Agenda ONU 2030 – Moni Ovadia e la Pace

Dialoghi con Moni Ovadia – Intervista di Laura Tussi

Agenda ONU 2030 – Moni Ovadia e la Pace

Riflessioni con Moni Ovadia relative all’Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” – Agenda ONU 2030

Moni Ovadia e Laura Tussi

Intervista a cura di Laura Tussi – Dialoghi con Moni Ovadia

 

Introduzione:

La dignità non è negoziabile. Non ha prezzo. Riconoscerla anche al peggiore dei carnefici, al più efferato degli aguzzini è la migliore risposta possibile alla logica dell’odio, dello sterminio, del genocidio. La dignità traccia un solco invalicabile tra la cultura della vita e il dominio della morte. Tra la cultura della pace e la subcultura della guerra.

 

Dialoghi: Moni Ovadia e la pace

 

Moni Ovadia si ricollega e riflette sul tema di Agenda Onu 2030 – Obiettivo “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” con molteplici spunti di approfondimento nonché analizzando la vignetta dell’acuto vignettista Vauro che ritrae un padre e un figlio palestinesi a Gaza.

 

In una vignetta del mio amico Vauro, i missili israeliani piovono da tutte le parti. Il bambino dice a suo padre: “Papà ho paura” il padre risponde: “Perché hai paura? Non siamo mica a New York”. Noi abbiamo tolto a una parte dell’umanità persino il diritto alla paura. Abbiamo visto milioni di volte la ripetizione dell’efferatezza che ha portato alla distruzione delle Torri Gemelle con 2890 morti circa, ma non abbiamo visto con la stessa frequenza le immagini dei morti innocenti iracheni e afghani delle cosiddette “guerre umanitarie”.

Parto da questa considerazione perché ci sono paesi i cui governi, ma anche una parte considerevole dei cittadini, sono gravati – anche se la parola è impropria – dalla logica del privilegio, ossia che noi abbiamo diritto a essere come siamo, non è un privilegio dovuto al luogo di nascita.

Che merito abbiamo per essere nati in un posto invece di un altro? Nessuno.

 

Non esiste un merito. Infatti anche Mimmo Lucano e Alex Zanotelli dicono di non chiedere mai a una persona da dove viene: “L’ha portata il vento”…

Intervista a Moni Ovadia

Eppure la provenienza, il luogo di nascita diventano un merito. Vogliamo rivendicarli come merito che diventa merito a priori senza nessuna legittimazione che diventa, poi, privilegio e il privilegio viene confuso con il diritto.

Ci sono molti pensieri che mi si affastellano nella mente. Infatti, non parlo mai secondo uno schema preordinato; vado a braccio per mantenere maggiore vitalità di riflessione. Nella questione posta, è stato fatto cenno e riferimento alle istituzioni solide. Perché l’uso di questo termine lo trovo particolarmente appropriato? Perché noi non abbiamo istituzioni solide. Abbiamo istituzioni allo stato liquido casomai, per dirla come Zigmunt Bauman. Ma più ancora allo stato gassoso.

L’ONU dovrebbe essere l’istituzione che regola la pace, a partire da essa, ma è totalmente impotente, come si vede nelle violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite: se sono praticate dai paesi privilegiati vengono imbracciate come motivazione per essere eseguite immediatamente. Ad esempio, il caso dell’Iraq; lo ricordate tutti. Ma se la violazione di una risoluzione, visto che è stato fatto il caso della Palestina – che particolarmente mi sta cuore – viene fatta a danno dei non privilegiati, allora è bellamente sfregiata e ignorata e irrisa: mi riferisco alla risoluzione 242 e 338.

La legalità internazionale è stata, da parte di ripetuti governi israeliani, calpestata con una indecenza che non ha limiti. Consideriamo che nessun governo israeliano ha fatto quello che doveva essere il dovere sacrale di un governo democratico, ossia stabilire i confini dello Stato di cui quel governo è governo. Lo Stato di Israele non ha una costituzione. Quindi non ha stabilito i suoi confini. Per cui l’arbitrio è la regola in tutte le cose che riguardano il conflitto israelo-palestinese. In particolare, il conflitto con i paesi arabi ha altre modalità ancorché si basa comunque su questa politica dello stato dei fatti compiuti. Politica del totale dispregio per le risoluzioni internazionali e, conseguentemente, per le istituzioni internazionali preposte alla pace. E tutto questo ad opera del governo e dell’autorità militare di un paese in cui il saluto comune è pace, invece di dire “Ciao”, “Buongiorno” si dice “Shalom” cioè Pace. La pace è addirittura iscritta nelle priorità della lingua.

 

Perché succede questo?

 

Perché lo stato di Israele non fa eccezioni a quella che è stata la logica imperiale romana si vis pacem para bellum “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, cioè colpisci gli altri per avere la pace a casa tua. Perché questa è la logica. La pace spetta solo a noi e agli altri no.

I paesi che più parlano di pace, prendo a esempio lo Stato di Israele, non perchè io sia contro Israele, ma perché, pur essendo piccolo, è fra quelli più armati del mondo. Come anche gli Stati Uniti d’America. Un mio amico iracheno il professor Adel Jabbar che insegnava sociologia delle migrazioni prima a Ca’ Foscari e poi a Bolzano, mi diceva: “Hai notato questa cosa? I governanti degli Stati Uniti sono i governanti del paese che ha più armi in assoluto al mondo”. Infatti, ci sono armi degli Stati Uniti in ogni angolo del pianeta: Oceano indiano, Oceano Pacifico, Europa, Paesi arabi, Asia. Dovunque ci sono armi statunitensi e sono proprio quegli stessi USA che inveiscono contro gli arabi dicendo, come rimarcava il professor Jabar , ” Gli arabi – noi arabi – sono aggressivi”.

 

Curioso vero? gli USA e Israele sono fra i maggiori commercianti di armi e colpevoli di fomentare guerre.

 

Gli Israeliani sono armati fino ai denti, ma fanno le vittime. Mentre il primo atto di pace dovrebbe essere quello di ritirare le armi dalle terre occupate illegalmente. La Nato è stata istituita per contrastare il “nemico” di oltre cortina, l’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica è finita morta e stramorta e la Nato invece di sciogliersi o ripiegare si è allargata, cioè ha messo i missili in tutti i paesi ex sovietici. Questi sono solo esempi, naturalmente per capire che questo sistema internazionale, questa logica non porterà mai alla pace.

Non facciamoci illusioni. Perché la logica è quella della guerra. Per esempio l’apologia del sicuritarismo, è una ideologia bellicista. All’’altro’ si attribuisce di fomentare insicurezza. Naturalmente questa è una vecchia tecnica per legittimare il proprio armarsi e la propria aggressività.

I nazisti sono stati esemplari in questo. Hanno lasciato e imposto un esempio clamoroso, ma è così ancora, questa è il background che domina la forma mentis della gran parte dei governanti. Non sono un ingenuo, ma per esempio se un paese come il nostro, che ha una costituzione repubblicana e la costituzione repubblicana è l’unico documento che fa di noi una comunità nazionale, fa riferimento a idee sacrali di patria, di “prima gli italiani” mi vengono i brividi alla schiena. Il popolo italiano, nel recente passato, ha avuto una parte che ha combattuto contro l’altra, provocando inenarrabili massacri. Italiani contro italiani. Dove è questo famoso popolo? E le guerre civili? Mostrano che i popoli intesi come unità mistico-nazionalista non esistono sono un’ipostatizzazione romantica che sta dietro all’ideologia del Blut und Boden, sangue e terra.

 

Ma quale sangue?

 

Sono termini ideologici e manipolazioni del linguaggio per mistificare la realtà. Infatti, se noi siamo uomini di pace, saremo molto più affini a uno spagnolo a un francese a un catalano a un americano a un russo che condivide i nostri ideali di quanto non siamo con il nostro presunto concittadino il quale ha nei nostri confronti sentimenti di ostilità bellica. Il nazionalista quello che continua a ripetere ‘il popolo, gli italiani’, non ama affatto il popolo di cui parla e di cui inventa l’esistenza, perché il nazionalista ama solo quelli che la pensano come lui e gli altri li odia. Considera i suoi concittadini, che non la pensano come lui, dei nemici. Dunque per arrivare alla pace, secondo me, bisogna che la smettiamo per prima cosa di concedere cittadinanza ai linguaggi dell’odio. Siamo un insieme di genti accomunate da una lingua. Ma neppure la lingua ci identifica. I ticinesi parlano la nostra stessa lingua, con una cadenza che per noi suona un po’ buffa, ma sono svizzeri: che importanza ha? Oggi gli ucraini e i russi sono ai ferri corti, eppure la gran parte degli ucraini parla quotidianamente russo non ucraino. Lo so perché io conosco il russo e ho avuto musicisti ucraini anche giovani che hanno lavorato con me e parlavamo in russo, la prima lingua che veniva loro in mente, pur conoscendo anche l’ucraino. Ma non esiste una tendenza nazionalista innata a parlare la propria lingua. Molti sono stati educati con il russo e i figli, siccome i padri parlano russo e hanno parlato loro in russo, parlano questa lingua. Non è la lingua che accomuna, non è il sangue, il sangue è rosso. Basta. Che cosa allora accomuna? Una cosa ci fa comunità nazionale: il patto costituzionale.

 

Siamo italiani perché ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana. È vero?

 

No. Una parte del nostro popolo la ignora completamente. Non sanno neanche l’articolo uno. Soprattutto non sanno questa parte dell’articolo uno: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Traduzione: secondo la Costituzione in Italia è sovrana la Costituzione. Non il popolo.

 

Quanti sanno questa cosa?

 

Addirittura primi ministri l’hanno ignorata, ammesso che la sapessero. Allora, ecco: ciò che ci rende una comunità nazionale; dovrebbe essere la forza dell’istituzione generata da un patto, ma non è così. Ecco perché siamo così lontani dal nostro dettato costituzionale. L’articolo undici parla di ripudio della guerra; eppure noi abbiamo partecipato a guerre aggressive e ci siamo solamente limitati a cambiarne il nome. Abbiamo acquistato armi di aggressione, perché i famosi F35 sono tutto fuorché armi da difesa. Allora, invece di spendere tutta quella montagna di soldi per armi di aggressione, avremmo potuto farci costruire il famoso Dome: sono quelle strutture antimissile che sono difensive, puramente difensive. Faremmo già un piccolo passo verso lo smantellamento dell’idea di guerra, se avessimo un puro esercito di difesa come quello svizzero.

Quindi, noi siamo molto lontani dalla pace.

La solidificazione delle istituzioni già esistenti sarebbe un passo importante, ma questo implicherebbe che le nazioni aderenti all’istituzione riconoscessero all’istituzione la primazia nelle questioni di pace. Siamo lontani anni luce. Cioè, non siamo ancora scesi dalle piante. Però, qualcosa dobbiamo fare. E non lo stiamo facendo. Per esempio: l’Italia ha sottoscritto e ratificato la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. E come è possibile che un magistrato del TAR abbia detto “Basta parlare di diritti universali! Parliamo dei diritti degli italiani”. Questo nel 2019!  Significa regredire alla seconda guerra mondiale. Contrapporre i presunti diritti nazionali ai diritti universali, ovvero dire ‘noi siamo più degli altri’ e rivendicare il funesto slogan ‘padroni a casa nostra’ è una perversione. Noi abbiamo avuto un ammaestramento dal lungo cammino dell’uomo. A un certo punto dello sviluppo, il cammino dell’uomo, aldilà delle formazioni delle civiltà, approda a una consapevolezza di senso: il senso dell’esistenza di un’identità dell’essere umano, unica ed universale. Oggi lo sappiamo scientificamente. Il più grande genetista italiano, il professor Cavalli Sforza lo ha acclarato su base scientifica: esiste un solo uomo su questa terra ed è il Sapiens Sapiens Africanus. Noi veniamo tutti dal cuore dell’Africa. Nessuno escluso. Anche se alcuni gruppi umani

portano piccolissime parti del patrimonio genetico del Neanderthal che indicano l’occorrenza di relazioni risalenti a oltre 40.000 anni fa. Successivamente i Neanderthal si estinsero.

Ora. Invece di riconoscere questa evidenza etica e scientifica, si regredisce a rivendicare differenze. Attenzione! A tremila anni dal riconoscimento etico, rivelato dal canone biblico, scritto nel Genesi che c’è un uomo. Non sono credente. Ma affermare che tutti gli uomini discendono da Adamo è un’affermazione sconvolgente, azzardata ai limiti dell’impossibile, ma ha aperto un orizzonte rivoluzionario.

 

Uno dei libri del Talmud, il pirkei’Avot uno dei più grandi libri talmudici domanda: “Ma perchè è stato detto ‘tutti gli uomini discendono da un uomo solo’? un solo esemplare? cioè Adamo il primo?

 

I maestri rispondono: “E’ stato fatto per la pace”. Perché nessun uomo possa dire al suo simile “il mio progenitore era migliore del tuo”. E noi vorremmo regredire a più di tremila anni fa, in un paese che si dichiara cristiano? Il vero problema della pace a mio parere è la questione del senso. Noi oggi siamo affidati a una deriva di significati. Un singolo si può definire cristiano nel momento in cui vive e pensa come il più convinto dei “pagani”, o degli idolatri e nessuno lo chiama a rispondere al senso di ciò che dice? Abbiamo avuto un ministro della repubblica che ha agitato il Vangelo, libro di pace e di amore, in un comizio politico per pervertirne il senso intimo. Continuamente nel Vangelo si trova la parola pace, eppure qualcuno lo agita come un’arma ed è un Ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione e fa carta straccia del libro sacro del paese, laico ma sacro, senza che ci sia una reazione significativa.

Allora vuol dire che il problema dell’istituzione solida si pone nei confronti della pace e l’istituzione non dovrebbe tanto agire nelle questioni politiche o geopolitiche quanto agire sul senso. Un’istituzione solida che tutelasse la pace, si sarebbe dovuta opporre migliaia di volte per impedire lo sfregio dell’idea, a partire dall’uso del linguaggio dell’odio. Perché la prima manifestazione della guerra sono le parole dell’odio. Fin quando noi non affermiamo la questione del senso come priorità, non cammineremo di un centimetro verso la pace autentica, ma ci troveremo in tregue e pacificazioni. Ricordiamoci la frase di Tacito: “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.”

Dunque per me oggi la questione più cogente è la questione del senso.

 

Cosa vuol dire essere un cristiano?

 

A mio parere non significa praticare una religione formale, ma essere entrato nel solco del cammino che ha tracciato Gesù; ha tracciato un solco dicendo:”Se mi seguite troverete verità, pace, amore, libertà, perdono”. Il mio amico Don Andrea Gallo, sacerdote cattolico di benedetta memoria, una volta, in Liguria, in occasione del conferimento di un premio, col suo linguaggio sapido e colorito – relata refero – si espresse così:”Gesù non ha istituito una religione, ha tracciato un cammino e ha detto seguimi e troverai:”pace, uguaglianza, fratellanza, amore”. E se non vuoi seguirmi ‘Vai un po’ a quel paese!!!’. Cosa voleva dire Don Gallo? Che non può esserci coazione in una fede: c’è una scelta. Perché l’idea stessa di coazione è inaccettabile. E’ una contraddizione in termini e anche il Corano nel versetto 99 della decima Sura lo rileva. Recita così:”Se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini una sola comunità di fede, l’avrebbe fatto lui”. Evidente che non l’ha fatto e il versetto prosegue “e chi sei tu per costringere un uomo a credere contro la sua volontà?” cioè il Corano riconosce la piena dignità dei non credenti e dei diversamente credenti. Però questa semplice evidenza non importa assolutamente ai fanatici islamisti, come ai fanatici cristiani, come ai fanatici ebrei, perché nessuno li richiama mai a rendere conto del senso. Noi abbiamo abbandonato il senso per affidarci a una deriva di significati veicolati ad usum di un potere autoreferenziale che pretende impunità. Ho scritto il libro “Madre Dignità” perché mi sono interrogato sul fatto che la nostra Costituzione, così straordinaria, fosse progressivamente diventata un guscio vuoto. Articolo 3 “Lo Stato deve rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza dei cittadini”. Ora, il dettato non chiede che tutti vivano nello stesso loculo vestiti con la divisa di Mao Tse Tung, bensì, per fare un esempio, di parificare il salario delle donne a quello degli uomini per lo stesso lavoro. Un simile provvedimento si sarebbe dovuto proporre ed attuare subito. Sono passati settant’anni e siamo qui ancora a discuterne. E delle quote rosa e di tutte queste stupidaggini…perché il senso della Costituzione sembra non interessare a nessuno. E naturalmente l’operazione di linguaggio, cioè destituire di forza il senso e invece rilanciare la molteplicità dei significati, uno vale l’altro, è quello che crea le condizioni che poi ingenerano conflitti e che legittima la liceità di disattendere i fondamenti etici del nostro vivere a favore di bellicismi, privilegi, di violenze e di ogni sorta di arbitrio: però ci si dice noi viviamo in una democrazia! Ma sulla base di quale ‘film’ noi viviamo in una democrazia?  I nostri regimi, come è stato detto da Predrag Matvejević, professore di letteratura russa all’università di Roma e grande intellettuale croato: “si chiamano democrature e non democrazie”. Una vera democrazia non può che costruire la pace, perché la democrazia si fonda sull’uguaglianza degli uomini. Se tu riconosci al tuo concittadino l’uguaglianza, non ti viene da negarla all’altro, che non è tuo concittadino per pure ragioni di evoluzione storica. Gli Stati Uniti sono una testimonianza. Lì sono venuti da ogni angolo del mondo: l’economia del Grande Paese ne aveva bisogno e li hanno importati. Nel corso di alcuni anni sono diventati cittadini statunitensi che vengono citati addirittura come paradigma dello spirito statunitense.

Se noi sentiamo una canzone di George Gershwin, immediatamente pensiamo a New York, Broadway, agli Stati Uniti, eppure George Gershwin non si chiamava così, il suo vero nome era Jacob Gershowitz, era un ebreo russo che non era neanche nato negli Stati Uniti e che ha dato agli Stati Uniti, per quello che concerne la musica dei bianchi, diciamo così, la sua identità più specifica. Quindi, come vediamo, l’altro può diventare come noi e persino “più di noi”. E di esempi così se ne potrebbero trovare a centinaia, oggi anche in Italia.

Mi sono domandato come mai la nostra Costituzione può essere così facilmente disattesa pur essendo una Costituzione straordinaria. Perché, a mio parere, non è stata posta con la necessaria forza la questione della dignità che è pure rubricata nella nostra Costituzione. Ma, per esempio, nella costituzione tedesca, nella sua primissima parte che si chiama Grundgesetz, parte fondamentale, al primo articolo comma uno, recita così “La dignità umana è intangibile”, non la dignità del cittadino tedesco, ma la dignità umana e  dichiara assiomaticamente che la dignità non è a disposizione di alcuna autorità. Un potere statuale, anche il più democratico, può sospendere un diritto nell’occorrenza di un crimine. Un ladro viene messo in galera: lo si priva del diritto alla libertà e dei diritti connessi. Ma non lo si può privare della dignità. La dignità si sfarina se un potere cerca di condizionarla. La dignità precede i diritti ed è la consapevolezza della dignità che ha potuto dare vita alle legislazioni che l’hanno poi declinata nei diritti. La dignità è la condizione assoluta che appartiene alla vita e a ogni essere umano dalla sua nascita. Non la si può mettere in discussione. Se togli la dignità, vuol dire che distruggi la vita. E’ come se uccidessi la persona. I nazisti lo hanno capito molto bene e hanno tolto a coloro che hanno dichiarato nemici la dignità, dopodichè assassinarli per essi non era un crimine, ma una procedura legittima.

Allora i presupposti della pace sono riconoscimento della piena totale integrità dell’essere umano e aggiungerei dell’essere vivente. Per cui le istituzioni solide dovrebbero richiamare instancabilmente e inesorabilmente, a mio parere, a questo concetto. A partire dal linguaggio. Perché la trasformazione del linguaggio crea una consuetudine a lasciar perdere. Certo linguaggio che si usa oggi, dieci anni fa, vent’anni fa sarebbe stato impossibile. Sarebbe successo il finimondo. Invece, adesso è diventato corrente. Per esempio, la parola più schifosa, le due parole più schifose che si sono ingenerate negli ultimi anni in questa cloaca mediatica che domina le comunicazioni nel nostro paese: buonismo e giustizialismo. Sono parole che stanno in bocca a furfanti di ogni risma. Bisognerebbe reagire alla perversione del linguaggio che passa da un linguaggio di civiltà del rispetto reciproco a una inciviltà dell’insulto, della calunnia, della disgregazione del senso della piena dignità dell’essere umano chiunque egli sia. Si passa a un linguaggio di guerra. Perché la guerra non nasce semplicemente; la guerra intesa come lo spirito della guerra, non nasce solo da ragioni improvvise di conflitto, ma nasce da una sottocultura che si invera costantemente e ripetutamente. Per esempio, l’uso della parola terrorista nei confronti di qualcuno di cui non vuoi riconoscere la dignità. Ho sentito dire da molti ultras sionisti: “I palestinesi sono tutti terroristi”. Se tu lasci passare questo linguaggio, puoi bombardare Gaza e ammazzare civili e bambini perchè tanto sono tutti terroristi. “Cosa volete da noi? Perché ce l’avete con noi? Siete amici dei terroristi?” Dicono gli ultras del  sedicente sionismo.

Per queste ragioni il nostro lavoro richiede un impegno immenso da cui non ci possiamo sottrarre. Francamente vorrei anche andare in pensione dalla militanza, ma non posso perché ho un dovere al quale non mi posso sottrarre verso le prossime generazioni.

 

E Greta Thunberg, la ragazzina svedese?

 

Greta, la ragazzina svedese ci ha ricordato una cosa particolarmente significativa fra le altre. E’ andata, a 16 anni, a dire ai potenti della terra “Voi state condizionando lo sviluppo del pianeta con politiche predatorie e scellerate di cui non sarete voi a pagare le conseguenze”. Perchè se un sessantenne prende una decisione che poi creerà catastrofi, le pagheranno le generazioni  future, non lui. Dovrebbe essergli impedito. Questa attitudine a ritenersi i padroni del pianeta è fare la guerra alle generazioni future e le classi dirigenti, in questo senso sono impregnate di uno spirito bellicista, per un solo scopo: difendere e garantire i propri privilegi. Primo Levi in riferimento alla shoà ci ha lasciato questa eredità: “Se volete che non si ripeta ciò che  è stato e che si può ripetere, lottate con tutte le vostre forze contro la logica dei privilegi!” Il monito di Primo Levi si sta avverando: immigrati mandati a morire nei lager libici di botte, di torture, di violenze. Che differenza c’è fra gli ebrei che venivano respinti?

Mi piacerebbe, in una delle prossime ricorrenze del Giorno della Memoria, inviare una lettera al Presidente della Repubblica, chiedendo che in occasione delle celebrazioni venga interdetta la presenza di coloro che respingono i migranti verso la morte. Perché la pace si fa contrastando gli uomini di guerra. Un essere umano non può dirsi tale se non riconosce se stesso nel suo simile emarginato, oppresso, in pericolo di vita. E la condizione dell’esilio, della paura, dello smarrimento è la condizione più specifica dell’uomo e della sua fragilità: l’uomo è creatura fragile. Grazia Deledda diceva:”Canne al vento”. Una mia amica cardiologa ha parafrasato:”Noi siamo carne al vento”. Questo siamo noi esseri umani. Per costruire la pace, dobbiamo riconoscere la nostra fragilità e la nostra fragilità la riconosciamo nell’ultimo degli uomini. In quel nostro simile, noi vediamo chi siamo realmente. Se non siamo in grado di riconoscerci negli ultimi, non usciremo dal bellicismo e andremo incontro a guerre ancora peggiori per la questione dell’acqua, delle, risorse,  della siccità. In conclusione il problema della pace non è tema per anime belle.

Il problema della pace è per persone che amano l’umanità.

E coloro invece che non sentono questo amore non ne sono degne: L’amore non è un sentimento sdolcinato per innamorati. Ma è il riconoscimento di impegno personale verso l’altro, perchè la questione dell’alterità è la madre di tutte le questioni dell’umanità. Se non la riconosceremo, continueremo a fomentare guerre e conflitti. L’altro non è il nemico da combattere e da eliminare per sentirci sicuri, ma è il nostro simile da incontrare e riconoscere per incontrare e riconoscere noi stessi.

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