Tornare a sognare, senza essere sognatori di Oliviero Sorbini

OLIVIERO SORBINI
Tornare a sognare, senza essere sognatori
Più coraggio per l’innovazione, la ricerca
e la sperimentazione

Tempo non ne abbiamo più. Da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra l’avvelenamento dell’intero pianeta. Se 150 anni fa avessero domandato a persona colta e ben informata quali danni il genere umano avrebbe potuto causare a se stesso e a tutto il sistema biologico del pianeta, questi non sarebbe riuscito, con tutto il pessimismo possibile, a immaginare la realtà di oggi. Solo qualche profezia, forse, ha anticipato l’attuale stato delle cose.
E se non c’è più tempo, allora … è tempo di provare concretamente a cambiare modo di pensare e procedere. Forse è il momento di tornare a volare alto, a essere capaci di sognare, senza essere considerati sognatori, intesi come poveri illusi avulsi dalla realtà.
Cerchiamo di analizzare, nella disperata ricerca di una visione di sintesi e nel modo più oggettivo possibile, la nostra società odierna. E’ una società, una collettività internazionale, fortemente condizionata dall’interesse dei singoli, dal vantaggio immediato o comunque prossimo delle singole persone. E’ su questo principio che si è evoluto, purtroppo nel peggiore dei modi, il capitalismo e lo sviluppo delle grandi società per azioni, quotate in borsa, che poi hanno generato le multinazionali; e sul loro prototipo si sono modellate anche le società statali. E’ un giudizio sintetico che omette molto, ma purtroppo non lontano dal vero. La nostra è una società dove la responsabilità personale ha sempre più perso valore, nella quale, il più delle volte, i manager o amministratori pubblici (politici per primi) e privati si muovono e giustificano le loro scelte come soldati che devono eseguire degli ordini, pur perseguendo profitti a proprio vantaggio.
E’ difficile essere ottimisti. Credo che dovremmo tornare a perseguire obiettivi concreti e strategici di grande respiro, come per esempio la radicale riduzione delle spese militari in favore di azioni per la mitigazione e l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Non solo in Italia ma in tutto il mondo. Penso anche, però, che dovremmo ben guardarci dal confondere un’idea, spesso un’ideale, con la nostra strategia. Un esempio, non scelto a caso, sul quale voglio estendere questa mia riflessione, è quello dell’atteggiamento del movimento ambientalista sulla questione rifiuti. Rifiuti Zero è senz’altro un obiettivo che suscita emozioni e risveglia la nostra capacità immaginativa. La filosofia del No Waste credo sia assolutamente corretta, nell’applicazione delle 5 R (Rifiutare ciò che è superfluo – Ridurre – Riutilizzare – Riciclare – Ridurre lo scarto). Non credo però sia opportuno proporre lo slogan Rifiuti Zero come unica soluzione immediata e concreta ai problemi che dobbiamo rapidamente affrontare. Perché non saremmo compresi e le nostre buone intenzioni serviranno solo per portarci discredito. Un movimento che non sa comunicare con la gente è un movimento che non potrà portare avanti nulla di concreto. E’ su questo aspetto che manca, a mio parere anche nel contesto del mondo ambientalista, un’analisi oggettiva dello stato delle cose. Non partiamo da una situazione facilmente gestibile, anzi dal contrario. Perché non possiamo dimenticare che a monte delle R c’è una P (produzione di beni e quindi di ricchezza immediata) che determina la creazione del problema. Da qualche decennio il movimento ambientalista italiano e di altri paesi occidentali, sulla questione rifiuti, si è concentrato quasi esclusivamente sulla raccolta differenziata e sul conseguente riciclo , come soluzione della problematica. Risultati? Qualcosa di buono è stato ottenuto. Ma la realtà rimane disastrosa. Forse non sarebbe sbagliato iniziare con l’ammettere e prendere atto che la stragrande maggioranza della plastica che raccogliamo finisce nei termovalorizzatori e, se possibile, ancora nelle discariche. Perché negare la verità? A chi porta vantaggio? Se non si avrà il coraggio, rinunciando all’immediato vantaggio o a radicate convinzioni, spesso pregiudiziali, di alcune parti di cambiare atteggiamento non usciremo vincitori da questa partita.
Sono convinto sia necessario non aver paura di essere scavalcati e di uscire dall’’ortodossia ambientalista dominante. Ora, come mai, è necessario trovare un modo di operare e risolvere i problemi. I due vice primi ministri italiani si sono espressi chiaramente sul problema: uno ha detto che l’uso dei termovalorizzatori è la soluzione del problema, l’altro ha affermato che mai e poi mai si farà ricorso ad altri termovalorizzatori. Situazione invidiabile per noi cittadini italiani! Nessuno però, a cominciare dal Ministero dell’Ambiente, ha il coraggio e l’intelligenza di dire che vi possono essere alternative concrete. E tanto meno vi è il coraggio di iniziare a provare a cambiare lo stato delle cose. Nessuno ha il coraggio e la voglia di affermare chiaramente che è tempo di fare ricerca e sperimentare nuove e concrete soluzioni. Che, sia ben chiaro, esistono. E possono probabilmente contribuire, nella logica del nulla si distrugge, tutto si trasforma, alla soluzione del fabbisogno energetico. Non lo affermo io (che certo non sono un tecnico e di questa mia lacuna sono perfettamente consapevole) perché mi è venuto in mente stamani. Vi sono esperienze e certificazioni su nuove tecnologie che vengono semplicemente ignorate. Il problema dei rifiuti è solo uno dei mille e più che dobbiamo affrontare e per tutti credo sia necessario portare avanti una battaglia per l’innovazione, la ricerca e la sperimentazione.
Non viviamo in compartimenti stagni. Viviamo in una società dove ogni elemento è strettamente collegato ad altri. Una battaglia per la sola questione dei rifiuti sarebbe, seppur vinta, parte di una guerra persa. La guerra in questione è quella della sopravvivenza dell’umanità e di gran parte della vita biologica sul pianeta. Anche se avessero ragione (e non la hanno) i negazionisti sulla causa antropica del repentino cambiamento climatico, la questione rimane immutata e riguarda tutti, ricchi e poveri, europei o americani e africani o asiatici, cristiani, musulmani, induisti, ebrei o atei. Perché non dobbiamo affrontare solamente i problemi derivanti direttamente dai cambiamenti climatici. Quelli dell’avvelenamento dei terreni, conseguentemente delle falde acquifere, dell’aria e degli oceani, dello sciagurato uso dei pesticidi non sono da meno, con riflessi diretti sulla nostra salute. Quando è che ci mobiliteremo perché chi ha inquinato e inquina non solo la smetta ma ripari o almeno tenti di riparare i danni che ha provocato? Quando succederà che gli azionisti delle multinazionali del petrolio e dei fossili in generale saranno un po’ meno ricchi, perché saranno stati costretti a spendere soldi per bonificare i terreni e le acque compromessi dalla loro avidità e disprezzo per la vita degli altri?
La consapevolezza della gravità della situazione ci deve portare ad essere concreti, senza rinunciare agli obiettivi principali. Per questo dobbiamo tornare a sognare, senza essere sognatori, consapevoli che le problematiche da affrontare sono globali e dunque necessitiamo di costruire reti di comunicazione e di mobilitazione internazionali. E’ necessario che si rivedano modi di produrre, di commercializzare e di consumare. I fronti su cui intervenire sono infiniti e per questo gli ambientalisti e i movimenti per la giustizia sociale di tutto il mondo devono tornare ad appropriarsi dell’uso delle nuove tecnologie per il bene della collettività e non lasciarle in mano a speculatori, militari e politici che è veramente difficile ritenere, e a questo punto sperare, essere in grado di esercitare il loro ruolo di responsabilità sociale. E risulterà di importanza fondamentale che recuperino alcuni valori della loro storia, quali in particolare l’antinuclearismo e la capacità critica nei confronti del mondo degli armamenti tutti.
Un nuovo e più forte movimento eco pacifista
L’idea del disarmo unilaterale da parte di alcuni stati è vista, o comunque definita, come impossibile e irrealizzabile da parte della quasi totalità dei governanti del mondo. Ma se ci fermiamo a ragionare, partendo dal nostro Paese, vediamo che il primo vero problema è che, con l’eccezione di poche persone e organizzazioni, nessuno la propone nemmeno per la discussione.
E’ chiaro perfino per i bambini che le nostre forze armate convenzionali, in tempo di bombe elettromagnetiche, sono del tutto inutili per la difesa del Paese. Forse potrebbero fronteggiare un’ipotetica invasione da parte dello stato della Slovenia? Ma appare assurdo, a fronte di questo supposto pericolo, spendere quanto spendiamo nel mantenere in piedi un sistema militare come quello attuale. E non ci si venga a raccontare che le nostre forze armate servono per contribuire a mantenere la pace nel mondo. Vi sono, allo stato attuale delle cose, innumerevoli alternative, anche in considerazione del fatto che l’Italia è parte dell’Unione Europea.
Poiché siamo consapevoli che non riusciremo a cambiare radicalmente in breve il sistema mondiale solo con la nostra convinzione che le armi e le forze militari comportano per l’umanità un grande danno e un immenso pericolo, potremmo impegnarci su un percorso graduale, che comunque preveda l’idea di disarmo da parte di molti stati. Un primo passo potrebbe essere quello di dar nuova vita ad un movimento eco pacifista che, pur dando per scontato che il nostro Paese, nell’immediato, resti nella NATO, chieda che l’Italia si liberi per prima cosa delle basi nucleari nel proprio territorio. Senza il coraggio di partire non si potrà arrivare da nessuna parte.
Perché, invece che dileggiare l’idea come irrealistica, non torniamo, come movimento pacifista e ambientalista, nel quale si riconoscono anche molte persone che professano la propria religione, a indicare nel disarmo unilaterale una seria e concreta via da seguire? Vi sono infinite obiezioni a questa idea, alcune dettate dalla paura dei politici di perdere il consenso elettorale di tutto un mondo legato alle forze armate. Ma vi sono altrettante valide risposte più che fondate, che possono e devono prevedere un nuovo e più utile impiego delle risorse attualmente sperperate. Oggi la guerra che più da vicino minaccia paesi come l’Italia, non è una guerra fatta con le bombe e i bazooka ma con i cyber attacchi. Sarebbe certo più utile impiegare una piccola parte di quel che le forze armate spendono solo in carburante in ricerca e innovazione, anche nel settore della cyber difesa di istituzioni, industrie e infrastrutture.
Minaccia nucleare e minacce ambientali sono elementi diversi dello stesso problema. E ambedue mettono in pericolo la sopravvivenza della razza umana e della biodiversità. Per questo ognuno deve fare la propria parte: noi italiani come il popolo americano o quello cinese. Penso che in Europa, i cittadini degli stati che non posseggono la tecnologia delle armi nucleari, come ad esempio italiani, olandesi o spagnoli, potrebbero per primi più facilmente, provare a fare il passo iniziale. Non avrebbero niente da rimetterci, ma solo da guadagnare in risorse che potrebbero essere investite, come detto, in misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici, nell’istruzione, nella ricerca e nella sperimentazione.
“La Rivoluzione disarmista” è stata scritta da Carlo Cassola ormai alcuni decenni fa, quando non esistevano Internet, il Cybermondo e neanche le bombe elettromagnetiche. Eppure i concetti espressi in quel libro sono del tutto attuali, anzi lo sono ancor più, perché l’evoluzione tecnologica ha reso sempre più evidente l’anacronismo del militarismo convenzionale. Oggi una nazione può essere messa in ginocchio da un cyber attacco alle sue strutture e infrastrutture portanti. E i nostri militari cosa faranno? Come potranno aiutarci? Prendere atto della realtà e professare il disarmo unilaterale, ammettendo sì la propria non competitività bellica, ma con l’obiettivo finale di arrivare ad un mondo senza guerre, non è così assurdo come si vorrebbe far apparire. Certo è necessario che questo movimento di pensiero attraversi il mondo ma non dobbiamo dimenticare che il problema delle guerre nucleari e tecnologiche riguarda tutti gli esseri umani del pianeta. L’ONU certamente non funziona quanto sarebbe necessario perché vi operano troppe realtà conflittuali e troppe persone che pensano solo ai propri benefici. Ma non per questo il concetto di Nazioni Unite è superato! Su questo, credo, dovremmo concentrarci, come movimento pacifista e ambientalista mondiale. Già, perché mai dobbiamo dimenticare che l’incubo peggiore per l’ambiente sono le armi nucleari.
E’ tempo che ambientalismo e pacifismo tornino ad essere un solo movimento. In fin dei conti l’obiettivo è unico. E’ tempo di ribellarsi alle fake news istituzionali, professate dai governi. Il mondo è uno, con tutte le sue complessità. O sapremo, globalmente, considerarlo nella sua interezza o non riusciremo a cambiare il viaggio verso il dolore e infine la morte dell’intera umanità. Necessitiamo di ridurre l’egoismo, di smascherare i furbi, inutili a tutti se non a se stessi, abbiamo bisogno di nuovi (o anche vecchi) traguardi. Prima ancora di alzare il tiro, dobbiamo alzare la testa.
I ragazzi di Greta sono molto gentili con noi adulti. Non ci hanno escluso. E’ un segno di intelligenza che attivisti di altri movimenti giovanili non avevano avuto. Ma noi adulti, e spesso anziani, abbiamo il dovere di mettere a loro disposizione il nostro sapere e la nostra esperienza. Pensare di combattere i cambiamenti climatici limitandosi ad invitare i potenti del mondo a cambiare rotta, noi lo sappiamo, è illusorio. Per questo abbiamo il dovere di indicare obiettivi che abbiano una valenza strategica. E di agire nella tattica. La lotta contro l’uso dei fossili, il contenimento e poi la fine degli inquinanti nell’atmosfera, la bonifica dei terreni, delle discariche, delle acque, la riduzione a monte dei rifiuti sono obiettivi perseguibili e realizzabili. Magari trovando risorse dal risparmio sugli armamenti e usando le forze armate come energie per la protezione civile e per l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici.
Se il movimento giovanile che sta nascendo intorno a Fridays for Future, saprà individuare fra gli obiettivi quelli del disarmo nucleare e della radicale riduzione degli investimenti negli armamenti, allora avrà centrato un aspetto basilare dell’attuale sistema di interessi, non a caso così restio a mettere in pratica concrete misure sulla lotta ai cambiamenti climatici e l’avvelenamento del pianeta, e potrà contare su una efficace strategia per incidere sul futuro.

Il movimento dei Venerdì per il clima si coordina

Il movimento dei Venerdì per il clima si coordina

Di Alfonso Navarra

Pubblichiamo su “IL SOLE DI PARIGI” un buon resoconto e stimolanti riflessioni di Guido Viale sull’assemblea “costitutiva” di Fridays For Future (FFF) Italia che troviamo alla URL: https://comune-info.net/2019/04/come-nasce-un-movimento/
L’assemblea che ha prodotto, da parte dei ragazzi protagonisti di un risveglio ecologista che ricorda il ’68 (almeno a noi con i capelli ormai bianchi) la decisione di coordinarsi (ancora però non si sa bene come) si è svolta a Milano, il 13 aprile 2019, presso l’Auditorium Levi di via Valvassori Peroni 21, preceduta il giorno prima, sempre nella stessa sala, da un convegno scientifico.
Rispetto alla impostazione del nostro studioso ambientalista, proviamo ad aggiungere ulteriori spunti di ragionamento sulla natura (“dal basso”?) e le propensioni di questo movimento nascente.
La prima cosa che osserviamo è la mancata discussione sul ruolo carismatico di Greta Thunberg. Essa viene definita un “simbolo” ma questa “bandiera” certamente non si limita a sventolare issata dai sostenitori della causa. Poi spiegherò meglio perché ritengo questo fatto – almeno per il momento – una fortuna. Ad esempio la giovane Thunberg viene in Italia ed incontra il Papa e la Presidentessa del Senato. Manca, credo per una svista, il Presidente della Repubblica! Non una parola però è stata spesa in assemblea su a cosa servirebbe l’incontro con l’autorità al Senato e che cosa gli si andrebbe a dire come movimento. O parlerà solo Greta per tutti? Una delegazione accompagnerà la svedesina che è la promotrice della mobilitazione mondiale? Chi ci va, solo i romani? Ci sarà anche qualche personalità ambientalista di contorno (si fa il nome di Grazia Francescato)?
Rispetto alla mission del movimento FFF Italia, non è chiaro (almeno non è chiaro a me) se si tratta semplicemente di premere dal basso per il rispetto e l’attuazione, con “spirito emergenziale”, degli accordi di Parigi o se si devono sostanzialmente affiancare le “resistenze territoriali” contro le Grandi Opere Inutili per “cambiare il sistema”. Qui in Italia l’opposizione sociale è affetta da localismo cronico e c’è il rischio che anche FFF Italia sia condotto dall’ingerenza di comitati locali, centri sociali e sindacati di base vari a fare la forza di supporto per la centralità egemonica della battaglia No-TAV. Per fortuna che qui l’antidoto c’è: Greta, la leader reale, pensa al pianeta Terra nella sua unità globale e non è affatto focalizzata sullo smog di Stoccolma! Non a caso ha appena scritto un libro intitolato: “La nostra casa brucia”. La casa di cui parla non è infatti il suo ristretto ambito territoriale ma l’unico ecosistema che fa da ambiente vitale per noi umani tutti.
Penso che mi troverò a doverlo spiegare in interventi controcorrente. Parto con degli esempi. L’effetto serra globale ha già “fottuto” la Valle di Susa (ci sono stati, ad esempio nell’ottobre 2017, incendi boschivi devastanti causati da una prolungata siccità tipo il vento che ha sradicato gli alberi di Belluno) e che sin da adesso c’è poco e ci sarà sempre meno da difendere. Se continua così avremo una landa desolata prima ancora che il treno TAV si trovi a sferragliare nel famigerato tunnel per un solo centimetro di rotaie!
Lo stesso dico per chi si accinge a dichiarare a Taranto una “guerra” per la chiusura dell’Ilva. Volete mettervi in testa che se l’accordo di Parigi salta il porto pugliese, ILVA o non ILVA, è comunque destinato a finire sott’acqua per l’innalzamento dei mari, come Livorno, Cagliari, Napoli (guarda caso, anche essi “porti a rischio nucleare”)? Un recentissimo studio dell’ENEA non si presta ad equivoci in proposito. Insomma, per quattro giorni alla settimana continuiamo pure ad essere No TAV in Val Susa e no ILVA a Taranto. Ma perché, soprattutto, che so a Milano, a Roma e a Palermo, non dovremmo concentrarci, almeno il venerdì, sulla Terra, la casa comune che brucia?
La stessa Greta (sia benedetta!) ci ricorda che occorrono decisioni collettive ed infrastrutture per la decarbonizzazione: togliere finanziamenti ed incentivi alle fossili (500 miliardi di dollari l’anno nel mondo, 18 miliardi in Italia!), istituire una carbon tax, promuovere la conversione rinnovabile dell’energia (il petrolio va lasciato sotto terra!). Nella consapevolezza che dobbiamo contemporaneamente attuare una conversione ecologica della mentalità. Soprattutto serve svegliarsi e svegliare la gente e fare capire che ci troviamo in una vera emergenza, che non c’è quasi più tempo per agire. Gli interlocutori, insomma, non sono tanto i politici quanto principalmente i media, che devono subire la pressione della gente sensibilizzata e mobilitata su “una crisi che va trattata come una crisi”.
Se avessi oggi la possibilità di discutere con Greta le ricorderei, parlando di emergenze, una cosa che al momento lei purtroppo ignora totalmente. La casa che brucia si sta anche inondando di gas esplosivo, ed una scintilla può farci saltare in aria annientandoci in un attimo. E’ il problema della minaccia nucleare (la guerra atomica che può scoppiare persino per errore!) che ha intrecci con la minaccia climatica e che, ad avviso di chi scrive, costituisce la priorità delle priorità, una condizione ancora più spaventosa del cambiamento climatico e su cui non registriamo nemmeno quel minimo di consapevolezza che fortunatamente sta montando su di esso grazie ai giovani di FFF.
Anche su questo terreno della “deterrenza” assurda e suicida dovremmo trovare il coraggio di “copiare” la nostra intelligente e coraggiosa svedesina:
“Non voglio la vostra speranza.
Non voglio che siate ottimisti.
Voglio che siate in preda al panico.
Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno.
Voglio che agiate come fareste in un’emergenza.
Voglio che agiate come se la cucina della nostra casa comune stia perdendo gas e le nostre stanze si stiano riempendo di sostanze che possono esplodere da un momento all’altro.
Disarmiamo subito, chiudiamo i rubinetti del gas ed apriamo le finestre per disperderlo!”

Come nasce un movimento
Guido Viale | 15 Aprile 2019 |

Che ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha ormai pochi anni di vita? Due straordinarie giornate, a Milano, mostrano come Fridays for Future sia già un movimento nuovo che sa guardare lontano e agire adesso. Preceduta da una conferenza scientifica sulle fonti rinnovabili, le ripercussioni in agricoltura, lo stato della ricerca, il negoziato internazionale e la dimensione sociale dei cambiamenti climatici, sabato 13 aprile si è tenuta l’assemblea costituente del movimento italiano, la prima grande discussione nel mondo che prova a disegnare il profilo di qualcosa che si presenta come “di nuova generazione”. Ne avevamo tutti un tremendo bisogno. Un racconto di quel che pensa di combinare un fiume di ragazze e ragazzi che possono guardarsi negli occhi senza paura perché hanno fiducia in quel che sapranno fare

Il 12 e il 13 aprile si è svolta a Milano la “due giorni” di Fridays for future Italia. La sera del 12 con una conferenza scientifica affidata a quattro esperti: sulle fonti rinnovabili, sulle ripercussioni in agricoltura, sullo stato della ricerca, sul negoziato internazionale e sulla dimensione sociale dei cambiamenti climatici. Il 13 si è svolta invece, per tutto il giorno, l’assemblea nazionale costituente del movimento italiano, la prima nel mondo: “d’altronde il corteo di Milano è stato il più grande di tutti”, ha detto con orgoglio uno degli intervenuti. Se la sera prima il pubblico era “misto”, metà di giovani e metà di persone mature, il giorno dopo l’aula magna della facoltà di fisica era stracolma solo di giovani e giovanissimi (con rarefatta presenza di anziani), tra cui circa 200 delegazioni da oltre 100 città italiane. L’età media molto bassa è una caratteristica e un vanto di Fridays for future.
Per molti intervenuti, più che di studenti – “che mai ci facciamo a scuola se lì non ci insegnano altro che a riprodurre un modello di sviluppo che ha solo più pochi anni di vita?” – il loro è un movimento della “nuova generazione”: una generazione “preoccupata” se non “terrorizzata”; “la prima che sperimenta il cambiamento climatico, ma anche l’ultima che ha la possibilità di fermarlo”. Questa coscienza di una responsabilità generazionale – “Qui, come diceva Falcone, innocente non è nessuno” e “il sistema siamo noi; per questo possiamo cambiarlo”; o anche “non ci salverà nessun altro” – ha attraversato tutto il dibattito, con una frequente contrapposizione tra “noi”, la generazione del terzo millennio, e “loro”: quelli che non hanno fatto niente per sventare quel rischio mortale, andando avanti per la vecchia strada come se niente fosse. Per questo “occorre ammettere le colpe dei padri” evocando anche “un giusto risentimento verso le precedenti generazioni”. “C’è un elefante nella stanza, che sta per sedersi sopra di noi” perché “ci avete ignorato; ma è finito il tempo delle scuse. Adesso siamo arrivati noi”. Ma è stato anche aggiunto “Siamo giovani sì, ma non ostili a chi non lo è”. Tuttavia il mood generale era tale per cui l’unica persona di una certa età che è intervenuta, la mamma di un “attivista” di 13 anni, ha sentito il bisogno di esordire dicendo: “Chiedo scusa per l’età”. D’altronde anche un giovane può sentirsi un po’ vecchio: “Se un anno fa mi avessero detto che sarei andato dietro a una ragazzina svedese di sedici anni -ha raccontato uno degli intervenuti – avrei pensato che mi stavano scambiando per un pedofilo…”
Gli interventi, rigorosamente contingentati nei tempi, erano organizzati intorno a quattro punti: chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo e come ci organizziamo. Tralasciando quest’ultimo, che ha reso evidenti le difficoltà di dare anche solo un coordinamento a un movimento nato da poco, e “a velocità pazzesca”, le delegate e i delegati che si sono alternati sul palco hanno fornito un quadro corale di un movimento diversificato ma unitario, creativo, colto, che sa di essere forte e di avere la ragione dalla propria parte; e che per questo può irridere ai suoi avversari: “Ma se tutti sono d’accordo con noi, contro chi stiamo manifestando?” Ma anche capace di mobilitazioni straordinarie “che non si vedevano dal tempo delle adunate degli alpini” e al tempo stesso preso dallo stupore per il modo in cui i suoi protagonisti si stanno trasformando: “Siamo qui. Greta ha smosso il mondo: sono nate di colpo amicizie tra persone che non si conoscevano”.

Se il primo problema, per ora, era “combattere l’indifferenza, Fridays for future l’ha smossa”. E grazie a questo, “solo noi possiamo guardarci negli occhi, con fiducia e non con paura”, in “un movimento che nasce da un sentimento senza interessi, perché ci crediamo”. E “possiamo cambiare il sistema perché siamo gli unici a non farsi acciecare dal guadagno”. Con la coscienza, per di più, di avere un ruolo storico: “Con noi i senza diritti prendono la parola”. “Ci hanno sempre detto che ‘non c’è alternativa’. Ma l’alternativa siamo noi” e ancora: “Siamo un movimento bellissimo, la goccia che sarà l’inizio della tempesta”.Adesso, subito, “il tempo scorre, tic tac, tic tac”, “l’apocalisse è già qui” e “non possiamo aspettare di raggiungere l’età adulta”. E, tanto per cominciare: “Il prossimo autunno dovrà parlare di questa generazione”, con l’ambizione di “diventare il movimento più grande del mondo”.
Chi siamo? La formula più ripetuta, da quasi tutti, è: “un movimento apartitico”, corredato anche da qualche “antipartitico”. In effetti una delle note dominanti è stata la diffidenza e, in molti casi, un vero e proprio rigetto nei confronti dei partiti; ma anche dei sindacati, al punto che pur chiedendo che la prossima giornata di lotta del 24 maggio venga proclamato uno sciopero generale che blocchi tutto il paese per esigere misure radicali sul clima, si è voluto evitare di nominare i sindacati nella mozione finale. Ma ce n’è anche per le associazioni ambientaliste, anche loro “troppo legate ai partiti”. E dai partiti questa diffidenza è stata estesa, da alcuni, ma non da tutti, anche alle istituzioni, su cui “occorre esercitare il massimo della pressione”, ma con cui “dialogare è prematuro; non siamo ancora pronti”. A questa quasi unanimità contro i partiti si associa la denuncia delle loro strumentalizzazioni – “Parlano come noi di transizione energetica e poi finanziano i fossili” – mentre fa da riscontro un quasi incondizionato apprezzamento per la ricerca scientifica, il suo metodo e gli scienziati; fino all’affermazione volutamente paradossale che ne ricalca una di cinquant’anni fa: “Vogliamo tutto e subito.

Ce lo dice la scienza”. Con ciò trascurando persino la lettera con cui un gruppo di scienziati italiani si è rivolto al movimento per avvertirlo che non tutta la scienza è allineata con le posizioni dell’IPCC, soprattutto in campi non direttamente legati alla climatologia, come medicina, agricoltura, idraulica, ingegneria, ecc.; e che non tutti gli scienziati sono esenti da condizionamenti, anche pesanti, da parte di lobby e corporation che hanno forti interessi in quei campi. Ma si capisce bene questa presa di posizione del movimento, che a volte finisce per attribuire alla “scienza” anche l’intera soluzione dei problemi: perché l’adesione ai metodi e ai risultati della ricerca scientifica è ciò che contrappone il movimento alla “politica”, quella dei partiti, che li ignorano o non li tengono in alcun conto, facendosi corresponsabili della corsa al disastro. Ma se le analisi dei climatologi sono inconfutabili e “le tecnologie per decarbonizzare completamente l’economia sono disponibili, e a costi anche inferiori a quelli dei fossili”, come era stato illustrato nella conferenza scientifica della sera precedente, di lì nasce anche una sottovalutazione del ruolo della politica, quella vera, quella fatta dai cittadini consapevoli.
Quella sottovalutazione si radica in un’affermazione sbagliata di Greta, spesso ripetuta nel corso dell’assemblea, secondo cui “i politici sanno che cosa bisogna fare, le soluzioni ci sono già, ma non le applicano”. In realtà i politici di tutto il mondo non sanno assolutamente che cosa fare, e per questo continuano per la vecchia strada come se niente fosse. Perché la transizione energetica e, a maggior ragione, una radicale conversione ecologica, non sono questioni solo tecniche, ma anche e soprattutto sociali: richiedono, tra l’altro, una rivoluzione degli stili di vita, ma anche la chiusura di milioni di imprese e di progetti – e l’apertura di altri – colpendo interessi costituiti, ma anche posti di lavoro non sempre immediatamente sostituibili o riconvertibili: un processo sicuramente complesso e fonte di grandi sconvolgimenti (anche se inferiori a quelli che ci aspettano in uno scenario business as usual, senza interventi mirati).
Per questo nessun politico ha la capacità e la cultura per affrontarli: si sono sempre dedicati ad altro… Di questa problematica solo alcuni degli intervenuti in assemblea hanno dimostrato di essere consapevoli (poco male, c’è tempo per affrontarla, tanto più che dovrà impegnare intelligenze e pratiche collettive per decenni). Ma a volte ha il sopravvento anche una spinta alla delega: “Nessuno di noi deve avere paura di scontentare qualcuno”, dice qualcuno, “non siamo noi a mandare a casa i lavoratori”. A risolvere problemi come questo “devono pensarci loro Non sono mancati però accenni a entrare maggiormente nello specifico: “Clima vuol dire energia, ma anche mobilità, agricoltura, allevamento, alimentazione”. Per ciascuno di questi ambiti “ci vogliono piani di transizione precisi”.

Chiaro è comunque a tutti, o quasi, lo stretto legame tra giustizia ambientale – salvare la vita su questo pianeta – e giustizia sociale – evitare che le conseguenze del degrado ambientale ricadano, come succede da tempo, sui più miseri e i più emarginati della Terra – cogliendo la stretta relazione tra deterioramento climatico e migrazioni; e anche tra migrazioni e razzismo: “Non possiamo prescindere dal razzismo. Viene negata la dignità a degli esseri umani a causa del loro paese di origine”.
Subito dopo l’adesione al metodo scientifico, tra le caratterizzazioni del nuovo movimento più citate c’è quella di “anticapitalista”; vengono poi, nell’ordine, “politico”, “pacifico”, “antifascista” e “democratico”. La connotazione di anticapitalista è stata spesso associata alla denuncia del ruolo delle multinazionali o dello sfruttamento del lavoro, che hanno “trasformato la Terra in una immensa, sudicia società per azioni”. E alla convinzione, condivisa da molti, che “il capitalismo, la radice del mondo in cui siamo nati” “non è sostenibile”: “non si può più vivere nel capitalismo che i nostri antenati hanno creato”. Non è una connotazione ideologica, come quella di chi pensa ancora che l’esito prefigurato dallo “sviluppo delle forze produttive” sia inevitabilmente il socialismo o il comunismo: due termini che non sono mai stati pronunciati. Quello sviluppo delle forze produttive ha infatti finito per volgere l’intero pianeta al peggio, per lo meno negli ultimi decenni. Tutti sembrano consapevoli che “lo sbocco” della transizione energetica o, più in profondità, della conversione ecologica, è interamente da ripensare e da costruire, anche se molto del suo profilo sembra già delinearsi attraverso alcune indicazioni per l’oggi: “diritto a un futuro felice”, “cambiare stile di vita, riducendo i consumi”, “ridurre l’orario di lavoro”, “istituire un’economia circolare”, “realizzare un cambiamento politico ed economico non più fondato sulla predazione delle risorse della Terra”, “salvare il vivente, gli animali e le foreste”, “rispettare gli animali”, “salvaguardare tutti gli ecosistemi”, “perseguire giustizia, verità e bellezza”, “superare l’antropocentrismo”, “adottare un punto di vista femminile nell’analisi dei problemi”.
Che cosa vogliamo? Qui le indicazioni sono chiarissime: innanzitutto la “decarbonizzazione rapida e totale”: “fermare l’estrazione di fossili”, “bloccare gli incentivi ai fossili”, “istituire un Green new deal”. Alcun fanno riferimento alla definizione dello sviluppo sostenibile del rapporto “Il nostro futuro comune” (1988), altri ai 17 obiettivi dell’ONU, ai rapporti dell’IPCC, all’accordo di Parigi, rilevando comunque come nei negoziati internazionali prevale sempre ilcompromesso.
Pareri diversi sono stati espressi sul tema dei rapporti con le istituzioni: per alcuni occorre aprire un confronto al più presto; per altri non siamo ancora pronti. Per accettare un confronto con il ministro Costa, bisogna comunque che ci sia da parte sua “un atto di buona volontà: stop a tutti i nuovi impianti”. Le prossime elezioni europee “ci riguardano poco”, ma si potrebbe comunque “sottoporre ai candidati un elenco di richieste da sottoscrivere”, per poi vedere come si comportano. La richiesta più dirompente è comunque quella di chiedere – o esigere – dalle autorità locali o dal Governo (e dalle autorità scolastiche, per gli insegnanti di Teachers for future, che propongono anche “una disobbedienza civile di massa senza precedenti, per salvare il mondo”) “la dichiarazione di uno stato di emergenza per il clima”, in modo da “spostare il focus del dibattito” per far sì che vengano messe al primo posto tutte le misure di possibile realizzazione immediata, abbandonando iniziative e progetti dannosi per il clima e “intersecando i diversi temi per rendere il nostro punto di vista egemonico”. La lotta contro i cambiamenti climatici deve diventare la priorità a cui ricondurre e tutte le cose da fare. A partire dal “blocco di tutte le grandi opere”.

E’ questo un tema che ha visto uniti tutti quanti gli interventi: “no alle grandi opere inutili e dannose, ai grandi eventi, alle grandi navi (a Venezia), alle grandi speculazioni, a partire da quelle direttamente connesse allo sfruttamento e al trasporto dei fossili: tap, trivelle, Centro oli dell’Eni, ecc. Con l’avvertenza, tuttavia, che, a causa della scarsa o cattiva informazione “la maggioranza della gente non è contro le grandi opere”, e che “su questo tema occorre agire con cautela, spiegarci; perché dobbiamo essere i rappresentanti di tutti”. Quest’ultima, d’altronde, è una preoccupazione che ricorre in molti interventi: “Abbiamo bisogno soprattutto di chi non c’è”, “non bisogna chiuderci tra noi giovani”, “bisogna fare grandi campagne di informazione”, “coinvolgiamo anche gli anziani”; poi occorre “entrare nelle scuole”, “cambiare la didattica”, “educare gli insegnanti” e, soprattutto, “spostare gli investimenti dai fossili all’istruzione”, “finanziare ricerca e istruzione”. Tanto più che “il loro potere si basa sulla nostra ignoranza”: “abbiamo nove scuole su dieci che crollano e finanziano il TAV…”. Occorre, insomma “promuovere una rivoluzione culturale a partire dalle scuole”.
Alla fine di tutto spuntano le iniziative pratiche in cui molti sono impegnati: pulire strade e giardini a scopo dimostrativo (e non per aiutare le amministrazioni), eliminare la plastica da scuole, università ed eventi pubblici; ma “proibire anche la produzione di plastica usa e getta”, spostarsi in “bicicletta”, “mangiare meno carne e latticini”, “recuperare il cibo di scarto”, “boicottare i prodotti ad alto contenuto di carbonio”. E poi, “bloccare il traffico per farsi ascoltare” e “promuovere manifestazioni a livello regionale”. La prossima manifestazione, quella del 24 maggio, avrà invece carattere nazionale e vedrà tutti impegnati nella sua promozione. Arrivederci a maggio!

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ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE DI FRIDAYS FOR FUTURE ITALIA REPORT DI SINTESI

CHI SIAMO
Siamo un movimento di persone che si rivolge a tutta la società. Lottiamo per fermare il cambiamento climatico, rilanciando gli allarmi della comunità scientifica e denunciando le mancanze dei governi.
Facciamo parte di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione. Siamo la generazione che sarà costretta a pagare più di tutti il costo di un modello di sviluppo insostenibile e ingiusto, se non saremo in grado di cambiare il sistema per fermare il cambiamento climatico.
Siamo indipendenti dai partiti e rispondiamo solamente alle assemblee in cui le persone partecipano alla lotta per il futuro di tutte e tutti. Rifiutiamo ogni strumentalizzazione: non ci rappresenta nessuno, non abbiamo nessuna bandiera, la nostra voce viene dalle assemblee e dalle piazze di mobilitazione.
COSA VOGLIAMO
Vogliamo salvare il mondo dalla catastrofe climatica, arrestando l’aumento della temperatura terrestre a +1,5° C. Il nostro Paese deve realizzare la decarbonizzazione della produzione nel più breve tempo possibile.
Per garantire la protezione dell’ecosistema serve un cambio radicale del sistema economico e sociale: è necessario decostruire un sistema che mette il profitto prima della vita, inquinando e devastando i territori, nel nome di un concetto di sviluppo infinito in un mondo di risorse finite.
La nostra rivendicazione di cambiamento sistemico si declina sui territori con l’opposizione ad ogni devastazione ambientale, includendo le grandi opere dannose per i nostri ecosistemi. “Pensare globale, agire locale” è un principio fondamentale per cui sosteniamo le lotte ambientali territoriali.
Vogliamo un sistema economico circolare, che comporti un cambiamento degli stili di vita, unito ad un modo di produzione fondato sul rispetto dell’ambiente e la giustizia climatica e sociale. Chi ha inquinato e si è arricchito con questo sistema economico insostenibile deve finanziare i costi della riconversione ecologica.
L’istruzione e la ricerca pubblica devono proporre modelli alternativi di sviluppo, abbandonando gli insegnamenti e le ricerche collegate ad attività inquinanti, come l’alternanza scuola-lavoro e i tirocini universitari in aziende responsabili della devastazione dei nostri territori.
I miliardi di finanziamenti pubblici ad attività inquinanti vanno spostati sull’istruzione, la ricerca e un piano di investimenti per la riconversione ecologica e la democrazia energetica.
Riteniamo che sia utile avere delle linee guida generali, descritte in questo report, a cui tutti i gruppi di FFF Italia debbano attenersi. Come dice Greta, la politica conosce già le soluzioni concrete ai problemi, noi abbiamo il dovere di contestare gli errori e le mancanze dei governi.
DOVE ANDIAMO
Continueremo la mobilitazione quotidianamente, ogni venerdì e negli scioperi globali, come quello del 24 maggio. Ogni settimana vogliamo organizzare iniziative in piazza sempre più ampie e partecipate.
Lo sciopero del venerdì è una delle pratiche centrali a cui dare continuità.
Le manifestazioni devono essere sempre più larghe ed incisive: è necessaria creatività per co-creare dei nuovi modelli di sciopero, chiedendone la proclamazione, ispirandoci, per quanto possibile, ai potenti atti di disobbedienza civile di Greta.
In molte città continueremo a partecipare anche alle mobilitazioni contro le devastazioni ambientali territoriali.
Parteciperemo inoltre alla mobilitazione europea di FridaysForFuture ad Acquisgrana il 21 giugno e al campeggio europeo di FridaysForFuture a Losanna a fine luglio.
COME CI COORDINIAMO
Le assemblee locali pubbliche sono lo strumento principale di partecipazione e discussione di FFF Italia. I gruppi locali devono aprirsi a tutte e tutti, utilizzando i social e le iniziative di piazza per informare e coinvolgere nella discussione di FFF.
Nonostante le difficoltà di un movimento che si incontra e confronta dal vivo per la prima volta, l’assemblea nazionale di oggi ha aperto una fase costituente di #FridaysForFuture Italia, i gruppi locali hanno la massima autonomia, seguendo i principi discussi collettivamente nelle assemblee nazionali, mentre i referenti delle città locali continueranno a confrontarsi telematicamente nelle prossime settimane. Per discutere delle mobilitazioni autunnali di FFF, a settembre, organizzeremo un’assemblea nazionale a Napoli, seconda piazza per numeri del 15 marzo.
Milano, Auditorium Levi, 13/04/2019

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Fridays for Future, il 19 aprile Greta Thunberg a Roma

Fridays for Future, il 19 aprile Greta Thunberg a Roma

L’attivista svedese per lo sviluppo sostenibile parteciperà alla manifestazione in piazza del Popolo

30 Marzo, 2019

“Siamo felici di annunciare che il 19 aprile, Greta Thunberg, che ha promosso e diffuso i Fridays For Future dalla sua Svezia, sarà presente a Roma per partecipare al consueto appuntamento settimanale in Piazza del Popolo”. Ad annunciare la presenza dell’attivista svedese per lo sviluppo sostenibile in una nota sono i ragazzi e le ragazze del Fridays For Future di Roma.

“Faremo di tutto – spiegano – perchè questa giornata si trasformi in un grande momento di sensibilizzazione sul tema dei Cambiamenti Climatici e speriamo che la politica capisca che è giunta l’ora di ascoltare gli scienziati che all’estero ed in Italia ci ricordano che non c’è tempo da perdere. Lunedì, dalle 16, durante la nostra assemblea alla Città dell’Altra economia, studieremo le modalità della mobilitazione del 19 aprile. Ricordiamo anche che l’appuntamento di venerdì 6 aprile a Piazza del popolo dalle ore 15.30 è confermato”.

Il 18 aprile Greta verrà ricevuta dalla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati per un approfondimento sul tema clima e ambiente.

COP24 – UNA INTESA AL RIBASSO

COP24 – UNA INTESA AL RIBASSO (MA DI QUESTI TEMPI SI PUO’ FORSE TIRARE UN SOSPIRO DI SOLLIEVO)

Di Alfonso Navarra

A Parigi la COP21 (cui il sottoscritto ALFONSO NAVARRA ha partecipato) si era presa un giorno in più per varare l’accordo globale sul clima (il 12 dicembre 2015). Non desti scandalo dunque se alla COP24 di Katowice hanno prolungato i negoziati fino al 15 dicembre (dovevano concludersi il 14) per le regole di attuazione di quello storico accordo.
L’impegno di Parigi è mantenuto nel “Rulebook”, che dovrà essere messo in pratica nel 2020 (forse alla COP26 che terremo in Italia: il ministro Costa ha candidato il nostro Paese ad ospitarla).
Si tratta in particolare dei criteri con cui misurare le emissioni di anidride carbonica (CO2) e valutare le misure per contrastare il cambiamento climatico dei singoli paesi.
Questa uniformità dei criteri di stima è indispensabile per procedere alla revisione degli impegni nazionali “autodeterminati” nel taglio della CO2 che dovrà essere decisa, appunto, nel 2020. Si dovrebbe passare in quella sede dalle quote volontarie alle quote obbligatorie, una volta preso atto che le prime sono insufficienti: vedi ultimo rapporto dell’IPCC citato più avanti.
Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di 196 paesi, compresi gli Stati Uniti “ufficiali”, nonostante il presidente Donald Trump li abbia ritirati dall’accordo di Parigi: perché la decisione sia effettiva infatti bisognerà aspettare il 2020.
Gli americani erano presenti anche con “We are still in”, il movimento guidato dallo Stato della California: sostiene che la base del Paese è ancora dentro l’accordo e, nelle sue punte più avanzate, mette in relazione il contrasto alla minaccia climatica con quella alla minaccia nucleare, supportando addirittura il Trattato di proibizione delle armi nucleari.
(Per saperne di più: https://sognandocalifornia.webnode.it/ a cura dei Disarmisti esigenti, in collaborazione con WILPF Italia e Accademia Kronos).
Seguite in particolare il DIARIO DI GIOVANNA PAGANI, che è stata “ambasciatrice” degli ecoantimilitaristi in Polonia. E soprattutto della “PACE FEMMINISTA IN AZIONE!”).
Uno dei punti più controversi che ha ritardato i lavori è stato ovviamente quello dei soldi: come i i paesi più ricchi aiuteranno quelli in via di sviluppo nella transizione energetica (ed anche nelle emergenze climatiche che andranno ad aumentare).
Ma il principale contrasto emerso ha riguardato l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, che si occupa di analizzare scientificamente l’andamento del clima e di produrre modelli sulla sua evoluzione. Nel rapporto l’IPCC ha confermato che un aumento medio della temperatura globale di almeno 1,5°C sui livelli pre-industriali è ormai inevitabile – avverrà nei prossimi 12 anni – e che per tenersi entro i 3°C di aumento complessivo sarà necessario tagliare le emissioni di anidride carbonica del 45 per cento (almeno) entro il 2020. In mancanza di azioni radicali, la temperatura media aumenterà oltre i 2 °C portando a eventi climatici più estremi e cambiando il clima di intere aree geografiche, con conseguenze per milioni di persone.
Nonostante il rapporto dell’IPCC fosse stato commissionato dalla COP21, i delegati alla conferenza di Arabia Saudita, Kuwait, Russia e Stati Uniti (tutti paesi produttori di petrolio) si sono opposti all’adozione delle sue conclusioni da parte della COP24: per questo la conferenza ha ufficialmente riconosciuto il fatto che l’IPCC abbia realizzato un importante studio, senza riconoscerne le conclusioni. Alla squadra dei “boicottatori” possiamo aggiungere anche il Brasile di Bolsonaro.
Del resto il fatto che la COP24 si sia tenuta proprio in Polonia, nella regione carbonifera della Slesia, non era di buon auspicio: il Paese che ricava dal carbone l’80 per cento della sua energia, non vuole abbandonare la peggiore delle fonti fossili; questo è stato affermato esplicitamente in apertura della conferenza dal presidente polacco Andrzei Duda.
Alla conclusione dei lavori lo stesso soggetto si è lasciato fotografare mentre balla allegro sui tavoli dell’assemblea: cosa avrà mai da festeggiare in modo così entusiastico?
Il Rulebook è stato redatto in modo da garantire maggiore flessibilità nella messa in pratica delle regole in modo da poterle rispettare più facilmente. Il Brasile aveva bloccato il processo decisionale su questo tema proponendo un sistema di mercato delle emissioni (cioè di scambio tra paesi delle proprie quote di emissioni) che secondo alcuni avrebbe permesso a certi paesi di “barare”. La decisione sul tema è stata rimandata al 2019 e così i lavori sono potuti proseguire.
Rispetto a Parigi, il ruolo dell’Europa si è fatto meno deciso e trainante e forse riflette anche la necessità di maturare approfondimenti sul tema della “giusta transizione”, come sta drammaticamente ponendo in rilievo la rivolta contro le ecotasse dei Gilet gialli in Francia.
Il problema, in sintesi, è come gestire la conversione energetica verso le rinnovabili non penalizzando in modo eccessivo i lavoratori dei settori fossili che dovranno essere chiusi ed i consumatori poveri di benzina: tutela ambientale e giustizia sociale devono andare di pari passo, altrimenti non otterremo né l’una né l’altra.
L’Italia, rappresentata dal ministro Sergio Costa, si è schierata in campo internazionale con i più “ambiziosi” ma si deve osservare che questo non corrisponde ad un impegno vero nel cambiamento interno.
Costa ha promesso che consulterà la Coalizione Clima quando varerà il Piano Clima Energia (ero nella delegazione che lo ha incontrato il 27 novembre scorso) ma quanto ha già prodotto, ad esempio il decreto sulle rinnovabili, ricalca quella strategia della “centralità del gas” che proponevano i predecessori. Il sottosegretario Crippa ha annunciato che l’Italia rivedrà al ribasso gli impegni euroepi al 2030.
Dobbiamo anche citare in modo negativo le scelte sulla TAP e sulle trivellazioni, che non possono essere compensate dal rinvio della decisione sulla TAV: possiamo già affermare che la sostanza delle promesse fatte in campagna elettorale dal M5S è stata tradita e non è il caso di chiedere nelle manifestazioni il futuro rispetto degli impegni quando questi per la parte preminente in termini di significato sociale e simbolico sono già stati violati.
Un bilancio finale? E’ stata una conferenza poco ambiziosa e di compromesso. Ma, con i tempi che corrono (e la presidenza Trump a giudizio di chi scrive rappresenta un sintomo grave) ci si può forse accontentare di conclusioni sicuramente insufficienti, ma nella cornice delle possibilità realistiche. Ovviamente chi scrive abita in Italia e non è il presidente delle Maldive, Hilda Heine, che ha commentato, giustamente dal suo punto di vista: “Voi ci avete condannato all’estinzione”.
Mi riferisco ai “tempi che corrono” perché, con Luigi Mosca, con cui ho scritto insieme “La follia del nucleare” (Mimesis edizioni 2018, altro coautore è Mario Agostinelli, mentre la prefazione è di Alex Zanotelli), sono sempre più convinto che, ad esempio, il pericolo della guerra nucleare sia in aumento. Non va sottovalutato il fatto che il Tratato sugli euromissili (quello stipulato nel 1987 grazie anche alle lotte di Comiso) stia saltando e che da parte russa si risponda facendo intendere che si stanno mobilitando Cruise in Venezuela…
La sfida climatica è vitale per la sopravvivenza dell’umanità ed è intrecciata con la sfida nucleare (anche se gli ambientalisti ne sono poco consapevoli). Per risolvere il nodo serve uno spirito di cooperazione globale nel portare avanti le conquiste “sulla carta” del diritto internazionale: anche per questo la lotta climatica deve proporsi come lotta per il disarmo e la pace e la lotta per la pace non può fare a meno della conversione ecologica.
Per approfondire le informazioni sulla COP24, si consigliano il sito dell’UNFCCC (https://unfccc.int/) e quello ufficiale dell’evento: https://unfccc.int/katowice. (Per contatti: Alfonso Navarra cell. 340-0736871)

LA BEFFA CLIMATICA: NO AL CARBONE, SÌ AL GAS   

LA BEFFA CLIMATICA: NO AL CARBONE, SÌ AL GAS     14 dicembre 2018

di Mario Agostinelli

 

Al posto del carbone: gas o rinnovabili? In un editoriale su “Il Messaggero” del 4 Dicembre scorso ROMANO PRODI definiva una svolta storica la firma di 196 Paesi all’accordo di Parigi 2015 sul clima, che prevedeva severi obiettivi e misure concrete per la riduzione della CO2 auspicata da tutti, Cina e Stati Uniti compresi. Tre anni dopo, a Katowice per la Cop 24, quegli stessi firmatari possono annunciare un clamoroso quanto angosciante fallimento.                                    Le convenienze economiche hanno prevalso sugli impegni politici e il limite di 1,5°C di aumento della Temperatura sembra allontanarsi.
L’escamotage degli inquinatori per aggirare i patti siglati, sta nel sostituire allo “sporco” carbone            il finto “salvagente” del gas fossile, come se i naufraghi in vista della tempesta scampassero per magia, aggrappandosi ad una ciambella bucata.                                                                                     Bruciare gas comporta un po’ meno emissioni dell’equivalente in carbone, ma è pur sempre un’aggiunta di climalteranti in atmosfera.                                                                                                    Non doveva essere questa la via d’uscita dall’allarme climatico certificato da tutti gli scienziati, ma i corposi interessi del sistema centralizzato delle fonti fossili ha suggerito trucchi adeguati per continuare a legittimarsi agli occhi dei cittadini distratti.                                                                                  I negazionisti climatici hanno così estratto un “jolly” fasullo, tenuto nella manica, per calarlo sul tavolo a partita aperta. Una carta decisamente differente dagli assi indicati a Parigi per frenare l’aumento di temperatura e, invece, paragonabile ad un due di picche, quale è la sostituzione del gas al posto del carbone.                                                                                                                                     Bene, seguendo la metafora, andiamo allora a vedere il mazzo intero, per capire come mai tutti, governi e cittadini, si dichiarano disposti al cambiamento, ma alcuni non ne vogliono pagare il prezzo.

1         – La domanda di energia si sposta verso Oriente.                                                                                    Lo scenario in termini di domanda globale di energia sta cambiando profondamente.                             Se solo nel 2000 Europa e Nord America rappresentavano il 40% della domanda mondiale e l’Asia il 20%, da qui al 2040 questa situazione si invertirà.                                                                                  Se solo 15 anni fa, le società elettriche europee erano le protagoniste nella top ten mondiale, ora sei delle prime dieci sono utility cinesi.                                                                                                        Inoltre, la composizione del mix energetico globale vedrà salire la quota di rinnovabili dall’attuale 25% a oltre il 40% nel 2040, non comunque abbastanza da impedire a [gas+carbone] dirimanere la fonte principale.

Come vedremo avanti, non a causa delle arretratezze degli asiatici, ma per la pressione formidabile che lo shale gas statunitense, tenuto a basso prezzo, impone sul mercato delle importazioni in Europa e in Asia.

2       – Le fonti fossili crescono.                                                                                                                  Un quadro significativo di quanto accade e probabilmente accadrà lo offre l’International Energy Agency (IEA)attraverso il World Energy Outlook 2018                          (v.https://www.eia.gov/outlooks/ieo/pdf/executive_summary.pdf ).                                                         “Nei mercati dell’energia, le rinnovabili sono ormai diventate la tecnologia preferita, costituendo quasi due terzi delle capacità globali aggiuntive al 2040, grazie al calo dei costi e all’aumento della domanda derivante dall’economia digitale, dai veicoli elettrici e da altri cambiamenti tecnologici”. Secondo la IEA, il prossimo scenario energetico dipenderà dallescelte politiche governative in tema di limitazione delle emissioni di CO2.                                                                                                Ma dopo Parigi si è fatto ben poco: dopo due anni sostanzialmente stabili, la CO2 è cresciuta dell’1,6% nel 2017 e i primi dati suggeriscono un aumento continuo nell’anno in corso.                             Il gas naturale è il maggior responsabile della loro crescita.                                                                   Nel 2017 gli investimenti energetici globali sono arrivati a 1,8 trilioni di dollari con un calo del 2% sul 2016,          ma “dopo diversi anni di crescita, gli investimenti mondiali nellerinnovabili sono calati del 7% nel 2017 rispetto all’anno precedente e gli investimenti globali combinati nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica sono diminuiti del 3% nel 2017 e stanno rallentando ulteriormente nel 2018.                                                                           Ciò a differenza degli investimenti in fonti fossili, che lo scorso anno sono saliti per la prima volta dal 2014, a 790 miliardi di dollari, contro i 318 miliardi delle rinnovabili.                                                                                                                                                  Il mattatore lo fa il gas naturale. Lo rivela l’ultimo studio “World Energy Investment 2018”  dell’IEA che definisce “preoccupante” un andamento che mette a rischio la sicurezza energetica e gli obiettivi di taglio all’inquinamento.

3 Lo spostamento verso l’elettricità.                                                                                                         Il settore dell’elettricità sta vivendo, secondo la IEA, la sua trasformazione più drammatica dalla sua nascita più di un secolo fa.        “Nel 2017 il settore elettrico ha attratto la maggior parte degli investimenti energetici, sostenuto da una forte spesa per le reti, superiore perfino a quella dell’industria petrolifera e del gas per il secondo anno consecutivo.                                                       L’energia elettrica è sempre più il “carburante” prescelto nelle economie che si affidano in modo crescente a settori industriali più leggeri e a servizi e tecnologie digitali”.                                                  La sua quota in termini di consumi finali a livello mondiale sta raggiungendo il 20% ed è destinata a salire. L’impatto dell’elettrificazione nei trasporti, negli edifici e nell’industria è una caratteristica irreversibile. L’elettrificazione apporta benefici, in particolare riducendo l’inquinamento, ma richiede ulteriori misure per decarbonizzare l’alimentazione elettrica. (https://www.elettricomagazine.it/ondigital-news/elettricita-rinnovabili-e-fossili-come-cambia-scenario-energia/ ).

4 – E qui rispunta il gas.                                                                                                                       Le decisioni finali di investimento per le centrali a carbone da costruire nei prossimi anni sono diminuite per il secondo anno consecutivo, raggiungendo un terzo del livello del 2010.                         Tutto bene?     Niente affatto,         perché sull’altro fronte fossile il miglioramento delle prospettive per il settore statunitense dello shale gas sta lanciando questo prodotto in tutti i continenti.                Con una base finanziaria più solida e sostenuto dal proprio governo, si è trasformato nel maggior concorrente mondiale nel mercato dei fossili con una produzione che, a dispetto dei danni sull’ambiente, sta crescendo al ritmo più veloce mai registrato” (v. https://energiaoltre.it/shale-oil/.

Le compagnie e i governi sono alla ricerca continua di fonti fossili ancora intatte e a minimi costi concorrenziali, in barba alle preoccupazioni per la temperatura della Terra.                                              La produzione di shale gas statunitense, che si è già espansa a un ritmo record, dovrebbe raggiungere più di 10 milioni di barili al giorno da oggi al 2025. Sarebbe come aggiungere una seconda Russia alla fornitura globale in sette anni, un’impresa storicamente senza precedenti.               Per queste ragioni Trump ripudia Parigi e spedisce alla Cop 24 di Katowice autentiche comparse non certo dotate di poteri.                                                                                                                        Intanto, qui da noi, drammi o commedie si trasformano sempre in farsa.                                               Governi, industriali, giornali e “madamine” di balzacchiana riesumazione duellano con le popolazioni locali sulla TAV e sulla TAP e si genuflettono alle “grandi opere” senza distinzione alcuna.                                                                                                                                                           Ci verranno mai a dire con quale impronta ecologica e con quale combustibile inquinante le faranno funzionare?

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SIAMO A KATOWICE PERCHE’ AMIAMO LA MADRE TERRA

SIAMO A KATOWICE PERCHE’ AMIAMO LA MADRE TERRA

(E PENSIAMO AD UN LAVORO VERDE-ROSA CHE LA CURI E LA RISPETTI)

A Katowice (Polonia), dal 3 al 14 dicembre sarà ospitata la COP24, la ventiquattresima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima.

Dopo gli accordi sul clima globale presi alla COP21 di Parigi le cose si sono mosse a rilento e contraddittoriamente (si pensi solo alla defezione degli USA); in Polonia si giocherà l’occasione di rilanciare l’impegno per la salvezza del Pianeta focalizzandosi in particolare sugli aspetti economici del bando progressivo decretato ai combustibili fossili che comporta una “giusta transizione”.

Noi saremo presenti con una nostra delegazione proseguendo il lavoro che stiamo portando avanti da anni. Ci confronteremo con le idee e le proposte che emergeranno dalla Conferenza portando il nostro contributo per contrastare l’intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica (con priorità da accordare al sostegno al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, come ha fatto lo Stato di California). Allo stesso tempo ci procureremo dati ed idee per un nostro progetto radicale “occupazione Verde-Rosa”, quindi con particolare focus sui problemi di genere, all’insegna di un “ecosviluppo” trainato dalla “conversione energetica ed ecologica”.

Stiamo costituendo un gruppo di lavoro che il 1° maggio 2019 presenterà un suo documento che prospetti vari scenari di eco-investimenti dal punto di vista di un nuovo ruolo protagonista delle donne.

L’economia – nell’impostazione che proponiamo – andrebbe concepita e gestita dentro una logica sociale complessiva in cui è fondamentale la costruzione di comunità aperte e pacifiche, in cammino “democratico” verso la “giustizia ecologica”.

Si tratta anche di lavorare a livello globale per la Quarta generazione dei diritti acquisiti dall’ordinamento internazionale: i diritti dell’Umanità concepita come entità unitaria e i diritti della Natura(della Madre Terra).

L’intervento pubblico, in questa cornice, dovrebbe essere orientato da indicatori come ad esempio quelli di benessere equo e sostenibile.

Noi riteniamo infine importante promuovere un cambiamento di mentalità collegato alla sperimentazione di stili di vita “sobri” e “solidali”.

Non è un compito facile che si possa prendere in mano in quanto donne e uomini “ecopacifisti” coinvolti anche nell’esigenza dell’eguaglianza sociale (una pari dignità che deve esaltare le differenze, a partire, appunto, da quella di genere).

La speranza di trasformare l’utopia di una riconciliazione società-natura in realtà forse non è ancora molto visibile per il grande pubblico e i politici; ma il cambiamento sta già avvenendo in tante persone, soprattutto nei più giovani, ed in particolare nelle giovani donne: noi intendiamo fare la nostra parte* per sostenerlo e valorizzarlo.

Giovanna Pagani – WILPF Italia (https://wilpfitalia.wordpress.com/)

delegata

Giuseppe Farinella – Il Sole di Parigi (www.ilsolediparigi.it)

Alfonso Navarra – Disarmisti Esigenti (www.disarmistiesigenti.org)

Oliviero Sorbini – Accademia Kronos (www.accademiakronos.it)

EMAIL info@ilsolediparigi.it

*https://www.accademiakronos.it/madre-terra-io-faccio-la-mia-parte/

Fotovoltaico: nasce il prosumer

FOTOVOLTAICO:  nasce il PROSUMER
grazie all’esperienza maturata negli ultimi 10 anni l’Italia potrà essere leader nel settore
di G. Farinella

Da quando ha avuto inizio il boom delle rinnovabili e in particolare il fotovoltaico si è aperta una
nuova era per l’energia. Dai grandi impianti centralizzati per la produzione di energia elettrica
(carbone, nucleare, turbogas, etc.) siamo passati oggi a piccoli impianti dove ognuno di noi può
produrre la sua energia esponendo al sole pannelli che, grazie all’effetto fotoelettrico scoperto da
Einstein nel 1905, trasformano le radiazioni della nostra stella direttamente in energia elettrica.
Questa vera e propria “rivoluzione energetica” ormai inarrestabile richiede norme e regole che ne
permettano la diffusione e una politica energetica nazionale capace di valorizzarne le potenzialità e
consolidarne la filiera produttiva. Un esempio negativo e poco lungimirante è stato quello di avere
annullato i sussidi al fotovoltaico in maniera repentina portando alla chiusura di centinaia di
imprese del settore e alla perdita di circa 80.000 posti di lavoro (ANIE/GIFI) contro oltre 3 milioni
di occupati in aumento in Europa nel settore delle rinnovabili (IRENA 2016).
Ma, tralasciando l’aspetto legato agli incentivi economici, ci sono restrizioni normative più
fastidiose e incomprensibili quale è l’impedimento a produrre, autoconsumare e stoccare l’energia
rinnovabile prodotta da singoli o da gruppi di cittadini.
Le norme attualmente in vigore impongono al piccolo produttore di energia rinnovabile di
consumare in loco o cedere al mercato l’energia prodotta. Ad esempio, in un edificio condominiale
non è possibile installare pannelli fotovoltaici sul tetto e ridistribuire l’energia prodotta a tutti i
condomini. Il vincolo normativo dovrebbe fortunatamente essere a breve rimosso grazie
all’approvazione nel Parlamento Europeo degli emendamenti alla direttiva rinnovabili (dal 177 al
196) nel quale viene chiarito che i cittadini in forma diretta o associata hanno diritto a produrre,
autoconsumare, vendere e accumulare l’energia rinnovabile senza pagare tasse aggiuntive. Le norme
prevedono che in questo caso il prezzo di vendita non deve solo equivalere a quello di mercato, ma
deve anche riflettere il valore aggiunto in termini ambientali economici e sociali dell’energia
prodotta in forma decentrata. Quando queste norme saranno recepite dalla legislazione nazionale
potremo finalmente vedere un nuovo grande sviluppo delle rinnovabili senza costi per il bilancio
dello Stato.
E’ doveroso segnalare che l’approvazione al Parlamento Europeo nella nuova direttiva rinnovabili,
dei diritti dei produttori-consumatori (PROSUMER) di energia rinnovabile, siano essi individui o
comunità che era un elemento assente nella legislazione UE, è stato ottenuto grazie all’impegno
del Presidente della commissione parlamentare ITRE (industria ed energia) Davide Tamburrano
(M5S) e numerosi parlamentari europei dei gruppi M5S, Sinistra e Verdi.
Quando queste norme saranno recepite dalla legislazione italiana si aprirà finalmente un nuovo
grande mercato. Grazie all’esperienza italiana, che può vantare oltre 600.000 impianti di potenza
fino a 20 kW allacciati alla rete elettrica nazionale, un nuovo soggetto politico/sociale potrà vedere
la luce nel nostro paese: IL PROSUMER.

PROSUMER: utente elettrico che è contemporaneamente e localmente produttore e consumatore di
energia, se verranno superate le attuali restrizioni normative, grazie alla sua capacità di generazione
“locale” potrà essere un nuovo elemento aggregatore in grado di unire numerosi soggetti al
momento non in grado singolarmente di produrre e consumare energia autonomamente

Appello di padre Alex Zanotelli

Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur. È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!). Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).   Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace