Emergenza e pace: un messaggio di speranza guardando al futuro

Intervista a Gianmarco Pisa

Emergenza e pace: un messaggio di speranza guardando al futuro

Ne parliamo con Gianmarco Pisa, operatore di pace, segretario dell’IPRI – CCP, l’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace
a cura di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Intervista a Gianmarco Pisa

https://www.peacelink.it/pace/a/47471.html

Il mondo si scopre improvvisamente colpito da un virus che sta letteralmente cambiando il modo di vivere e di concepire la vita della stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta. L’emergenza ci pone dei quesiti, in ampia misura, inediti, sulla nostra salute, sulle nostre società, sul nostro stile di vita; ma ci impone anche di ripensare ad alcune nostre scelte, e di guardare al mondo nella prospettiva dell’eco-sistema, di Gaia. Quali idee possiamo condividere, quali proposte possiamo avanzare nella situazione della crisi e per il futuro? Ne parliamo con Gianmarco Pisa, operatore di pace, segretario dell’IPRI – CCP, l’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace.

 

Quali pratiche occorre attivare per risolvere a livello planetario emergenze che sempre più coinvolgono l’intera umanità?

 

Non c’è dubbio che l’emergenza epidemiologica legata alla diffusione del contagio da coronavirus abbia scatenato effetti su scala mondiale: è un effetto in sé legato alle modalità del contagio, ma è anche una conseguenza di un fatto che, invece, è in sé positivo, la cosiddetta “interconnessione dello spazio-mondo”. Ciò comporta anche l’esigenza, tuttavia, di un cambio di “sguardo”, prima ancora che di un cambio di “paradigma”, sul mondo: l’attuale situazione di crisi e di emergenza, come sempre di fronte alle grandi emergenze planetarie, ci spinge a ragionare e ad agire in termini di un “mondo unito”, proprio perché interconnesso, quindi in ottica eco-sistemica. Siamo tutti e tutte parte di un unico eco-sistema e come la rottura dell’equilibrio in un punto di questo “sistema” scatena ripercussioni, dirette o indirette, su qualsiasi altro punto, così il tipo di risposte che proviamo a offrire dovrebbero porsi all’altezza di questa esigenza, scalare la dimensione planetaria, immaginare un diverso modo di produzione e un differente sistema di relazioni a livello generale. Anche perché questo tema va anche letto tra le righe: hanno ripetuto come un mantra, per decenni, nelle ricche metropoli dell’Occidente, che «il nostro stile di vita non è negoziabile», oggi siamo tutti alla prese con la riformulazione, non sempre in positivo, di pratiche che davamo per scontate.

 

Come l’umanità deve attivarsi per invertire questa rotta e per ricominciare a costruire una socialità vicina alle esigenze e necessità di una madre terra sempre più in difficoltà?

 

La questione, insieme, sociale e democratica, mi sembra, in uno ovviamente con l’emergenza sanitaria, la più scottante. Abbiamo cioè di fronte tre grandi sfide. In primo luogo, sul versante sanitario, dove le strutture ospedaliere e il personale sanitario profondono uno sforzo quotidiano per contenere la diffusione del contagio e prestare le cure necessarie alle persone. Quindi, sul versante civile, dove la necessaria esigenza delle misure di contenimento del contagio va accompagnata alla altrettanto necessaria esigenza di implementare tutte le misure restrittive entro i limiti rigorosi del nostro dettato costituzionale e della piena conformità democratica. E, in definitiva, sul versante economico e sociale, soprattutto in riferimento a quegli strumenti che le autorità pubbliche hanno messo a disposizione per fare fronte a situazioni di bisogno, povertà e, in taluni casi, vera e propria deprivazione, che la situazione di emergenza sta facendo, spesso drammaticamente, emergere. Alcune risposte sono necessarie e non più derogabili: l’esigenza di sistemi sanitari pubblici, statali, adeguatamente finanziati, organizzati e attrezzati, nello sfondo, più complessivo, di un sistema di protezione sociale universalistico; il rilancio del tema, cruciale, di una programmazione economica democratica, che ponga a tema non solo l’esigenza di politiche economiche espansive e di finanziamenti consistenti per le politiche sociali, ma anche il cimento di un orientamento pubblico, con una regia statale, della produzione e degli investimenti, rispondendo ai quesiti classici del “cosa”, “come” e “quanto” produrre. E, chiaramente, la difesa della democrazia, di una democrazia sostanziale, nel senso sempre di «tutti i diritti umani per tutti e per tutte». Quanto sta accadendo, proprio in queste ore, in Ungheria, non può non suscitare un vero e proprio allarme democratico.

 

Le spese militari nel mondo aumentano e i servizi sanitari vengono drasticamente ridotti.

Come attivarsi per un’inversione di questa tendenza?

 

L’incremento esponenziale delle spese militari (e, insieme con questo, dei finanziamenti per la guerra e tutto ciò che ruota intorno alla guerra) e la riduzione, cui abbiamo assistito per anni, delle spese sociali, per la sanità, per l’istruzione, per la ricerca, per la casa, per le pensioni, costituiscono uno dei più clamorosi scandali della nostra modernità, in particolare nelle società capitalistiche. Secondo il SIPRI, nel 2018 la spesa militare mondiale ha superato i 1.800 miliardi di dollari: significa il 2 % del PIL di tutto il mondo, o ancora circa 240 dollari a testa. Per l’Italia, la spesa militare supera abbondantemente i 20 miliardi di euro, e abbiamo anche il triste primato di essere tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Quanti asili nido, quanti posti in terapia intensiva, quanti accessi al sostegno alimentare riusciremmo a garantire con tutti questi soldi? È ovvio che è l’intero modello che deve essere ripensato: occorre passare, cioè, da un modo di produzione pesantemente energivoro, a fortissimo impatto sociale ed ecologico, in cui la ricerca è troppo spesso piegata alle esigenze del complesso militare-industriale e la logica di sicurezza, troppo spesso militare, finisce per penetrare anche in ambiti che con la logica militare non dovrebbero avere nulla a che fare, ad un altro modo di produzione, sostenibile sotto il profilo sociale e sotto l’aspetto eco-sistemico, avviando la riconversione delle produzioni militari e di quelle a maggiore impatto, inaugurando una strategia di difesa difensiva e, in prospettiva, di transarmo, e un rafforzamento della difesa civile, della difesa popolare nonviolenta, della cooperazione e della solidarietà internazionale.

 

Le Nazioni Unite, nell’emergenza da coronavirus, hanno proposto un “cessate il fuoco globale”.

Come possiamo agire per la pace nella stagione dell’emergenza?

 

A maggior ragione nella situazione di emergenza che stiamo attraversando, la pace rimane la grande domanda inevasa del nostro tempo. La guerra non è un destino, non è una fatalità, né tantomeno è inevitabile. Come scrive l’UNESCO nel preambolo dello statuto, siccome la guerra nasce nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che vanno costruite le difese della pace: questo significa sia lavorare per l’educazione, la sensibilizzazione, l’informazione e il giornalismo di pace, sia agire concretamente, nelle zone di conflitto e nei nostri territori, per prevenire la guerra, e costruire gli anticorpi della violenza. La pace richiede sempre una iniziativa attiva di “costruzione”: ricordiamo quanto dice Johan Galtung, o quello che tante volte ha ripetuto, qui in Italia, tra gli altri, Alberto L’Abate, che è necessario lottare per affermare la pace, sulla base dei presupposti della nonviolenza e della giustizia, e che la pace stessa deve essere «pace positiva», vale a dire «pace con giustizia». Agire per la pace nella stagione dell’emergenza significa quindi, tra le altre cose, costruire le condizioni della giustizia, a partire dalla giustizia sociale, proteggere la vita umana e tutelare i diritti umani, realizzare i presupposti per un diverso modello di sviluppo. È necessario dare seguito alla richiesta del Segretario Generale delle Nazioni Unite per un “cessate il fuoco” generale: lo dice lui stesso, perché «i conflitti armati imperversano nel mondo»; perché «al virus non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi e fazioni»; e perché, in particolare, «sono sempre i più vulnerabili a pagare il prezzo più alto e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del virus».

 

Come possiamo da questa tragica esperienza trarre nuova energia per affrontare le grandi sfide del Terzo Millennio?

 

Penso che ci siano dei segnali positivi e che ci sia molto da fare per fare in modo che le idee che abbiamo fin qui scambiato possano “trovare gambe”: l’importanza della cooperazione e della solidarietà internazionale, ad esempio, di cui anche il nostro Paese ha beneficiato, grazie agli aiuti umanitari provenienti, ad esempio, dalla Cina e da Cuba; Cuba socialista, sotto embargo da decenni, continua ad avere un eccellente sistema sanitario ed aiuta i popoli ai quattro angoli del pianeta; l’importanza anche della lotta per la prevenzione dei conflitti armati e per la costruzione della pace positiva, che è un cimento tipico dei Corpi Civili di Pace, tenendo sempre insieme il contrasto alle crisi e la tutela dei diritti umani; un nuovo modello di sviluppo ed una nuova idea di società, una società umana, solidale, inclusiva. In una parola, una nuova idea eco-sistemica di società.

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