Il prossimo 17 marzo il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà a Trieste per un incontro dedicato alla candidatura del porto giuliano come nodo strategico nei nuovi collegamenti tra Europa e Medio Oriente. Al centro dell’iniziativa vi è il progetto del corridoio India–Middle East–Europe Economic Corridor, un’infrastruttura logistica e commerciale che dovrebbe collegare l’Europa con l’area indo-mediorientale attraverso una rete integrata di porti, ferrovie e corridoi energetici.
Secondo gli organizzatori dell’evento, la partecipazione di rappresentanti diplomatici e politici dei Paesi coinvolti – tra cui gli Stati Uniti e Israele – segnala l’interesse internazionale verso il potenziamento dello scalo triestino come porta di accesso verso il Mediterraneo e l’Europa centrale. Nel disegno del corridoio, il porto di Trieste verrebbe collegato con quello di Porto di Haifa, uno degli hub logistici più importanti del Mediterraneo orientale.
Ma l’iniziativa sta già suscitando forti critiche e mobilitazioni. Diverse organizzazioni politiche e movimenti locali denunciano il rischio che il porto venga progressivamente inserito in una rete di infrastrutture strategiche legate all’Alleanza Atlantica. Secondo i promotori della protesta, la crescente integrazione con i circuiti logistici militari della NATO potrebbe trasformare lo scalo in un punto sensibile dal punto di vista geopolitico, esponendo la città a nuove tensioni internazionali.
I critici richiamano anche la storia e lo status giuridico del territorio triestino. Dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, il futuro della città fu regolato dal Trattato di Pace di Parigi e dalla Risoluzione 16 del Consiglio di Sicurezza ONU, che istituirono il Territorio Libero di Trieste con un regime internazionale speciale. Per alcuni movimenti locali, tali riferimenti storici rappresentano ancora oggi un elemento simbolico e politico nel dibattito sulla funzione del porto e sul suo grado di internazionalizzazione.
Accanto alle questioni geopolitiche, le proteste sollevano anche temi economici e sociali. I movimenti contrari al progetto sostengono che l’integrazione nel corridoio IMEC non garantirebbe benefici concreti per l’economia locale, segnata negli ultimi decenni da una progressiva deindustrializzazione. Al contrario, secondo queste posizioni critiche, la città rischierebbe di vedere ridimensionato il proprio tessuto produttivo senza ottenere reali opportunità di sviluppo.
Da qui l’appello alla mobilitazione. Alcune realtà politiche e associative hanno convocato per il 17 marzo un presidio in Piazza Unità d’Italia, con l’obiettivo di contestare la visita del ministro Tajani e denunciare quella che definiscono una crescente militarizzazione del territorio.
Il confronto sul futuro del porto di Trieste si inserisce in un contesto internazionale segnato da nuove competizioni economiche e strategiche nel Mediterraneo. Da un lato, il progetto IMEC è sostenuto da diversi governi occidentali come alternativa alle rotte commerciali promosse dalla Belt and Road Initiative della Cina; dall’altro, movimenti pacifisti e alcune forze politiche temono che la crescente centralità geopolitica della regione possa portare con sé nuove forme di militarizzazione e tensione.
Tra progetti di sviluppo, interessi strategici e contestazioni civiche, il dibattito sul ruolo di Trieste nel Mediterraneo appare destinato a restare aperto. La città, storicamente crocevia di commerci e culture, si trova oggi nuovamente al centro di scelte che riguardano non solo la sua economia, ma anche il suo posizionamento nello scenario internazionale.
Il manifesto diffuso da diverse realtà pacifiste in vista dell’udienza del 15 giugno 2026 presso il tribunale di Pordenone riporta al centro del dibattito pubblico una questione che da decenni attraversa la società italiana: la presenza di armi nucleari statunitensi nella base di Base Aerea di Aviano. Secondo i promotori dell’iniziativa, la presenza di testate nucleari USA sul territorio italiano costituirebbe una violazione sia dei principi costituzionali sia degli impegni internazionali sul disarmo. L’azione legale annunciata rappresenta dunque un tentativo di portare nelle aule di giustizia una questione che da tempo è al centro delle mobilitazioni pacifiste: la richiesta di rimozione delle armi nucleari e di trasparenza sulle politiche militari che riguardano il nostro Paese.
Il caso di Aviano, tuttavia, non è isolato. L’Italia è infatti uno dei Paesi europei con la più alta concentrazione di infrastrutture militari legate all’alleanza atlantica e alla presenza statunitense. Accanto ad Aviano si colloca, ad esempio, la base di Base Aerea di Ghedi, dove secondo numerosi studi e rapporti indipendenti sarebbero custodite altre bombe nucleari tattiche nell’ambito del sistema di condivisione nucleare della NATO. Questo sistema, eredità della Guerra fredda, prevede che armi nucleari statunitensi siano dispiegate in alcuni Paesi alleati pur restando formalmente sotto controllo americano.
Il tema delle armi nucleari si inserisce inoltre nel più ampio quadro delle servitù militari, cioè delle limitazioni territoriali, ambientali ed economiche imposte alle comunità locali a causa della presenza di poligoni, basi e infrastrutture militari. In molte regioni italiane, dalla Sardegna al Friuli Venezia Giulia, questi vincoli incidono sullo sviluppo civile dei territori, limitando l’uso di vaste aree e producendo spesso conflitti con le popolazioni residenti. In Sardegna, per esempio, grandi porzioni di territorio sono destinate a esercitazioni militari nei poligoni di Poligono di Salto di Quirra e Poligono di Capo Teulada, strutture tra le più estese d’Europa.
Questa rete di installazioni militari si collega alla presenza di importanti basi statunitensi, come Naval Air Station Sigonella, nodo strategico per le operazioni militari nel Mediterraneo e in Medio Oriente, o il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS di Niscemi, più volte contestato da movimenti civici e ambientalisti. Nel corso degli anni queste strutture hanno alimentato un intenso dibattito sul rapporto tra sicurezza militare, sovranità nazionale e diritti delle comunità locali.
Le organizzazioni promotrici della mobilitazione sostengono che la presenza di armi nucleari sul territorio italiano contrasti con lo spirito dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Inoltre richiamano la necessità di applicare pienamente la Legge 185 del 1990 e di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari promosso dalle Nazioni Unite per la messa al bando di queste armi.
La questione delle basi militari e delle servitù territoriali non riguarda solo la politica internazionale, ma tocca anche il modello di sviluppo del Paese. Molti movimenti pacifisti ed ecologisti sostengono infatti che vaste aree del territorio italiano restino vincolate a usi militari mentre potrebbero essere destinate a progetti di riconversione civile, tutela ambientale e cooperazione internazionale. In questo senso, la mobilitazione intorno al caso Aviano diventa il simbolo di un dibattito più ampio: quello sul futuro della sicurezza europea e sul ruolo che l’Italia intende assumere tra logiche di deterrenza militare e prospettive di disarmo.
L’iniziativa giudiziaria annunciata a Pordenone si inserisce dunque in una lunga tradizione di impegno civile per la pace e il disarmo. Portare la questione delle armi nucleari nelle aule di tribunale significa chiedere che il diritto internazionale, la Costituzione e la volontà dei cittadini tornino al centro delle scelte politiche. Per i promotori della campagna, la prospettiva non è soltanto la rimozione delle bombe da Aviano, ma l’avvio di un percorso più ampio di denuclearizzazione dell’Italia e di progressiva riduzione delle servitù militari che segnano ancora profondamente il territorio nazionale.
In Iran il corpo delle donne è diventato da decenni un campo di battaglia silenzioso. Le loro vite attraversano rivoluzioni, guerre, leggi e divieti che si sedimentano come cicatrici collettive. C’è la violenza visibile delle repressioni e quella più sottile delle norme che controllano ogni gesto: un velo considerato “sbagliato”, uno sguardo giudicato troppo libero, un passo fuori dalla linea tracciata dalla morale di Stato.
Cosa è rimasto delle donne persiane rispettate ed autonome?
Nell’antica Persia la condizione della donna era inserita in una società patriarcale, ma presentava alcuni aspetti relativamente più avanzati rispetto ad altre civiltà dell’antichità. Durante il periodo dell’Impero achemenide le donne potevano possedere beni, amministrare proprietà e partecipare alla gestione delle attività economiche familiari. Le fonti amministrative mostrano che alcune lavoratrici ricevevano compensi e razioni per il loro lavoro e che le donne dell’aristocrazia potevano gestire vaste proprietà o esercitare una certa influenza nella vita di corte.
Allo stesso tempo, la società rimaneva fortemente organizzata intorno alla famiglia e all’autorità maschile. Il matrimonio era spesso deciso dalle famiglie e il potere politico restava quasi esclusivamente nelle mani degli uomini, anche se alcune figure femminili dell’élite riuscirono a esercitare un ruolo significativo. La religione dominante, lo Zoroastrismo, attribuiva comunque a uomini e donne una responsabilità morale simile davanti al bene e al male, contribuendo a una visione che riconosceva alle donne una dignità spirituale e sociale non sempre presente in altre società antiche.
Nel Kurdistan iraniano, dove la marginalità geografica si somma a quella politica, persistono ferite antiche come le mutilazioni genitali femminili, pratiche che sopravvivono tra silenzi, tabù e abbandono istituzionale. In altre case, soprattutto nelle generazioni che hanno attraversato gli anni Ottanta, le donne portano il peso dei lutti della guerra: sono le madri dei ragazzi mandati al fronte nel conflitto con l’Iraq, giovani vite spezzate mentre lo Stato costruiva il mito del sacrificio.
E poi c’è la quotidianità della sorveglianza: le umiliazioni della polizia morale, le ammonizioni in strada, gli arresti per un velo scivolato o per un gesto considerato improprio. Episodi che sembrano piccoli, ma che nel tempo costruiscono un sistema di controllo capillare, fatto di paura e di obbedienza forzata.
Dentro questa storia lunga di ferite e resistenza si inserisce l’orrore più recente: l’eccidio di studentesse e scolare nel primo giorno della nuova guerra. Non è soltanto un episodio di violenza brutale. È l’epilogo simbolico di una narrazione che dura da decenni, in cui le donne iraniane pagano il prezzo più alto di conflitti politici, religiosi e militari che non hanno scelto.
Quelle giovani vite spezzate diventano così il volto più tragico di una storia più ampia: quella di generazioni di donne che continuano a vivere, resistere e ricordare in un Paese dove il dolore femminile è troppo spesso considerato una conseguenza inevitabile del potere.
Le donne iraniane, una storia di persecuzione
La storia delle donne iraniane è una delle più dolorose del Medio Oriente contemporaneo. Non è la storia semplice di un prima libero e di un dopo oppresso, come spesso si racconta in modo superficiale. È piuttosto una lunga sequenza di promesse tradite, modernizzazioni imposte, rivoluzioni che hanno rovesciato i padroni ma non la logica del dominio. Dallo Scià alla Repubblica islamica degli ayatollah fino alla stagione delle guerre e delle repressioni più recenti, il corpo e la vita delle donne sono stati spesso il campo di battaglia su cui si sono scontrate ideologie, potere e religione.
Sotto lo Scià: modernizzazione e repressione
Nel XX secolo, durante la monarchia dei Pahlavi, l’Iran intraprese un rapido processo di modernizzazione. Riforme degli anni Sessanta e Settanta ampliarono l’accesso delle donne all’istruzione, alla vita pubblica e alla politica: alcune divennero giudici, parlamentari e funzionarie dello Stato. Alla vigilia della rivoluzione del 1979, le donne occupavano seggi in Parlamento e ricoprivano ruoli nella pubblica amministrazione.
Ma questa modernizzazione aveva un volto ambiguo. Le riforme erano imposte dall’alto da una monarchia autoritaria e spesso accompagnate da repressione politica. Lo stesso progetto di “occidentalizzazione” toccò anche il modo di vestire: negli anni Trenta il regime aveva addirittura proibito il velo islamico, e la polizia arrivò a strapparlo di dosso alle donne che lo indossavano.
Molte iraniane furono quindi prese tra due pressioni opposte: da una parte lo Stato che voleva trasformare il loro aspetto e il loro ruolo sociale, dall’altra una società tradizionale e patriarcale che reagiva con forza a quei cambiamenti. Le libertà concesse non cancellavano la mancanza di democrazia né la violenza della polizia segreta del regime. Così, quando nel 1979 esplose la rivoluzione contro lo Scià, anche molte donne scesero in piazza sperando in un futuro più giusto.
La rivoluzione e la disillusione
La rivoluzione iraniana fu anche una rivoluzione femminile. Migliaia di donne parteciparono alle manifestazioni, convinte che la caduta dello Scià avrebbe portato libertà e diritti. Ma la speranza durò poco.
Con l’ascesa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e la nascita della Repubblica islamica, molte conquiste furono cancellate. Le leggi sulla famiglia furono abolite, il diritto al divorzio fu limitato e l’età legale del matrimonio per le ragazze venne abbassata fino a nove anni secondo l’interpretazione della legge islamica.
Quasi subito arrivò anche l’obbligo del velo. Nel marzo 1979 Khomeini decretò che le donne dovessero coprirsi i capelli nei luoghi di lavoro; nel giro di pochi anni l’obbligo si estese a tutti gli spazi pubblici. Chi non rispettava la norma rischiava punizioni severe, fino a 74 frustate secondo il codice penale islamico introdotto nel 1983.
Le proteste non tardarono. L’8 marzo 1979, giornata internazionale della donna, migliaia di iraniane marciarono per le strade di Teheran contro l’imposizione del velo e la perdita dei diritti. Le manifestazioni durarono giorni e furono affrontate con intimidazioni e violenze da gruppi islamisti.
Molte delle donne che avevano creduto nella rivoluzione compresero allora che il nuovo potere non aveva liberato la società: aveva soltanto cambiato il volto dell’autorità.
Decenni di controllo e resistenza
Negli anni successivi la Repubblica islamica costruì un sistema di controllo capillare sulla vita femminile. Il velo obbligatorio divenne uno strumento politico oltre che religioso, usato per reprimere dissenso e autonomia. Le autorità e le cosiddette “pattuglie morali” sorvegliavano l’abbigliamento, mentre attiviste e oppositrici venivano intimidite o arrestate.
Nonostante questo, la società iraniana non rimase immobile. Le donne continuarono a studiare, a lavorare, a organizzarsi. Il movimento femminile iraniano è oggi considerato uno dei più dinamici del mondo islamico, nato proprio dalla resistenza a queste restrizioni.
Negli ultimi anni nuove proteste hanno attraversato il Paese, soprattutto dopo la morte della giovane Mahsa Amini nel 2022, arrestata dalla polizia morale per il velo considerato “improprio”. La sua morte scatenò il movimento “Donna, vita, libertà”, che ha portato migliaia di donne a sfidare pubblicamente le regole del regime.
La repressione e la tecnologia del controllo
Le autorità iraniane hanno risposto con una repressione crescente. Secondo rapporti internazionali, negli ultimi anni il governo ha utilizzato anche tecnologie di sorveglianza per controllare il rispetto dell’obbligo del velo, con telecamere, riconoscimento facciale e sistemi di segnalazione tramite applicazioni digitali.
Attiviste e dissidenti continuano a essere incarcerate, mentre la tensione politica e sociale resta altissima.
Le donne nella stagione delle guerre
A questa lunga sofferenza si è aggiunto il peso delle guerre che hanno segnato la regione. Dalla devastante guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta fino alle tensioni e ai conflitti più recenti, le donne iraniane hanno pagato un prezzo altissimo.
La guerra ha significato lutti, povertà, militarizzazione della società. Ha rafforzato la retorica nazionalista e religiosa che spesso ha ridotto ulteriormente gli spazi di libertà. Molte donne hanno perso mariti, figli e fratelli; altre sono diventate il simbolo della resistenza nazionale, ma senza ottenere in cambio una reale emancipazione.
Un futuro ancora incerto
Oggi l’Iran vive una fase di forte instabilità: crisi economica, tensioni internazionali e proteste interne. In questo scenario le donne restano al centro della battaglia per il futuro del Paese.
La loro storia recente racconta una verità dolorosa: nessun regime, né monarchico né teocratico, ha davvero restituito loro la piena libertà promessa. Eppure, proprio da questa lunga sofferenza nasce anche la loro forza.
Ogni volta che una donna iraniana decide di camminare a capo scoperto, di studiare, di protestare o semplicemente di vivere senza paura, continua una lotta iniziata decenni fa. Una lotta che non riguarda solo il velo o le leggi, ma la dignità stessa della persona.
In un tempo storico in cui il mondo sembra avvicinarsi pericolosamente a un baratro di autodistruzione — tra escalation militari, ritorno della minaccia nucleare e crisi climatica globale — il pensiero e l’impegno civile di Carlo Cassola tornano di straordinaria attualità. Lo scrittore e intellettuale toscano, con la fondazione della Lega per il Disarmo nel 1977, seppe anticipare la necessità di una trasformazione radicale della politica internazionale: una “rivoluzione disarmista ed ecologica” capace di coniugare la lotta contro la guerra con la difesa della Terra. Oggi quell’intuizione trova nuova forza nelle campagne globali per il disarmo nucleare, come quella promossa da ICAN, la coalizione internazionale insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2017 per il suo ruolo nella promozione del Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari (TPNW).
Negli anni a venire noi movimenti pacifisti speriamo di poter intraprendere con decisione e speditezza il cammino verso quella “rivoluzione disarmista ed ecologica” che Carlo Cassola aveva profetizzato con la Lega per il Disarmo, poi divenuta Lega per il Disarmo Unilaterale. Potrebbe rappresentare anche la prima tappa di quella “rivoluzione nonviolenta” auspicata dall’“indignazione” di Stéphane Hessel e propugnata da Alberto L’Abate, grande sperimentatore delle ambasciate e dei corpi civili di pace e nostro importante sostenitore, scomparso nel 2017.
Un impegno fondamentale consiste nel lavorare per una convergenza tra i movimenti pacifisti, quelli ecologisti e per la giustizia climatica e quelli impegnati contro le disuguaglianze sociali. Per questo partecipiamo alla Coalizione per il Clima e organizziamo interventi e “spedizioni” alle Conferenze delle Parti che concretizzano il percorso avviato con l’Accordo di Parigi contro il riscaldamento globale.
Gli ordigni nucleari devono essere considerati anche armi di distruzione climatica, cioè strumenti capaci di alterare in modo catastrofico l’ambiente naturale e l’equilibrio della biosfera.
Riteniamo necessario chiarire e rafforzare il quadro giuridico internazionale affinché l’Umanità, in quanto tale, sia riconosciuta come soggetto di diritti preminenti rispetto all’autodifesa degli Stati, ponendo così limiti alla sovranità assoluta statale. Questo principio può fondarsi sul diritto alla sopravvivenza della specie umana e sul patto globale per salvare il Pianeta, interpretando in modo convergente documenti come la Carta della Terra, fatta propria dall’UNESCO, e il progetto di Dichiarazione dei diritti universali dell’Umanità.
Un’iniziativa avviata nel 2018 è stata la promozione, insieme ad altre realtà — in particolare WILPF Italia e No Guerra No NATO — di un Coordinamento italiano per ICAN, con l’obiettivo di costruire uno schieramento politico e sociale a sostegno della ratifica in Italia e in Europa del Trattato di proibizione delle armi nucleari.
Questo impegno si sviluppa con un approccio esplicito rispetto al ruolo di boicottaggio svolto dalla NATO e si collega alle lotte di resistenza contro basi militari, infrastrutture e servitù militari, unificate nell’obiettivo della denuclearizzazione unilaterale dell’Italia e dell’opposizione alle guerre neocoloniali spesso presentate come “missioni di pace” o “umanitarie”.
La transizione dalla proibizione giuridica alla totale eliminazione fisica delle armi nucleari, nello spirito di una nonviolenza “poietica”, comporta anche l’impegno a integrare la campagna ICAN con quella per il No First Use (NFU).
Siamo antimilitaristi e nonviolenti e, tramite un’altra organizzazione promotrice e partner — la Lega Obiettori di Coscienza (LOC) — siamo affiliati alla War Resisters’ International (WRI), il cui principio fondativo afferma: “La guerra è un crimine contro l’umanità. Siamo quindi determinati a non sostenere alcun tipo di guerra e a lottare per la rimozione di tutte le cause di guerra.”
Un’altra nostra caratteristica è l’inquadramento olistico della minaccia nucleare, intrecciata con altre grandi minacce globali: la crisi ecologico-climatica e la crescente disuguaglianza sociale, che comprende anche le oppressioni etnico-nazionali, razziali e di genere.
Questo approccio si esprime nel concetto di “terrestrità”, secondo cui l’umanità è una sola e appartiene alla Terra, intesa come sistema vivente unico e integrato. La terrestrità sfida la frammentazione basata su confini nazionali, etnici o identitari e propone invece una profonda interconnessione e interdipendenza tra tutte le specie viventi.
Riconoscere questa unità della Vita, della quale siamo responsabili come “custodi dell’evoluzione”, rappresenta il primo passo per superare le divisioni che alimentano le minacce globali. Se l’umanità è un unico organismo, il danno inflitto a una sua parte si ripercuote inevitabilmente sull’intero.
La nonviolenza efficace nasce dal riconoscimento di questa verità e dalla costruzione di un diritto internazionale fondato sulla cooperazione e sulla sicurezza comune, capace di superare le sovranità assolute degli Stati e l’imperio della forza armata. Nell’esortazione che Stéphane Hessel ci consegna con Indignatevi!, la nonviolenza — la forza dell’unione popolare nella ricerca di verità e giustizia — è “il cammino che dobbiamo imparare a percorrere”.
Al Terzo Meeting degli Stati Parte del Trattato di proibizione delle armi nucleari, svoltosi a New York dal 3 al 7 marzo 2025, la nostra delegazione — affiancata da Costituente Terra come partner principale e coordinata con la Peace Pagoda di Comiso, con Our House bielorussa e con l’International Peace Bureau (IPB) — ha individuato cinque percorsi che, partendo dalla congiuntura concreta e dai rapporti di forza esistenti, potrebbero consentire il passaggio dalla proibizione giuridica degli arsenali al disarmo nucleare effettivo.
“Per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti e senza futuro”. Maria Elena Delia racconta la nuova missione della Flotilla
Nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, conclusa tra fortissime tensioni diplomatiche e ostacoli operativi, diverse imbarcazioni sono state bloccate o costrette a deviare la rotta prima di raggiungere le coste di Gaza. I volontari hanno denunciato ritardi nelle autorizzazioni, controlli straordinari nei porti di partenza e restrizioni crescenti nei corridoi umanitari. Nonostante la natura dichiaratamente civile e sanitaria dell’iniziativa, l’accesso è rimasto incerto fino all’ultimo, confermando quanto il controllo dei punti di ingresso rappresenti oggi uno snodo politico centrale.
È in questo clima che Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, annuncia una nuova e ancora più ampia missione, con partenza prevista per il 12 aprile 2026. Un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma di sfidare apertamente quella che definisce la “normalizzazione dell’isolamento” di Gaza.
Perché avete deciso di ripartire proprio il 12 aprile 2026?
Abbiamo deciso di ripartire il 12 aprile 2026 perché a Gaza non è in corso una generica “crisi complessa”, come troppo spesso viene raccontato, ma una catastrofe umanitaria e politica di proporzioni storiche che il mondo sta progressivamente normalizzando. Come portavoce della Global Sumud Flotilla sento il dovere di dirlo senza attenuanti: ciò che sta accadendo non può essere ridotto a un’emergenza temporanea, né nascosto dietro un linguaggio neutro che finisce per rendere accettabile l’inaccettabile.
Qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza?
Oggi a Gaza milioni di persone vivono in condizioni che non hanno equivalenti recenti per durata e intensità. Interi quartieri sono stati cancellati, infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati. Ospedali operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in modo allarmante.
Non si tratta di una difficoltà transitoria: è una condizione strutturale che sta compromettendo la sopravvivenza stessa della popolazione. Alla distruzione materiale si accompagna una frattura sociale profonda: scuole chiuse, famiglie disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente.
Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e ricostruzione?
Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà sul terreno. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza o libertà di movimento.
Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e umanitaria come la nostra.
In cosa consiste concretamente la nuova missione della Flotilla?
La missione che stiamo organizzando è la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti.
Porteremo beni essenziali – alimenti, medicinali, attrezzature mediche, sistemi per la potabilizzazione dell’acqua, materiali scolastici – ma molti professionisti non intendono limitarsi alla consegna degli aiuti. Sono pronti a restare sul posto per contribuire concretamente alla ricostruzione sanitaria, sociale e infrastrutturale.
La partenza principale avverrà da Barcellona, con la convergenza di imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo, inclusi scali italiani e tunisini. Parallelamente stiamo organizzando un convoglio terrestre attraverso il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. È una strategia multilivello: moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo degli accessi.
Qual è il significato politico della vostra iniziativa?
Non intendiamo limitarci a un’azione umanitaria emergenziale. L’assistenza è necessaria per salvare vite nell’immediato, ma senza una pressione civile e politica internazionale esiste il rischio concreto che l’emergenza diventi la nuova normalità.
In questo contesto si inserisce anche la proposta del cosiddetto “Board of Peace”, che dal nostro punto di vista non rappresenta una soluzione neutrale, ma il tentativo di formalizzare una nuova architettura di potere sul territorio: una governance esterna che rischia di trasformare Gaza in una sorta di protettorato contemporaneo, dove le decisioni fondamentali su sicurezza, ricostruzione e gestione delle risorse verrebbero prese al di fuori della volontà della popolazione.
La nostra presenza ha un significato politico preciso: affermare che l’accesso agli aiuti non può essere usato come strumento di pressione e che il diritto umanitario non può essere subordinato a logiche militari o geopolitiche.
Siamo consapevoli dei rischi. Ma oggi il rischio più grande non è quello che corriamo noi. Il rischio più grave è l’assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti politici reali e senza prospettive di futuro.
Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo.
“Sono stata felice e commossa nel vedere la popolazione sopravvissuta di Gaza ritrovarsi finalmente senza bombardamenti e con la possibilità di tornare quanto meno dove una volta c’erano le proprie case”, confida a FarodiRoma Maria Elena Delia, referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla e Global Movement to Gaza. “Ma penso – aggiunge la Delia nel suo dialogo con il nostro giornale online – che un accordo deciso senza il minimo coinvolgimento dei palestinesi, che non contempli il contributo dei palestinesi ma che li veda solo come presenza apolitica guidate da un gruppo di potere di cui fanno parte personaggi come lo stesso Trump e come Tony Blair, non sia un buon viatico verso una Palestina libera e autodeterminata. La Palestina continua ad essere occupata illegalmente e fino a quando questa situazione non cambierà non potremo essere soddisfatti.
Maria Elena Delia tu hai conosciuto e sperimentato l’Utopia soprattutto con Vittorio Arrigoni e le varie flottiglie
Partiamo dall’inizio. La mia esperienza diciamo di attivista ha radici lontane, anche perché ho un’età, quindi ho cominciato a cooperare con movimenti e associazioni che si occupano di Palestina. Dal 2003, sostanzialmente e con quello che una volta, si chiamava appunto l’International Movement to Gaza.
Hai conosciuto Vittorio Arrigoni da quando è stato posto il blocco illegale a Gaza?
Ho conosciuto molti attivisti tra cui anche Vittorio Arrigoni da quando nel 2007 è stato imposto il blocco alla striscia di Gaza, il blocco illegale. Ricordiamo che alla striscia di Gaza il blocco non è stato imposto il 7 ottobre 2023, ma nel 2007. Dopo che appunto Hamas aveva vinto le elezioni a Gaza.
Cosa si intende per Free Gaza Movement e cosa è scaturito da questa avvincente missione politica e umanitaria?
Con il Free Gaza Movement abbiamo deciso di lavorare a questa idea pazza e l’idea pazza era appunto la seguente: visto che non ci fanno andare via terra a Gaza proviamo ad andare via mare. E così ha avuto inizio una grande avventura, perché oggi siamo abituati tra virgolette alle flottiglie, ma all’epoca nessuno aveva mai provato ad andare attraverso acque internazionali fino a Gaza. Noi lavorammo per più di un anno e nell’agosto del 2008, con due imbarcazioni con a bordo 41 attivisti, riuscimmo a rompere il blocco navale illegale e a sbarcare al porto di Gaza. All’epoca esisteva ancora un porto che oggi non esiste più. E riuscimmo ad arrivarci.
Ci fu poi una seconda flotta che arrivò a Gaza nel novembre del 2008 e dopo quella data nessun’altra barca è mai più riuscita ad arrivare a Gaza. Vero?
Sì. Certo. Però da quelle prime missioni si formò e si creò la Freedom Flotilla che tentò nel 2010 e nel 2011 e in tantissime altre occasioni fino a quest’estate e fino a pochi giorni fa con la Conscience che è proprio una barca della Freedom Flotilla si tentò sempre di rompere il blocco navale. Ho fatto parte della Freedom Flotilla sino al 2013, anche come referente per l’Italia nella coalizione internazionale per un paio d’anni.
Quando?
Diciamo qualche mese fa si decise di lavorare alla prima marcia su Gaza, ma poi soprattutto conoscendo anche tantissimi degli attivisti che ne facevano parte ed essendo la referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla ho deciso così di contribuire, ma io, come tantissime altre persone.
Perché hai deciso di contribuire?
Ho deciso di contribuire perché ci siamo trovati di fronte a due anni di genocidio, in cui nessun governo, in particolare il nostro governo ha fatto nulla di significativo. Quindi porre delle sanzioni significative e non semplicemente di facciata, porre un embargo sulla fornitura delle armi, rompere i rapporti commerciali con lo stato di Israele.
Ma perché il governo e l’hetablishment politico continuano a negare il genocidio a Gaza?
Ancora oggi qualcuno nega che sia in atto un genocidio. Ecco il mio coinvolgimento, ma come quello di centinaia di migliaia di persone. Nasce dalla frustrazione e dal dolore e dal senso di impotenza che ha portato centinaia di persone di donne e uomini della società civile a decidere di mettersi, di mettere, come dire se stessi, su quelle barche, per provare ad attirare l’attenzione delle istituzioni e dell’Unione Europea e dei governi tutti, soprattutto della società civile in generale e crediamo che questo con le nostre 45 barchette a vela in qualche modo sia uno dei risultati sperati.
Siete riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza?
Noi non siamo riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza. Non siamo riusciti a portare i beni che avevamo a bordo alla popolazione civile di Gaza, però siamo riusciti a puntare un riflettore sulla situazione di Gaza. Una situazione di sudditanza che moltissimi governi ivi compreso il nostro hanno nei confronti del governo israeliano e su come questo governo israeliano violi tutti i giorni il diritto della persona, i diritti umani, il diritto internazionale. Le barche sono state intercettate e sequestrate. Le persone a bordo sono state arrestate. Tenute in condizioni di detenzione e diciamo disumane con la violazione del diritto alla difesa e alla violazione del diritto a ricevere beni essenziali e servizi essenziali come l’accesso a un bagno, all’acqua potabile.
Hanno dimostrato in minima parte che il governo israeliano non riconosce in alcun modo la legge?
L’hanno dimostrato in minima parte perché quello che è capitato a noi è un miliardesimo di quello che capita ogni giorno da quasi ottant’anni ai palestinesi. A noi al confronto non è successo niente, come dice Greta Thunberg, la storia non siamo noi. La storia sono i palestinesi che continuano ad essere vessati e a subire un’occupazione illegale non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.
Infatti. Cosa avviene in Cisgiordania?
Non ci dimentichiamo della Cisgiordania. Dove peraltro non esiste Hamas e dove vengono compiute violazioni dei diritti umani palestinesi ogni giorno da quasi ottant’anni. L’azione delle flottiglie è azione di libertà e mi riallaccio a quello che ho appena detto. Non può essere sufficiente perché le flottiglie da sole sono solo uno strumento.
L’ho sempre detto noi siamo degli strumenti al servizio del popolo palestinese; perché il popolo palestinese non ha bisogno di noi per essere salvato. Anzi noi dovremmo solo imparare dal popolo palestinese quello che noi possiamo fare con i nostri privilegi di occidentali e di bianchi occidentali e di mettere in evidenza tutte le perversioni sociali e economiche che stanno dietro quello che succede alla Palestina e mettere in evidenza come il diritto internazionale diventi carta straccia quando si tratta di Israele.
Mettere in evidenza che il popolo palestinese ha il diritto di autodeterminarsi?
Sì. Vero. Con le barche e con altri mezzi riusciamo a mettere in evidenza e catturare l’attenzione di tutte e tutti anche grazie a tutte le mobilitazioni e alle associazioni e alle comunità palestinesi nei vari Stati comprese le comunità palestinesi in Italia che hanno fatto un lavoro eccezionale e tutte le associazioni che hanno lavorato in terra.
Cosa intendiamo con la locuzione “equipaggio di terra”?
Noi chiamiamo equipaggio di terra le mobilitazioni dei giorni scorsi che non sono avvenute grazie alla flotilla. Ma ci sono state perché a terra è stato fatto un lavoro politico straordinario che ha portato a vedere quel numero di persone in piazza per la pace e ha portato a vedere quei 2 milioni di persone in piazza durante lo sciopero.
Ecco è stato un lavoro di popolo. Allora se esiste un popolo che si muove, le persone possono davvero integrarsi con questo lavoro e con il loro potere simbolico e questa mattina qualcuno mi ha citato questa espressione. Esatto quando il potere simbolico e non solo simbolico, anche operativo, diventa in grado di catalizzare le mobilitazioni, la coscienza, la consapevolezza ecco questo è quello che secondo me è accaduto e oggi è il momento di non lasciare che questo patrimonio umano consapevole e coraggioso si disperda: noi dobbiamo lavorare per questo.
Sono un cantautore, ma prima ancora sono una persona che ha sempre vissuto con la musica dentro, sin da quando mio padre, che aveva una azienda di import-export di strumenti musicali, mi portava “in ditta”, a vedere gli amplificatori Mesa Boogie, o mi regalava volantini di Bon Jovi o dei Living Colour, che usavano gli strumenti che vendeva lui, in Italia.
Quando hai cominciato a cimentarti con le note e a suonare i primi strumenti musicali?
A quattordici anni invece che avere in regalo un motorino, magari, come tanti, ho avuto la mia prima chitarra elettrica Hamer. Scrivo canzoni da allora, e parliamo di oltre trent’anni fa, perché ho bisogno di raccontare, di mettere a fuoco. Vengo da esperienze diverse: in passato ero il leader della band Decò, con la quale ho pubblicato un EP nel 2007. Ho fatto esperienze come sound designer, creato colonne sonore per cortometraggi, piccole pubblicità, mostre fotografiche, videogiochi stand-alone, quelli dei bar.
Qual è la tua idea musicale più matura e recente?
Poi, nel 2021, dopo la pandemia e la paternità, ho pubblicato il mio primo EP da solista, Alle 4 del mattino. Ma è con Canzoni resistenti che ho sentito di aver messo davvero a punto un’identità musicale più matura, più consapevole. Questo disco è, in un certo senso, un punto di partenza e di arrivo.
Come nasce Canzoni resistenti?
È un progetto che ha richiesto tempo e cura. Alcuni brani erano già nati da anni, altri sono venuti fuori in modo più urgente negli ultimi mesi. Suonare live con Renato Franchi per quasi un anno e mezzo, portando dal vivo il progetto “17 fili rossi + 1”, disco corale che oltre a Renato e me vede come protagonisti Alessio lega, Yo Yo Mundi, La casa del vento e altri musicisti e monologhisti (come Moni Ovadia) dedicato alla strage di Piazza Fontana che, vorrei ricordare, è arrivato secondo alle targhe Tenco, categoria “Miglior album a progetto”, mi ha sollecitato. Renato ha un ampio bagaglio di canzoni “impegnate” da offrire e in qualche modo ascoltarlo e lavorare con lui mi ha spinto a dire la mia su temi importanti, alcuni dei quali sono saliti a maggior ribalta proprio durante la stesura del disco: tra il 2022 e il 2023.
Perché il filo conduttore è la Resistenza?
È un disco che raccoglie nove canzoni, alcune inedite, altre già pubblicate e qui riproposte in versioni nuove o rimasterizzate. Il filo conduttore è la parola “resistenza”, intesa in senso ampio: resistenza politica, esistenziale, emotiva, musicale. L’album è stato reso possibile anche grazie al sostegno di tante persone che hanno partecipato al crowdfunding. Per me è stato un gesto concreto di fiducia, un modo collettivo di far nascere qualcosa che da solo, forse, non avrei potuto portare a termine.
Perché questo titolo, “Canzoni resistenti”? Perché ogni brano, a suo modo, è un atto di resistenza. Contro l’indifferenza, la rimozione, l’abitudine a girarsi dall’altra parte. Ma anche contro il tempo che passa e prova a cancellare certi ricordi, certe emozioni. Sono canzoni che vogliono restare, che non vogliono lasciarsi dimenticare facilmente. E che provano a restituire voce a chi spesso resta inascoltato.
Tu vuoi comporre musica di protesta?
Trovo che oggi nessuno affronti più certe tematiche scomode, a parte i “grandi vecchi” della canzone di protesta. La mia generazione certamente no, imperversano temi più “leggeri”, sia da parte di chi scrive, che da parte di chi ascolta. Ho voluto fare un disco che in qualche modo prendesse posizione, anche nella forma: alcune tracce durano più di 6 minuti, come Padre nostro, che chiude il disco con una lunga preghiera laica. L’ultima parola di questa canzone, e quindi dell’album, è “resiste”.
C’è un brano che senti più emblematico?
Più di uno. Forse Ghost Rider, che è anche il singolo principale. È ispirato alla storia di Sebastian Galassi, un rider morto sul lavoro e poi persino licenziato via SMS, ma in realtà parla di tutti i rider. È una canzone diretta, dura, che però ha ricevuto una grande attenzione da parte delle radio: è in rotazione da settimane su oltre 100 emittenti locali, ed è entrato anche nella Top 100 indipendenti italiane.
E la poesia?
Sì. infatti ci sono anche brani più poetici, come La canzone precedente, che riflette su come è cambiato il nostro modo di vivere e sentire. O Due lune, dedicato al tema del femminicidio, nato dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Ogni canzone ha una storia, un’urgenza, e anche un punto di vista, ritengo, personale e originale.
Com’è stato lavorare alla produzione del disco? Bellissimo, ma anche molto impegnativo. Ho avuto la fortuna di collaborare con una squadra di musicisti fantastici: Sami Zambon alla chitarra elettrica, Francesco Bacigalupo al basso, Alessandro Diegoli alla batteria, miei sodali da tempo, due di loro erano con me nei Decò. Alcuni ospiti speciali hanno impreziosito il disco, come il Maestro Angelo Antoniani alla tromba o Gianfranco D’Adda (storico batterista di Battiato) alle percussioni in Due lune, oppure, sempre in Due lune, l’intervento vocale femminile di R.E.D.
E gli arrangiamenti?
Ho curato in prima persona anche gli arrangiamenti dei brani, da questo punto di vista sono un po’ maniaco del controllo. Di solito inizio con i demo, come tutti, e procedo per stratificazione e sostituzione, nel senso che su uno scheletro che normalmente “resta” vado a sostituire le parti “demo” con quelle registrate professionalmente. In un certo senso l’idea di come dovrebbe suonare il brano c’è già, sempre, dall’inizio, e il lavoro che faccio, e che facciamo poi con i musicisti, è avvicinarsi il più possibile a quell’idea. Ci sono alcune eccezione, brani che con la band hanno un po’ deragliato dal mio arrangiamento iniziale, migliorandosi grazie al loro contributo. Infine c’è il mix e master di Marino De Angeli, ormai per me un riferimento “di fiducia”, a completare il lavoro.
Qual è il legame tra musica e impegno civile, per te? Per me è un legame recente. Credo che faccia parte di una maturazione del mio modo di scrivere. In passato ero più legato a tematiche intimiste, in pieno stile Eighties/Nineties potremmo dire, sono sempre stato un appassionato di new wave. Ma già nel mio debutto solista Alle 4 del mattino, nonostante sia un disco nato e che ruota intorno al concetto di paternità, si vedono tracce di un voler guardare “fuori”, per esempio nel brano Stella (che poi è diventato il nome di mia figlia), una canzone che ha alcune tematiche in comune, per esempio, con Ballando nel buio, contenuta in Canzoni resistenti.
Anche un brano dedicato a Pasolini?
Il primo semino è stato il brano PPP, dedicato a Pier paolo Pasolini, contemporaneo all’uscita del mio primo EP ma escluso da esso, il cui testo è stato scritto da Claudio Ravasi. Lavorare su quel testo mi ha fatto capire che potevo allargare i miei orizzonti, e poi, come detto, c’è stato il brano Oggi no inserito in 17 fili rossi+1e i concerti con Renato Franchi. Non cerco la canzone “militante”, quanto un punto di vista generazionale su temi che classicamente son sempre stati affrontati da militanti. Se una canzone ti fa fermare a pensare, anche solo per un attimo, allora ha già fatto molto. Oltre a Oggi no e PPP, C’era un ragazzo è ispirata a Carlo Giuliani e ai fatti di Genova 2001.
Come sta andando l’album, dopo l’uscita? Molto meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto a livello di passaggi radio. Ghost Rider ha superato i 21.000 ascolti mensili stimati in FM secondo EarOne, ed è ancora in rotazione. Ho fatto diverse interviste radio, alcune disponibili anche online sul mio sito personale. E piano piano sta crescendo anche l’interesse attorno all’intero progetto: abbiamo debuttato live a metà maggio e sono previste cinque date tra giugno e luglio, e altre proposte stanno arrivando. Su Spotify l’andamento è più lento – non è la mia “piazza” ideale – ma il successo in radio e l’interesse tramite il sito personale sono riscontri sinceri.
Progetti per il futuro?
Intanto portare live il più possibile Canzoni resistenti. Poi il piano prevede l’uscita di altri due singoli, se non tre, da qui a novembre, diciamo che si prospetta un anno resistente, quindi probabilmente anche le date live si allungheranno fino all’inverno. Anticipo che il prossimo singolo, che quindi dovrebbe essere in radio da metà giugno circa, sarà La canzone precedente. Nel frattempo, sto lavorando sul secondo disco, i brani son già terminati e siamo nella fase di registrazione, l’obiettivo è terminarlo entro fine 2025 per poi decidere quando farlo uscire, presumibilmente sempre con Latlantide, editore di Canzoni resistenti. Infine, anche se questo non è un progetto musicale, a novembre uscirà il mio primo romanzo, edito da Bolis, che troverete in libreria con il mio nome e cognome completo, Andrea Carlo Caverzaschi. Un anno pieno di progetti!
Salvatore Deiana, Trasformare i conflitti, promuovere la pace. Per una lettura pedagogica della proposta nonviolenta di Johan Galtung, con un contributo di Erika Degortes, Edizioni ETS, Pisa 2025.
Per una prospettiva pedagogica sui conflitti, la violenza, la pace.
Johan Galtung era un sociologo e matematico noto per i suoi studi sulla pace e la risoluzione dei conflitti. È considerato uno dei fondatori della ricerca sulla pace e ha sviluppato la teoria della “trasformazione dei conflitti”. Fece il carcere come obiettore di coscienza e fu molto importante per lui il contatto con il noto pedagogista Danilo Dolci.
Questo valido e significativo trattato di Salvatore Deiana, con lo specifico e puntuale contributo di Erika Degortes, è volto prevalentemente a rendere fruibile il pensiero del grande sociologo Johan Galtung in termini e in aspetti pedagogici del sapere.
La Risoluzione e il Trascendimento e la Trasformazione dei conflitti e delle controversie per riuscire a costruire la pace in ogni contesto comunitario e sociale e a livello planetario.
La proposta teorica e pratica elaborata da Galtung si costituisce esplicitamente entro un campo di studi di azione e di educazione avente come oggetto la pace ed è volta ad affrontare i conflitti in un’ottica di trascendimento e trasformazione nonviolenta e a cercare di costruire la pace prima di tutto con mezzi pacifici.
Nel senso comune, la problematica dei conflitti è associata all’idea di una loro connotazione violenta, tanto da essere considerati espressamente come sinonimo della guerra. È un’operazione opinabile, che sollecita un più attento e qualificato approfondimento della questione.
L’importanza di un approccio nonviolento per travalicare le illogiche dinamiche belliciste e militaresche.
Questo approccio può rivelarsi perciò utile ed efficace, proprio per affrontare e superare le dinamiche della violenza, confrontarsi con concezioni diverse, come le proposte di matrice nonviolenta e cercare di comprendere come queste si pongano rispetto alla violenza e alla guerra e la loro alternativa positiva, ossia la pace.
Johan Galtung, noto sociologo e studioso norvegese che ha dedicato la sua intera vita ai temi della pace, ha sviluppato una teoria sulla risoluzione dei conflitti e la costruzione della pace che enfatizza l’importanza di trascendere i conflitti piuttosto che semplicemente risolverli. Secondo Galtung, la pace non è solo l’assenza di violenza, ma anche la presenza di relazioni positive e di giustizia sociale.
La gestione costruttiva e con dinamiche di nonviolenza di tutti i conflitti, tramite approcci di creatività, attraverso l’empatia, per costruire e creare la pace a ogni livello della società e in ogni contesto mondiale.
Nella Teoria dei conflitti, Galtung sostiene che i contrasti e le controversie sono inevitabili e possono essere positivi se gestiti in modo costruttivo. Tuttavia, se non gestiti bene, possono degenerare in violenza e odio e distruzione.
I Tipi di violenza per Galtung si identificano in tre modalità.
Violenza diretta: violenza fisica o verbale volta contro individui o gruppi.
Violenza strutturale: violenza incorporata nelle strutture sociali ed economiche che causano ingiustizia e disuguaglianza.
Violenza culturale: violenza che si manifesta attraverso la cultura, come ad esempio attraverso stereotipi, pregiudizi e miti che legittimano la violenza.
Trascendere i conflitti significa per Galtung che, per creare la pace, è necessario superare e oltrepassare i conflitti stessi, ovvero andare oltre la semplice risoluzione della controversia e del dissidio e del contrasto e lavorare per creare relazioni positive e di giustizia sociale in ogni parte del mondo e della società a partire dalle singole individualità e dai vari e molteplici ambiti comunitari.
Tutto questo portato di idee e ideali richiede empatia ossia comprendere le prospettive e le esigenze di tutte le parti coinvolte, con creatività per trovare soluzioni innovative che soddisfino le esigenze di tutte le parti e i soggetti in questione, tramite nonviolenza al fine di utilizzare metodi nonviolenti per risolvere i conflitti.
La Costruzione della pace secondo Galtung enfatizza l’importanza di costruire l’accordo attraverso la creazione di relazioni positive e di giustizia sociale.
Tutto questo apparato di ideali e di contenuti sociologici e educativi richiede varie componenti pedagogiche.
Il dialogo al fine di promuovere l’interscambio dialogico e la comunicazione tra le parti coinvolte e favorire la cooperazione e la collaborazione tra le parti tramite il potenziamento, ossia il rafforzare le capacità e le competenze dei soggetti coinvolti.
In sintesi, la teoria di Galtung sulla risoluzione dei conflitti e la costruzione della pace enfatizza l’importanza di trascendere i conflitti e lavorare per creare relazioni positive e di giustizia sociale.
Teoria della trasformazione dei conflitti di Galtung. Come trascendere il disappunto e il dissidio e il contrasto che possono condurre all’odio e trasformarsi in varie tipologie di violenza.
Questa teoria comporta il conflitto come opportunità. Galtung vede i conflitti come opportunità per il cambiamento e la crescita, piuttosto che come problemi da risolvere.
Secondo Giovanni Salio, noto collaboratore di Galtung, possiamo distinguere principalmente che esistono tre approcci ai conflitti come la gestione dei conflitti stessi, ossia gestire le controversie per ridurre la violenza e i danni e la risoluzione dei conflitti e contrasti e controversie finalizzata a risolvere i conflitti eliminando le cause sottostanti. La Trasformazione dei conflitti consiste invece nel trasformare i conflitti, i contrasti e le controversie in opportunità per il cambiamento positivo e la crescita.
E molto importante per il suo assetto teorico e pratico la Pace positiva. Galtung distingue tra “pace negativa” (assenza di violenza) e “pace positiva” (presenza di giustizia, uguaglianza e benessere).
Creare la pace secondo Galtung tramite l’empatia e l’approccio creativo tra tutti i soggetti e le parti in disaccordo e in contrasto.
Risulta necessario capire le cause dei conflitti e identificare le cause sottostanti dei contrasti per poterle affrontare, inoltre sviluppando l’empatia, promuovendo la comprensione e l’accordo tra le parti in disaccordo.
Tutto questo con la creazione di soluzioni appunto creative al fine di trovare soluzioni innovative e trasformative e creative per risolvere i conflitti.
Per Galtung è precipuo costruire la pace, ossia lavorare per costruire una pace duratura e sostenibile, basata sulla giustizia e sulla cooperazione.
La teoria di Galtung sulla trasformazione dei conflitti e la creazione della pace è stata influente nel campo della ricerca sulla pace e della risoluzione dei conflitti a ogni livello della società e delle istituzioni.
Per una lettura pedagogica della proposta nonviolenta di Johan Galtung, possiamo considerare i seguenti punti chiave.
Per esempio l’Educazione alla pace, ossia l’approccio di Galtung può essere visto come un modello educativo per promuovere la pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, attraverso lo Sviluppo di competenze e l’enfasi sulla creatività, l’empatia e la nonviolenza che può essere utilizzata per sviluppare competenze sociali ed emotive negli studenti, con il tramite dell’Analisi critica dei conflitti, perchè l’approccio di Galtung può essere utilizzato per analizzare criticamente i conflitti stessi e comprendere le loro cause profonde.
Promozione della giustizia sociale oltre le dinamiche di guerra e di violenza e di odio.
L’enfasi sulla giustizia sociale e sulla costruzione della pace può essere utilizzata per promuovere la consapevolezza e l’impegno per la giustizia sociale e la cooperazione tra persone e genti e popoli e minoranze.
Attività pedagogiche possibili. Tramite la cooperazione e la progettualità di empatia e di contesti di creatività.
Role-playing: utilizzare il role-playing per simulare conflitti e praticare la risoluzione nonviolenta.
Discussione e dibattito: organizzare discussioni e dibattiti su temi come la nonviolenza, la giustizia sociale e la costruzione della pace.
Analisi di casi: analizzare casi di conflitti reali e discutere possibili soluzioni nonviolente.
Progetti di gruppo: lavorare su progetti di gruppo che promuovano la cooperazione e la risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Obiettivi pedagogici. Per rendere la pace fruibile e auspicabile attraverso il sapere formativo e educativo e in buona sostanza pedagogico.
Gli obiettivi pedagogici consistono in questi aspetti tra cui sviluppare competenze sociali ed emotive e promuovere l’empatia, la creatività e la nonviolenza, per agevolare la consapevolezza critica per analizzare criticamente i conflitti e comprendere le loro cause profonde e favorendo l’impegno per la giustizia sociale e così promuovere la consapevolezza e l’impegno per l’equità a tutti i livelli della società e la costruzione della pace in ogni contesto.
In sintesi, l’approccio di Galtung può essere utilizzato per promuovere l’educazione alla pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, sviluppando competenze sociali ed emotive e promuovendo la consapevolezza critica e l’impegno e la cooperazione tra popoli e genti e minoranze e per una risoluzione delle guerre e dei genocidi in atto nel mondo. Questo articolo è stato pubblicato qui
Pacifista, Renato Accorinti da sempre lotta in favore degli ultimi, per i diritti umani, per un mondo migliore. Sindaco di Messina dal giugno 2013 a giugno 2018 e della città metropolitana di Messina dal 2016 al 2018, è tra i fondatori del movimento “No Ponte”, che si oppone alla costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. In questa intervista lancia la proposta di un Ministero della pace.
La proposta che hai fatto in piazza dell’Unione Europea a Messina in cosa consiste?
Partiamo dall’inizio. Da molti anni avevo pensato di proporre l’istituzione di un Ministero della Pace, proposta che però è rimasta chiusa in un cassetto. Negli ultimi anni, per la prima volta avvertiamo la paura della guerra reale tanto che il tema del riarmo è argomento quotidiano a livello europeo. Farsi prendere dalla paura non serve.
Ma cosa possiamo fare? Come opporci alla corsa forsennata e criminale al riarmo che porta a una inesorabile escalation militare e nucleare?
Noi cittadini abbiamo un ruolo fondamentale, votiamo per eleggere persone responsabili, ma possiamo anche fare proposte utili per la collettività. Dopo la Seconda Guerra Mondiale tutta l’umanità voleva mettersi alle spalle l’orrore, il dolore, la morte. Non a caso tutte le più importanti istituzioni come l’ONU, la nostra Costituzione, la Carta dei diritti dell’uomo sono nate per dire “no” alla guerra e per avere Pace. Queste altissime carte dei diritti umani sono l’emblema del diritto alla pace. Perché di diritto si tratta per l’umanità intera che sogna di vivere nella felicità senza la paura delle guerre e dei conflitti nucleari. Nella nostra Costituzione l’articolo 11 ( “l’Italia ripudia la guerra”) e l’articolo 3, che parla di libertà ed uguaglianza, ci ricordano di non distrarci, di tenere sempre presente e alto il valore dei valori: la Pace.
Renato Accorinti con il tuo importante impegno di una vita per la nonviolenza vuoi lanciare la proposta di un Ministero della pace sia a livello nazionale sia Europeo. In cosa consiste questo progetto ambizioso che sfiora l’utopia?
In concreto, il Ministero della Pace deve diventare il più grande laboratorio di idee, di proposte, di percorsi educativi, per stimolare le nuove generazioni e non solo, a essere pacifiche, a credere nel genere umano, nell’interculturalità che arricchisce, nell’incontro tra le religioni, per attuare e approfondire la nonviolenza come stile di vita. E tanto altro!
Come agisce e come si declinano le istanze pacifiste e nonviolente del Ministero della Pace?
Il Ministero della Pace dà vita a un percorso di maturità e trasformazione che si nutre dell’interagire con gruppi e associazioni e singoli cittadini per poter generare proposte concrete e favorire nel tempo un clima pacifico nell’intera società, liberandoci dall’enorme aggressività tossica che respiriamo ovunque. Il Ministero della Pace ribalta il vecchio modello pericoloso e costosissimo dell’armarsi sempre di più per avere “sicurezza”, con la proposta dirompente del percorrere la potente via della saggezza pacifica, che crede nel genere umano e nella sua umanità. È un percorso culturale lento, virtuoso e profondo, che dobbiamo fare tutti insieme, istituzioni e cittadini, per iniziare a cambiare prima ognuno di noi, e costruire un futuro colmo di umanità e di gioia. Dobbiamo avere consapevolezza che la democrazia, come la libertà e la pace, non sono conquistate e acquisite per sempre, ma vanno protette e alimentate con il nostro impegno deciso e amorevole tutti i giorni. Diamo dignità alla sacralità delle istituzioni. Siamo concreti come dei sognatori come diceva Gaber. Insieme faremo crescere questa proposta per poi chiedere ai partiti di discuterla in Parlamento per farla diventare realtà. Chiederemo anche di creare il Ministero della Pace al Parlamento Europeo e a tutti i 27 stati membri.
Tutto questo è solo l’inizio, un primo passo per far crescere il desiderio di vedere concretizzato il Ministero della Pace.
L’importanza delle migliaia di libri esposti al salone internazionale della fiera del libro di Torino per l’alto valore e ideale della conoscenza e del sapere che si tramandano di generazione in generazione nella storia dell’umanità.
Libri che spaziano tra varie tematiche dalla pace al disarmo ora esposti al salone internazionale del libro di Torino, insieme ad altre eminenti realtà editoriali e importanti case editrici, tra cui la nostra Multimage, la casa editrice dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza.
Multimage APS, un’associazione editoriale no-profit, mira a diffondere l’Umanesimo Universalista, valorizzando diritti umani, pace, nonviolenza, inclusione, diversità, economia solidale e spiritualità.
Tutto questo per ribadire un forte ripudio della guerra imposta dai poteri forti in ogni longitudine e latitudine del pianeta, dalla guerra in corso in Ucraina al genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania. E non dobbiamo mai smettere, in qualità di intellettuali, di denunciare con i nostri libri e articoli le barbarie perpetrate nel mondo e questa continua militarizzazione della società a tutti i livelli delle istituzioni e l’immane escalation militaresca e bellicista. Con i missili ipersonici siamo molto vicini alla crisi atomica o peggio all’ecatombe nucleare. Il tutto dovuto a una escalation criminale irrefrenabile.
La valenza pedagogica e culturale della scrittura e della lettura rappresentano un antidoto, un modo per fornire strumenti al fine di sviluppare anticorpi contro l’indifferenza, l’odio, l’ignoranza e quindi contro ogni forma di violenza e di razzismo e contro la guerra.
Proprio per questo motivo, momenti e eventi come il Salone internazionale del libro sono fondamentali e soprattutto è di fondamentale importanza la partecipazione di piccole, ma molto attive e creative, realtà editoriali come Multimage.
Il Salone del Libro di Torino! È uno degli eventi culturali più importanti in Italia, dedicato ai libri e alla lettura. Si tiene ogni anno a Torino, solitamente a maggio, e attira migliaia di visitatori, autori e editori da tutto il mondo.
È uno dei principali appuntamenti per gli amanti dei libri e della lettura. Con le Edizioni Multimage tutto questo si arricchisce di una innovativa validità e idealità e fondamentale presenza con importanti autori del mondo della Nonviolenza e del pacifismo sempre più che mai attuali in una congiuntura drammatica come quella contemporanea con la terza guerra mondiale a frammenti in prospettiva e il genocidio di Gaza e Cisgiordania in atto.
Durante il Salone, a cui quest’anno parteciperà anche Multimage Edizioni, si potranno trovare tra una decina di libri delle edizioni Multimage, tra cui i saggi di Alberto L’Abate e Gianmarco Pisa, anche il nuovo saggio di impegno e attivismo di Pierpaolo Loi, dal titolo profondo e al contempo accattivante e provocatorio, “Il Dio in cui non credo”, con la mia prefazione.
La mia prefazione a un libro a cui credo. “Il Dio in cui non credo”. Saggio del nostro amico Pierpaolo Loi. E sono felice e lusingata e entusiasta di aver contribuito a questa significativa opera autobiografica e storica e pedagogica con la mia prefazione.
I Libri sono correlati e collegati da un medesimo leitmotiv, da uno stesso filo conduttore, da un coerente filo rosso che trasporta e conduce il lettore nella fascinazione della lettura e della conoscenza dal concetto di pace e nonviolenza attiva all’esigenza del disarmo nucleare, per il clima e la pace e la solidarietà tra i popoli, le genti e le minoranze.
Per questo invitiamo ad andare a visitare il salone internazionale del libro di Torino e a leggere la nostra cospicua produzione che si pone l’obiettivo di aiutare e sostenere e solidarizzare con le varie realtà e comunità di impegno civile e di resistenza attiva contemporanea e di nonviolenza creativa presenti oggi nella nostra realtà nazionale e internazionale di attivismo nonviolento.
Presso lo stand di Toscana Libri saranno presenti appunto alcuni libri di Multimage Edizioni:
Le porte dell’arte (di Gianmarco Pisa)
Vuoi fare pace (di Cassarà, Bruno, Meloni)
Giovani e pace (di Alberto L’Abate)
Il Samudaripen: genocidio dei rom e sinti nella Seconda guerra mondiale (a cura di Andrea Vitello)
Il Dio in cui non credo (di Pierpaolo Loi)
Carcere ai ribell3 (a cura di Nicoletta Salvi)
La scatola dei biscotti (di Giovanni Mereghetti)
Il Pelecidio (di Luca Sciacchitano)
La guerra all’idrossiclorochina al tempo della Covid-19 (di Lorenzo Poli)
Erbe di casa (di Emanuela Annetta).
Sostiene Pierpaolo Loi, autore importante di Multimage: “Grazie a Laura Tussi per la prefazione alla mia raccolta di scritti dal titolo “IL DIO IN CUI NON CREDO. Alla scuola di Oscar Arnulfo Romero martire per la giustizia la nonviolenza la pace”, Multimage 2025. Ringrazio la Multimage, la casa editrice dei diritti umani, per la fiducia accordatami e per l’accurato lavoro editoriale. Il libro sarà presente, insieme ad altri volumi della Multimage, al Salone del libro di Torino, stand Regione Toscana, dal 9 al 13 maggio. […] La prefazione – per l’impegno encomiabile di Laura Tussi – è stata pubblicata su diversi organi di informazione. La potete leggere anche sul portale Unimondo oltre che su vari siti web”.
Un dio in cui non credo perché non può essere rappresentato dal dio denaro, dal dio petrolio, dal dio terre rare e dal dio di tutti i beni comuni e preziosi che offre Madre Terra e che invece sono sottratti con la violenza ai popoli più fragili e inermi con azioni di forza e con la guerra a oltranza con atti bellicisti e di mano militare e di prepotenza e prevaricazione fascista e colonialista di brutale intensità accompagnati dalla propaganda di guerra tramite i mezzi di comunicazione di massa.
La Multimage al Salone del Libro di Torino è un’occasione perfetta per affrontare anche questi temi e scoprire nuovi autori, acquistare libri e vivere l’atmosfera culturale della città.
Sei un appassionato di letture?
Durante il Salone, si potranno trovare Stand di editori e librerie con le ultime novità e bestseller e interagire con incontri con autori e dibattiti su temi attuali tramite presentazioni di libri e workshop per adulti e bambini e mostre e installazioni artistiche ispirate ai libri.
Il Salone del Libro di Torino è un’occasione unica per approfondire e aprire i nostri orizzonti culturali e letterari.
Se siamo appassionati di libri, il Salone del Libro di Torino è un evento che non si può perdere!