di progettare i prodotti per il mercato in modo che generassero meno rifiuti, che fossero di lunga durata, riparabili e interamente riciclabili.

Come studioso delle merci sottolineava il peso del mercato, delle logiche economiche capitalistiche e di breve termine che lo determinano, nel definire caratteristiche di prodotti e di processi produttivi che generano insostenibilità ecologica. Individuato il problema si è già sulla buona strada per la soluzione che sta in modelli ormai affermati di economia mista – di mercato ma con significativo ruolo pubblico – di economia di mercato regolata in modo sostenibile, di meccanismi fiscali utilizzati per internalizzare costi e benefici non pienamente riconosciuti dal mercato e via dicendo.

Attenzione però che queste soluzioni non sono nate dal conformismo del pensiero economico tradizionale, ma, invece, proprio da quello critico, oltre che dalle esperienze di tanti fallimenti ambientali del mercato.

I portatori di pensiero critico come Giorgio Nebbia sono sempre percepiti come spigolosi, raramente sono comodi, spesso sono in dissenso radicale e minoritario. Anche per questo gli sono riconoscente: ben seminato caro Giorgio

Emergenza climatica: che fare

di Guido Viale

Che cosa significa dichiarare l’Emergenza climatica, come hanno fatto i Parlamenti di Regno Unito e Irlanda (ma non quello italiano) e centinaia di comuni in tutto il mondo, tra cui Milano e, a seguire, Napoli? Nei fatti, niente. Dopo quella dichiarazione tutto prosegue come prima e i responsabili possono lavarsene le mani. Quella dichiarazione legittima però ogni richiesta fondata di fermare subito le attività che aggravano la situazione e di spostare al più presto le risorse finanziarie e umane disponibili su iniziative che concorrono al drawdown, a invertire le tendenze in atto. Per questo, oltre a Comuni, Municipi, Regioni, Scuole, Direzioni didattiche, Università, questa richiesta va presentata anche a tutti i corpi intermedi: stampa, tv, sindacati, associazioni, rappresentanze di imprese, diocesi, parrocchie, partiti.

Molte adesioni possono innescare un effetto valanga, che finirà per coinvolgere tutti, anche perché la situazione del clima sta peggiorando sotto i nostri occhi. L’importante è individuare, con ciascun interlocutore, le priorità (e non è facile, vista la nostra impreparazione); e poi incalzarlo perché alle parole seguano i fatti. Si può cominciare sottoponendo chi ha fatto la dichiarazione alla verifica delle tre regole di Extinction Rebellion, il movimento che ha bloccato mezza Londra per due settimane.

Primo: dire la verità (Tell the Truth). Che cosa hanno fatto, e che cosa intendono fare, quegli enti e i relativi responsabili – per esempio il sindaco di Milano, o i sindacati che andiamo a incontrare – per far sapere a coloro che rappresentano (elettori, lavoratori, ascoltatori, lettori, associati, dipendenti, studenti, fedeli, ecc.) che la vita e la convivenza umane su questo pianeta sono di fronte a un passaggio irreversibile che le renderanno, se non impossibili, decisamente ostiche per tutte le generazioni a venire, a partire da ora? Basta formulare pubblicamente questa domanda per scoperchiare un abisso. Se non si è negazionisti (cosa oggi impossibile) tutti gli interpellati devono ammettere di essere venuti meno alle proprie responsabilità: di aver ignorato o volutamente nascosto una cosa di una gravità sconvolgente, nota da tempo, che avrebbe dovuto imporre di abbandonare progetti, programmi e iniziative in corso o, per lo meno, di imprimere loro un cambiamento drastico. Perché non lo si è fatto? Difficile per loro rispondere; deve diventare altrettanto difficile non farlo.

Secondo: agire subito (Act now). Non deve più essere possibile dire una cosa e farne un’altra: dare una tessera onoraria a Greta e poi manifestare per tenere aperte le trivelle (ma di esempi come questi se ne contano decine). Se il rischio è immenso e imminente (ma non è un rischio; è una certezza), altrettanto grandi e immediati devono essere gli sforzi per prevenirlo. E se avviare nuovi progetti richiede tempo (ma non tanto: la rapida riconversione dell’industria degli Stati Uniti per fare fronte alla Seconda guerra mondiale citata da Stiglitz fa testo), fermare attività e interventi che aggravano lo stato del pianeta può essere fatto subito. E qui non c’è bisogno di studi: sono tutte le cose contro cui sono scesi in campo movimenti locali, nazionali, o mondiali: produzione e vendita di armi, Tav, Terzo valico, Olimpiadi, Tap, pesticidi, navi da crociera, nuove autostrade, altoforni dell’Ilva, invasione delle auto, ecc.

Bisogna riuscire a spiegare che per ogni posto di lavoro che si perde ce ne sono almeno due, e forse più – meno nocivi per chi li fa e per chi ci abita intorno e più utili per tutti – nelle attività necessarie alla conversione ecologica: negli impianti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, nella ristrutturazione di tutti gli edifici, in un’agricoltura biologica che rispetti il suolo, avvalendosi di tutti i ritrovati della ricerca agronomica, nella riorganizzazione della mobilità sia urbana che di lunga percorrenza, nel riassetto e nella rinaturalizzazione dei territori, nella gestione e nel recupero di scarti e rifiuti, oltre che in tutte quelle attività da cui dipende direttamente il nostro benessere: sanità, istruzione, cultura, assistenza ai più deboli, ecc. E bisogna adoperarsi perché il passaggio da un posto di lavoro a un altro venga programmato consensualmente, con le modalità di una promozione sia economica che sociale. Se l’ingiustizia nasce dal mancato rispetto per la Terra, il suo risanamento porta con sé maggiore equità.

Terzo: promuovere la partecipazione (Call assemblies): è la conseguenza diretta degli altri due punti: nell’informare il maggior numero di persone possibile bisogna offrire a tutti l’opportunità di chiarire i dubbi e di scoprire che c’è una risposta possibile e necessaria. Ma per addentrarsi nelle cose da fare, occorre articolare l’obiettivo generale della transizione casa per casa, strada per strada, impresa per impresa, scuola per scuola, comune per comune, ecc. Solo chi vive, lavora o studia in un determinato ambito può sapere veramente che cosa si può fare e a che cosa si può rinunciare. Per ora nessuno di noi lo sa, perché non se ne è mai discusso. Per questo, con il supporto dei tecnici, le assemblee sono innanzitutto luoghi di auto educazione.

Beppe Marazzi della LOC ci ha lasciati

Dopo una operazione chirurgica dall’esito infausto, di qualche giorno fa, e per un successivo infarto, da cui pure abbiamo sperato si riprendesse, stanotte ci ha lasciati uno dei pilastri della Lega Obiettori di Coscienza (LOC), Beppe Marazzi.
Dall’assemblea del 18 maggio 2015 era formalmente il presidente dell’associazione, affiancato nel coordinamento nazionale dal sottoscritto e da Massimo Aliprandini.
Era di qualche anno più giovane di me (lui del 1962 io del 1954) e apparentemente meglio messo in salute.
Lavorava in modo metodico e puntiglioso, con grande convinzione negli ideali antimilitaristi e nonviolenti, da volontario, al coordinamento organizzativo della campagna OSM-DPN (www.osmdpn.it; nuovo sito in allestimento: www.osmdpn.net) – la Campagna di obiezione di coscienza alle spese militari per la Difesa popolare nonviolenta – e sbarcava il lunario, con lavori non a tempo indeterminato, nell’amministrazione pubblica. La condizione penosa di tanti in questi anni di precariato dominante e montante!
Si era fatto i suoi bravi mesetti di galera (il posto giusto per l’uomo giusto in un sistema ingiusto!) per conquistare il diritto di tutti all’obiezione di coscienza al servizio militare.
Le sue lotte, che sono anche le nostre, oggi per lo più non riconosciute da tanti che si prendono il merito di inesistenti “cambiamenti”, hanno sicuramente contribuito in concreto e, a ben rifletterci, neanche tanto in piccolo, a rendere l’Italia ed il mondo un posto migliore.
Gli amici del gruppo LOC di Milano, tristi ma non rassegnati, lo abbracciano ancora idealmente: caro, generoso Beppe riverseremo nella nostra testimonianza disarmista e pacifista, per quanto ci riuscirà possibile, il tuo spirito di intelligenza pacata e ironica e la capacità, serena e paziente, di ricomposizione dei conflitti.
Ti autodefinivi anarchico ma eri fino in fondo un uomo scevro da pregiudizi ideologici e senza schemi precostituiti.
Se devo trovare un difetto, mi viene in mente solo il tifo, anche esso moderato, per l’Inter…
Un ragazzo d’oro, un buon amico e compagnone, fumatore e bevitore (con giudizio!) di birra, che purtroppo non vedremo più tra noi, e che mancherà all’affetto della compagna Bea e dei suoi fratelli.
Il suo spirito benevolo aleggia ancora nello scantinato stracolmo di carte che fa da archivio alla storia dell’obiezione di coscienza in Italia: non dimenticheremo lui e il suo contributo a questo patrimonio politico e culturale!
Alfonso Navarra

IL GOVERNO ITALIANO DICHIARI LO STATO DI EMERGENZA CLIMATICA 

IL GOVERNO ITALIANO DICHIARI LO STATO DI EMERGENZA CLIMATICA  

Il cambiamento climatico causato dalle attività umane incombe come una spada di Damocle sulla nostra testa: siamo nel bel mezzo di un incendio climatico, che – intrecciato con la minaccia nucleare e della corsa agli armamenti – rischia di compromettere irreparabilmente l’ecosistema terrestre e la nostra stessa sopravvivenza.

Noi, le promotrici e i promotori della presente iniziativa, non vogliamo lasciarci passivamente trascinare nel baratro mortale verso il quale il sistema dell’accumulazione illimitata – per il profitto e la potenza – ci sta orribilmente spingendo giorno dopo giorno!

Appoggiamo lo sciopero mondiale degli studenti, le lotte della nuova generazione che, prendendo sul serio i rapporti della comunità scientifica mondiale, ha capito che non c’è più tempo, che adesso è il momento di agire per garantirsi un futuro (e per conservare il senso della storia umana sulla Terra)!

Ecco perché noi, cittadine e cittadini firmatari del presente appello ,

CONDIVIDENDO CON I GIOVANI “RISVEGLIATI” LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CRISI CLIMATICA,

chiediamo in primo luogo al Governo, ma anche alle Regioni e ai Comuni italiani di:

1.  Dichiarare lo stato di emergenza climatica. Non intesa – tale emergenza proclamata – come attribuzione di poteri giuridici eccezionali bensì  come assunzione di responsabilità politica con straordinaria determinazione e focalizzazione di impegno;

2.  Considerare, di conseguenza, a partire da subito, la lotta al cambiamento climatico e la transizione a un’economia sostenibile (il Green New Deal) come la priorità del presente e dei prossimi anni;

3.  Fissare l’obiettivo, suggerito dall’IPCC, di abbattere del 50% le emissioni di gas serra rispetto all’epoca preindustriale entro il 2030, e comunque effettuare tagli ambiziosi per raggiungere ZERO emissioni nel 2050;

4- trovare le risorse, in primo luogo dalla cancellazione degli incentivi alle fonti fossili, quindi dal risparmio sugli armamenti: usiamo  le forze della difesa (di protezione civile e dei modelli alternativi di difesa!) come energie per la salvaguardia dei territori e per l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici;

5- escludere in tutte le sedi l’opzione nucleare tra possibili soluzioni al cambiamento climatico, con ciò ribadendo la volontà del popolo italiano espressa nel voto referendario del 2011;

6.  Attuare i piani di transizione climatica secondo i principi di: – Equità: i costi della transizione non devono gravare sulle fasce più deboli della popolazione; le istituzioni devono impegnarsi a riqualificare i lavoratori attualmente impegnati in settori incompatibili con la transizione; – Democrazia: le istituzioni si impegnano a coinvolgere attivamente cittadini e associazioni nel processo di individuazione delle criticità ambientali locali, e di pianificazione, attuazione e supervisione della transizione, attraverso tavoli di confronto e di dibattito pubblico; – Trasparenza: le istituzioni si impegnano a pubblicare rapporti periodici sui progressi fatti nella riduzione delle emissioni e nella risoluzione delle criticità ambientali locali.

Come dice la giovane svedese Greta Thunberg, la cui disobbedienza civile è all’origine della rivoluzione in corso per la speranza GLOBALE:

Vogliamo che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perchè lo è“.

 

Moni Ovadia – Alex Zanotelli – Edo Ronchi – Grazia Francescato

Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti (coordinamento organizzativo cell. 340-0736871)

 

Giovanna Pagani – Antonia Baraldi Sani – Patrizia Sterpetti – WILPF Italia

Oliviero Sorbini – Ennio La Malfa – Accademia Kronos

Vittorio Bardi – Coalizione per il clima

Maria Maranò – Legambiente

Giuseppe Farinella – Il Sole di Parigi

Laura Tussi – PeaceLink

Fabrizio Cracolici – ANPI di Nova Milanese

Massimo Aliprandini – Lega Obiettori di Cosienza

Adriano Ciccioni – Città Verde

Francesco Lo Cascio – Rete delle Ambasciate di Pace

Tiziana Volta – Marcia Mondiale per la Nonviolenza

Mario Agostinell- Energia Felice

Luigi Mosca – Armes Nucléaires Stop

Amalia Navoni – Sandra Cangemi – Coordinamento Nord Sud

Sergio Venezia – CO-Energia

Diritto alla Pace e Diritto ad un Ambiente sano per una Economia di Pace

WILPF Italia
in collaborazione con
Accademia Kronos e Il Sole di Parigi
Diritto alla Pace e Diritto ad un Ambiente sano
per una Economia di Pace
Roma, martedì 30 Aprile 2019 ore 9.30- 13.30
CESV, Via Liberiana n.17

Il convegno, promosso da WILPF Italia – Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà – in collaborazione con Accademia Kronos e Il Sole di Parigi, rientra nelle attività del Progetto Nazionale di WILPF Italia “Pace femminista in azione: giustizia climatica, sicurezza e salute”
( www.pacefemministainazione.com).

Le donne della WILPF Italia, come tutte le wilpfers nel mondo, si impegnano a rilanciare con forza la consapevolezza collettiva dell’urgente necessità planetaria di una Economia di Pace, come unica strada per garantire un futuro all’umanità, ora sotto minaccia di un modello di sviluppo predatorio, iniquo, alimentatore di continue guerre e disastri ambientali.
“La distruzione ambientale e l’ecocidio sono entrambi cause e conseguenze di conflitti e forse il più grande pericolo che dobbiamo affrontare nel mondo moderno” (WILPF, Manifesto 2015).
Centrale sarà la riflessione su due imprescindibili diritti dell’Umanità: Diritto alla Pace e Diritto all’Ambiente, la cui stretta interconnessione impone all’economia di cambiare rotta, spostando le risorse – finanziarie, umane, culturali e scientifiche – dagli armamenti e la guerra al sociale e alla tutela e salvaguardia dell’ambiente naturale.
WILPF Italia invita le associazioni ambientaliste e pacifiste a iniziare un percorso di dialogo sulle tematiche proposte per ritessere progettualità comuni miranti a costruire una comune “rode map”. L’obiettivo è una rinnovata convergenza eco-pacifista, capace di promuovere mobilitazione sociale e pressione sulla sfera politica, affinché sia realmente garante dei beni comuni da tutelare e preservare per la “collettività dei viventi”, come scritto nella Carta della Terra del 1992.

(vedi locandina)

Tornare a sognare, senza essere sognatori di Oliviero Sorbini

OLIVIERO SORBINI
Tornare a sognare, senza essere sognatori
Più coraggio per l’innovazione, la ricerca
e la sperimentazione

Tempo non ne abbiamo più. Da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra l’avvelenamento dell’intero pianeta. Se 150 anni fa avessero domandato a persona colta e ben informata quali danni il genere umano avrebbe potuto causare a se stesso e a tutto il sistema biologico del pianeta, questi non sarebbe riuscito, con tutto il pessimismo possibile, a immaginare la realtà di oggi. Solo qualche profezia, forse, ha anticipato l’attuale stato delle cose.
E se non c’è più tempo, allora … è tempo di provare concretamente a cambiare modo di pensare e procedere. Forse è il momento di tornare a volare alto, a essere capaci di sognare, senza essere considerati sognatori, intesi come poveri illusi avulsi dalla realtà.
Cerchiamo di analizzare, nella disperata ricerca di una visione di sintesi e nel modo più oggettivo possibile, la nostra società odierna. E’ una società, una collettività internazionale, fortemente condizionata dall’interesse dei singoli, dal vantaggio immediato o comunque prossimo delle singole persone. E’ su questo principio che si è evoluto, purtroppo nel peggiore dei modi, il capitalismo e lo sviluppo delle grandi società per azioni, quotate in borsa, che poi hanno generato le multinazionali; e sul loro prototipo si sono modellate anche le società statali. E’ un giudizio sintetico che omette molto, ma purtroppo non lontano dal vero. La nostra è una società dove la responsabilità personale ha sempre più perso valore, nella quale, il più delle volte, i manager o amministratori pubblici (politici per primi) e privati si muovono e giustificano le loro scelte come soldati che devono eseguire degli ordini, pur perseguendo profitti a proprio vantaggio.
E’ difficile essere ottimisti. Credo che dovremmo tornare a perseguire obiettivi concreti e strategici di grande respiro, come per esempio la radicale riduzione delle spese militari in favore di azioni per la mitigazione e l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Non solo in Italia ma in tutto il mondo. Penso anche, però, che dovremmo ben guardarci dal confondere un’idea, spesso un’ideale, con la nostra strategia. Un esempio, non scelto a caso, sul quale voglio estendere questa mia riflessione, è quello dell’atteggiamento del movimento ambientalista sulla questione rifiuti. Rifiuti Zero è senz’altro un obiettivo che suscita emozioni e risveglia la nostra capacità immaginativa. La filosofia del No Waste credo sia assolutamente corretta, nell’applicazione delle 5 R (Rifiutare ciò che è superfluo – Ridurre – Riutilizzare – Riciclare – Ridurre lo scarto). Non credo però sia opportuno proporre lo slogan Rifiuti Zero come unica soluzione immediata e concreta ai problemi che dobbiamo rapidamente affrontare. Perché non saremmo compresi e le nostre buone intenzioni serviranno solo per portarci discredito. Un movimento che non sa comunicare con la gente è un movimento che non potrà portare avanti nulla di concreto. E’ su questo aspetto che manca, a mio parere anche nel contesto del mondo ambientalista, un’analisi oggettiva dello stato delle cose. Non partiamo da una situazione facilmente gestibile, anzi dal contrario. Perché non possiamo dimenticare che a monte delle R c’è una P (produzione di beni e quindi di ricchezza immediata) che determina la creazione del problema. Da qualche decennio il movimento ambientalista italiano e di altri paesi occidentali, sulla questione rifiuti, si è concentrato quasi esclusivamente sulla raccolta differenziata e sul conseguente riciclo , come soluzione della problematica. Risultati? Qualcosa di buono è stato ottenuto. Ma la realtà rimane disastrosa. Forse non sarebbe sbagliato iniziare con l’ammettere e prendere atto che la stragrande maggioranza della plastica che raccogliamo finisce nei termovalorizzatori e, se possibile, ancora nelle discariche. Perché negare la verità? A chi porta vantaggio? Se non si avrà il coraggio, rinunciando all’immediato vantaggio o a radicate convinzioni, spesso pregiudiziali, di alcune parti di cambiare atteggiamento non usciremo vincitori da questa partita.
Sono convinto sia necessario non aver paura di essere scavalcati e di uscire dall’’ortodossia ambientalista dominante. Ora, come mai, è necessario trovare un modo di operare e risolvere i problemi. I due vice primi ministri italiani si sono espressi chiaramente sul problema: uno ha detto che l’uso dei termovalorizzatori è la soluzione del problema, l’altro ha affermato che mai e poi mai si farà ricorso ad altri termovalorizzatori. Situazione invidiabile per noi cittadini italiani! Nessuno però, a cominciare dal Ministero dell’Ambiente, ha il coraggio e l’intelligenza di dire che vi possono essere alternative concrete. E tanto meno vi è il coraggio di iniziare a provare a cambiare lo stato delle cose. Nessuno ha il coraggio e la voglia di affermare chiaramente che è tempo di fare ricerca e sperimentare nuove e concrete soluzioni. Che, sia ben chiaro, esistono. E possono probabilmente contribuire, nella logica del nulla si distrugge, tutto si trasforma, alla soluzione del fabbisogno energetico. Non lo affermo io (che certo non sono un tecnico e di questa mia lacuna sono perfettamente consapevole) perché mi è venuto in mente stamani. Vi sono esperienze e certificazioni su nuove tecnologie che vengono semplicemente ignorate. Il problema dei rifiuti è solo uno dei mille e più che dobbiamo affrontare e per tutti credo sia necessario portare avanti una battaglia per l’innovazione, la ricerca e la sperimentazione.
Non viviamo in compartimenti stagni. Viviamo in una società dove ogni elemento è strettamente collegato ad altri. Una battaglia per la sola questione dei rifiuti sarebbe, seppur vinta, parte di una guerra persa. La guerra in questione è quella della sopravvivenza dell’umanità e di gran parte della vita biologica sul pianeta. Anche se avessero ragione (e non la hanno) i negazionisti sulla causa antropica del repentino cambiamento climatico, la questione rimane immutata e riguarda tutti, ricchi e poveri, europei o americani e africani o asiatici, cristiani, musulmani, induisti, ebrei o atei. Perché non dobbiamo affrontare solamente i problemi derivanti direttamente dai cambiamenti climatici. Quelli dell’avvelenamento dei terreni, conseguentemente delle falde acquifere, dell’aria e degli oceani, dello sciagurato uso dei pesticidi non sono da meno, con riflessi diretti sulla nostra salute. Quando è che ci mobiliteremo perché chi ha inquinato e inquina non solo la smetta ma ripari o almeno tenti di riparare i danni che ha provocato? Quando succederà che gli azionisti delle multinazionali del petrolio e dei fossili in generale saranno un po’ meno ricchi, perché saranno stati costretti a spendere soldi per bonificare i terreni e le acque compromessi dalla loro avidità e disprezzo per la vita degli altri?
La consapevolezza della gravità della situazione ci deve portare ad essere concreti, senza rinunciare agli obiettivi principali. Per questo dobbiamo tornare a sognare, senza essere sognatori, consapevoli che le problematiche da affrontare sono globali e dunque necessitiamo di costruire reti di comunicazione e di mobilitazione internazionali. E’ necessario che si rivedano modi di produrre, di commercializzare e di consumare. I fronti su cui intervenire sono infiniti e per questo gli ambientalisti e i movimenti per la giustizia sociale di tutto il mondo devono tornare ad appropriarsi dell’uso delle nuove tecnologie per il bene della collettività e non lasciarle in mano a speculatori, militari e politici che è veramente difficile ritenere, e a questo punto sperare, essere in grado di esercitare il loro ruolo di responsabilità sociale. E risulterà di importanza fondamentale che recuperino alcuni valori della loro storia, quali in particolare l’antinuclearismo e la capacità critica nei confronti del mondo degli armamenti tutti.
Un nuovo e più forte movimento eco pacifista
L’idea del disarmo unilaterale da parte di alcuni stati è vista, o comunque definita, come impossibile e irrealizzabile da parte della quasi totalità dei governanti del mondo. Ma se ci fermiamo a ragionare, partendo dal nostro Paese, vediamo che il primo vero problema è che, con l’eccezione di poche persone e organizzazioni, nessuno la propone nemmeno per la discussione.
E’ chiaro perfino per i bambini che le nostre forze armate convenzionali, in tempo di bombe elettromagnetiche, sono del tutto inutili per la difesa del Paese. Forse potrebbero fronteggiare un’ipotetica invasione da parte dello stato della Slovenia? Ma appare assurdo, a fronte di questo supposto pericolo, spendere quanto spendiamo nel mantenere in piedi un sistema militare come quello attuale. E non ci si venga a raccontare che le nostre forze armate servono per contribuire a mantenere la pace nel mondo. Vi sono, allo stato attuale delle cose, innumerevoli alternative, anche in considerazione del fatto che l’Italia è parte dell’Unione Europea.
Poiché siamo consapevoli che non riusciremo a cambiare radicalmente in breve il sistema mondiale solo con la nostra convinzione che le armi e le forze militari comportano per l’umanità un grande danno e un immenso pericolo, potremmo impegnarci su un percorso graduale, che comunque preveda l’idea di disarmo da parte di molti stati. Un primo passo potrebbe essere quello di dar nuova vita ad un movimento eco pacifista che, pur dando per scontato che il nostro Paese, nell’immediato, resti nella NATO, chieda che l’Italia si liberi per prima cosa delle basi nucleari nel proprio territorio. Senza il coraggio di partire non si potrà arrivare da nessuna parte.
Perché, invece che dileggiare l’idea come irrealistica, non torniamo, come movimento pacifista e ambientalista, nel quale si riconoscono anche molte persone che professano la propria religione, a indicare nel disarmo unilaterale una seria e concreta via da seguire? Vi sono infinite obiezioni a questa idea, alcune dettate dalla paura dei politici di perdere il consenso elettorale di tutto un mondo legato alle forze armate. Ma vi sono altrettante valide risposte più che fondate, che possono e devono prevedere un nuovo e più utile impiego delle risorse attualmente sperperate. Oggi la guerra che più da vicino minaccia paesi come l’Italia, non è una guerra fatta con le bombe e i bazooka ma con i cyber attacchi. Sarebbe certo più utile impiegare una piccola parte di quel che le forze armate spendono solo in carburante in ricerca e innovazione, anche nel settore della cyber difesa di istituzioni, industrie e infrastrutture.
Minaccia nucleare e minacce ambientali sono elementi diversi dello stesso problema. E ambedue mettono in pericolo la sopravvivenza della razza umana e della biodiversità. Per questo ognuno deve fare la propria parte: noi italiani come il popolo americano o quello cinese. Penso che in Europa, i cittadini degli stati che non posseggono la tecnologia delle armi nucleari, come ad esempio italiani, olandesi o spagnoli, potrebbero per primi più facilmente, provare a fare il passo iniziale. Non avrebbero niente da rimetterci, ma solo da guadagnare in risorse che potrebbero essere investite, come detto, in misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici, nell’istruzione, nella ricerca e nella sperimentazione.
“La Rivoluzione disarmista” è stata scritta da Carlo Cassola ormai alcuni decenni fa, quando non esistevano Internet, il Cybermondo e neanche le bombe elettromagnetiche. Eppure i concetti espressi in quel libro sono del tutto attuali, anzi lo sono ancor più, perché l’evoluzione tecnologica ha reso sempre più evidente l’anacronismo del militarismo convenzionale. Oggi una nazione può essere messa in ginocchio da un cyber attacco alle sue strutture e infrastrutture portanti. E i nostri militari cosa faranno? Come potranno aiutarci? Prendere atto della realtà e professare il disarmo unilaterale, ammettendo sì la propria non competitività bellica, ma con l’obiettivo finale di arrivare ad un mondo senza guerre, non è così assurdo come si vorrebbe far apparire. Certo è necessario che questo movimento di pensiero attraversi il mondo ma non dobbiamo dimenticare che il problema delle guerre nucleari e tecnologiche riguarda tutti gli esseri umani del pianeta. L’ONU certamente non funziona quanto sarebbe necessario perché vi operano troppe realtà conflittuali e troppe persone che pensano solo ai propri benefici. Ma non per questo il concetto di Nazioni Unite è superato! Su questo, credo, dovremmo concentrarci, come movimento pacifista e ambientalista mondiale. Già, perché mai dobbiamo dimenticare che l’incubo peggiore per l’ambiente sono le armi nucleari.
E’ tempo che ambientalismo e pacifismo tornino ad essere un solo movimento. In fin dei conti l’obiettivo è unico. E’ tempo di ribellarsi alle fake news istituzionali, professate dai governi. Il mondo è uno, con tutte le sue complessità. O sapremo, globalmente, considerarlo nella sua interezza o non riusciremo a cambiare il viaggio verso il dolore e infine la morte dell’intera umanità. Necessitiamo di ridurre l’egoismo, di smascherare i furbi, inutili a tutti se non a se stessi, abbiamo bisogno di nuovi (o anche vecchi) traguardi. Prima ancora di alzare il tiro, dobbiamo alzare la testa.
I ragazzi di Greta sono molto gentili con noi adulti. Non ci hanno escluso. E’ un segno di intelligenza che attivisti di altri movimenti giovanili non avevano avuto. Ma noi adulti, e spesso anziani, abbiamo il dovere di mettere a loro disposizione il nostro sapere e la nostra esperienza. Pensare di combattere i cambiamenti climatici limitandosi ad invitare i potenti del mondo a cambiare rotta, noi lo sappiamo, è illusorio. Per questo abbiamo il dovere di indicare obiettivi che abbiano una valenza strategica. E di agire nella tattica. La lotta contro l’uso dei fossili, il contenimento e poi la fine degli inquinanti nell’atmosfera, la bonifica dei terreni, delle discariche, delle acque, la riduzione a monte dei rifiuti sono obiettivi perseguibili e realizzabili. Magari trovando risorse dal risparmio sugli armamenti e usando le forze armate come energie per la protezione civile e per l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici.
Se il movimento giovanile che sta nascendo intorno a Fridays for Future, saprà individuare fra gli obiettivi quelli del disarmo nucleare e della radicale riduzione degli investimenti negli armamenti, allora avrà centrato un aspetto basilare dell’attuale sistema di interessi, non a caso così restio a mettere in pratica concrete misure sulla lotta ai cambiamenti climatici e l’avvelenamento del pianeta, e potrà contare su una efficace strategia per incidere sul futuro.