IDROGENO: NUOVE SPERANZE E VECCHI TRUCCHI DEL MESTIERE

IDROGENO: NUOVE SPERANZE E VECCHI TRUCCHI DEL MESTIERE

Mario Agostinelli e Angelo Consoli, Extraterrestre, Ottobre 2020

“Attenti ai dinosauri”, avverte l’ultimo e-book del manifesto, perché, seppure biologicamente estinti, sono all’opera alacremente nell’arena economica come nel settore energetico, laddove i segnali della pandemia suggerirebbero un cambiamento radicale, anziché un ritorno “a prima”.

L’idrogeno, come vettore energetico, è sulla cresta dell’onda da mesi in un mare a più colori: verde se ricavato da rinnovabili, blu se prodotto da gas con sequestro della CO2, o grigio se ottenuto direttamente da reforming del metano con emissioni in atmosfera. Ma, attenti – tra il verde e gli altri colori c’è di mezzo la richiesta chiave dell’IPCC di lasciar da subito sottoterra i fossili, pur di raggiungere tra trent’anni (2050) la neutralità climatica.

Tra bombe d’acqua, maree e incendi, la faticosa discussione su come allocare i fondi europei per la riconversione verde ha fatto sì che si sfocassero sullo sfondo i “dinosauri” attivi nelle multinazionali e nei governi, che si contendono senza perdere tempo la gestione dei grandi giacimenti di gas scoperti ai bordi del Mediterraneo. In un dibattito mantenuto vivo dal mondo scientifico, ma che langue sul versante politico, anche la voce di Francesco e degli studenti di FFF viene resa più flebile e il cambiamento climatico ha il sapore della fatalità.

Eppure, nello spazio tenuto in sospeso dalla pandemia, il quadro politico economico e sociale è in movimento e, pur tra silenzi preoccupanti – come accade in gran parte del mondo del lavoro – e il fiorire di molteplici iniziative che si articolano per aree tematiche e territoriali, si va formando un sentire di massa sempre più attento alla cura del vivente e della Terra e che non si fa ingabbiare da nuovi trucchi, dopo che il negazionismo ha mostrato la corda. Ora la disinformazione assume aspetti più ambigui, difficili da portare allo scoperto, come nel caso interessantissimo e cruciale della “resurrezione” dell’idrogeno nella politica energetica dei prossimi trent’anni.

L’8 luglio di quest’anno la Commissione UE ha pubblicato la tanto attesa strategia per l’idrogeno, complementare alla nuova strategia industriale proposta a marzo scorso, come parte del pacchetto di misure per il Green Deal Europeo, con l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050. In essa si afferma senza ambiguità che la priorità viene data all’idrogeno verde (ossia quello prodotto unicamente da fonti rinnovabili), mentre l’idrogeno da fonti fossili viene scartato, salvo che si tratti di idrogeno “blu” (ossia ottenuto dal gas naturale fossile senza emissioni di CO2, catturate e sequestrate con un processo detto CCS, che dovrebbe impedirne il rilascio in atmosfera).

L’escamotage del CCS farebbe da foglia di fico alle imprese fossili nel breve e medio termine, in virtù di una sua pretesa (conclamata e mai dimostrata) convenienza economica rispetto all’idrogeno verde. Nei fatti, si tratta semplicemente di una goffaggine maldestra per far guadagnare tempo alle corporation del gas.

Infatti, nella versione iniziale, fatta circolare semi clandestinamente il 18 giugno 2020, la Commissione si limitava a menzionare, senza assegnargli alcun ruolo significativo, l’idrogeno “blu”. Senonché, il 24 giugno seguente, Gasnaturally, la lobby di una coalizione di imprese del fossile – tra cui l’ENI – rivendicava l’adozione di una strategia per l’idrogeno che seguisse una impostazione “technology-neutral”, di modo che sia l’idrogeno da fonti rinnovabili che quello ottenuto dal gas con la CCS potessero essere considerati “Idrogeno pulito”.

E così, il documento ufficiale dell’8 luglio cambia rispetto al “draft” del 18 giugno e assegna un ruolo – a giudizio nostro ingiustificabile – all’idrogeno blu, riconoscendolo “necessario” nel breve e medio termine ” allo scopo di ridurre più rapidamente le emissioni rispetto ai sistemi attuali di produzione di idrogeno dalle fonti fossili” e favorire così la penetrazione di idrogeno rinnovabile sia attualmente che in futuro”.

In effetti, la posizione della Commissione non dovrebbe lasciare porte aperte ad interpretazioni di comodo, né verso la fonte nucleare, né verso la produzione tradizionale come quella del reforming da metano senza CCS. Ma cos’è questa CCS, una sorta di Terminator energetico che tutte le volte che sembra morto, risalta fuori.? Occorre ricordare che, a tutt’oggi, nessuno è in grado di dire quale ne sia il costo reale e, quindi, di affermare che esso sia inferiore o superiore al costo dell’idrogeno da fonti rinnovabili. La motivazione economica e di facilitazione per la penetrazione verso il sistema definitivo è smentita proprio in questi giorni da un articolo di Nature che calcola quanta energia è prodotta nel corso della vita utile di una centrale elettrica, rispetto a quella spesa per costruirla e farla funzionare e dimostra che il sistema di energie rinnovabili al 100% per l’Europa, comprendente un mix di fonti rinnovabili e di sistemi di accumulo come l’idrogeno è sempre migliore di quello delle centrali a gas a ciclo combinato con CCS, con l’ulteriore vantaggio che il sistema a rinnovabili ci libererebbe anche dalla dipendenza da una risorsa limitata, di costo crescente e in gran parte importata. Non tutti sanno che nel 2007, in coincidenza con la strategia energetica varata dalla Merkel durante la sua presidenza UE (il pacchetto Clima Energia 20 20 20), le lobby del fossile ottennero in compensazione 1 miliardo di euro per realizzare “la costruzione e la messa in funzione, entro il 2015, di 12 impianti di dimostrazione per la produzione commerciale di elettricità con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS)”. A tutt’oggi non se ne ha più alcuna notizia, come è stato certificato da una apposita relazione della Commissione, che ha ammesso il fallimento del programma. Inoltre, è intervenuta anche la Corte dei Conti Europea che ha concluso che i finanziamenti ai progetti dimostrativi erano stati uno spreco per l’Europa!

Temiamo che le ragioni che militano per un’apertura verso l’idrogeno “blu”, stiano nella volontà di non ostacolare il mercato del gas, che, una volta rilanciato anche nell’attuale passaggio critico, guiderebbe la transizione, facendo volentieri a meno del costoso sequestro dei climalteranti. I “dinosauri” ci mandano a dire: “lasciateci costruire le nostre centrali, e vedrete che un giorno le renderemo innocue per il clima con il CCS”, Gas nuovo anziché nuove rinnovabili e idrogeno purchessia, almeno finché non se ne discuta.

Qui da noi, dentro questo cuneo si sono subito tuffati, con minore o maggiore prudenza, A2A ed ENI e, con qualche riserva in più, ENEL, che, senza una adeguata discussione preventiva, hanno rilanciato immediatamente il gas a fronte della riconversione dal carbone prevista entro il 2025 per le centrali di Monfalcone, La Spezia e Civitavecchia, con un immediato plauso di Confindustria.

Eppure, la strategia della Commissione inserisce la nozione dell’ecosistema dell’idrogeno da sviluppare in Europa e introduce anche le nozioni complementari delle “valli dell’Idrogeno” da sviluppare a livello locale in conformità alla tipologia di insediamenti industriali e produttivi presenti in ogni regione. Ma se le “valli” di Monfalcone, La Spezia e Civitavecchia vengono presidiate oggi dal rilancio dei metanodotti e delle centrali a metano, con un tempo di ammortamento degli investimenti non inferiore ai 25 anni (sempre che non lieviti, come probabile, la carbon tax), chi svilupperà entro questo drammatico quinquennio post-covid il sistema [rinnovabili +idrogeno verde] che porta con sé oltre un milione di posti di lavoro?

Di tutto ciò vanno informate le popolazioni e le istituzioni a partire dal livello locale come nel caso di Civitavecchia, dove una riconversione dal carbone al gas, presentata come una riduzione del danno, finirebbe solo col contribuire al disastro per le politiche climatiche.

PeaceLink: liberiamoci dalla guerra ovunque

Intervista a Rossana De Simone di PeaceLink

PeaceLink: liberiamoci dalla guerra ovunque

Dal collettivo studentesco alla fabbrica. Rossana De Simone racconta la sua esperienza di giovane lavoratrice e delegata sindacale

Un convegno con Rossana De Simone

Intervista di Laura Tussi a Rossana De Simone di PeaceLink 

Dal collettivo studentesco alla fabbrica. Rossana De Simone racconta la sua esperienza di giovane lavoratrice e delegata sindacale

 

Perchè ricordi il 1980 come un anno terribile?

Per la prima volta nel 1980 varco il cancello di una fabbrica. Fino ad allora avevo partecipato  come collettivo studentesco alle lotte operaie per il contratto o contro i licenziamenti.

Ricordo il 1980 come un anno terribile.

Il movimento  giovanile che aveva riempito le piazze e le strade veniva brutalmente represso, il movimento operaio avrebbe vissuto la più cocente sconfitta alla Fiat, e anche London Calling, quel favoloso disco cardine del punk inglese, sarebbe diventato il documento di una triste sconfitta politica. I Clash cantavano “Londra chiama” nel momento del trionfo del partito conservatore di  Margaret Thatcher alludendo, in tutto l’LP, al disastro nucleare, inondazioni, abusi di droghe, scontri con la polizia, quartieri disagiati, giovani e disoccupati arrabbiati.

Nelle fabbriche si apre un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi e al contempo propugnatrice di solidarietà verso i paesi le cui popolazioni venivano represse da queste stesse armi.

Quando sono entrata in fabbrica, esisteva ancora la Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM) e al suo interno brillava nella sua particolarità, un gruppo di lavoro impegnato a livello nazionale in attività di ricerca sulla produzione, esportazione e diversificazione dell’industria bellica. Il suo più alto rappresentante,  Alberto Tridente, allora Segretario Nazionale F.L.M., nel 1979 presentava il libro “Corsa agli armamenti e uso alternativo delle risorse”. Nel volume si auspicava una forte presa di coscienza da parte delle forze politiche e del movimento operaio circa la natura e dimensioni del problema del disarmo a livello mondiale. Il moltiplicarsi dei conflitti locali e l’aumento delle spese militari, dovevano far sì che nelle fabbriche si aprisse un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi da una parte, e dall’altra propugnatrice di solidarietà e collaborazione verso i paesi le cui popolazioni o minoranze etniche venivano represse da queste stesse armi. L’azienda di cui parlo è infatti l’Aermacchi, un tempo privata oggi di Leonardo (ex Finmeccanica), gruppo a partecipazione statale.

Racconta di cosa è diventata la Fabbrica di morte Aermacchi, oggi Leonardo e ex Finmeccanica

Leonardo è quell’azienda di cui si declama da una parte l’eccellenza tecnologica riconosciuta a livello internazionale e la capacità di fare sistema in una Italia in via di deindustrializzazione, dall’altra i pericoli di tagli finanziari e occupazionali e il rischio di una perdita di prestigio sul mercato e sulla politica estera.

Partecipasti con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo

Come ho detto il 1980 viene ricordato come l’anno della sconfitta della classe operaia Fiat: Umberto Agnelli in una intervista aveva affermato che la soluzione ai problemi Fiat stava nella svalutazione della lira e nei licenziamenti di massa. Dopo mesi di trattative inconcludenti, scioperi, cortei, presidi dei cancelli, blocchi delle fabbriche, il 14 ottobre capi, impiegati, dirigenti, intermedi, operai crumiri, padroncini dell’indotto, dietro lo striscione “maggioranza laboriosa” e lo “Vogliamo lavorare in pace”, organizzano la manifestazione definita dei 40mila. La magistratura emette addirittura  in serata un’ordinanza alle forze dell’ordine affinché intervengano per garantire l’ingresso in azienda a quei “lavoratori che manifestino tale intenzione”.

Partecipo con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo dove tutti ormai sapevano che lì a poco il sindacato avrebbe firmato (esattamente il 15 ottobre 1980) in tutta fretta un accordo inaccettabile e non voluto. In sostanza si lasciava alla FIAT tutto ciò che voleva: cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione e avviamento di processi di mobilità extraziendali.

Aermacchi e altre aziende del settore difesa avrebbero subito la crisi in termini così devastanti?

Aermacchi e altre aziende del settore difesa non avrebbero subito la crisi in termini così devastanti. Più tardi queste aziende avrebbero partecipato alla trasformazione del sistema industriale italiano ma usufruendo di leggi promozionali, oltre quelle ordinarie del Ministero, e ottenendo non solo finanziamenti per la ricerca e sviluppo dei programmi nazionali e internazionali, ma anche per l’ammodernamento di materiali, impianti, macchinari, ed apparecchiature ad alta tecnologia.

Siamo negli anni ’80, in piena guerra fredda…

E’ il periodo di una nuova guerra fredda  e della  decisione  di  installare  i  missili  nucleari  americani  a  medio  raggio in cinque paesi europei della Nato, Italia compresa. Decisione che riporterà il tema riarmo nucleare/disarmo al centro  del dibattito nel paese e l’aumento delle spese militari che nel 1988 raggiungerà i 43mila miliardi di lire con una crescita media del 6% l’anno. A livello sociale nascerà il fenomeno dello yuppismo, cioè di quei giovani che hanno come obiettivo fare un mucchio di soldi attraverso l’affermazione economica individuale, che adottano uno stile di vita consumista, ostentando la volontà del successo, sentendosi realizzati nell’economia capitalista.

Il sindacato entrava in una grande crisi da cui non è ancora uscito

Il decentramento produttivo, che ha cambiato la struttura di un sistema industriale che poggiava sulla grande fabbrica, promuoveva la creazione di piccole e medie imprese incentivando il lavoro autonomo. Questo nuovo stato di cose, con tanti piccoli padroncini ex operai subordinati alla fabbrica madre o individui che rifuggono il lavoro in fabbrica per mettersi in proprio, porterà il sindacato in una grande crisi da cui non è ancora uscito. Il sindacato aveva ormai assunto il ruolo di mediatore degli interessi in gioco. Di conseguenza la sua preoccupazione maggiore era diventata quella di mantenere intatta la sua forza a discapito della democrazia e della critica allo stato di cose esistenti: gli scioperi diventano simbolici, il negoziato sempre più accentrato, le rivendicazioni vengono elaborate nelle confederazioni senza una reale possibilità di controllo da parte della base.

Che ruolo aveva la critica alla produzione militare?

Nascerà in opposizione a queste  politiche il movimento degli “autoconvocati” che in seguito organizzerà i sindacati di base a cui aderiranno anche alcuni lavoratori Aermacchi. Per me  significherà la restituzione della tessera sindacale (nel frattempo il sindacato si era diviso nelle sue componenti tradizionali FIM, FIOM e UILM) per dare l’avvio di un sindacato di base prima di uscire del tutto dalla fabbrica. Per me la critica alla produzione militare doveva essere portata avanti insieme a quella di un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura.

Altri manterranno la loro tessera pur continuando a promuovere iniziative rivolte alla riconversione dell’azienda in industria bellica. Tema ormai eliminato dalle piattaforme dei sindacati confederali.                        Nasce  il Comitato per la democrazia e la solidarietà che diverrà in seguito Comitato cassaintegrati per la pace. Sembrava fosse possibile, per i lavoratori, riprendere in mano la possibilità di decidere la propria condizione e con loro anche di tutti coloro insofferenti verso un clima che riteneva ormai impossibile modificare un modello predatorio delle risorse di un territorio e delle comunità che lo abitano.

La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 quali conseguenze hanno provocato?

Abbandonare la critica di un modello di sviluppo basato sulla sfruttamento, ha significato non capire che gli eventi intervenuti alla fine degli anni ottanta non avrebbero portato ad un mondo più giusto ed uguale. La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 ha prodotto la fine della guerra fredda e dunque una riduzione delle spese in armamenti.  Se in Italia tra il 1989 e il 1995 c’è stata una riduzione delle spese militari di circa il 12% che scendono a 37mila miliardi, questo non ha automaticamente portato ad una divisione egualitaria della ricchezza risparmiata, piuttosto sono aumentati conflitti locali e fenomeni di corruzione di lobbisti e categorie avvantaggiate.

Tu Rossana e altri compagni di lotta avete fatto pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari.

Quello che è accaduto in Aermacchi è scritto nel libro “Nuovo ordine militare internazionale: Strategie, costi, alternative” del 1993 in cui si raccontano tutte le iniziative intraprese dal nostro gruppo sino alla espulsione dalla fabbrica: “Occorreva insomma riconfermare i contenuti di una battaglia decennale, intensificatasi nei 6 mesi precedenti l’espulsione”. Nel 1990 erano state approvate, in una assemblea generale, le motivazioni della legge 185/90 che avrebbe  regolato in maniera restrittiva l’export di armi nel mondo.  Nel marzo del 1988 Elio Pagani, storico portavoce insieme a Marco Tamborini dei temi del disarmo, denuncia in un’intervista a Famiglia Cristiana la violazione, da parte di Aermacchi, degli embarghi ONU del 1972 e del 1977 concernenti l’esportazione di armi al Sudafrica, nonché i rapporti commerciali da essa intrattenuta nei confronti sia dell’Iran che dell’Iraq nonostante l’imperversare della guerra tra i due paesi.  Nel 1986 avevano già fatto, insieme ad altri, pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari. Ma era questo momento di  grande crisi dell’industria bellica, intervenuto alla fine degli  anni novanta, che si poteva supporre fosse possibile cominciare a sperimentare progetti di diversificazione/riconversione industriale.

Voi cominciavate a supporre fosse possibile sperimentare progetti di diversificazione e riconversione industriale?

Tuttavia, come già accaduto  dentro la Oto Melara, anche il tentativo dei lavoratori Aermacchi fallisce grazie alle lobby politico-sindacali-militari.  Noi ci opponevamo fermamente alla richiesta di finanziamenti statali destinati all’addestratore militare PTS2000 (diverrà 346) e ai 510 miliardi a favore del programma AMX ed EFA, contrapponendo un pacchetto di proposte alternative al massacro occupazionale finalizzato alla sola razionalizzazione della fabbrica. Nei nostri confronti però iniziò un vergognoso boicottaggio attraverso l’espropriazione della possibilità di parlare in assemblea  e con il rifiuto della consultazione dei lavoratori sulle proposte alternative.

In Italia, sia a livello politico sia sindacale, si affermava la teoria della supremazia della tecnologia bellica e della sua ricaduta nei settori civili, e si approvava il “nuovo  modello  di  difesa” che avrebbe disegnato le nuove capacità militari per realizzare interventi militari all’estero. Il risultato è stato il respingimento del programma europeo Konver  che avrebbe finanziato la riconversione bellica di aziende in profonda crisi.

Come prosegue la Vostra lotta fuori dalla fabbrica?

La nostra lotta fuori dalla fabbrica avrebbe poi permesso la creazione di una Agenzia per la riconversione dell’industria bellica nel 1994 (chiusa in seguito dalla giunta Formigoni), non senza prima essere diventati, con l’installazione di una roulotte in Piazza del Podestà a Varese il 16 gennaio 1991, la notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo, un punto di riferimento dell’intero movimento della città e della provincia contro la guerra. Dopo di questo nelle fabbriche è sceso il buio sulla domanda: quale produzione? cosa e come vogliamo produrre per vivere in un mondo in cui tutti possono vivere senza essere sfruttati nel rispetto della natura?

La nonviolenza efficace come strategia educativa 

Nonviolenza e educazione

La nonviolenza efficace come strategia educativa

I giovani e la piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio dalla diseguaglianza globale, ai dissesti climatici, alla potenziale, ma quanto mai imminente e irreversibile, guerra nucleare
Laura Tussi10 ottobre 2020

La nonviolenza efficace come strategia educativa

Secondo Freud, il lavoro dell’educatore, come quello dello psicanalista e del politico, è un mestiere impossibile.

Non risulta il bisogno di condividere in pieno questo giudizio per rendersi conto di quanto sia impegnativa l’azione educativa, formativa e analitica.

Le difficoltà sono di diverso tipo: di relazione interpersonale, di comunicazione, di linguaggio, di metodologia e spesso si assiste al prevalere del trasmettere sul comunicare come direbbe Danilo Dolci, maestro di educazione maieutica.

Paradossalmente, la letteratura su questo tema cresce notevolmente con continue nuove proposte che sovraccaricano educatori, insegnanti, analisti e formatori rendendo il loro compito ancora più difficile, schiacciati tra diverse esigenze concrete e impellenti, dai programmi da svolgere, dalle carenze strutturali, organizzative, economiche del mondo scolastico, dalla disattenzione della società che invia messaggi diseducativi o quantomeno in forte contrasto con quelli che l’educatore, il formatore, lo psicologo cercano di trasmettere nel fare esperienze dirette.

E così sottoporsi al forte impatto dell’incontro con realtà culturali molto diverse dalle nostre è un modo intelligente per cercare di suscitare nei giovani quegli interessi e quelle curiosità che, pur innati in molti di loro, spesso vengono sopiti dal consumismo dilagante di mode effimere.

Si tratta di quella irrequietezza giovanile che, se incanalata positivamente, può aprire ai ragazzi strade nuove e impreviste, favorendo lo sviluppo delle loro capacità e creando un clima di fiducia e di impegno.

Si tratta inoltre di accogliere la sfida lanciata dai venti premi Nobel per la pace, con un appello delle Nazioni Unite, che sia dedicato all’educazione alla nonviolenza dei bambini e delle bambine nel mondo.

La nonviolenza che fa fatica a entrare nel nostro vocabolario educativo e soprattutto nelle nostre pratiche metodologiche. Ma è oggi assolutamente indispensabile educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva e efficace se vogliamo che l’umanità abbia un futuro sostenibile e desiderabile.

Questo intenso investimento non può limitarsi a proporre i modelli classici della competitività e della carriera, ma deve prospettare la creazione di condizioni perché il mondo della scuola diventi un vero e proprio laboratorio della nonviolenza, dove fare germogliare e crescere questa esile pianta.

In questa ambiziosa impresa siamo tutti coinvolti: insegnanti, educatori, genitori, psicologi, analisti, associazioni del mondo della solidarietà, della cooperazione e della nonviolenza, amministrazioni, amministratori politici e questo impegno ci può indicare una possibile e concreta strada da percorrere. Si sa bene quante e quali difficoltà si incontrano nel cercare di fornire ai propri studenti strumenti utili per una migliore comprensione dei principali fenomeni quali la globalizzazione, il neocolonialismo, il neoliberismo, il divario nord-sud, gli squilibri ambientali caratterizzanti il mondo attuale e comprenderlo nel suo tormentato divenire storico.

È divenuto quantomai importante, oltre che efficace strumento di prevenzione contro il diffuso atteggiamento di pregiudizio razziale, trasmettere il messaggio di quanto ricca può essere la diversità, intesa come differenza culturale, naturalistica cioè biodiversità e paesaggistica e altro.

Credo che i giovani abbiano bisogno di capire che nel mondo esistono diversi modelli di vita e indagare questo mare di differenze certamente è stimolante e arricchente per la nostra stessa esistenza di persone.

Ci attendono sfide assai difficili e una sempre più diffusa cultura della nonviolenza e della cooperazione e della solidarietà umanistica e umanitaria non soltanto sono elementi necessari, ma rappresentano la nostra speranza per una convivenza accettabile tra donne, uomini, popoli e per un inserimento sostenibile della nostra specie come parte integrante della natura.

Le giovani generazioni sono poco ideologizzate e hanno scarsa coscienza politica e hanno bisogno, nel loro realismo spesso disilluso di avere di fronte esempi concreti, persone credibili, testimonianze sul campo.

Inoltre, i giovani parlano un loro linguaggio, legato alla loro particolare sensibilità e non è sempre facile per noi adulti calarsi in questo originale codice comunicativo. Dunque è necessario trasmettere un codice fondato sulla nonviolenza efficace come innovativa strategia educativa che porti i giovani alla piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio dalla diseguaglianza globale, ai dissesti climatici, alla potenziale, ma quanto mai imminente e irreversibile, guerra nucleare.

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Il Monte della Pace

Ottobre Festa di S. Francesco: la “Fiaccola della Pace” ha nominato il “Monte della Pace”

Il Monte della Pace

 Il Primo Albero della Pace sulla cima più alta dei Monti del Matese: il Monte Miletto, “Monte della Pace”

Il Monte della Pace

Una grande impresa mai avvenuta prima d’ora nel Matese di cui tutti i partecipanti sono stati i “veri protagonisti” di un cammino di Pace in salita.

Campitello Matese. Domenica 4 Ottobre 2020, giorno in cui è ricorsa la festa di San Francesco d’Assisi, icona della Pace e difensore del Creato, e giornata dedicata alla Pace e alla Custodia del Creato, il “Movimento Internazionale per la Pace e la Salvaguardia del Creato III Millennio”, ha organizzato eccezionalmente, in tempi di emergenza Covid 19, la storica tappa della “Fiaccola della Pace” dedicata ai percorsi della memoria storica dei 100 anni della grande guerra, portata per la prima volta su Monte Miletto, la cima più alta dei Monti del Matese (2050 mt), quello che un tempo i Sanniti  definivano il “Monte Sacro (e già mons militum) e che in questa data ha ricevuto la nomina di “Monte Miletto – Monte della Pace”, e a seguire la messa a dimora del 1° Albero della Pace, dedicato a “tutti i caduti e alle vittime delle guerre, stragi, attentati, terrorismo, crimnalità, violenze e mafie, di Monte Miletto, del Matese e del mondo, dai 100 anni ad oggi”, ovvero  il segno tangibile, simbolo dell’impegno e della vita sempreverde che mai muore, che la Fiaccola porta in tutti i Comuni dove ha fatto tappa nel corso degli anni. Tutte le tappe infatti sono riportate sul “Segnavia della Fiaccola della Pace” sito accanto all’Albero della Pace in Alife (Ce). Lo storico evento è stato patrocinato del Parco Regionale del Matese di cui presidente é Vincenzo Girfatti, dalla Comunità Montana del Matese, ci dui presidente è Francesco Imperadore, dai Comuni di Roccamandolfi e di San Massimo retti dai Sindaci Giacomo Lombardi e  Alfonso Leggieri, dalla Consulta delle Associazioni del Matese di cui Presidente è Vincenzo D’Andrea, dall’Associazione Nazionale “Combattenti e Reduci” (sez. di Piedimonte Matese) di cui Presidente è Raffaele Civitillo, con l’adesione dei gruppi escursionistici G.E.M.( Gruppo Escursionisti del Matese); Matese Trekking e C.A.I.(Club Alpino Italiano sezione Piedimonte Matese), presenti con le loro Guide: Sergio Mellucci, Umberto Riselli e Gianni D’Amato, che hanno coordinato e monitorato l’intero svolgimento del percorso, partito dal punto base in zona Campitello Matese, per poi giungere fino alla vetta.
Allo storico evento hanno preso parte amici sensibili, amanti della Pace e della montagna, dei quali alcuni erano alla loro prima esperienza sul Miletto, ma che grazie al supporto delle Guide che hanno assistito il percorso, è stato possibile raggiungere la cima.

All’atleta biker escursionista di Alife Antonio Alfano, protagonista dell’iniziativa annuale denominata “Pace sul Miletto” sin dalla 1a ed.ne, promossa sempre dal Movimento per la Pace, il compito di portare la piantina di agrifoglio messa a dimora nell’area di sosta ( nelle vicinanze dell’area dove termina l’impianto sciovia e dove nasce la Sorgente denominata “Capo d’acqua” ( d’inverno pista Azzurza) proprio accanto al primo albero di faggio che si incontra durante il percorso di ritorno dal Miletto) e di issare sulla vetta del Monte la Bandiera della Pace dove sono state riportate le ultime intenzioni ( tra cui quella per la Bielorussia e i bambini di Chernobil), con la data dell’evento. Durante il posizionamento della Bandiera e la messa a dimora della piantina, hanno aiutato anche le Guide. Accanto alla Bandiera e al piccolo Albero intitolato alla Pace, sono state collocate due targhe di dedica in ricordo dello storico evento, riportanti tutta la motivazione ed il significato di questa encomiabile iniziativa. Una giornata bellissima all’insegna del sole ( nonostante le condizioni sfavorevoli del tempo nei giorni precedenti), ma anche del vento che sulla vetta tirava forte.  Tutti i presenti appartenenti ai tre gruppi escursionistici, hanno posto la loro firma sull’atto dell’Appello consegnato ai due Sindaci di Roccamandolfi e di San Massimo, in segno di impegno, sottoscrivendo così una nuova pagina della “Storia della Pace” nelle bellissime terre del “Matese – Terre di Pace”. Questi i nomi: Concetta Moscatiello, Giovanna De Biasi (Associaz. Gruppo “Piedimonte è viva”), Anna Grillo, Barbara Caprarelli, Aldo Gobbo, Valentina Fragola, Raffaella Forte, Maria Antonietta De Pasquale, Luigi Crispino, Giuseppina Del Nunzio. Andrea Pioltini , Agnese Ginocchio, Antonio Alfano, Sergio Mellucci, Umberto Riselli, Gianni D’Amato e Carlo Pastore ( quest’ultimo per motivi di salute ha seguito e monitorato lo svolgimento dell’evento a distanza).

“La nomina del Miletto in “Monte diella Pace”- ha riferito la Presidente del Movimento per la Pace Agnese Ginocchio,- è stata motivata in relazione a tutte le edizioni annuali dell’iniziativa denominata:”Pace sul Miletto” partita dall’anno 2011, (di cui oltre ad Antonio Alfano, sono stati protagonisti dell’impresa gli escursionisti Carlo Pastore, Sergio Mellucci, Aldo Gobbo, Concetta Moscatiello, Dott Biagio Carangelo con la figlia Giulia, Dante Tazza, Rosanna Giarrusso, Geppino Civitillo, Andrea Pioltini, Pasquale Biondi, Giovanni Cornelio e a cui si unirono anche altri che si trovavano in loco..)  che si tiene a cavallo tra la festa di San Sisto 1° p. e. m., patrono di Alife, e la Solennità dell”Assunta e ricorrenza di ferragostro.  La scelta di portare la Fiaccola della Pace il 4 Ottobre non è caduta a caso, era necessario un atto di coraggio in questo grave momento che ci investe ed in tempi di emergenza Covid 19, per lanciare dalla vetta del mondo un messaggio di Pace e di fratellanza Universale e per chiedere alla Pace e a San Francesco, Icona della Pace, di liberare le nostre terre del Matese, la Campania, il Molise, l’Italia ed il mondo intero, dalla nuova peste che sta affliggendo questo tempo. Abbiamo ricordato anche il Vescovo di Caserta D’Alise, scomparso proprio all’alba di questo giorno a causa del Coronavirus”. Ha concluso.

“La Pace deve ergersi dal Tetto del mondo. A noi tutti – Testimoni e Costruttori del cammino di Pace in salita, sta nel custodirla ogni giorno con le azioni e con la forza della Nonviolenza”. Con questa frase, riportata sulle targhe di dedica in memoria, e recitata da tutti i presenti, è terminato lo storico evento.
L’ iniziativa ( rientrante nelle attività di sport all’aperto) è stata organizzata rispettando le regole dell’ ultima ordinanza di sicurezza emanata dal Governo in tema di Covid.

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La problematica educativa contemporanea si trova in un punto in cui convergono fattori storici e sociali molteplici.

In questo inizio del nuovo millennio non ci troviamo in un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto in un cambiamento di epoca.

Ogni aspetto della vita del pensiero è stimolato da nuove congiunture e interrogativi. In questa cornice di grandi cambiamenti sulla scena mondiale, in un contesto segnato dalla globalizzazione neoliberista, i popoli si agitano tra l’angoscia e la speranza, senza aver ottenuto una risposta alle aspirazioni suscitate dalla modernità occidentale e senza un chiaro orizzonte per il futuro.

La globalizzazione ha sempre accompagnato l’espansione del sistema capitalista, ma anche nell’attuale contesto neoliberista questo processo ci porta verso un mondo di valore in cui la competizione e il mercato si delineano come riferimento principale, convertendosi in produttori di nuovi significati e in costruttori di nuove soggettività, cosa che ha una relazione diretta con gli sforzi e i significati.

Ecco che significa Educazione, in un momento in cui soffriamo in maniera evidente degli effetti del modello capitalista in termini di devastazione del pianeta: crisi energetica, crisi climatica, riscaldamento globale, crisi alimentare, aumento delle disuguaglianze sociali, rischio di guerra nucleare.

Sono costanti i cambiamenti nelle concezioni delle strategie dei sistemi educativi, nel tentativo di adeguarsi all’idea di base che l’educazione e la conoscenza sono fattori indispensabili per il nostro sviluppo, ma senza che questo comporti significativi risultati del miglioramento delle condizioni delle popolazioni.

Nei decenni scorsi, le riforme neoliberiste imposte dagli organismi finanziari internazionali hanno acquisito i vecchi problemi producendo una spaccatura nelle strutture educative aumentando le iniquità educative e favorendo l’edificazione di un sistema educativo piramidale.

Così, a partire dalle condizioni caratteristiche del nostro contesto, ci troviamo di fronte a una delle principali preoccupazioni degli ultimi decenni: definire quale ruolo gioca l’educazione nell’attuale contesto internazionale.

Quali dovrebbero essere gli scopi e gli obiettivi principali? e che genere di conoscenze e abilità saranno necessari per far fronte ai problemi e alle sfide delle nuove situazioni che vanno sviluppandosi a un livello tanto locale quanto globale? quale ruolo dell’educazione in tale contesto è contraddistinto dal cambiamento?

A queste domande prova a rispondere il rapporto elaborato per l’UNESCO della commissione internazionale sull’educazione per il XXI secolo che inizia con l’esporre come di fronte alle sfide attuali l’educazione rappresenti uno strumento indispensabile affinché l’umanità possa avanzare verso ideali di pace, libertà, giustizia sociale, affrontando e superando le tensioni tra il globale e il locale, tra l’universale e l’individuale, tra tradizione e modernità, tra il bisogno di competizione e la preoccupazione dell’uguaglianza e di opportunità e l’espansione delle conoscenze. Oggi più che mai questa situazione richiede un ripensamento del nostro modello educativo.

E’ un approfondimento di fattori sostanziali che possono costituire una proposta educativa alternativa al di là delle sue forme, delle sue modalità. Sono necessari una ricerca e la riflessione attorno ai fondamenti filosofici, politici e pedagogici del nuovo paradigma educativo che orienti gli sforzi diretti alla trasformazione sociale e alla formazione integrale delle persone di fronte alla costruzione di nuove strutture sociali e nuove relazioni tra le persone basate sulla giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà e sul rispetto per l’ambiente riconoscendo che l’attuale modello di società porta con sé elementi universalizzabili. In questo passaggio di millennio la relazione tra educazione e cambiamento sociale e l’importanza di un’azione etica e politica e pedagogica coerenti non si pongono solo come temi di analisi  e studio, ma anche come un’esigenza teorica e pratica decisiva. Si tratta di rispondere di fronte alla costruzione di una cittadinanza globale, alla domanda: di che tipo di educazione abbiamo bisogno e per quale tipo di cambiamento sociale?

 

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Laura Tussi3 ottobre 2020

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In questo inizio del nuovo millennio non ci troviamo in un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto in un cambiamento di epoca.

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La globalizzazione ha sempre accompagnato l’espansione del sistema capitalista, ma anche nell’attuale contesto neoliberista questo processo ci porta verso un mondo di valore in cui la competizione e il mercato si delineano come riferimento principale, convertendosi in produttori di nuovi significati e in costruttori di nuove soggettività, cosa che ha una relazione diretta con gli sforzi e i significati.

Ecco che significa Educazione, in un momento in cui soffriamo in maniera evidente degli effetti del modello capitalista in termini di devastazione del pianeta: crisi energetica, crisi climatica, riscaldamento globale, crisi alimentare, aumento delle disuguaglianze sociali, rischio di guerra nucleare.

Sono costanti i cambiamenti nelle concezioni delle strategie dei sistemi educativi, nel tentativo di adeguarsi all’idea di base che l’educazione e la conoscenza sono fattori indispensabili per il nostro sviluppo, ma senza che questo comporti significativi risultati del miglioramento delle condizioni delle popolazioni.

Nei decenni scorsi, le riforme neoliberiste imposte dagli organismi finanziari internazionali hanno acquisito i vecchi problemi producendo una spaccatura nelle strutture educative aumentando le iniquità educative e favorendo l’edificazione di un sistema educativo piramidale.

Così, a partire dalle condizioni caratteristiche del nostro contesto, ci troviamo di fronte a una delle principali preoccupazioni degli ultimi decenni: definire quale ruolo gioca l’educazione nell’attuale contesto internazionale.

Quali dovrebbero essere gli scopi e gli obiettivi principali? e che genere di conoscenze e abilità saranno necessari per far fronte ai problemi e alle sfide delle nuove situazioni che vanno sviluppandosi a un livello tanto locale quanto globale? quale ruolo dell’educazione in tale contesto è contraddistinto dal cambiamento?

A queste domande prova a rispondere il rapporto elaborato per l’UNESCO della commissione internazionale sull’educazione per il XXI secolo che inizia con l’esporre come di fronte alle sfide attuali l’educazione rappresenti uno strumento indispensabile affinché l’umanità possa avanzare verso ideali di pace, libertà, giustizia sociale, affrontando e superando le tensioni tra il globale e il locale, tra l’universale e l’individuale, tra tradizione e modernità, tra il bisogno di competizione e la preoccupazione dell’uguaglianza e di opportunità e l’espansione delle conoscenze. Oggi più che mai questa situazione richiede un ripensamento del nostro modello educativo.

E’ un approfondimento di fattori sostanziali che possono costituire una proposta educativa alternativa al di là delle sue forme, delle sue modalità. Sono necessari una ricerca e la riflessione attorno ai fondamenti filosofici, politici e pedagogici del nuovo paradigma educativo che orienti gli sforzi diretti alla trasformazione sociale e alla formazione integrale delle persone di fronte alla costruzione di nuove strutture sociali e nuove relazioni tra le persone basate sulla giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà e sul rispetto per l’ambiente riconoscendo che l’attuale modello di società porta con sé elementi universalizzabili. In questo passaggio di millennio la relazione tra educazione e cambiamento sociale e l’importanza di un’azione etica e politica e pedagogica coerenti non si pongono solo come temi di analisi  e studio, ma anche come un’esigenza teorica e pratica decisiva. Si tratta di rispondere di fronte alla costruzione di una cittadinanza globale, alla domanda: di che tipo di educazione abbiamo bisogno e per quale tipo di cambiamento sociale?

 

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Laura Tussi con Egidia Beretta Arrigoni

Intervista di Laura Tussi a Egidia Beretta madre di Vittorio Arrigoni

 

“Questo figlio perduto, ma vivo come forse non lo è stato mai, che, come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone.”

 

Bellissime riflessioni: quando le hai scritte?

 

Scrissi di getto queste parole all’indomani del funerale di Vittorio e oggi, nove anni dopo, so che questo seme è fiorito e ha fruttificato.

Quel testimone continua ad andare, passando di mano in mano, di cuore in cuore, come un fiume inarrestabile.

Vittorio è la sorgente; io, solo la portatrice d’acqua che la alimenta.

 

La perdita e la memoria del figlio amato hanno inciso profondamente nella tua esistenza.

 

Questo è diventata la mia vita.

Per questo viaggio, instancabilmente, da nove anni e racconto a chi ha orecchie per ascoltare e cuore per accogliere, la sua, di vita, i sogni e le utopie.

 

Tutto questo deve essere un percorso doloroso, ma che comporta gesti d’amore.

 

Non è mai facile. Prima di ogni incontro, ho bisogno di silenzio e di meditazione. E, alla fine, mi sento svuotata, aliena alla realtà che mi circonda.

Il gesto d’amore che mi ha spinto a scrivere “Il Viaggio di Vittorio”, si ripete quando, partendo da quelle pagine, vado a dispiegare il filo della sua esistenza, dall’infanzia, alla giovinezza, all’età adulta, variegato e multiforme, ma sempre teso alla ricerca del senso del proprio vivere, fino alla raggiunta consapevolezza che solo la ricerca e la lotta per la giustizia, per la pace, sempre dalla parte degli oppressi, dei dimenticati, potevano dare significato al suo essere al mondo.

 

Quali argomenti tratti nel tuo libro “Il Viaggio di Vittorio”?

 

Narro del bambino che scrive di San Francesco e Martin Luther King, del ragazzo che stima Falcone e Borsellino, della grande passione per la musica, la lettura e la scrittura, dei primi Viaggi di volontariato a soccorrere e conoscere genti e luoghi al di fuori, finalmente, dai confini “recinti spinati”, consapevole che, attraversandoli, mettendosi alla prova, scorgerà la meta.

Mostro i suoi video e li riguardo anche io con la trepidazione della prima volta e colgo, attraverso gli occhi di chi guarda e ascolta, la mia stessa empatia ed emozione.

 

Vittorio ha sempre denunciato in forma nonviolenta tutte le ingiustizie e atrocità che accadono a Gaza.

 

Oltre le mie parole, voglio si veda e si ascolti Vittorio, l’esuberanza, la passione che lo muove, gli affanni, la gioia, la sofferenza, le denunce, la testimonianza diretta di quel che ha vissuto in Palestina, in Gaza.

E’ qui che il mio racconto si conclude, dove si è concluso il suo Viaggio.

Nella terra che lo ha accolto come figlio e fratello, là dove la tormentata ricerca del perché esistere ha infine trovato ragione.

Leggo i suoi scritti, che ci immergono in realtà altrimenti sconosciute.

E adempio così un preciso dovere che, sento, Vittorio mi ha affidato.

Non dimenticare mai la Palestina, raccontare, attraverso i suoi anni in Cisgiordania e in Gaza. Questo popolo, oppresso, ma coraggioso, resistente, generoso.

 

Un Viaggio quasi “iniziatico”…

 

In questo mio andare, ho percorso innumerevoli strade, città e piccoli paesi, lungo tutta la penisola, in luoghi i più diversi, biblioteche, parrocchie, centri sociali, culturali, feste Anpi, scuole.

E ogni volta, sento Vittorio presente a sostenermi nel trovare le parole giuste per chi mi ascolta, adulti, giovani, studenti, anche bambini.

Gli sono riconoscente perché, attraverso questi incontri, ho contemplato meraviglie di arte e natura mai visti, sono nate amicizie, soprattutto ho conosciuto un’umanità solidale che non immaginavo, persone generose e accoglienti, felici di incontrare “la mamma di Vik” e onorarlo onorando me.

 

Con questo Vostro Viaggio, riuscite, tu e Vik a cambiare le coscienze…

 

E quando, a posteriori, ricevo testimonianze di come la sua vita abbia cambiato la vita di tanti, specie di giovani, che, sulla sua traccia, stanno compiendo scelte ugualmente importanti, il mio cuore è felice e l’anima piena di gioia.

A chi vuole conoscere meglio e di più Vittorio, suggerisco di visitare il sito www.fondazionevikutopia.org, di leggere soprattutto le pagine del suo ”Gaza Restiamo Umani”, scritte a Gaza durante il massacro di Piombo Fuso, la graphic novel “Guerrilla Radio – la possibile Utopia” di Stefano Piccoli e infine, a chi volesse immergersi nei sogni del piccolo Vik, il racconto “Il bambino che non voleva essere un lupo”, scritto e illustrato da Sabina Antonelli, pubblicato a cura della Fondazione Vittorio Arrigoni “Vik Utopia” Onlus.

 

E’ nata questa importante Fondazione Vik Utopia in memoria di Vittorio

Parlo della Fondazione, nata per onorare la sua memoria e continuare la sua azione di impegno civile a servizio del bene comune, dei diritti umani e della giustizia.

I progetti che abbiamo sostenuto, vanno in questa direzione. Collaborando con diverse Associazioni, che operano in paesi nel mondo dove situazioni difficili di povertà o di discriminazione, colpiscono i più deboli, donne e bambini, seguiamo la strada che Vittorio ha tracciato.

E’ verso i bambini, soprattutto, che va il nostro impegno, consapevoli di quanto essi fossero nel suo cuore.

Continuerò ad andare, quindi, fino a quando avrò voce e forze per testimoniare, e, con Vittorio, annuncerò: “Faremo delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non sarà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi”.

La ricerca dell’altro

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Laura Tussi29 settembre 2020

L'amore per l'altro

Si potrebbe affermare che attualmente nella società globale e nei rapporti umani e affettivi, il senso dell’alterità, ossia la percezione della vicinanza emotiva e personale, persiste ma al contempo si affievolisce per le molteplici lontananze di cui tutti siamo oggetto con i social e i mezzi di comunicazione. L’attitudine a tollerare, favorire e comprendere la diversità sparisce con l’intolleranza che struttura e incrimina alterità e differenze: i nazionalismi, i regionalismi, i fondamentalismi, i sovranismi, le imprese di purificazione etnica sono processi che generano intolleranza e sfociano in razzismo e in altre ideologie criminali.

Alcuni gruppi umani non cessano di creare alterità, di costruire e inventare l’altro e perciò di annientarsi perchè, al contrario della differenziazione culturale, questa incessante moltiplicazione sociale e invenzione di un nemico comune è portatrice di morte.

Il senso della diversità ci mette di fronte all’evidenza del senso elaborato dagli altri, individui o collettività.

Il senso di cui si tratta e che viene auspicato e promosso è il senso sociale, cioè l’insieme dei rapporti simbolizzati, istituiti e vissuti tra le persone all’interno di una collettività che questo insieme permette di considerare pluralista e solidale: una solidarietà globale e universale.

Non esiste una società che non abbia definito, in modo più o meno rigoroso una serie di rapporti normali tra generazioni, fratelli, donne e uomini, lignaggi, classi, età, uomini liberi e schiavi, indigeni e stranieri.

Il compito del ricercatore è evidente, in quanto non rimanda in modo specifico a un solo e esclusivo tipo di società e di caratteristica umana, nella cittadinanza che si definisce attiva e globale. Ed è per questa ragione che nell’articolo in questione si situa l’incontro all’incrocio tra i miei riferimenti pedagogici e i miei interessi culturali più generali.

Vorrei interrogarmi, ponendo le premesse per una pedagogia generalizzata sul concetto stesso di alterità, nella sua relatività che è molteplice, in quanto gli altri definiscono e portano a compimento l’altro, la differenza e le diversità implicite nei soggetti, in ogni singola persona, in ogni specifico essere umano.

A proposito di alterità e di senso degli altri, per professione o per scelta volontaria, quanti sono impegnati in un’attività sia sanitaria, sia assistenziale troveranno un sussidio valido e di facile accesso nelle letture sulle scienze sociali e pedagogiche. Con un linguaggio chiaro e conciso, esse accompagnano il lettore lungo il cammino complesso che dall’accoglienza conduce al dialogo costruttivo, indicando gli scopi contro cui spesso naufragano tutti e tanti incontri individuali e di gruppo, ossia indicano i mezzi per evitarli. All’idea espressa in questo articolo contrasta la leggerezza con cui spesso è considerata la dimensione relazionale del mondo dell’assistenza sociale e sanitaria, nella ricerca pedagogica e psicologica.

Professionisti e volontari sono facilmente portati a sottovalutare la necessità di una preparazione all’incontro interpersonale, i primi facendo affidamento sulla propria competenza tecnica, i secondi fidandosi eccessivamente della buona volontà. Le conseguenze di un simile stato di cose non mancano di tradursi in situazioni di disagio che rendono meno umano il servizio all’approccio pedagogico e psicologico utilizzato, che attinge a fonti di sicura fede umanistica e umanitaria, invitando a un approfondimento e alla formazione del dialogo e alla relazione di aiuto.

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Intervista a Cristina Bonzagni

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Perchè ti definisci nomade?

Sono Cristina Bonzagni, di anni 45, segni particolari emiliana nomade.

Da tanto tempo ormai vivo dove capita, fra un lavoretto precario e l’altro. Il mio obiettivo principale è sempre stato viaggiare. Sono convinta che il modo migliore per valorizzare questa mia vita sia esplorare il mondo, che sia il paese vicino o l’altro capo del pianeta.

Così ho scelto di ribaltare tutto, di non dare troppa importanza al lavoro, di non metterlo al primo posto. Tratto il lavoro (o meglio i lavori) per quello che sono: strumenti per raggiungere i miei obiettivi. Di conseguenza i lunghi studi fatti vengono puntualmente accantonati per fare spazio a qualunque (o quasi) opportunità lavorativa mi capiti lungo la via.

In cosa consiste la felicità per Cristina?

Se qualcuno mi chiedesse che cos’è la felicità, la descriverei come un enorme zaino pronto a partire insieme a me senza destinazione. La felicità è partire. Senza organizzare troppo, solo il minimo indispensabile. Partire ed esplorare la diversità. Diversità di paesaggi, di linguaggi, di tradizioni, di culture. La diversità mi affascina da sempre quanto il decollo di un aereo.

Perchè ti piace viaggiare?

Negli ultimi 20 anni ho trascorso il mio tempo girovagando per l’Italia e per il mondo per motivi di studio prima e di lavoro e piacere poi. Se penso a me vedo una giovane donna con il trolley sempre aperto, con un biglietto sempre pronto, costantemente in partenza e con la mente ed il cuore in attesa di cambiamenti. Mi vedo straniera in tanti luoghi, quasi sempre in viaggio da sola con il mio zaino.

Viaggiare da sola è stata la conquista più importante della mia vita finora. Scoprire di stare benissimo in mia compagnia, di non soffrire di solitudine e di saper affrontare i tanti imprevisti dei viaggi cosiddetti “on the road”, mi ha inevitabilmente aumentato la scarsa autostima, rendendomi più consapevole delle mie potenzialità.

Raccontaci il tuo impegno nel mondo dell’attivismo e del volontariato

Si sa che ogni viaggio autentico arricchisce, aiutando ad apprezzare il valore aggiunto ed inestimabile della Diversità. E a tal proposito posso senz’altro affermare che esista una sorta di “filo rosso” che lega questa passione al mio impegno nel mondo dell’attivismo e del volontariato.

Viaggiando, nasce ed evolve in me un profondo desiderio di partecipazione attiva. Dall’esplorazione e quindi dalla conoscenza, matura la voglia di contribuire in qualche modo a rendere questo mondo un posto migliore.

Ecco allora il mio impegno ambientalista e la professione di educatore ambientale esercitata per tanti anni nelle scuole di ogni ordine e grado e nel contempo l’attivismo sociale per diverse associazioni locali e nazionali.

Cosa intendi per fragilità?

Il mio mondo ruota attorno al volontariato ormai da tanti anni e questo accade per un motivo molto semplice: aiutare gli altri, chi ha bisogno, i più fragili, gli ultimi, mi fa stare bene. Mi rende felice così come viaggiare. Non posso farne a meno.

Descrivi il tuo incontro con Mimmo Lucano

Dopo anni trascorsi fra partenze e attivismo con varie realtà locali arriva però il vero ciclone che mi travolge: l’incontro nel 2018 con Domenico Lucano, ex sindaco di Riace. Una persona di rara autenticità che sa realmente emozionare e coinvolgere chi si pone attentamente in suo ascolto.

Quali sentimenti ti ha suscitato l’incontro con Mimmo Lucano?

E grazie a Mimmo in me scatta una molla che amplifica il desiderio, già presente, di mettermi in gioco, di fare la mia parte.  La sua umanità è contagiosa e i mesi successivi a quel primo incontro mi vedono nella mia Bologna a portare aiuti ai senzatetto trascinandomi appresso per le vie del centro un paio di trolley pieni di vestiti e coperte da distribuire.

Perchè proprio Moria?

Non riesco più a fermarmi e poco tempo dopo raccolgo indumenti e altri aiuti da portare nel campo profughi di Moria sull’isola greca di Lesbo. Rimango là circa una settimana nel dicembre 2018 e posso dire che rimarrà senza dubbio una delle esperienze più intense della mia vita.

Perchè proprio Riace?

Ma un pezzetto del mio cuore è rimasto nel profondo Sud Italia. E so che devo tornare laggiù.

Allora divento una pendolare che, fra un impegno e l’altro, appena possibile ritorna a Riace. E ogni volta nuove attività, nuove scoperte, nuovi amici. Il legame con il luogo diventa così sempre più saldo.

Ormai sono passati due anni da quel primo incontro con Mimmo Lucano e con la sua Riace.

Due anni davvero ricchi di emozioni e di difficoltà. E adesso vi scrivo dalla mia casa provvisoria di questo piccolo borgo della Locride calabrese. Sto cercando di stabilirmi qui perchè la consapevolezza di aver trovato finalmente il mio posto nel mondo dopo una vita di nomadismo si è rafforzata e si rafforza giorno dopo giorno.

Riace è il luogo del cuore in grado di regalarmi un sorriso ogni mattina nel momento stesso del risveglio ed è qui che sta iniziando con gioia una nuova fase di questa mia vita.

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Noi abbiamo un sogno

Per una nuova educazione

Noi abbiamo un sogno

Vogliamo recuperare l’immaginazione e la creatività di cui abbiamo tanto bisogno a scuola.
Occorre tornare a essere importanti per il futuro di coloro che erediteranno madre terra.
Laura Tussi

La scuola. Questa nostra scuola gerarchizzata che ancora mantiene ruoli inammissibili, autoritari, che derivano dalla realtà di una società afflitta da innumerevoli degenerazioni psichiche.

Questa scuola nella quale l’unica cosa che dobbiamo fare è insegnare a addizionare e sottrarre.

La scuola e i suoi metodi di insegnamento. La Chiesa e i suoi metodi di controllo.

Di sicuro c’è che la scuola è in crisi. Naturalmente è un’opinione personale, sebbene condivisa da molti. E questa crisi è molto più profonda e difficile da gestire di quelle economica, poiché quel che accade alla scuola è un riflesso fedele di quanto sta avvenendo nel nostro mondo. Un mondo diseguale. Ingiusto.

Un mondo nel quale l’individualismo, il materialismo si antepongono a un valore necessario indispensabile: l’umanità. La scuola rimane estranea a tutti questi problemi. È ancorata a una metodologia arcaica e superata nella quale primeggia maggiormente una aberrante burocrazia rispetto a un compito delicato e sempre più sottovalutato: quello di educare. Una scuola disorganizzata che non si degna di rispondere ai bisogni provenienti da un mondo in mutazione plurale, che deve far fronte a problematiche ogni giorno più complesse. Una scuola raffazzonata che compie continue riforme educative senza andare alla radice del problema perché per questo non vi è mai tempo. Una scuola normale?

Nel cosiddetto “villaggio globale” scopriamo che la nostra scuola si guarda allo specchio della società violenta e competitiva. E anche qui i conflitti si risolvono con l’aggressività. E la violenza è implicita in ogni parola che pronunciamo perché è sempre stato così: un modo ereditato dai potenti. È in definitiva una scuola sottomessa all’onnipotente libro di testo, pressante, eccessivo. Il bisogno di offrire ai nostri studenti uno sguardo diverso sul mondo differente da quello che ci mostrano i mezzi di comunicazione: stereotipato e parziale. Cerchiamo il modo tramite cui gli studenti così giovani con i loro anni sono capaci di comprendere quello che risulta incomprensibile: l’ingiustizia sociale, la fame, la distribuzione disuguale della ricchezza, l’impatto dell’uomo e le conseguenze per il pianeta. Attraverso la realtà cerchiamo di collegarli con situazioni differenti per farli sentire speciali.

Vogliamo che siano loro i protagonisti del cambiamento per una volta, attori indispensabili per terminare l’opera. Oltre l’aula è possibile comprendere gli altri, trasmettere umanità. Vogliamo aprire agli studenti le porte del mondo e avvicinare tutta la sua bellezza. Vogliamo recuperare l’immaginazione e la creatività di cui abbiamo tanto bisogno a scuola.

Tornare a essere. Essere importanti per loro, per i nostri figli indifesi di fronte a una società che li considera pregiudizialmente degli idioti, incapaci di discernere tra il giusto e l’ingiusto. Che li soppesa sulla bilancia perché valgono solo per ciò che consumano. I figli e i nostri nipoti che erediteranno madre terra.Ereditare la Terra, costruire una nuova educazione

Questo ci proponiamo. Non possiamo affermare che lo abbiamo realizzato pienamente. Non ci siamo nemmeno sempre sentiti compresi. Non siamo stati capaci di condividere con gli altri il compito. Noi docenti non condividiamo sempre la stessa visione del mondo, ma siamo condannati a imparare a lavorare insieme e è il nostro esame pendente perché tutti facciamo parte della soluzione del problema, famiglia e scuola. Le strutture del sistema scolastico sono troppo radicate e resistono al cambiamento.

Tentando di costruire, finiamo di distruggere perché riproduciamo nelle nostre classi gli stessi schemi che troviamo nella società per finire col soffrire dei suoi stessi mali.

Servirebbero anni per riconoscere tutto ciò che non funziona in questa nostra scuola, quella che indottrina. La scuola del controllo sociale. Un fine così opposto a quello di riuscire a far cambiare ai nostri studenti lo sguardo che hanno sul mondo. Ed è inevitabile concentrarsi più sul cammino che sulla meta. Certamente qualcosa abbiamo ottenuto.

Siamo riusciti a far loro comprendere che esistono realtà distinte e persone diverse. Che siamo differenti. Le nostre diversità. Un qualcosa che non succede tutti i giorni nelle nostre classi: alla fine prima di tutto una persona andrà a far parte dell’universo emozionale dello studente trascinandosi così tanto i suoi difetti quanto le sue generalità.

Ci resta molto cammino da percorrere. E cosa ci importa se non disponiamo di tutte le risorse, di tutte le certezze: siamo nel posto giusto. Una scuola nuova e necessaria e imprescindibile. Tornare a sognare con un percorso differente. Un futuro alternativo.

Un altro mondo è possibile. Noi abbiamo un sogno. Di questo si tratta.

 

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