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Italia, Africa e paesi Brics alla svolta della Cop 30 in Brasile

di Mario Agostinelli

L’appuntamento della Cop 30 di Belem non sembra incidere nel dibattito politico aperto nel nostro paese. Eppure, la crisi climatica va peggiorando, mentre cresce la distanza tra un’opinione pubblica allarmata e governi irresponsabili nei confronti delle loro popolazioni. L’Italia del governo Meloni porterà in Amazzonia una posizione sostanzialmente negazionista a giustificazione del suo ritardo sugli obbiettivi assunti precedentemente a livello internazionale. Mentre su indicazione di Trump arretra il Green Deal europeo, è la Premier in persona a definire “ideologica” la sostenibilità ambientale, mentre corre in aiuto dell’industria continentale dell’automotive per tenere in vita motori endotermici – magari alimentati a biocarburanti – e sostiene le importazioni del gas liquido di Trump e Milei infrangendo l’obiettivo di emissioni climatiche zero al 2040. (v. https://www.riciclanews.it/primopiano/meloni-no-allambientalismo-ideologico_21610.html ).La Cop di Novembre a Belem , alla foce del Rio delle Amazzoni, ha un alto valore simbolico e va contestualizzata come un appuntamento rilevante per l’attenzione alla biosfera e al protagonismo dell’emisfero Sud del Pianeta. Anche per questa ragione sarebbe rilevante una visione che superi il vecchio colonialismo dell’Occidente ricco, tutt’altro che esorcizzato dalle lobby energetiche che combattono le rinnovabili. I segnali più recenti che provengono dalla natura sono drammatici. La devastazione lasciata dall’uragano Melissa in Giamaica e nella parte orientale di Cuba (v. https://www.ilpost.it/2025/10/30/uragano-melissa-caraibi-danni/ ), con venti di quasi 300 chilometri orari, non è stata frutto del caso o di un capriccio meteorologico eccezionale. Il fenomeno della rapida intensificazione dei cicloni sta diventando sempre più comune nei Caraibi, e c’è una spiegazione nell’effetto del riscaldamento globale. Effetto riscontrabile anche in Europa, dove la temperatura media ha già superato la soglia di1,5°C e già in questa estate ondate di calore ed eventi estremi sono costati 43 miliardi di euro, di cui 12 all’Italia (v. https://www.facebook.com/corrieredellasera/posts/lue-sta-smantellando-il-green-deal-e-cosa-rischiamo-dataroom-di-milena-gabanelli/1275096751312604/?locale=it_IT ). Per l’imminente Cop 30, al contrario dell’involuzione che matura negli USA, in Italia ed UE, il continente africano si va preparando ad un ruolo meno dipendente dai Paesi ricchi. Invece di continuare ad aspettare gli aiuti, l’Africa sta cercando di mobilitare investimenti nella sua transizione verde perché può così aiutare il mondo ad affrontare il cambiamento climatico. Il successo di questo sforzo originale, adottato all’Africa climate summit di Addis Abeba (https://africaclimatesummit2.et/ ), richiederà progressi su quattro fronti, tutti in agenda per il confronto che si aprirà a Belem. Il primo riguarda il costo del capitale, per cui è essenziale una riforma sistemica, con la creazione di una nuova architettura finanziaria a guida africana che ne riduca il costo. Il secondo si rivolge ai mercati del carbonio, in un contesto che, anziché fornire compensazioni a basso costo per le emissioni di attori esterni con scarsi benefici per la sua popolazione, promuova un mercato del carbonio integrato, regolamentato dagli africani. Il terzo si rivolge all’adattamento, da integrare nelle politiche industriali locali, poiché gli investimenti in agricoltura, infrastrutture e sistemi idrici resilienti al clima generano posti di lavoro, promuovono l’innovazione e stimolano l’integrazione dei mercati. Infine, i minerali essenziali di cui il continente è ricchissimo andranno integrati in catene del valore nel continente. L’Africa potrà così evitare la “maledizione delle risorse” e garantire che la sua ricchezza di minerali essenziali generi posti di lavoro e industrie locali. In definitiva, la logica estrattiva del passato – in cui l’industrializzazione si basava sullo sfruttamento e sulla distruzione – deve cedere il passo a un approccio più olistico, giusto ed equilibrato, che riconosca che gli esseri umani appartengono alla natura, non il contrario. Su un altro fronte, sempre estraneo all’Occidente, è probabile che, a seguito dell’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di Trump, al ripensamento del Green Deal da parte della von der Leyen, ai passi indietro dell’Italia, l’attenzione per un esito non drammatico della Cop 30 di Belem passi ai Paesi Brics ed. in particolare, a Brasile e Cina ed ai loro differenti approcci alla transizione energetica. Di fronte ad un primo cittadino americano che ha descritto il clima come “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo” ed ha attaccato le rinnovabili come un “scherzo patetico”, il leader cinese Xi Jinping ha replicato che “La transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione”. Una contrapposizione di non poco conto, largamente trascurata dal nostro mainstream, che si affanna a trascurare come l’evoluzione delle emissioni di anidride carbonica del comparto energetico cinese siano già diminuite del 3% nella prima metà del 2025 e come nel primo semestre del 2025 la Cina abbia installato 12 volte più potenza solare rispetto agli Usa. La Cop 30 di Belem segnerà probabilmente il passaggio della leadership ambientale dal mondo occidentale a Cina e Brics, accompagnato da un risveglio africano: un cambiamento che può dare un risalto internazionale alla Cop 30 che qui da noi non si intende sottolineare.

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“L’accordo per Gaza deciso senza il minimo coinvolgimento dei palestinesi”. Intervista a Maria Elena Delia, referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla e Global Movement to Gaza. Il ricordo di Vittorio Arrigoni 

di Laura Tussi

“Sono stata felice e commossa nel vedere la popolazione sopravvissuta di Gaza ritrovarsi finalmente senza bombardamenti e con la possibilità di tornare quanto meno dove una volta c’erano le proprie case”, confida a FarodiRoma Maria Elena Delia, referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla e Global Movement to Gaza. “Ma penso – aggiunge la Delia nel suo dialogo con il nostro giornale online – che un accordo deciso senza il minimo coinvolgimento dei palestinesi, che non contempli il contributo dei palestinesi ma che li veda solo come presenza apolitica guidate da un gruppo di potere di cui fanno parte personaggi come lo stesso Trump e come Tony Blair, non sia un buon viatico verso una Palestina libera e autodeterminata. La Palestina continua ad essere occupata illegalmente e fino a quando questa situazione non cambierà non potremo essere soddisfatti.

Maria Elena Delia tu hai conosciuto e sperimentato l’Utopia soprattutto con Vittorio Arrigoni e le varie flottiglie

Partiamo dall’inizio. La mia esperienza diciamo di attivista ha radici lontane, anche perché ho un’età, quindi ho cominciato a cooperare con movimenti e associazioni che si occupano di Palestina. Dal 2003, sostanzialmente e con quello che una volta, si chiamava appunto l’International Movement to Gaza.

Hai conosciuto Vittorio Arrigoni da quando è stato posto il blocco illegale a Gaza?

Ho conosciuto molti attivisti tra cui anche Vittorio Arrigoni da quando nel 2007 è stato imposto il blocco alla striscia di Gaza, il blocco illegale. Ricordiamo che alla striscia di Gaza il blocco non è stato imposto il 7 ottobre 2023, ma nel 2007. Dopo che appunto Hamas aveva vinto le elezioni a Gaza.

Cosa si intende per Free Gaza Movement e cosa è scaturito da questa avvincente missione politica e umanitaria?

Con il Free Gaza Movement abbiamo deciso di lavorare a questa idea pazza e l’idea pazza era appunto la seguente: visto che non ci fanno andare via terra a Gaza proviamo ad andare via mare. E così ha avuto inizio una grande avventura, perché oggi siamo abituati tra virgolette alle flottiglie, ma all’epoca nessuno aveva mai provato ad andare attraverso acque internazionali fino a Gaza. Noi lavorammo per più di un anno e nell’agosto del 2008, con due imbarcazioni con a bordo 41 attivisti, riuscimmo a rompere il blocco navale illegale e a sbarcare al porto di Gaza. All’epoca esisteva ancora un porto che oggi non esiste più. E riuscimmo ad arrivarci.

Ci fu poi una seconda flotta che arrivò a Gaza nel novembre del 2008 e dopo quella data nessun’altra barca è mai più riuscita ad arrivare a Gaza. Vero?

Sì. Certo. Però da quelle prime missioni si formò e si creò la Freedom Flotilla che tentò nel 2010 e nel 2011 e in tantissime altre occasioni fino a quest’estate e fino a pochi giorni fa con la Conscience che è proprio una barca della Freedom Flotilla si tentò sempre di rompere il blocco navale. Ho fatto parte della Freedom Flotilla sino al 2013, anche come referente per l’Italia nella coalizione internazionale per un paio d’anni.

Quando?

Diciamo qualche mese fa si decise di lavorare alla prima marcia su Gaza, ma poi soprattutto conoscendo anche tantissimi degli attivisti che ne facevano parte ed essendo la referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla ho deciso così di contribuire, ma io, come tantissime altre persone.

Perché hai deciso di contribuire?

Ho deciso di contribuire perché ci siamo trovati di fronte a due anni di genocidio, in cui nessun governo, in particolare il nostro governo ha fatto nulla di significativo. Quindi porre delle sanzioni significative e non semplicemente di facciata, porre un embargo sulla fornitura delle armi, rompere i rapporti commerciali con lo stato di Israele.

Ma perché il governo e l’hetablishment politico continuano a negare il genocidio a Gaza?

Ancora oggi qualcuno nega che sia in atto un genocidio. Ecco il mio coinvolgimento, ma come quello di centinaia di migliaia di persone. Nasce dalla frustrazione e dal dolore e dal senso di impotenza che ha portato centinaia di persone di donne e uomini della società civile a decidere di mettersi, di mettere, come dire se stessi, su quelle barche, per provare ad attirare l’attenzione delle istituzioni e dell’Unione Europea e dei governi tutti, soprattutto della società civile in generale e crediamo che questo con le nostre 45 barchette a vela in qualche modo sia uno dei risultati sperati.

Siete riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza?

Noi non siamo riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza. Non siamo riusciti a portare i beni che avevamo a bordo alla popolazione civile di Gaza, però siamo riusciti a puntare un riflettore sulla situazione di Gaza. Una situazione di sudditanza che moltissimi governi ivi compreso il nostro hanno nei confronti del governo israeliano e su come questo governo israeliano violi tutti i giorni il diritto della persona, i diritti umani, il diritto internazionale. Le barche sono state intercettate e sequestrate. Le persone a bordo sono state arrestate. Tenute in condizioni di detenzione e diciamo disumane con la violazione del diritto alla difesa e alla violazione del diritto a ricevere beni essenziali e servizi essenziali come l’accesso a un bagno, all’acqua potabile.

Hanno dimostrato in minima parte che il governo israeliano non riconosce in alcun modo la legge? 

L’hanno dimostrato in minima parte perché quello che è capitato a noi è un miliardesimo di quello che capita ogni giorno da quasi ottant’anni ai palestinesi. A noi al confronto non è successo niente, come dice Greta Thunberg, la storia non siamo noi. La storia sono i palestinesi che continuano ad essere vessati e a subire un’occupazione illegale non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

Infatti. Cosa avviene in Cisgiordania?

Non ci dimentichiamo della Cisgiordania. Dove peraltro non esiste Hamas e dove vengono compiute violazioni dei diritti umani palestinesi ogni giorno da quasi ottant’anni. L’azione delle flottiglie è azione di libertà e mi riallaccio a quello che ho appena detto. Non può essere sufficiente perché le flottiglie da sole sono solo uno strumento.

L’ho sempre detto noi siamo degli strumenti al servizio del popolo palestinese; perché il popolo palestinese non ha bisogno di noi per essere salvato. Anzi noi dovremmo solo imparare dal popolo palestinese quello che noi possiamo fare con i nostri privilegi di occidentali e di bianchi occidentali e di mettere in evidenza tutte le perversioni sociali e economiche che stanno dietro quello che succede alla Palestina e mettere in evidenza come il diritto internazionale diventi carta straccia quando si tratta di Israele.

Mettere in evidenza che il popolo palestinese ha il diritto di autodeterminarsi?

Sì. Vero. Con le barche e con altri mezzi riusciamo a mettere in evidenza e catturare l’attenzione di tutte e tutti anche grazie a tutte le mobilitazioni e alle associazioni e alle comunità palestinesi nei vari Stati comprese le comunità palestinesi in Italia che hanno fatto un lavoro eccezionale e tutte le associazioni che hanno lavorato in terra.

Cosa intendiamo con la locuzione “equipaggio di terra”?

Noi chiamiamo equipaggio di terra le mobilitazioni dei giorni scorsi che non sono avvenute grazie alla flotilla. Ma ci sono state perché a terra è stato fatto un lavoro politico straordinario che ha portato a vedere quel numero di persone in piazza per la pace e ha portato a vedere quei 2 milioni di persone in piazza durante lo sciopero.

Ecco è stato un lavoro di popolo. Allora se esiste un popolo che si muove, le persone possono davvero integrarsi con questo lavoro e con il loro potere simbolico e questa mattina qualcuno mi ha citato questa espressione. Esatto quando il potere simbolico e non solo simbolico, anche operativo, diventa in grado di catalizzare le mobilitazioni, la coscienza, la consapevolezza ecco questo è quello che secondo me è accaduto e oggi è il momento di non lasciare che questo patrimonio umano consapevole e coraggioso si disperda: noi dobbiamo lavorare per questo.

Laura Tussi

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Un pannello fotovoltaico per famiglia è quello chi vuole per cambiare il mondo!

Ecco una stima dettagliata della produzione energetica annua, considerando le famiglie italiane e un pannello da 400W ciascuna:

1. Dati di base:

  • Famiglie italiane: 25,7 milioni (dati ISTAT 2023).
  • Potenza per pannello: 400 W (0,4 kW).
  • Produzione annua per kWp in Italia:
  • Nord: 1.100–1.300 kWh/anno
  • Centro: 1.300–1.500 kWh/anno
  • Sud/Isole: 1.500–1.700 kWh/anno
    Media nazionale prudente: 1.400 kWh/kWp/anno (considerando vari fattori come orientamento, ombreggiamento, efficienza).

2. Calcolo per singolo pannello:

  • Produzione annua = 0,4 kW × 1.400 kWh/kWp = 560 kWh/anno.

3. Produzione totale nazionale:

  • Energia totale = 25.700.000 famiglie × 560 kWh/anno
    = 14.392.000.000 kWh/anno
    = 14,392 TWh/anno (Terawattora).

4. Confronti per contestualizzare:

  • Consumo elettrico domestico italiano: ~300 TWh/anno (2023).
    I 14,4 TWh prodotti coprirebbero ~4,8% del consumo nazionale.
  • Equivalente in centrali elettriche:
    Sostituirebbe ~1,6 centrali a carbone da 1.000 MW (funzionanti a pieno regime).
  • Riduzione di CO₂:
    Considerando 0,46 kg CO₂/kWh evitata (mix elettrico italiano):
    6,6 milioni di tonnellate di CO₂ in meno all’anno (≈ inquinamento annuale di 1,7 milioni di auto).

5. Fattori che influenzano la stima:

  • Efficienza reale dei pannelli: Perdite del 10-20% per sporco, inverter, temperature.
  • Dislocazione geografica: Un pannello in Sicilia produce il 30-40% in più che in Lombardia.
  • Inclinazione e orientamento: L’ottimizzazione (es. tetto a 30° verso sud) aumenta la resa.

Conclusione:

Con un pannello da 400 W per famiglia, l’Italia produrrebbe circa 14,4 TWh all’anno, sufficienti per alimentare 4,8 milioni di famiglie (il 18% del totale) e ridurre significativamente le emissioni. Questo dimostra l’enorme potenziale del fotovoltaico distribuito! ☀️🇮🇹

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Andreacarlo. Le mie “Canzoni resistenti”

di Laura Tussi (sito)

 Intervista di Laura Tussi

su FARO DI ROMA

Chi è Andreacarlo?

Sono un cantautore, ma prima ancora sono una persona che ha sempre vissuto con la musica dentro, sin da quando mio padre, che aveva una azienda di import-export di strumenti musicali, mi portava “in ditta”, a vedere gli amplificatori Mesa Boogie, o mi regalava volantini di Bon Jovi o dei Living Colour, che usavano gli strumenti che vendeva lui, in Italia.

Quando hai cominciato a cimentarti con le note e a suonare i primi strumenti musicali?

A quattordici anni invece che avere in regalo un motorino, magari, come tanti, ho avuto la mia prima chitarra elettrica Hamer. Scrivo canzoni da allora, e parliamo di oltre trent’anni fa, perché ho bisogno di raccontare, di mettere a fuoco. Vengo da esperienze diverse: in passato ero il leader della band Decò, con la quale ho pubblicato un EP nel 2007. Ho fatto esperienze come sound designer, creato colonne sonore per cortometraggi, piccole pubblicità, mostre fotografiche, videogiochi stand-alone, quelli dei bar.

Qual è la tua idea musicale più matura e recente?

Poi, nel 2021, dopo la pandemia e la paternità, ho pubblicato il mio primo EP da solista, Alle 4 del mattino. Ma è con Canzoni resistenti che ho sentito di aver messo davvero a punto un’identità musicale più matura, più consapevole. Questo disco è, in un certo senso, un punto di partenza e di arrivo.

Come nasce Canzoni resistenti?

È un progetto che ha richiesto tempo e cura. Alcuni brani erano già nati da anni, altri sono venuti fuori in modo più urgente negli ultimi mesi. Suonare live con Renato Franchi per quasi un anno e mezzo, portando dal vivo il progetto “17 fili rossi + 1”, disco corale che oltre a Renato e me vede come protagonisti Alessio lega, Yo Yo Mundi, La casa del vento e altri musicisti e monologhisti (come Moni Ovadia) dedicato alla strage di Piazza Fontana che, vorrei ricordare, è arrivato secondo alle targhe Tenco, categoria “Miglior album a progetto”, mi ha sollecitato. Renato ha un ampio bagaglio di canzoni “impegnate” da offrire e in qualche modo ascoltarlo e lavorare con lui mi ha spinto a dire la mia su temi importanti, alcuni dei quali sono saliti a maggior ribalta proprio durante la stesura del disco: tra il 2022 e il 2023.

Perché il filo conduttore è la Resistenza?

È un disco che raccoglie nove canzoni, alcune inedite, altre già pubblicate e qui riproposte in versioni nuove o rimasterizzate. Il filo conduttore è la parola “resistenza”, intesa in senso ampio: resistenza politica, esistenziale, emotiva, musicale. L’album è stato reso possibile anche grazie al sostegno di tante persone che hanno partecipato al crowdfunding. Per me è stato un gesto concreto di fiducia, un modo collettivo di far nascere qualcosa che da solo, forse, non avrei potuto portare a termine.

Perché questo titolo, “Canzoni resistenti”?
Perché ogni brano, a suo modo, è un atto di resistenza. Contro l’indifferenza, la rimozione, l’abitudine a girarsi dall’altra parte. Ma anche contro il tempo che passa e prova a cancellare certi ricordi, certe emozioni.
Sono canzoni che vogliono restare, che non vogliono lasciarsi dimenticare facilmente. E che provano a restituire voce a chi spesso resta inascoltato.

Tu vuoi comporre musica di protesta?

Trovo che oggi nessuno affronti più certe tematiche scomode, a parte i “grandi vecchi” della canzone di protesta. La mia generazione certamente no, imperversano temi più “leggeri”, sia da parte di chi scrive, che da parte di chi ascolta. Ho voluto fare un disco che in qualche modo prendesse posizione, anche nella forma: alcune tracce durano più di 6 minuti, come Padre nostro, che chiude il disco con una lunga preghiera laica. L’ultima parola di questa canzone, e quindi dell’album, è “resiste”.

C’è un brano che senti più emblematico?

Più di uno. Forse Ghost Rider, che è anche il singolo principale. È ispirato alla storia di Sebastian Galassi, un rider morto sul lavoro e poi persino licenziato via SMS, ma in realtà parla di tutti i rider. È una canzone diretta, dura, che però ha ricevuto una grande attenzione da parte delle radio: è in rotazione da settimane su oltre 100 emittenti locali, ed è entrato anche nella Top 100 indipendenti italiane.

E la poesia?

Sì. infatti ci sono anche brani più poetici, come La canzone precedente, che riflette su come è cambiato il nostro modo di vivere e sentire. O Due lune, dedicato al tema del femminicidio, nato dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Ogni canzone ha una storia, un’urgenza, e anche un punto di vista, ritengo, personale e originale.

Com’è stato lavorare alla produzione del disco?
Bellissimo, ma anche molto impegnativo. Ho avuto la fortuna di collaborare con una squadra di musicisti fantastici: Sami Zambon alla chitarra elettrica, Francesco Bacigalupo al basso, Alessandro Diegoli alla batteria, miei sodali da tempo, due di loro erano con me nei Decò. Alcuni ospiti speciali hanno impreziosito il disco, come il Maestro Angelo Antoniani alla tromba o Gianfranco D’Adda (storico batterista di Battiato) alle percussioni in Due lune, oppure, sempre in Due lune, l’intervento vocale femminile di R.E.D.

E gli arrangiamenti?

Ho curato in prima persona anche gli arrangiamenti dei brani, da questo punto di vista sono un po’ maniaco del controllo. Di solito inizio con i demo, come tutti, e procedo per stratificazione e sostituzione, nel senso che su uno scheletro che normalmente “resta” vado a sostituire le parti “demo” con quelle registrate professionalmente. In un certo senso l’idea di come dovrebbe suonare il brano c’è già, sempre, dall’inizio, e il lavoro che faccio, e che facciamo poi con i musicisti, è avvicinarsi il più possibile a quell’idea. Ci sono alcune eccezione, brani che con la band hanno un po’ deragliato dal mio arrangiamento iniziale, migliorandosi grazie al loro contributo. Infine c’è il mix e master di Marino De Angeli, ormai per me un riferimento “di fiducia”, a completare il lavoro.

Qual è il legame tra musica e impegno civile, per te?
Per me è un legame recente. Credo che faccia parte di una maturazione del mio modo di scrivere. In passato ero più legato a tematiche intimiste, in pieno stile Eighties/Nineties potremmo dire, sono sempre stato un appassionato di new wave. Ma già nel mio debutto solista Alle 4 del mattino, nonostante sia un disco nato e che ruota intorno al concetto di paternità, si vedono tracce di un voler guardare “fuori”, per esempio nel brano Stella (che poi è diventato il nome di mia figlia), una canzone che ha alcune tematiche in comune, per esempio, con Ballando nel buio, contenuta in Canzoni resistenti.

Anche un brano dedicato a Pasolini?

Il primo semino è stato il brano PPP, dedicato a Pier paolo Pasolini, contemporaneo all’uscita del mio primo EP ma escluso da esso, il cui testo è stato scritto da Claudio Ravasi. Lavorare su quel testo mi ha fatto capire che potevo allargare i miei orizzonti, e poi, come detto, c’è stato il brano Oggi no inserito in 17 fili rossi +1e i concerti con Renato Franchi. Non cerco la canzone “militante”, quanto un punto di vista generazionale su temi che classicamente son sempre stati affrontati da militanti. Se una canzone ti fa fermare a pensare, anche solo per un attimo, allora ha già fatto molto. Oltre a Oggi no e PPP, C’era un ragazzo è ispirata a Carlo Giuliani e ai fatti di Genova 2001.

Come sta andando l’album, dopo l’uscita?
Molto meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto a livello di passaggi radio. Ghost Rider ha superato i 21.000 ascolti mensili stimati in FM secondo EarOne, ed è ancora in rotazione. Ho fatto diverse interviste radio, alcune disponibili anche online sul mio sito personale. E piano piano sta crescendo anche l’interesse attorno all’intero progetto: abbiamo debuttato live a metà maggio e sono previste cinque date tra giugno e luglio, e altre proposte stanno arrivando.
Su Spotify l’andamento è più lento – non è la mia “piazza” ideale – ma il successo in radio e l’interesse tramite il sito personale sono riscontri sinceri.

Progetti per il futuro?

Intanto portare live il più possibile Canzoni resistenti. Poi il piano prevede l’uscita di altri due singoli, se non tre, da qui a novembre, diciamo che si prospetta un anno resistente, quindi probabilmente anche le date live si allungheranno fino all’inverno. Anticipo che il prossimo singolo, che quindi dovrebbe essere in radio da metà giugno circa, sarà La canzone precedente. Nel frattempo, sto lavorando sul secondo disco, i brani son già terminati e siamo nella fase di registrazione, l’obiettivo è terminarlo entro fine 2025 per poi decidere quando farlo uscire, presumibilmente sempre con Latlantide, editore di Canzoni resistenti. Infine, anche se questo non è un progetto musicale, a novembre uscirà il mio primo romanzo, edito da Bolis, che troverete in libreria con il mio nome e cognome completo, Andrea Carlo Caverzaschi. Un anno pieno di progetti!

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Riflessioni per un Trattato su Johan Galtung

di Laura Tussi (sito)

Salvatore Deiana, Trasformare i conflitti, promuovere la pace. Per una lettura pedagogica della proposta nonviolenta di Johan Galtung, con un contributo di Erika Degortes, Edizioni ETS, Pisa 2025.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Per una prospettiva pedagogica sui conflitti, la violenza, la pace.

Johan Galtung era un sociologo e matematico noto per i suoi studi sulla pace e la risoluzione dei conflitti. È considerato uno dei fondatori della ricerca sulla pace e ha sviluppato la teoria della “trasformazione dei conflitti”. Fece il carcere come obiettore di coscienza e fu molto importante per lui il contatto con il noto pedagogista Danilo Dolci.

Questo valido e significativo trattato di Salvatore Deiana, con lo specifico e puntuale contributo di Erika Degortes, è volto prevalentemente a rendere fruibile il pensiero del grande sociologo Johan Galtung in termini e in aspetti pedagogici del sapere.

La Risoluzione e il Trascendimento e la Trasformazione dei conflitti e delle controversie per riuscire a costruire la pace in ogni contesto comunitario e sociale e a livello planetario.

La proposta teorica e pratica elaborata da Galtung si costituisce esplicitamente entro un campo di studi di azione e di educazione avente come oggetto la pace ed è volta ad affrontare i conflitti in un’ottica di trascendimento e trasformazione nonviolenta e a cercare di costruire la pace prima di tutto con mezzi pacifici.

Nel senso comune, la problematica dei conflitti è associata all’idea di una loro connotazione violenta, tanto da essere considerati espressamente come sinonimo della guerra. È un’operazione opinabile, che sollecita un più attento e qualificato approfondimento della questione.

L’importanza di un approccio nonviolento per travalicare le illogiche dinamiche belliciste e militaresche.

Questo approccio può rivelarsi perciò utile ed efficace, proprio per affrontare e superare le dinamiche della violenza, confrontarsi con concezioni diverse, come le proposte di matrice nonviolenta e cercare di comprendere come queste si pongano rispetto alla violenza e alla guerra e la loro alternativa positiva, ossia la pace.

Johan Galtung, noto sociologo e studioso norvegese che ha dedicato la sua intera vita ai temi della pace, ha sviluppato una teoria sulla risoluzione dei conflitti e la costruzione della pace che enfatizza l’importanza di trascendere i conflitti piuttosto che semplicemente risolverli. Secondo Galtung, la pace non è solo l’assenza di violenza, ma anche la presenza di relazioni positive e di giustizia sociale.

La gestione costruttiva e con dinamiche di nonviolenza di tutti i conflitti, tramite approcci di creatività, attraverso l’empatia, per costruire e creare la pace a ogni livello della società e in ogni contesto mondiale.

Nella Teoria dei conflitti, Galtung sostiene che i contrasti e le controversie sono inevitabili e possono essere positivi se gestiti in modo costruttivo. Tuttavia, se non gestiti bene, possono degenerare in violenza e odio e distruzione.

I Tipi di violenza per Galtung si identificano in tre modalità.

Violenza diretta: violenza fisica o verbale volta contro individui o gruppi.

Violenza strutturale: violenza incorporata nelle strutture sociali ed economiche che causano ingiustizia e disuguaglianza.

Violenza culturale: violenza che si manifesta attraverso la cultura, come ad esempio attraverso stereotipi, pregiudizi e miti che legittimano la violenza.

Trascendere i conflitti significa per Galtung che, per creare la pace, è necessario superare e oltrepassare i conflitti stessi, ovvero andare oltre la semplice risoluzione della controversia e del dissidio e del contrasto e lavorare per creare relazioni positive e di giustizia sociale in ogni parte del mondo e della società a partire dalle singole individualità e dai vari e molteplici ambiti comunitari.

Tutto questo portato di idee e ideali richiede empatia ossia comprendere le prospettive e le esigenze di tutte le parti coinvolte, con creatività per trovare soluzioni innovative che soddisfino le esigenze di tutte le parti e i soggetti in questione, tramite nonviolenza al fine di utilizzare metodi nonviolenti per risolvere i conflitti.

La Costruzione della pace secondo Galtung enfatizza l’importanza di costruire l’accordo attraverso la creazione di relazioni positive e di giustizia sociale.

Tutto questo apparato di ideali e di contenuti sociologici e educativi richiede varie componenti pedagogiche.

Il dialogo al fine di promuovere l’interscambio dialogico e la comunicazione tra le parti coinvolte e favorire la cooperazione e la collaborazione tra le parti tramite il potenziamento, ossia il rafforzare le capacità e le competenze dei soggetti coinvolti.

In sintesi, la teoria di Galtung sulla risoluzione dei conflitti e la costruzione della pace enfatizza l’importanza di trascendere i conflitti e lavorare per creare relazioni positive e di giustizia sociale.

Teoria della trasformazione dei conflitti di Galtung. Come trascendere il disappunto e il dissidio e il contrasto che possono condurre all’odio e trasformarsi in varie tipologie di violenza.

Questa teoria comporta il conflitto come opportunità. Galtung vede i conflitti come opportunità per il cambiamento e la crescita, piuttosto che come problemi da risolvere.

Secondo Giovanni Salio, noto collaboratore di Galtung, possiamo distinguere principalmente che esistono tre approcci ai conflitti come la gestione dei conflitti stessi, ossia gestire le controversie per ridurre la violenza e i danni e la risoluzione dei conflitti e contrasti e controversie finalizzata a risolvere i conflitti eliminando le cause sottostanti. La Trasformazione dei conflitti consiste invece nel trasformare i conflitti, i contrasti e le controversie in opportunità per il cambiamento positivo e la crescita.

E molto importante per il suo assetto teorico e pratico la Pace positiva. Galtung distingue tra “pace negativa” (assenza di violenza) e “pace positiva” (presenza di giustizia, uguaglianza e benessere).

Creare la pace secondo Galtung tramite l’empatia e l’approccio creativo tra tutti i soggetti e le parti in disaccordo e in contrasto.

Risulta necessario capire le cause dei conflitti e identificare le cause sottostanti dei contrasti per poterle affrontare, inoltre sviluppando l’empatia, promuovendo la comprensione e l’accordo tra le parti in disaccordo.

Tutto questo con la creazione di soluzioni appunto creative al fine di trovare soluzioni innovative e trasformative e creative per risolvere i conflitti.

Per Galtung è precipuo costruire la pace, ossia lavorare per costruire una pace duratura e sostenibile, basata sulla giustizia e sulla cooperazione.

La teoria di Galtung sulla trasformazione dei conflitti e la creazione della pace è stata influente nel campo della ricerca sulla pace e della risoluzione dei conflitti a ogni livello della società e delle istituzioni.

Per una lettura pedagogica della proposta nonviolenta di Johan Galtung, possiamo considerare i seguenti punti chiave.

Per esempio l’Educazione alla pace, ossia l’approccio di Galtung può essere visto come un modello educativo per promuovere la pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, attraverso lo Sviluppo di competenze e l’enfasi sulla creatività, l’empatia e la nonviolenza che può essere utilizzata per sviluppare competenze sociali ed emotive negli studenti, con il tramite dell’Analisi critica dei conflitti, perchè l’approccio di Galtung può essere utilizzato per analizzare criticamente i conflitti stessi e comprendere le loro cause profonde.

Promozione della giustizia sociale oltre le dinamiche di guerra e di violenza e di odio.

L’enfasi sulla giustizia sociale e sulla costruzione della pace può essere utilizzata per promuovere la consapevolezza e l’impegno per la giustizia sociale e la cooperazione tra persone e genti e popoli e minoranze.

Attività pedagogiche possibili. Tramite la cooperazione e la progettualità di empatia e di contesti di creatività.

Role-playing: utilizzare il role-playing per simulare conflitti e praticare la risoluzione nonviolenta.

Discussione e dibattito: organizzare discussioni e dibattiti su temi come la nonviolenza, la giustizia sociale e la costruzione della pace.

Analisi di casi: analizzare casi di conflitti reali e discutere possibili soluzioni nonviolente.

Progetti di gruppo: lavorare su progetti di gruppo che promuovano la cooperazione e la risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Obiettivi pedagogici. Per rendere la pace fruibile e auspicabile attraverso il sapere formativo e educativo e in buona sostanza pedagogico.

Gli obiettivi pedagogici consistono in questi aspetti tra cui sviluppare competenze sociali ed emotive e promuovere l’empatia, la creatività e la nonviolenza, per agevolare la consapevolezza critica per analizzare criticamente i conflitti e comprendere le loro cause profonde e favorendo l’impegno per la giustizia sociale e così promuovere la consapevolezza e l’impegno per l’equità a tutti i livelli della società e la costruzione della pace in ogni contesto.

In sintesi, l’approccio di Galtung può essere utilizzato per promuovere l’educazione alla pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, sviluppando competenze sociali ed emotive e promuovendo la consapevolezza critica e l’impegno e la cooperazione tra popoli e genti e minoranze e per una risoluzione delle guerre e dei genocidi in atto nel mondo. Questo articolo è stato pubblicato qui

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Mobilità tutta elettrica in 10 anni é possibile.

Quanta energia serve?

Per stimare l’energia elettrica necessaria per far circolare tutte le automobili in Italia, dobbiamo considerare diversi fattori, tra cui il numero di automobili, il consumo medio di energia per chilometro e la distanza media percorsa annualmente.

-1. Numero di automobili in Italia secondo dati recenti, in Italia ci sono circa **40 milioni di automobili**.

-2. Distanza media percorsa annualmenteLa distanza media percorsa da un’automobile in Italia è di circa **12.000 km all’anno**.

-3. Consumo medio di energia elettrica per chilometroUn’auto elettrica moderna consuma in media **0,15-0,20 kWh per chilometro**. Prendiamo un valore medio di **0,18 kWh/km**.-

4. Calcolo dell’energia totale Necessaria moltiplichiamo il numero di automobili per la distanza media percorsa e per il consumo medio di energia:\[\text{Energia totale} = \text{Numero di automobili} \times \text{Distanza media} \times \text{Consumo medio}\]\[\text{Energia totale} = 40.000.000 \times 12.000 \, \text{km} \times 0,18 \, \text{kWh/km}\]\[\text{Energia totale} = 86.400.000.000 \, \text{kWh} = 86,4 \, \text{TWh}\]### 5. Confronto con il consumo elettrico italianoIl consumo elettrico totale in Italia è di circa **320 TWh all’anno**. Quindi, l’energia necessaria per far circolare tutte le automobili elettriche rappresenterebbe circa **27%** del consumo elettrico nazionale.### Considerazioni aggiuntive- **Efficienza energetica**: Le auto elettriche sono più efficienti di quelle a combustione interna, quindi il passaggio all’elettrico ridurrebbe il consumo energetico complessivo.- **Infrastruttura di ricarica**: La transizione richiederebbe un potenziamento della rete elettrica e delle infrastrutture di ricarica.- **Fonti energetiche**: Per massimizzare i benefici ambientali, l’energia dovrebbe provenire da fonti rinnovabili.

In sintesi, servirebbero circa **86,4 TWh all’anno** per far circolare tutte le automobili in Italia con veicoli elettrici.

E SI POTREBBE PRODURRE TUTTA L’ENERGIA NECESSARIA CON LE RINNOVABILI!

L’Italia è chiamata a un significativo incremento delle energie rinnovabili nei prossimi 10 anni per rispettare gli obiettivi climatici dell’UE (riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030 e neutralità carbonica entro il 2050) e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, soprattutto dopo la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina. Ecco una panoramica delle previsioni e delle sfide:

—Obiettivi e Scenario Attuale**

– **Attuale produzione da rinnovabili**: Nel 2023, le rinnovabili coprivano circa **35-40%** del consumo elettrico italiano (idroelettrico dominante, seguito da solare ed eolico).

– **Target 2030**: Il **PNIEC** (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) aggiornato prevede di raggiungere **65-70% di elettricità da rinnovabili** entro il 2030, con un incremento di **70 GW di capacità installata** (soprattutto solare ed eolico).—

Fattori Chiave per la Crescita

-1. **Solare Fotovoltaico** – **Obiettivo**: Aggiungere **40-50 GW** entro il 2030 (oggi: circa 25 GW). – **Strategie**: – Sviluppo di **agrovoltaico** (pannelli integrati in terreni agricoli). – Incentivi per l’autoconsumo e le **comunità energetiche**. – Semplificazione delle autorizzazioni per impianti su tetti e aree industriali.2. **Eolico** – **Obiettivo**: Raggiungere **20-25 GW** (oggi: circa 12 GW). – **Focus**: – Eolico **offshore** nel Mediterraneo (primi progetti pilota in Sicilia e Sardegna). – Repowering degli impianti onshore esistenti per aumentare l’efficienza.3. **Idrogeno Verde** – **Piano Italiano**: Produrre **2-3 GW di idrogeno verde** entro il 2030, legato a settori come l’industria pesante e i trasporti. – Progetti come l’**Hydrogen Valley** in Puglia.4. **Bioenergie e Geotermia** – Valorizzazione di biomasse sostenibili e geotermia in Toscana.5. **Riqualificazione della Rete Elettrica** – Investimenti in **smart grid** e accumuli (batterie) per gestire l’intermittenza delle rinnovabili.—### **Sfide Principali**1. **Burocrazia e Autorizzazioni** – Tempi lunghi per le approvazioni (fino a 5 anni per l’eolico offshore). – Il decreto **Semplificazioni Bis** (2024) cerca di accelerare i processi, ma l’implementazione è ancora lenta.2. **Opposizioni Locali (NIMBY)** – Contrasti su eolico e grandi impianti solari per impatto paesaggistico.3. **Infrastrutture Inadeguate** – Rete elettrica obsoleta, soprattutto al Sud, dove si concentrano sole e vento.4. **Finanziamenti e Competitività** – Necessità di attrarre **70-100 miliardi di €** di investimenti entro il 2030. – Il PNRR stanzia **59 miliardi** per la transizione verde, ma servono anche capitali privati.—### **Opportunità Economiche e Sociali**- **Lavoro**: Si stima la creazione di **300.000 nuovi posti** nel settore delle rinnovabili entro il 2030 (fonte: IRENA). – **Indipendenza Energetica**: Riduzione delle importazioni di gas (oggi ~40% del mix energetico). – **Innovazione**: Leadership in settori come l’agrovoltaico, l’idrogeno e le tecnologie per l’accumulo.—### **Progetti Iconici in Cantiere**1. **Sicilia e Sardegna**: Hub per eolico offshore e idrogeno verde. 2. **Puglia e Basilicata**: Mega-parco solare da 3 GW (tra i più grandi d’Europa). 3. **Toscana**: Ampliamento della geotermia e progetti di biogas. 4. **Piemonte e Lombardia**: Comunità energetiche rurali e industriali.—### **Conclusioni**L’Italia ha il potenziale per diventare un leader europeo nelle rinnovabili, ma deve superare **burocrazia, resistenze locali e gap infrastrutturali**. Con politiche chiare, semplificazioni e investimenti mirati, l’obiettivo del 65-70% di elettricità verde entro il 2030 è raggiungibile. Il successo dipenderà dalla collaborazione tra governo, imprese e cittadini, trasformando la transizione energetica in un motore di crescita sostenibile.

INCREMENTARE AL 70% LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA DA FONTI RINNOVABILI SIGNIFICA AUMENTARE LA PRODUZIONE DELLA STESSA QUANTITÀ NECESSARIA PER ALIMENTARE TUTTE LE AUTO.

Mobilità tutta elettrica in 10 anni é possibile!

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L’ex sindaco pacifista di Messina Renato Accorinti lancia la proposta dell’istituzione di un Ministero della Pace

di Laura Tussi (sito)

Pacifista, Renato Accorinti da sempre lotta in favore degli ultimi, per i diritti umani, per un mondo migliore. Sindaco di Messina dal giugno 2013 a giugno 2018 e della città metropolitana di Messina dal 2016 al 2018, è tra i fondatori del movimento “No Ponte”, che si oppone alla costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. In questa intervista lancia la proposta di un Ministero della pace.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

La proposta che hai fatto in piazza dell’Unione Europea a Messina in cosa consiste?

Partiamo dall’inizio.
Da molti anni avevo pensato di proporre l’istituzione di un Ministero della Pace, proposta che però è rimasta chiusa in un cassetto.
Negli ultimi anni, per la prima volta avvertiamo la paura della guerra reale tanto che il tema del riarmo è argomento quotidiano a livello europeo.
Farsi prendere dalla paura non serve.

Ma cosa possiamo fare? Come opporci alla corsa forsennata e criminale al riarmo che porta a una inesorabile escalation militare e nucleare?

Noi cittadini abbiamo un ruolo fondamentale, votiamo per eleggere persone responsabili, ma possiamo anche fare proposte utili per la collettività.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale tutta l’umanità voleva mettersi alle spalle l’orrore, il dolore, la morte. Non a caso tutte le più importanti istituzioni come l’ONU, la nostra Costituzione, la Carta dei diritti dell’uomo sono nate per dire “no” alla guerra e per avere Pace.
Queste altissime carte dei diritti umani sono l’emblema del diritto alla pace. Perché di diritto si tratta per l’umanità intera che sogna di vivere nella felicità senza la paura delle guerre e dei conflitti nucleari.
Nella nostra Costituzione l’articolo 11 ( “l’Italia ripudia la guerra”) e l’articolo 3, che parla di libertà ed uguaglianza, ci ricordano di non distrarci, di tenere sempre presente e alto il valore dei valori: la Pace.

Renato Accorinti con il tuo importante impegno di una vita per la nonviolenza vuoi lanciare la proposta di un Ministero della pace sia a livello nazionale sia Europeo. In cosa consiste questo progetto ambizioso che sfiora l’utopia?

In concreto, il Ministero della Pace deve diventare il più grande laboratorio di idee, di proposte, di percorsi educativi, per stimolare le nuove generazioni e non solo, a essere pacifiche, a credere nel genere umano, nell’interculturalità che arricchisce, nell’incontro tra le religioni, per attuare e approfondire la nonviolenza come stile di vita. E tanto altro!

Come agisce e come si declinano le istanze pacifiste e nonviolente del Ministero della Pace?

Il Ministero della Pace dà vita a un percorso di maturità e trasformazione che si nutre dell’interagire con gruppi e associazioni e singoli cittadini per poter generare proposte concrete e favorire nel tempo un clima pacifico nell’intera società, liberandoci dall’enorme aggressività tossica che respiriamo ovunque.
Il Ministero della Pace ribalta il vecchio modello pericoloso e costosissimo dell’armarsi sempre di più per avere “sicurezza”, con la proposta dirompente del percorrere la potente via della saggezza pacifica, che crede nel genere umano e nella sua umanità.
È un percorso culturale lento, virtuoso e profondo, che dobbiamo fare tutti insieme, istituzioni e cittadini, per iniziare a cambiare prima ognuno di noi, e costruire un futuro colmo di umanità e di gioia.
Dobbiamo avere consapevolezza che la democrazia, come la libertà e la pace, non sono conquistate e acquisite per sempre, ma vanno protette e alimentate con il nostro impegno deciso e amorevole tutti i giorni.
Diamo dignità alla sacralità delle istituzioni. Siamo concreti come dei sognatori come diceva Gaber.
Insieme faremo crescere questa proposta per poi chiedere ai partiti di discuterla in Parlamento per farla diventare realtà.
Chiederemo anche di creare il Ministero della Pace al Parlamento Europeo e a tutti i 27 stati membri.

Tutto questo è solo l’inizio, un primo passo per far crescere il desiderio di vedere concretizzato il Ministero della Pace.

Contribuiamo con pensieri e idee inviandoli a nonviolento@hotmail.com o a renatoaccorinti@gmail.com

Se questo pensiero prenderà forma, ci confronteremo di presenza per farlo diventare una proposta politica ufficiale.

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Multimage al Salone Internazionale del Libro di Torino

di Laura Tussi

L’importanza delle migliaia di libri esposti al salone internazionale della fiera del libro di Torino per l’alto valore e ideale della conoscenza e del sapere che si tramandano di generazione in generazione nella storia dell’umanità.

Libri che spaziano tra varie tematiche dalla pace al disarmo ora esposti al salone internazionale del libro di Torino, insieme ad altre eminenti realtà editoriali e importanti case editrici, tra cui la nostra Multimage, la casa editrice dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza.

Multimage APS, un’associazione editoriale no-profit, mira a diffondere l’Umanesimo Universalista, valorizzando diritti umani, pace, nonviolenza, inclusione, diversità, economia solidale e spiritualità.

Tutto questo per ribadire un forte ripudio della guerra imposta dai poteri forti in ogni longitudine e latitudine del pianeta, dalla guerra in corso in Ucraina al genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania. E non dobbiamo mai smettere, in qualità di intellettuali, di denunciare con i nostri libri e articoli le barbarie perpetrate nel mondo e questa continua militarizzazione della società a tutti i livelli delle istituzioni e l’immane escalation militaresca e bellicista. Con i missili ipersonici siamo molto vicini alla crisi atomica o peggio all’ecatombe nucleare. Il tutto dovuto a una escalation criminale irrefrenabile.

La valenza pedagogica e culturale della scrittura e della lettura rappresentano un antidoto, un modo per fornire strumenti al fine di sviluppare anticorpi contro l’indifferenza, l’odio, l’ignoranza e quindi contro ogni forma di violenza e di razzismo e contro la guerra.

Proprio per questo motivo, momenti e eventi come il Salone internazionale del libro sono fondamentali e soprattutto è di fondamentale importanza la partecipazione di piccole, ma molto attive e creative, realtà editoriali come Multimage.

Il Salone del Libro di Torino! È uno degli eventi culturali più importanti in Italia, dedicato ai libri e alla lettura. Si tiene ogni anno a Torino, solitamente a maggio, e attira migliaia di visitatori, autori e editori da tutto il mondo.

È uno dei principali appuntamenti per gli amanti dei libri e della lettura. Con le Edizioni Multimage tutto questo si arricchisce di una innovativa validità e idealità e fondamentale presenza con importanti autori del mondo della Nonviolenza e del pacifismo sempre più che mai attuali in una congiuntura drammatica come quella contemporanea con la terza guerra mondiale a frammenti in prospettiva e il genocidio di Gaza e Cisgiordania in atto.

Durante il Salone, a cui quest’anno parteciperà anche Multimage Edizioni, si potranno trovare tra una decina di libri delle edizioni Multimage, tra cui i saggi di Alberto L’Abate e Gianmarco Pisa, anche il nuovo saggio di impegno e attivismo di Pierpaolo Loi, dal titolo profondo e al contempo accattivante e provocatorio, “Il Dio in cui non credo”, con la mia prefazione.

La mia prefazione a un libro a cui credo.
“Il Dio in cui non credo”. Saggio del nostro amico Pierpaolo Loi. E sono felice e lusingata e entusiasta di aver contribuito a questa significativa opera autobiografica e storica e pedagogica con la mia prefazione.

I Libri sono correlati e collegati da un medesimo leitmotiv, da uno stesso filo conduttore, da un coerente filo rosso che trasporta e conduce il lettore nella fascinazione della lettura e della conoscenza dal concetto di pace e nonviolenza attiva all’esigenza del disarmo nucleare, per il clima e la pace e la solidarietà tra i popoli, le genti e le minoranze.

Per questo invitiamo ad andare a visitare il salone internazionale del libro di Torino e a leggere la nostra cospicua produzione che si pone l’obiettivo di aiutare e sostenere e solidarizzare con le varie realtà e comunità di impegno civile e di resistenza attiva contemporanea e di nonviolenza creativa presenti oggi nella nostra realtà nazionale e internazionale di attivismo nonviolento.

Presso lo stand di Toscana Libri saranno presenti appunto alcuni libri di Multimage Edizioni:

Le porte dell’arte (di Gianmarco Pisa)

Vuoi fare pace (di Cassarà, Bruno, Meloni)

Giovani e pace (di Alberto L’Abate)

Il Samudaripen: genocidio dei rom e sinti nella Seconda guerra mondiale (a cura di Andrea Vitello)

Il Dio in cui non credo (di Pierpaolo Loi)

Carcere ai ribell3 (a cura di Nicoletta Salvi)

La scatola dei biscotti (di Giovanni Mereghetti)

Il Pelecidio (di Luca Sciacchitano)

La guerra all’idrossiclorochina al tempo della Covid-19 (di Lorenzo Poli)

Erbe di casa (di Emanuela Annetta).

Sostiene Pierpaolo Loi, autore importante di Multimage: “Grazie a Laura Tussi per la prefazione alla mia raccolta di scritti dal titolo “IL DIO IN CUI NON CREDO. Alla scuola di Oscar Arnulfo Romero martire per la giustizia la nonviolenza la pace”, Multimage 2025. Ringrazio la Multimage, la casa editrice dei diritti umani, per la fiducia accordatami e per l’accurato lavoro editoriale.  Il libro sarà presente, insieme ad altri volumi della Multimage, al Salone del libro di Torino, stand Regione Toscana, dal 9 al 13 maggio. […] La prefazione – per l’impegno encomiabile di Laura Tussi – è stata pubblicata su diversi organi di informazione. La potete leggere anche sul portale Unimondo oltre che su vari siti web”.

Un dio in cui non credo perché non può essere rappresentato dal dio denaro, dal dio petrolio, dal dio terre rare e dal dio di tutti i beni comuni e preziosi che offre Madre Terra e che invece sono sottratti con la violenza ai popoli più fragili e inermi con azioni di forza e con la guerra a oltranza con atti bellicisti e di mano militare e di prepotenza e prevaricazione fascista e colonialista di brutale intensità accompagnati dalla propaganda di guerra tramite i mezzi di comunicazione di massa.

La Multimage al Salone del Libro di Torino è un’occasione perfetta per affrontare anche questi temi e scoprire nuovi autori, acquistare libri e vivere l’atmosfera culturale della città.

Sei un appassionato di letture?

Durante il Salone, si potranno trovare Stand di editori e librerie con le ultime novità e bestseller e interagire con incontri con autori e dibattiti su temi attuali tramite presentazioni di libri e workshop per adulti e bambini e mostre e installazioni artistiche ispirate ai libri.

Il Salone del Libro di Torino è un’occasione unica per approfondire e aprire i nostri orizzonti culturali e letterari.

Se siamo appassionati di libri, il Salone del Libro di Torino è un evento che non si può perdere!

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“Sillabe resistenti” e la realtà creativa di ANPI Oggiono

di Laura Tussi

“Sillabe resistenti” è un’espressione poetica che evoca l’idea di parole e suoni che resistono al tempo, alla dimenticanza e alle avversità.

In poesia e prosa, le sillabe resistenti possono essere quelle che creano un’eco emotiva profonda e sono legate a ricordi o esperienze significative e esprimono una verità universale o un sentimento comune e hanno un suono o un ritmo particolarmente efficace. Come ad esempio, in questo caso, l’attivismo convinto e idealista per il Pacifismo e la lotta per l’Antifascismo di tutta ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, come ente morale per la pace.

Alcuni esempi di Sillabe resistenti nella poesia e nella prosa sono unità foniche e scansioni di parole in suoni che continuano a risuonare e riecheggiare nella nostra cultura e nella nostra immaginazione, anche dopo secoli. Come speriamo tutti accadrà con la Storia della Resistenza Partigiana Antifascista durante la Seconda Guerra Mondiale e con la conseguente Liberazione dal nazifascismo nel 25 Aprile 1945.

Questa introduzione per raccontarvi che con Fabrizio Cracolici siamo stati ospiti della sezione ANPI Oggiono in provincia di Lecco in qualità di relatori della presentazione del libro “I partigiani della Pace”, edito da Emi – Editrice Missionaria Italiana.

Il nostro stupore nel vedere un pubblico numeroso e molto motivato di attiviste e attivisti che compone la sezione Anpi Oggiono una realtà che produce una pubblicazione autonoma e autogestita e autocreativa. Appunto “Sillabe resistenti”.

La pubblicazione ormai da un anno esce a cadenza settimanale e consiste in un libello e in un pamphlet di riflessioni sul mondo attuale e con chiose a eventi della realtà che circonda e purtroppo impegna e preoccupa molto tutti noi attivisti e resistenti. Simile a un manifesto di intenti e istanze e soprattutto idealità contro il fascismo in tutte le sue forme in ogni longitudine e latitudine del nostro martoriato pianeta.

Il titolo di questo libro, composto dai vari pamphlet che escono a cadenza settimanale, è appunto “Sillabe resistenti” e è da poco diventato un autentico saggio con il medesimo titolo. È particolare notare come un ente morale importante come ANPI produca e rediga e crei dalla base e con le esperienze dei suoi tesserati e attivisti delle pubblicazioni autonome e autogestite che si trasformano in importanti riflessioni sulla società attuale e sullo stato della politica mondiale e a livello globale.

Tra i fondatori della sezione ANPI di Oggiono Claudio Ravasi e il curatore del libro “Sillabe resistenti”, l’eclettico rimatore Moreno Rossi, in collaborazione con le altre componenti della Redazione molto attiva, Simonetta Donghi e Emanuela Leoncini, tutte e tutti con un grande carisma organizzativo e soprattutto creativo che fornisce molti stimoli ai numerosi aderenti e ai tesserati che si riscoprono creativi e abili nelle loro doti narrative e di scrittura e di stesura eclettica di racconti di vario genere e soprattutto di pensiero sull’attualità di una congiuntura così complessa e nefasta e mefitica come la realtà presente.

Il fatto che ha spinto alcuni degli attivisti ANPI a dar vita a questa rubrica settimanale che ha tutte le peculiarità del Dazibao, il giornale murale nato durante Rivoluzione Culturale cinese e diffusosi poi in Occidente e nel mondo dando voce alle proteste di Berkley, Parigi, Roma e Tokio, è l’insopportabile climax che caratterizza l’informazione in Italia e non solo!

Dazibao, cioè controinformazione e formazione, al fine di contrastare, in noi stessi innanzitutto e soprattutto, l’assuefazione a un pensiero omologante, mirante a edificare, per dirla con Marcuse, l’uomo ad una dimensione!

Se consideriamo ad esempio tutti gli editoriali dei giornali cosiddetti mainstream, per non parlare dei servizi dei telegiornali, è evidente il tentativo più o meno sottinteso di convincerci che il riarmo, con conseguente aumento delle spese militari, sarebbe una scelta ineluttabile. ”Si vis pacem, para bellum”, ossia “Se vuoi la pace prepara la guerra”, recita infatti un vecchio adagio, peraltro di incerta origine.

Oltre a non fare discernimento sulle cause di quella che il Pontefice definiva “Terza Guerra Mondiale a pezzi”, tale motto è però menzognero: basterebbe leggere gli storici dell’antichità, da Tucidide a Tito Livio, per rendersi conto che se prepari la guerra viene la guerra!

Con la coincidenza tragica che viviamo tra l’autoritarismo liberticida praticato dall’oligarchia fascistoide che ci governa, il piano criminale “Rearm Europe”, il genocidio di Gaza, i conflitti alimentati dalla NATO in Ucraina, Medio Oriente e Africa, l’inasprirsi del progetto imperialista USA.

Tempo fa, Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio, rivolgendosi alle opposizioni prima sui social e poi in Parlamento, ha citato un altro motto latino affermando di essere la roccia mentre i suoi detrattori sarebbero acqua!

“Gutta cavat lapidem, non vi, sed saepe cadendo”, la goccia perfora la roccia, non per la forza, ma con la persistenza!

Non sappiamo se per protervia o per ignoranza (le due cose vanno di pari passo) la nostra premier abbia completamente travisato l’insegnamento del proverbio. Ma sappia lei e sappiano i fascioleghisti di qualsiasi latitudine, lo diciamo apertis verbis, che noi e questa rubrica di ANPI Oggiono siamo stati, siamo e saremo quella goccia!

Mettendo in pratica questo proverbio, gli attivisti di ANPI Oggiono sono la goccia che ogni mercoledì che il cielo manda in terra, feste comandate comprese, con perseveranza è caduta sulle coscienze allo scopo di inquietare e far indignare il lettore. In punta di penna e senza cedere a trivialità tipiche dei giornali della destra, dove, dietro agli insulti, traspare il più becero conformismo, i R-esistenti di ANPI tentano di raccontare come va il mondo, ma anche come e perché la Storia non procede in senso pacifico e con giustizia sociale tramite la cooperazione tra genti e popoli e minoranze.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un appassionato lavoro collettivo, accompagnato dalla ferrea volontà di tutta la Redazione!

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Liberalfascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra

Libro di Giorgio Cremaschi 

Recensione di Laura Tussi 

Edizioni Mimesis 

È aria di fascismo. Non (o non solo) quello storico, istituzionalizzato nel Ventennio, sconfitto dalla Resistenza partigiana, bensì uno in vesti aggiornate che altro non è, come sempre, se non la faccia nefasta dell’imperialismo in crisi, il sostegno in forma di violenza alle politiche economiche e sociali neoliberiste della classe dominante, il substrato necessario alla crescita delle disuguaglianze.

Questo il leitmotiv del libro “Liberalfascismo, come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra” di Giorgio Cremaschi edito con Mimesis Edizioni.

Il fascismo è democrazia? Per niente. La globalizzazione liberista e la politica economica neoliberista stanno dominando il mondo a discapito delle sinistre social-liberali.

Attualmente viviamo la prevaricazione del liberalfascismo, ossia della supremazia dei partiti di destra e di quelle componenti politiche asservite al potere del capitale che equivalgono al neoliberismo imperante.

In passato il fascismo è cresciuto con i finanziamenti ricevuti da multinazionali, come si evince anche dal caso e dall’assassinio Matteotti. Attualmente il fascismo si manifesta con il liberismo imposto e dettato dal neoliberismo prevaricante che ha preso piede a livello globale a partire dal 1973 con l’omicidio di Salvador Allende in Cile e poi ancora con l’ascesa della dittatura di Pinochet e l’avvento della masnada dei Chicago Boys che culmina con il trattato tra Reagan e Thatcher e Wojtyla negli anni ‘80.

Il libro di Giorgio Cremaschi pone un quesito che risponde alla questione: ma i fascisti non ci sono più o esistono ancora? Il discrimine lo troviamo nel modello politico dell’Unione Europea che non ha nulla a che vedere con il grande progetto visionario e utopico di Ventotene e di Altiero Spinelli. L’Europa delle genti e dei popoli e delle minoranze senza più guerre e conflitti armati, nel rispetto delle carte costituzionali. 

Attualmente invece vige e impera l’Europa delle multinazionali e delle grandi banche armate che finanziano le guerre in ogni parte del globo a discapito di un’Europa utopica fondata sull’accoglienza e la solidarietà e l’antifascismo, ma non quello atlantista naturalmente. Oggi viviamo un’Europa incapace di svolgere il proprio ruolo di ago della bilancia di un sistema globale che sempre più si rifiuta di contrapporsi all’escalation militaresca e all’avanzata del potenziale sterminio nucleare e dei signori dell’atomo, del petrolio, della guerra, dell’acciaio che sono i detentori dell’apocalisse atomica.

Giorgio Cremaschi afferma di non conoscere ormai la società, ma solo individui. In quanto l’individualismo è concepito come prevaricazione di potere e competitività sfrenata e corsa al riarmo e al controllo delle risorse globali a discapito dell’uguaglianza economica che è soppiantata da una incredibile sperequazione che conduce alla concentrazione di grandi quantità di risorse e beni comuni nelle mani di pochi potenti detentori del capitale. 

Mentre la società si trasforma sempre più in un agglomerato individualista secondo i dettami fascisti e le imposizioni gerarchiche. Questa invece dovrebbe incarnare un esempio, un monito di comunità laica, un sentire comunitario condiviso, fondato sulla solidarietà, l’accoglienza e l’inclusione e l’amore tra le persone e i popoli.

Il liberalfascismo deporta le persone verso una democrazia dello sfruttamento in un’accezione estremamente negativa dove il più debole e il più fragile e l’ultimo dell’anello sociale sono posti ai margini dall’individualismo che permea in senso dannoso e deleterio l’attuale società.

Quindi l’austerità contro la democrazia. Ossia si chiede sempre più un estremo sacrificio e illecita sottomissione da parte degli ultimi e di tutti i cittadini e lavoratori che vivono con il solo loro reddito al fine di incrementare la ricchezza nelle mani dei privati e non dello Stato sociale e dei servizi pubblici e al contrario nella concentrazione del massimo benessere e profitto nelle tasche dei più potenti e dei padroni che detengono il capitale. 

Per questo Cremaschi tratta di una ‘democrazia di Apartheid’ dove gli ultimi della società ‘civile’ scontano il lavoro coatto e la miseria di un nefasto e funesto sistema accumulatorio e predatorio che avvantaggia sempre i più potenti a livello globale e i benestanti e benpensanti e i padroni e i signori della guerra. 

Per questo non si vive in una democrazia sana e basata sugli ideali della Costituzione Repubblicana nata dalla lotta al nazifascismo in tutta Europa nel novecento, ma ci si scontra su un modello di ‘democrazia anticomunista’ che equipara, in modo revisionista, il modello comunista con la spregiudicatezza del fascismo e l’orrore e la barbarie di quello che è stato il nazifascismo nell’Europa del cosiddetto e nefasto secolo breve. Quindi risulta una ‘democrazia truccata’ perché non si attiene ai dettami e agli ideali e ai valori della costituzione e del diritto internazionale. Ma si avvale di disvalori mefitici, moralmente guasti e pericolosi, del fascismo più abietto con il tramite del militarismo che pervade attualmente e inizialmente il sistema scolastico e l’università e infine la società nel suo complesso.

Il motto più usuale in questo contesto appunto mefitico è Dio, patria, famiglia in quanto non si lascia spazio alla libertà di pensiero, alla libertà di scelta e alla laicità inclusiva e alla diversità delle differenze in nome di un bigottismo e un provincialismo e menefreghismo e della borghesizzazione del sociale che portano alla fascistizzazione del concetto e contesto comunitario come sosteneva don Milani.

Cremaschi denuncia un ritorno a un’Italia dei fasti repubblichini dove si assiste a un travaglio di passività di molte frange della popolazione e in contrapposizione a moti di ribellione soprattutto di diverse parti dei giovani che non vogliono sottostare alle imposizioni neoliberiste e alle minacce e emergenze che attanagliano la società a livello glocale e l’umanità a partire dall’universale. Per cui si assiste ad un ‘bivio della paura’ farneticante che porta a sgomento e allo stesso tempo a volontà di riflessione e di azione e rivolta da parte di alcune frange giovanili.

I giovani di Fridays for Future e di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione e gli studenti universitari e tutti i pacifisti, i disertori, i renitenti e gli obiettori che nel mondo si rifiutano di imbracciare le armi e di andare in trincea per combattere e andare incontro all’autodistruzione immediata, ma anche e soprattutto all’annientamento dell’intero genere umano sono le variegate realtà di lotta e resistenze estrema che tutti insieme dobbiamo sostenere come società libere e pensanti in una nuova stagione di resistenza per la pace universale, contro i metodi autoritari del fascismo all’interno dell’ideologia liberale come esito della capitalizzazione a destra del sistema neoliberista. Infatti, la globalizzazione liberista e la politica economica neoliberista stanno dominando stabilmente il mondo a discapito delle sinistre social-liberali che non vogliono le guerre e i genocidi e lottano e resistono, al contrario di questo contemporaneo sistema congiunturale distorto, per il valore e l’ideale più alto: la pace.