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AN da Vienna 18 giugno 2022

 

Sabato 18 giugno 2022

INIZIA IL FORUM DI ICAN. BEATRICE FIHN: “LANCEREMO UN PIANO PER LA FINE DELLE ARMI NUCLEARI”

Salute a tutti, sono Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti esigenti. Obiettivo Vienna, la “Nuclear Ban Week”, sono partito in treno venerdì 17 giugno dalla Stazione di Lambrate a Milano (ore 21:25) e, dopo un viaggio con imprevisti e ritardi, con lo scompartimento pieno zeppo di ucraini riluttanti a parlare della guerra, sono arrivato nella capitale austriaca alle ore 10:15.

Il ritardo del treno mi ha fatto mancare l’apertura del Forum Internazionale di ICAN sulla messa al bando delle armi nucleari. Patrizia Sterpetti, presidente di WILPF Italia, invece era già arrivata ieri, ed ha potuto presenziare, con le altre delegate WILPF, all’apertura dei lavori (ore 9:00, Aula der Wissenshafen, 27a): lei potrà essere più precisa nel descrivere questa parte dei lavori.

Alessandro Capuzzo, responsabile della denuclearizzazione del Golfo di Trieste, è giunto anche esso in mattinata avanzata, con un volo da Palermo.

Ci incontriamo, Alessandro e io, alle 15:00, davanti all’appartamento messoci a disposizione di un attivista austriaco per darci la possibilità di soggiornare durante questa “Settimana di iniziative antinucleari“, che prevede anche un convegno scientifico (il 20 giugno), oltre alla vera e propria Conferenza degli Stati firmatari del TPNW, dal 21 al 23 giugno.

Chi non ha potuto sobbarcarsi le spese e la fatica del viaggio, potrà comunque partecipare a distanza al forum di ICAN caratterizzato da un (forse troppo) nutrito programma di discussioni.

Potete registrarvi gratuitamente qui: https://vienna.icanw.org/registration e connettervi al mondo per la messa al bando delle armi nucleari!

Qui potete trovare il programma dettagliato: https://vienna.icanw.org/program

Le centinaia di partecipanti al Forum di Vienna, se non siamo stati male informati, sono stati accolti dal saluto di Beatrice Fihn, direttrice dell’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). 

Nel suo discorso Beatrice avrebbe sottolineato come l’organizzazione abbia lavorato duramente per rendere il Forum e gli eventi della settimana il più inclusivi possibile.

Questo significa – informa Beatrice –che siamo in grado di trasmettere in streaming due delle tappe per tutta la durata del Forum.

È un’opportunità davvero entusiasmante e invitiamo tutti a collegarsi in diretta su vienna.icanw.org/live.

Naturalmente, non tutti avranno la possibilità di seguire tutte le numerose sessioni in programma nei prossimi due giorni (o addirittura durante tutta la Settimana per la messa al bando del nucleare). Siamo quindi lieti di comunicarvi che la nostra “MSP TV” vi offrirà un riassunto, i punti salienti e gli approfondimenti di tutta la Settimana per la messa al bando del nucleare. Inizieremo domenica sera per concludere il Forum e poi saremo in diretta due volte al giorno (09:30 e 17:30 CEST) per tutto il resto della settimana. I dettagli su come accedere a MSP-TV arriveranno presto!

Questa settimana è incentrata sull’obiettivo di avvicinarci a un mondo privo di armi nucleari. Dall’energia e dal coinvolgimento delle persone al Forum, alla responsabilizzazione dei decisori politici con informazioni sulla conferenza sugli impatti umanitari, e infine alla presa del bando e alla sua trasformazione in un piano per la fine delle armi nucleari“.

Un dato importante è che abbiamo avuto fresca fresca la conferma, comunicata dal sottosegretario Benedetto Della Vedova, che il governo italiano non parteciperà ai lavori, neanche in veste di osservatore, alla Conferenza degli Stati parti del Trattato per la proibizione delle armi nucleari.

Dobbiamo quindi deplorare il fatto che il nostro Paese non sarà tra i circa cento governi che parteciperanno agli incontri di Vienna, dove è prevista anche la presenza di Stati non firmatari del Trattato come Svezia, Finlandia e Svizzera e anche alleati Nato, alla pari dell’Italia, come Germania e Norvegia. Il Ministero degli Esteri, secondo quanto riferisce la RIPD, ha però confermato che il rappresentante italiano presso le Nazioni Unite di Vienna parteciperà alla Conferenza sugli impatti umanitari delle armi nucleari in programma lunedì 20 giugno, appena prima della Conferenza degli Stati Parti, ed organizzata dal governo austriaco.

Con Alessandro Capuzzo, più appartati, abbiamo ridiscusso lungamente il senso del contributo dei Disarmisti esigenti a questo Forum e alla Nuclear Ban Week. Abbiamo confermato il nostro intento di puntare sull’evento collegato: “GIVE PEACE A CHANCHE“, che si terrà il 19 giugno (dalle ore 18:00 alle ore 22:00), e di cui Alessandro sarà tra i relatori.

Cercheremo, assistendo alle discussioni, di capire fino a che punto sta maturando, nel percorso del bando all’interno delle sue varie componenti, una consapevolezza strategica che vada oltre il marketing sociale che affligge tante campagne di successo, ma che toccano aspetti di importanza relativa, non un problema decisivo per la stessa sopravvivenza dell’umanità.

Consapevolezza strategica: l’intreccio tra minaccia nucleare e minaccia ecologico-climatica.

È molto importante che si adotti un approccio olistico ed in questa prospettiva il coinvolgimento dei movimenti ambientali che stanno svegliando le giovani generazioni: anche per questo ci sembra utile concentrare le nostre scarse energie e mezzi di influenza sull’evento citato, proprio in quanto ripone le chance della pace nell’occuparsi della crisi climatica ed ecologica.

 

Consapevolezza strategica: l’obiettivo generale può essere rafforzato da iniziative locali di denuclearizzazione.

Consapevolezza strategica è tentare pragmaticamente tutte le strade che promettono risultati utili, atti unilaterali anche locali di denuclearizzazione, a livello europeo ma anche di aree con caratteristiche storiche particolari (ad esempio il golfo di Trieste).

La via legale di cui tenta di porre le basi l’iniziativa promossa da “Abbasso la guerra” – lo studio sulla illegalità delle armi nucleari – può essere una ulteriore strada da perseguire.

Consapevolezza strategica: il TPNW deve condizionare il percorso TNP.

E speriamo infine che a livello degli stati si affermi uno spirito di rivolta all’ordine nucleare costituito che possa condizionare i lavori del Trattato di non proliferazione. Il problema, infatti, non è solo e tanto un accrescimento numerico lineare degli Stati che aderiscono al TPNW, ma quello di fare pesare quanto già simbolicamente costituiscono all’interno proprio delle sessioni del TNP.

Consapevolezza strategica: la guerra deve diventare un tabù e la nonviolenza è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere.

Infine, le considerazioni che ci sollecitano le conseguenze che sempre più vediamo dipanarsi con la guerra che ha come epicentro l’Ucraina.

Oggi possiamo affermare su basi scientifiche che l’attività militare, ovunque e comunque effettuata, come documenterà anche “GIVE PEACE A CHANCE”, aggrava e avvicina la catastrofe che al momento è alla moviola, ma incede inesorabilmente: il riscaldamento climatico. Non ha più, tale attività, di cui il nucleare rappresenta il culmine estremo, giustificazioni morali. Il motivo dovrebbe essere evidente: porta più vittime sui gruppi umani che non c’entrano nulla con il conflitto che si sta affrontando.

Ragioniamo un momento su un paragone oggi molto menzionato. Sono entrati a casa tua e i malviventi hanno preso in ostaggio tua figlia. Tu hai il diritto di difenderti ma non di fare saltare in aria l’intero condominio minacciando di fare esplodere la bombola del gas. Il pianeta Terra paragoniamolo a un condomino con le tubature rotte pieno di fughe di gas. La priorità dei condomini deve essere il risolvere insieme questo problema, i litigi per qualsiasi altro motivo vengono dopo.

Un mio vecchio amico antimilitarista, colpito dalla brutalità della invasione russa, mi ha ribattuto che per lui la libertà viene prima della vita come criterio etico su cui decidere i comportamenti. Questo credo sia un ragionamento che, soprattutto oggi, si può fare solo se riferito a scelte individuali: a volte devo essere costretto a sacrificare la mia vita se voglio salvare la libertà e la vita degli altri che lottano contro le dittature per i diritti. Molti partigiani hanno saputo resistere alle torture dei nazisti che volevano sapere nome e ubicazione dei compagni. Ma a livello universale prendendo l’umanità come un insieme bisogna riconoscere che in cima a tutto deve essere posta la continuazione della vita. In un pianeta morto non esiste libertà e nemmeno speranza di libertà. In qualsiasi condizione dobbiamo riuscire a tenere accesa questa fiaccola, perché Sansone può morire con tutti i filistei ma non ha senso che muoia uccidendo tutti gli abitanti della Terra e il Creato che Dio ha affidato in custodia all’umanità. In una visione laica possiamo parlare di terrestrità: la coscienza che è la specie umana ad appartenere all’ecosistema terrestre considerato come organismo vivente unitario. Questi ragionamenti non possono essere elusi nel momento in cui è la scienza ufficiale, ribadiamolo ancora, che ci avverte del rischio di collasso ecologico imminente. Un rischio che guarda caso, ad esempio, a Glasgow è stato riconosciuto sia dal rappresentante russo che da quello ucraino- e da quello statunitense- e che retoricamente vedremo riproposto da tutti i governi alla prossima conferenza sul clima in Egitto…

Intanto siamo a Vienna- noi Disarmisti esigenti- con altre 600 organizzazioni della società civile – per revisionare e fare appunto pesare nell’ordine internazionale il trattato di proibizione delle armi nucleari. 

Il disarmo nucleare dobbiamo proporlo come terreno di cooperazione unitario e non come arma di guerra contro chicchessia. La nonviolenza è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere, la nonviolenza è efficace (dopo Gandhi non possiamo più negarlo), e la nonviolenza efficace sono i progressi nel diritto internazionale comune. Questo, nella mia responsabilità associativa, piccola o grende che sia, oggi mi sento di doverlo affermare con la testimonianza dell’esempio e con scelte politiche conseguenti, nei confronti di ogni popolo della nostra madre comune Terra. 

Per le forme armate di resistenza a questa o quella oppressione forse il massimo di flessibilità lo si può adottare valutando quali sono i rischi di una eventuale escalation nucleare. Ma è bene che anche il palestinese valuti che se non si risolve il problema ecologico globale la Palestina è destinata a finire sotto acqua. Diceva Marx che la lotta di classe può anche finire con la rovina comune delle classi che si confrontano. Ed oggi nella pletora dei movimenti di liberazione nazionale siamo pieni di milizie armate mafiose, in collegamento con potenze straniere. Mi viene in mente l’Africa come triste esempio di questa situazione. Il crinale apocalittico della storia che stiamo vivendo dovrebbe portarci a privilegiare i problemi comuni che affliggono l’umanità e a mettere in secondo piano il resto: lo sosteneva già l’appello Russell-Einstein. Ma probabilmente salteremo tutti in aria perché qualsiasi disputa sui confini ci sembrerà ancora e sempre più importante e urgente…

 

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PNRR: ENI+UE E’ MEGLIO di ENI

PNRR: ENI+UE E’ MEGLIO di ENI

di Mario Agostinelli

 

E’ impressionante la rincorsa di ENI, ENEL, Edison ed A2A a tappare con impianti di combustione a metano tutti i buchi lasciati liberi dall’evanescenza e dalle ambiguità della programmazione energetica del PNNR italiano, a conferma delle deficienze già riscontrate nel PNIEC. Tuttavia, mentre nel caso del piano energetico nazionale le aziende energetiche decidevano sui loro tavoli e con la complicità di qualche ministro, questa volta possiamo attestare che “c’è pure un giudice a… Bruxelles!”, cui intestare, senza troppe illusioni, almeno una coscienza ecologica popolare, spinta dalla brusca sterzata del clima che ad ogni estate si veste di temperature ed incendi impensabili.

 

Tra clima e settori fossili non corre buon sangue ed è per questo che ogni nuovo investimento in metanodotti e centrali va fatto in fretta e in sordina. In un batter d’occhio il nuovo MITE ha autorizzato la riattivazione di quattro gruppi a gas da 150 MW a Montalto di Castro, mentre per Tavazzano e Marghera è già previsto l’ammodernamento dell’impianto a metano esistente con le nuove turbine di Ansaldo, annunciate anche per Fiumesanto in Sardegna. Analoga storia per Presenzano, dove verrebbe attivata una nuova centrale a gas (760 MW), che Edison ha in progetto di costruire con inizio lavori già a gennaio 2020 e da mettere in esercizio entro 30 mesi.

 

In compenso per Civitavecchia, nonostante che una vasta coalizione sociale, gruppi di ricercatori e ampie rappresentanzepolitiche avanzino responsabilmente progetti alternativi e vantaggiosi di fotovoltaico, eolico galleggiante, storage in pompaggi e idrogeno, non arriva il minimo sentore di reazione daitavoli ministeriali di Cingolani (rinnovabili) e Giovannini (accesso ai corridoi marini). Lo stesso Draghi, omaggiato dalla Von derLeyen per aver predisposto nel tempo previsto l’accesso ai fondieuropei, sembra non sentire la necessità di sottrarre agli enti energetici la libertà di sforare i limiti europei per eccesso di emissioni di climalteranti. E’ come se il Presidente del Consiglio non si sentisse in dovere di dar seguito alla transizione energetica che ha annunciato all’atto del suo insediamento. Contribuisce così, nella colpevole svagatezza della stampa e delle forze al governo, a depotenziare l’occasione straordinaria offerta dal Next Generation EU di decarbonizzare una delle economie più in crisi nel continente. Non solo sul fronte del bilancio, ma anche su quellodell’occupazione, dell’innovazione e delle politiche industriali da proiettare quanto prima verso l’orizzonte della neutralità climatica.

Non si vuole riconoscere che un Programma con i caratteri strutturali di una Ripresa e di un nuovo Sviluppo, debba contare non tanto per l’effetto sui bilanci degli enti energetici, quanto per la realizzazione di progetti concreti, vantaggiosi e puntuali, anche nei valori finanziari previsti, assunti da soggetti attuatori trasparenti come dovrebbero essere Ministeri, Regioni, Province,Città. Soggetti che selezionano bandi secondo procedure pubbliche, sostenute – e se occorre contestate – da una campagna che preveda un percorso di auditing e consultazione dei territori, come luoghi di una pianificazione integrata, verificabile in termini di bilancio energetico e climatico ex ante ed ex post.

Se non si promuove una mobilitazione vera e costruttiva dei tanti soggetti istituzionali associativi, sindacali, imprenditoriali, culturali e scientifici interessati e delle istituzioni del territorio“in parallelo” allo stato, non ci sarà integrazione fra i progetti e prevarrà anche questa volta, con una emergenza incombente sotto gli occhi, una separazione tra politica e società.

 

La nota emessa dalla UE a proposito dei trucchi messi in atto da ENI per ottenere finanziamenti per l’idrogeno da metano èsconsolante, come è scoraggiante la pretesa dei nostri “cugini”francesi, che vorrebbero classificare “verde” il nucleare. Si cammina con la testa voltata all’indietro. A riprova, nel documento che si può recuperare al punto 4.4 di “Doc. All.: SWD(2021)165 final” (v https://ec.europa.eu/info/system/files/com-2021-344_swd_en.pdf ), sotto il titolo “non arrecare un danno significativo”, l’UE avverte che “gli investimenti nell’idrogeno saranno limitati all’idrogeno verde e non conterranno idrogeno blu né coinvolgeranno il gas naturale.

Quindi, Ravenna con CCS, Taranto con idrogeno blu e i progetti di elettrolizzatori funzionanti con corrente da centrali fossili non avranno sostegno né finanziario né politico dall’Europa. Non solo, ma anche la quota residua di produzione elettrica da metano al 2030, prevista da ENI, che non assicura il 55% di riduzione di gas serra, non si ha da fare. Ad ulteriore ostacolo va considerata la notizia data da Reuters il 25 giugno 2021 e ripresa da Euractiv (v.https://www.euractiv.com/sections/energy-environment/ ) di una rilevante infiltrazione in atmosfera in siti petroliferi e metaniferi italiani.

 

Dopo che un tribunale olandese ha intimato alla SHELL di ridurre del 45% le emissioni di CO2 al 2030, anche il Consiglio di Stato francese concede al governo 9 soli mesi per adeguarsi agli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi. In questi stessi giorni in Italia un gruppo di docenti universitari, ricercatori ed esponenti di associazioni ha promosso una diffida legale nei confronti di ENI. “Mentre le grandi compagnie mondiali nel 2020 hanno ridotto i loro investimenti nel settore Oil&Gas di ben 87 miliardi di dollari, ENI, grande Società energetica italiana partecipata dallo Stato, continua a ignorare il recente rapporto IEA che ammonisce che nel percorso della neutralità climatica al 2050 non c’è più spazio per nuovi investimenti su petrolio e metano”,

Della diffida sono stati notiziati il Presidente del Consiglio e i Ministri competenti.

 

Ripartiamo da Civitavecchia o dai bilanci delle nostre multinazionali energetiche che solo all’estero, senza il capacitymarket, espandono il loro portafoglio di rinnovabili?

 

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La necessaria transizione energetica e come realizzarla

La necessaria transizione energetica e come realizzarla

di Mario Agostinelli

Incontro con Mimmo Perrotta e Marino Ruzzenenti

 

Energia e vita

Per cominciare, è necessario spiegare perché di questi tempi è così importante riflettere sull’energia. L’energia è una proprietà che consente a un corpo o a un sistema che la possiede di fare lavoro o di dar luogo a trasformazioni energetiche a spese delle sue caratteristiche di partenza. Quando si dispone di maggiori potenze, il lavoro o la trasformazione avvengono a maggiori rapidità. È questa una delle ragioni per cui si è concentrata sulla potenza l’applicazione prevalente e sempre più devastante dell’energia alla trasformazione della natura inerte e soltanto da poco più di un secolo la scienza tratta con sempre maggior preoccupazione del rapporto tra energia e vita, tenendo conto che i cicli naturali si riproducono raggiungendo condizioni di stabilità ed equilibrio con la minore dispersione di energia. Più ancora che di un oggetto di difficile definizione, si tratta di una lente formidabile attraverso cui si può leggere il mondo – dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande – e capire come tutto sia interconnesso in forma di scambi, di relazioni, che ordinano il vivente mentre “disordinano” l’ambiente in cui sopravvive. 

Dalla rivoluzione scientifica del 1600 avevamo tratto la capacità di mettere in relazione quantitativa le grandezze fisiche presenti nel nostro universo, stabilendo leggi matematiche che ritenevamo immutabili e che trasformavano la materia a velocità sempre più elevata, nella presunzione che le risorse cui si applicava il lavoro e l’energia che ottenevamo con la combustione del carbone fossero illimitate. Si profilava e attuava un mondo artificiale sempre più complesso, che circondava le città, le fabbriche, delimitava le campagne e inquinava i fiumi, concentrando sulla produzione e il commercio di manufatti la crescita e la ricchezza delle economie e delle nazioni. È il mondo che Engels scopre nella sua valle di Wuppertal, ormai costipata di manifatture avvolte da nuvole pestifere. Ma è proprio dalla seconda metà dell’800 che nascono i primi studi sistematici e i nuovi modelli per interpretare la vita come fenomeno e valore distinto, irripetibile e fragile, che andava trattato come un insieme e non semplicemente come un “ente” scomponibile o smontabile in parti complementari, giacché il tutto era superiore alla pura somma dei costituenti. L’entrata in campo della vita e delle sue relazioni indissolubili con la natura finì col togliere alle leggi fisiche newtoniane, deterministe, indipendenti dal tempo e dal contesto in cui si applicavano, il primato nel disegnare il nostro futuro e addirittura di stabilire la gerarchia che presiedeva alla politica, consegnando a un approccio interdisciplinare e non più solo specialistico la preoccupazione per la cura, per il benessere, per una giusta sopravvivenza dell’intera biosfera.

Credo che la lettura più straordinaria che sia stata data negli ultimi anni sul rapporto tra energia e vivente sia quella articolata con suggestioni penetranti nella enciclica Laudato Si’. Con essa Francesco ha prodotto una cesura con la concezione meccanicistica e determinista dell’energia ed ha contribuito a spostare il centro della discussione dall’antropocentrismo e dalla geopolitica alla cura della Terra come complesso coerentemente inscindibile. Per la prima volta un religioso – non soltanto cattolico, ma, probabilmente, unico nelle religioni – fa marciare insieme la scienza più avanzata e la religione e non le mette in rapporto gerarchico e nemmeno dialettico tra di loro. Si tratta di una lettura della realtà che ci circonda, che io non mi sarei aspettato, soprattutto da un’esegesi religiosa, anche perché interiorizza un’idea di un tempo che va immancabilmente e colpevolmente a finire, in cui il disordine provocato dall’ultima specie comparsa sul Pianeta può diventare talmente insopprimibile da mettere in discussione la riproduzione della vita. Molta ecologia già percorreva una strada parallela, ma la diffusione del negazionismo climatico non aveva ancora incontrato un pensiero che – come afferma Peter Kammerer – “ha preso le ali”.

Un altro aspetto da prendere in considerazione nella relazione tra energia e vita è quello della giustizia sociale. Sembrerebbero nozioni assai distanti, ma basta per collegarli dare una definizione all’ordine e al disordine che si crea intorno alla vita: “entropia”. Essa è la misura del grado di ordine e di informazione che si può trarre da un corpo; in natura, fatta di tanti corpi isolati nel loro ambiente, l’entropia di [vivente + ambiente] tende irreversibilmente a crescere. Poiché gli esseri viventi sono dotati di un “progetto interno” che mantiene il loro ordine il più elevato possibile, prelevano energia dall’ambiente, creando in tal modo una quantità di scarti, sprechi, rifiuti che fanno crescere il degrado e il disordine complessivo. “Ogni vivente – dice Bertand Russell – è a suo modo un imperialista che cerca di appropriarsi dell’ambiente circostante”. A meno che prevalga una cooperazione, che nel mondo animale e vegetale è assai presente e che la specie umana affronta o rifiuta dandosi regole politiche e sociali. Consumare troppa energia o troppi alimenti o troppi oggetti, e lasciarne privi altri esseri, corrisponde a ridurre potenzialità di vita in base a scelte che prevedono ingiustizia sociale, come accade nel sistema capitalista, che, oltrepassando i limiti naturali, è all’origine anche dell’ingiustizia climatica.

Da solo poco più di cinquanta anni abbiamo consapevolezza di un rapporto tra energia e vita così inquietante quando se ne infrangono i limiti, per due ragioni importanti, che purtroppo non vengono ancora insegnate nelle scuole (non le hanno insegnate neanche a me, che sono un chimico-fisico): la prima riguarda le eccessive potenze (velocità trasformative) con cui si è messa al lavoro da secoli l’energia fossile; la seconda corrisponde alla sottovalutazione dell’innalzamento della temperatura della Terra, che è indice di una crescita della sua energia interna oltre l’equilibrio. 

La prima consapevolezza emerge solo negli anni ’60: prima di allora, si pensava all’energia come un magazzino infinito da cui potessimo trarre infinite risorse, impiegate nella trasformazione della natura in mondo artificiale. Solo dopo la metà del Novecento i primi attenti osservatori si accorgono che la natura si consuma e che alcune materie non sono recuperabili in cicli utili, ma vanno scartate e non c’è energia conveniente per rinnovarle. Nel 1972, il Club di Roma individuò nell’uso esasperato di materie prime la possibile fine della presenza umana sulla terra. E quindi spinse per un atteggiamento sobrio rispetto in particolare ai consumi di materia. L’energia fossile con i suoi effetti climalteranti era presa in considerazione solo per la sua esauribilità. 

La seconda consapevolezza si è fatta strada quando si è estesa la convinzione che la finestra energetica in cui avvengono processi di vita “salubri” è entro i limiti di due-tre gradi al massimo. E la climatologia cominciò ad avvertire, con milioni di dati alla mano raccolti giorno dopo giorno e ad ogni latitudine e longitudine, che se la temperatura media dovesse aumentare oltre 2°C, le catastrofi sarebbero superiori alle disponibilità di prevenirle e l’estinzione della specie avrebbe un orizzonte temporale di poche generazioni. Non era possibile fino ai primi decenni del Novecento, con la relatività e la quantistica ormai affermate, individuare i meccanismi microscopici che spiegano gli scambi di energia tra raggi solari e Terra, per cui si comprende che l’esistenza della vita dipende da un fatto eccezionale: che questo pianeta è circondato da un insieme minuto e differenziato di particelle che vengono colpite dalla radiazione, che con un meccanismo quantistico ne spezza le molecole oppure, nel caso della CO2 o del metano, induce vibrazioni che trasmettono movimento alle altre molecole che stanno attorno e quindi producono calore. E si comprende, infine, che se questi meccanismi microscopici producono disordine irrecuperabile la vita stessa potrebbe estinguersi. Ad esempio, basta un eccesso di CO2 perché le piante non respirino come prima. Si è cominciato quindi a parlare di bilancio di flussi energetici in atmosfera, di assorbimenti negli oceani, di permeabilità dei suoli, di assorbimento delle foreste. Da questo punto di vista è stato decisivo l’osservatorio di Mauna Loa, alle Hawaii, che dalla fine degli anni ’50 misura costantemente la CO2 nell’atmosfera e la temperatura sulla terra. 

Queste due consapevolezze sono molto recenti, storicamente datate e fortemente negate dagli interessi del mondo dell’impresa e delle grandi multinazionali, assecondate da gran parte dei governanti. 

 

La transizione ineludibile

Oggi a livello globale tra le fonti di energia prevale ancora nettamente la quota di fossile: ancora molto carbone e, relativamente in crescita rispetto al carbone, petrolio in forma di benzina e diesel per la mobilità e gas per le forniture elettriche. Il futuro è però sicuramente un futuro di azzeramento delle quote fossili, anche se questa prospettiva sarà frutto di aspri conflitti e di resistenza alle pressioni lobbistiche delle multinazionali attivissime in tutte le sedi internazionali (come l’attività di Eni e Snam a Bruxelles e all’interno del governo italiano denunciate da Re:Common). Sono necessari una serie di accordi internazionali, dopo quello insufficiente di Parigi 2015, con il rispetto dei quali il mix energetico si deve drasticamente spostare dal carbonio per provenire esclusivamente da fonte solare in costante equilibrio con il pianeta terra. Questa è la indicazione “da scolpire sulla pietra” assieme ad una riduzione dei consumi energetici pro capite, allineata in ogni regione del globo. 

Le fonti fossili sono il lavoro fatto per milioni di anni dal sole e conservato all’interno della crosta terrestre o dei mari in forma altamente condensata, quindi con densità energetica (potere calorifico) rilevante. I giacimenti fossili sono il frutto del sequestro sottoterra o nelle rocce o nei mari – e comunque non in atmosfera – di notevoli quantità di anidride carbonica che, senza processi di equilibrio tra aria, rocce, mari e vegetazione, avrebbero reso la vita impossibile. Man mano che questi stati di carbonio in forma di complessi, cioè carbone, gas, petrolio, sono stati sequestrati e sottratti all’atmosfera attraverso processi geologici, è diminuita la quantità di CO2 che sopravviveva in parti per milione nell’aria, fino a raggiungere un equilibrio attorno a 300 parti per milione, che ha consentito la transizione decisiva verso l’evoluzione, in quanto permetteva all’assorbimento di CO2 da parte delle piante l’emissione di ossigeno e, di conseguenza, l’alimentazione della vita attraverso la respirazione. La presenza di una concentrazione di CO2 sostanzialmente costante ha dato origine all’effetto serra, dovuto a una riflessione in atmosfera della radiazione infrarossa, che ha consentito che la temperatura media del pianeta raggiungesse 15°C, da -18°C in assenza di effetto serra. Ora, però, man mano che emettiamo CO2 in eccesso – siamo nel 2021 a oltre 415 parti per milione – rischiamo di far crescere a tal punto l’effetto serra da avere una temperatura media sul pianeta che non è più completamente compatibile con la riproduzione della vita, a cominciare dai tropici  e dai poli.

Si capisce perché occorra tenere sotto terra due terzi di tutto il materiale denso di energia che proviene dal carbonio fossile, sotterrato geologicamente in una successione di miliardi di anni e che la combustione potrebbe invece liberare all’istante. Per questo è indispensabile lo spostamento verso fonti di energia come acqua, vento, sole e in misura meno rilevante geotermia, che non liberano anidride carbonica. L’attenzione così si sposta dal modello di consumo al modello di produzione: non più consumo rapido di energia – non più combustione! un evento che in natura esiste solo come incidente – ma equilibri naturali e ciclo solare secondo tempi biologici di smaltimento delle scorie.

Un secondo fattore che indica l’ineluttabilità dell’abbandono dei fossili sono i costi, che aumentano costantemente rispetto a quelli delle fonti rinnovabili, che oggi sono più convenienti anche considerate nell’intero ciclo di vita. Certo, dal punto di vista dei costi le fonti fossili hanno – ma potremmo dire avevano – un vantaggio rispetto alle rinnovabili: possono essere trasportate e bruciate anche per un intero anno, mentre le rinnovabili sono intermittenti: dipendono dall’esposizione al sole (quindi solo durante le ore del giorno) o al vento (che tira bene per tre quarti dell’anno nel Baltico, per metà dell’anno nel Mediterraneo…). Questo fino a cinque anni fa faceva pendere la bilancia dei costi verso i fossili. Oggi c’è una novità, che è vista come una soluzione decisiva anche in prospettiva: la possibilità che, attraverso l’idrolisi, l’energia elettrica prodotta in eccesso e non consumata (quando magari c’è vento troppo forte o c’è un sole troppo battente o magari di notte quando l’idroelettrico viene usato come pompaggio) venga invece trasformata in idrogeno, che può essere trasportato o di nuovo riconvertito in energia elettrica. Potremmo dire che una soluzione alla sostituzione definitiva dei fossili è già alla portata anche economica: rinnovabili, in particolare eolico, e accanto a esse un sistema di approvvigionamento che possa essere poi ridistribuito e utilizzato nei momenti in cui non c’è dispacciamento diretto di energia elettrica (idrogeno, pompaggi, batterie).

L’UE in questo Next Generation Plan ha puntato quasi tutto in una direzione di questo tipo.

 

Energia e democrazia

Dal punto di vista delle politiche energetiche, questo spostamento verso le fonti rinnovabili è il colpo più duro che potesse subire la geopolitica mondiale, almeno per come l’abbiamo ereditata dalle due guerre mondiali. Mentre le fonti fossili sono ad alta densità e concentrate anche localmente, le energie rinnovabili sono dappertutto: in un deserto c’è molto sole ma non c’è l’acqua, in un fondovalle c’è molto vento e c’è poco sole, in cima ad un ghiacciaio c’è sia sole che vento che acqua condensata. Insomma, le fonti rinnovabili sono largamente disponibili, sebbene in misure e proporzioni diverse, in quasi tutte le parti del pianeta. Questo è il colpo più duro che potessero subire le corporation minerarie e le multinazionali energetiche che avevano dislocato in spazi territoriali circoscritti le loro licenze e proprietà di derivazione sostanzialmente coloniale, visto che ormai il petrolio o il gas si andavano a cercare con strutture e impianti imponenti perfino tra i ghiacci o in fondo al mare, con costi crescenti e sistemi di trasporto smisurati.

A fronte del loro declino, oggi è in corso una duplice forma di guerra. La prima è di sapore antico, militare: per procurarsi il petrolio e il gas, gli eserciti sono in continua crescita e si contendono i territori con forme di occupazione ad alto dispendio di automazione e controllo a distanza. Si noti che il terzo produttore di CO2 al mondo, se lo considerassimo come uno stato, è il settore delle armi: droni, portaerei, cacciabombardieri, missili puntati, ordigni nucleari sempre allerta su mezzi mobili. Questa enorme mole di energia degradata ora dopo ora, sprecata e irrecuperabile contraddice profondamente la possibilità invece di convivere con un’energia rinnovabile, cioè rigenerabile nei tempi della vita umana o nel susseguirsi di generazioni in tempi storici. Le armi, evidentemente, contraddicono qualsiasi principio di rinnovabilità: in un tempo il più breve possibile scaricano il massimo di energia distruttiva. Non è un caso se questo papa è andato in Iraq, dove c’è una guerra per il petrolio, per l’acqua, per l’accaparramento degli elementi naturali. 

Il secondo tipo di guerra lo stanno conducendo le grandi multinazionali dei fossili, che hanno capito che dal punto di vista economico in un tempo di venti o trent’anni bisogna passare a un mix dove le fonti naturali saranno nettamente superiori rispetto ai fossili e non hanno alcuna intenzione di lasciare il campo senza combattere. Già nel 2019 e nel 2020 nel mondo si sono fatti più investimenti in rinnovabili che in tutti gli altri settori, compreso il nucleare. L’economia sembra prendere un corso diverso: in tal caso le multinazionali provano a ritardarne quanto possibile la trasformazione anche a spese di salute e clima, per poter reindirizzare tutte le riserve finanziarie del mondo fossile, che sono tutt’ora enormi, verso sistemi ancora centralizzati, proprietari, a dimensione non territoriale.

Il sistema delle rinnovabili, al contrario, è territoriale, decentrato, democratico, cooperativo, senza sprechi. Con le fonti idriche, solari ed eoliche si potrebbe organizzare la produzione di energia in autentiche comunità, che siano in comunicazione tra loro attraverso sistemi informatici e usare il criterio della sufficienza – e ce n’è, perché abbiamo una quantità di sole infinitamente superiore a quella che serve per dare vita alla terra e a tutte le forme che la popolano – mentre il resto dell’energia prodotta potrebbe essere distribuita per eliminare la povertà energetica.

Purtroppo, nell’attuale fase di transizione le grandi corporation elettriche o fossili puntano a costruire ancora grandi impianti, di potenza non distribuita, stoccata eventualmente in grandi bacini di gas, idrogeno e acqua di loro proprietà.

A Civitavecchia è in corso uno scontro chiarissimo e con i connotati sopra riportati. La sostituzione della centrale a carbone dell’Enel – a dispetto della cittadinanza e delle sue rappresentanze territoriali – viene prevista con la combustione di gas metano e un tracollo dell’occupazione anche in prospettiva, con un silenzio tombale finora di Governo e Regione. A questa soluzione, deprecata e contrastata anche dai piani di raggiungimento della neutralità climatica approvati dal Parlamento europeo, i movimenti ambientalisti e la mobilitazione dei lavoratori e della popolazione stanno contrapponendo un modello territoriale concretamente perseguibile, con vantaggi tangibili sul piano della salute, dell’occupazione, della cura del territorio. Un sistema eolico galleggiante a distanza nel mare e una rete alimentata da fotovoltaico sull’area del carbonile attuale, assistiti da stoccaggio con idrogeno, alimenterebbero la città e il territorio circostante, estendendo anche alla mobilità e al calore i benefici di un sistema pulito. A Civitavecchia si è palesato uno straordinario esempio di protagonismo del mondo del lavoro, che si è schierato per la transizione energetica: i dipendenti della centrale, appoggiati dalla Uil, dalla Camera del Lavoro, dall’Usb e dai due maggiori comitati contro i fossili della città, hanno già indetto più ore di sciopero contro il progetto sbandierato con una dose di arroganza da altri tempi dalla direzione Enel attraverso la pagina locale del Messaggero.

 

La difficile transizione nei grandi stabilimenti produttivi e il rischio del nucleare

La svolta in corso adesso non ha i tempi che i governanti vorrebbero imporre. Una parte larga della società, compresi gli studenti, si rende conto che può vivere utilizzando di fatto le fonti solari, sebbene nei luoghi di lavoro questa consapevolezza non sia ancora giunta a piena maturazione. 

Certo, non c’è ancora oggi una ricerca avanzata e una tecnologia non solo sperimentale per alimentare con sistemi a fonti rinnovabili alcuni processi produttivi complessi, ad alta temperatura e che richiedono energia molto condensata: acciaierie, cementifici, certi processi chimici. Il caso tipico riguarda le acciaierie di Taranto (io sono di quelli che pensano che l’Ilva andrebbe chiusa al più presto, perché non c’è soluzione per un sistema che non dispone di investimenti e progetti in ricerca di alternative, poiché non si sono prese per tempo le precauzioni per affrontare la transizione). I modelli alternativi per un impianto di quella portata e in condizioni di crisi così impellente non sono ancora all’altezza della sfida. L’idrogeno dovrebbe svolgere un ruolo chiave nella futura decarbonizzazione dell’industria siderurgica e di altre industrie pesanti. Può essere utilizzato come materia prima, combustibile o vettore energetico e stoccaggio e ha molte possibili applicazioni. Di recente la Germania ha adottato il documento “Steel Action Concept” per la decarbonizzazione dell’industria siderurgica tedesca attraverso un aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili e l’introduzione dell’idrogeno verde nei processi industriali. Le acciaierie di Lienz in Austria funzionano totalmente a idrogeno, con quattro idrolizzatori; è uno stabilimento davvero notevole e fa un acciaio specialissimo, tuttavia produce solo un quarantesimo di quello dell’Ilva.

Penso che, se consumi e trasporti si convertono a energie rinnovabili e, cosa altrettanto importante, l’agricoltura viene convertita ad agricoltura di vicinanza, senza ricorso ai concimi chimici, allora anche il problema delle grandi produzioni verrà affrontato con uno sforzo maggiore di ricerca e con lo straordinario apporto che può offrire la nuova generazione. 

Temo che in questa fase torni una spinta al nucleare, per i grandi impianti. Il nucleare è non solo peggio dei fossili, ma è ben più devastante e irrimediabile in tempi storici. Basti pensare che il tempo di dimezzamento del plutonio è di 121.400 anni e noi ancora non sappiamo dove mettere le scorie in depositi sicuri. E, ancora, che a Fukushima si continua a versare bario e stronzio radioattivo nel Pacifico per tenere a bada la fusione dei tre reattori avvenuta 10 anni fa. Così come ritengo pericolosa l’affermazione avventata del nuovo ministro per la transizione Cingolani sulla disponibilità a dieci anni della fusione nucleare: un diversivo – temo – per non giocare a fondo il passaggio a multipli di potenza rinnovabile già nei prossimi tre anni. 

Non ci sono soluzioni meramente tecnologiche, se le tecnologie cercano di risolvere i problemi lasciandone inalterata la causa. 

 

Le prospettive dell’Italia

L’Italia tra le nazioni europee ha una particolare caratteristica: possiede una quota di carbone nel suo mix energetico inferiore in genere alla gran parte degli altri paesi, ma non tende a innescare, come accade ad esempio in Germania e Spagna, un processo di crescita di eolico e solare equivalente agli obiettivi a cui tende l’Europa. Eppure, la sua posizione geografica glielo consentirebbe. Negli ultimi anni vi è stato uno stallo: se nel 2007 avevamo il 24,2% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili (compreso l’idroelettrico, su cui l’Italia vanta una eredità importante, grazie ai grandi impianti alpini e appenninici), nel 2014 siamo arrivati al 38,6%, ma nel 2019 la quota era scesa al 35,9%. Una vera e propria flessione, con una responsabilità politica. Dal 2011 al 2019 abbiamo mantenuto statica la quantità di energia fornita da vento, sole e acqua, mentre abbiamo aumentato la quota di gas, soprattutto in funzione di stoccaggio nel caso di black-out, lasciando del tutto inattivi i bacini di pompaggio pronti all’occorrenza. La crescita di generazione fotovoltaica in Italia dal 2017 al 2019 è stata un quinto di quella della Germania. Inoltre, soffriamo di un forte disavanzo commerciale riguardo alle “tecnologie verdi”, perché i pannelli fotovoltaici prima prodotti, oggi sono completamente importati.

Nel nostro piano energetico nazionale (PNIEC), per raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media al di sotto di 1,5 gradi, noi dovremmo ridurre anno dopo anno della metà le emissioni di CO2, installando almeno 17 GW di rinnovabili, cosa del tutto improbabile se non si sblocca il meccanismo delle autorizzazioni e se il PNIEC rinuncia all’obbiettivo UE del 55% rimanendo fermo al 48%. Un problema tuttora molto acuto è quello dei trasporti: impieghiamo più energia nei trasporti che nell’industria, abbiamo il carico di auto per famiglia più alto in Europa e un parco macchine che mediamente supera i 135 grammi di CO2 di emissione per km. 

Naturalmente una transizione come quella in discussione è fitta di conflitti, ma anche di imbrogli. Il più imbarazzante lo sta gestendo Eni a Ravenna, con il progetto di produrre idrogeno da una centrale a metano con sequestro della CO2 da pompare sottoterra. È un progetto non solo ambientalmente dannoso, data la pericolosità di un giacimento di anidride carbonica, ma anche assurdo, perché l’idrogeno verrebbe a caricarsi dei costi della cattura e della compressione del gas climalterante nelle falde sotterranee. Senza mettere in conto le perdite inevitabili di metano nelle condutture dell’impianto, sotto osservazione per il suo pesante effetto sull’innalzamento della temperatura terrestre. 

Rispetto al governo Draghi e al nuovo ministero per la transizione ecologica non sono ottimista. Lo sarei se le associazioni ambientaliste e le rappresentanze locali avessero voce e potessero partecipare alla formulazione dei PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza). Ma il fatto che la validazione avvenga attraverso McKinsey significa affidarsi a una cultura che punta esclusivamente all’efficienza in termini di come la valuta l’impresa. E qui non siamo di fronte a una contabilità aziendale e nemmeno a progetti che vengano semplicemente delegati agli accordi che Eni, Enel e Cassa Depositi e Prestiti raggiungono a livello ministeriale, nel silenzio dei cittadini e dei lavoratori. 

Io non credo che il ministro Cingolani possa presumere di avere da solo la cultura sufficiente per affrontare questo passaggio. Occorre svolgere un dibattito pubblico, accessibile e informato, ma di ciò finora non si ha notizia alcuna. Nemmeno a Civitavecchia, dove la transizione energetica è all’ordine del giorno. Penso che, per quanto riguarda l’ecologia integrale, la tecnologia, che spesso diventa tecnocrazia, prenda il problema per la coda anziché per la testa: è il nostro modo di produrre e consumare che va radicalmente cambiato. A Cingolani proporrei di partire da una attenta considerazione della Laudato Si’.

 

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Un canale video per la cultura della pace del XXI secolo

di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Progetto Memoria e Futuro, Disarmisti Esigenti

Il canale video “Siamo tutti premi Nobel per la pace con ICAN”, promosso dai Disarmisti esigenti, membri italiani di questa rete internazionale, nasce per supportare l’iniziativa antinucleare globale: questo anno ha ottenuto la storica entrata in vigore, il 22 gennaio scorso, del Trattato di proibizione delle armi nucleari! Adesso questo progetto comunicativo si estende e qualifica come intervento culturale ambizioso per promuovere la “Rete per l’educazione alla terrestrità”, con una didattica della memoria proiettata sul futuro della “nonviolenza efficace”

La direttrice esecutiva di ICAN, Beatrice Fihn, nel ricevere il premio Nobel per la pace 2017 dato a ICAN, la campagna internazionale per la proibizione delle armi nucleari (500 associazioni diffuse in 100 Paesi), aveva dichiarato: «È un onore immenso: è un premio importantissimo per tutti coloro che lavorano alla lotta contro le armi nucleari, un tributo ai sopravvissuti di Hiroshima e anche alle vittime dei test nucleari».

Il premio per tutti gli attivisti antinucleari, come lo ha definito Beatrice Fihn, attribuito per aver ottenuto l’adozione da parte ONU del Trattato di proibizione delle armi nucleari, ha dato vita all’idea, lanciata e realizzata dai Disarmisti esigenti, tra i membri ICAN in Italia, di organizzare un canale video su YouTube volto a sostenere l’obiettivo della rete degli attivisti antinucleari e ad allargare e approfondire l’impegno di organizzazioni e cittadini italiani nel perseguirlo.

Testimonianze, tra gli altri, di Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Luigi Ciotti, Vittorio Agnoletto

Intervistato sul canale YouTube “Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN” (https://youtu.be/c7a70PSjh3g) da Fabrizio Cracolici e Laura Tussi, Mario Salomone, direttore di “.eco” e segretario generale WEEC International, parla di ambiente, pace e disarmo con Alfonso Navarra, Portavoce dei Disarmisti Esigenti, e Giuseppe Farinella, Direttore della rivista “Il Sole di Parigi”.

Nel canale ospitiamo le dichiarazioni di personalità italiane a favore di ICAN: citiamo, tra gli altri Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Luigi Ciotti, Vittorio Agnoletto e inseriamo le “conversazioni disarmiste”. Queste conversazioni sono incontri di approfondimento con il portavoce Alfonso Navarra ed esperti come Luigi Mosca, fisico nucleare, già direttore del Laboratorio sotterraneo di Modane.

Affrontiamo la situazione e le prospettive del disarmo nel mondo, cercando di offrire elementi conoscitivi e analitici seri e fondati, seguendo il percorso che dovrà condurci dall’abolizione giuridica all’eliminazione effettiva degli ordigni nucleari, dopo l’effettiva entrata in vigore del Trattato, il 22 gennaio di quest’anno, allo scattare della 50esima ratifica dell’Honduras.

Una piattaforma in espansione

Ora, in coerenza con la definizione che identifica la «nonviolenza efficace con i progressi del diritto internazionale» (dovuta a Papa Francesco che parafrasa Gandhi), questo canale si sta estendendo e qualificando come strumento di lavoro culturale, come piattaforma web rivolta alle scuole in primis, al mondo complesso dei formatori e dell’attivismo sensibile al tema dell’educazione alla pace, ponendosi come strumento della costruzione di una “Rete per l’educazione alla terrestrità”, collegata alla iniziativa della “Carta della Terra”, fatta propria dall’UNESCO (il segretariato internazionale è presso l’Università della pace ONU in Costarica).

La “Terrestrità” è un termine che diventa quasi un neologismo nell’interpretazione innovativa attribuitagli da Alfonso Navarra, il portavoce dei Disarmisti esigenti, nonviolento “storico”, attuale segretario della Lega per il Disarmo unilaterale fondata dallo scrittore Carlo Cassola.

“Terrestrità” potrebbe apparire come l’aggiornamento scientifico di una concezione ancestrale mitologica: la specie umana appartiene alla Terra, e non è il contrario, non può arrogarsi di essere “padrona” della Natura.

Il diritto e i diritti prevalgano sulla forza

L’innovazione sta nel mettere insieme internazionalismo sociale (sfruttati e oppressi di tutti i Paesi unitevi!), responsabilità comune verso l’unico ecosistema planetario, ed infine ordinamento internazionale come affermazione della forza del diritto e dei diritti a livello mondiale, che deve prevalere sul diritto della forza armata e la sovranità assoluta degli Stati nazionali.

La terrestrità è, in sostanza, cittadinanza globale, ma nutrita di coscienza ecologica con la volontà di trasformare le istituzioni e il diritto internazionale riconoscendo i diritti dell’Umanità e i diritti della Natura.

La prospettiva di questo salto culturale, che si affianca alla attività politica in senso stretto, ma alla ricerca delle ragioni e dell’impegno politico quotidiano, è quella di diventare una web TV con vari canali tematici.

C’è anche la musica di impegno civile

In questi temi comprendiamo anche il modello universale e sociale di Riace esportabile in tutto il mondo. Inoltre sono predisposti materiali e archivi storici dalla fondazione Massimo Sani, uno dei più grandi registi di storia contemporanea che ha collaborato moltissimo con la Rai, fino al progetto “Per non dimenticare” sulla deportazione politica con oltre 220 videotestimonianze di deportati civili per motivazioni politiche nei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti e un archivio su Genova 2001, che comprende materiali video sul movimento altermondialista in opposizione al summit del G8 svoltosi a Genova nel 2001, in collaborazione con Vittorio Agnoletto.

Abbiamo anche una sezione “Musica di impegno civile”, con cantautori per la pace e un archivio di pedagogia della memoria con centinaia di articoli pedagogici, libri, scritti e eventi e locandine di eventi delle innumerevoli presentazioni in pubblico dei libri prodotti, soprattutto con Mimesis Edizioni.

Memoria e futuro

Sono previsti anche corsi di formazione di didattica della memoria. E qui possiamo agganciare, in ultimo ma non da ultimo, il progetto Memoria e futuro, che si ricollega alla Rete per l’educazione alla terrestrità quale suo pilastro tematico.

Nel nostro progetto faremo confluire la parte vitale dell’esperienza del progetto “Per non dimenticare”, un importante archivio di materiale di testimonianze e di documentazione sulla memoria della deportazione politica – dovuto anche al lavoro decennale di Fabrizio Cracolici con la collaborazione della sottoscritta – e intendiamo ribadire la collaborazione con gli ambienti ANPI che continueranno a rappresentare un circuito importante per i nostri incontri culturali in pubblico.

Uno strumento scientifico e culturale che promuoverà la Rete di educazione alla cultura della “Terrestrità” è il libro “Memoria e futuro”, Mimesis Edizioni.

In questo libro, di cui gli autori sono Alfonso Navarra, Fabrizio Cracolici e Laura Tussi, e che contiene il saggio dello scienziato Luigi Mosca “Il lungo cammino dell’Umanità per uscire dalla barbarie”, si sottolinea l’antifascismo sociale come punto importante della cultura della terrestrità.

Una coscienza ecologica planetaria

L’antifascismo sociale è tutt’uno con l’internazionalismo per un’umanità unica che deve e ha l’obbligo di salvaguardare e tutelare la specie vivente e la “Madre Terra” in base a una coscienza ecologica planetaria.

Questi punti, lo ripetiamo, devono essere riconosciuti, e in parte già lo sono, dal diritto internazionale che coincide con la nostra prospettiva e visione di nonviolenza efficace: i progressi del diritto internazionale contro il sovranismo assoluto degli Stati.

Un principio già contenuto nell’articolo 11 della Costituzione italiana che afferma: “(l’Italia) consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Tutte queste premesse e spunti e argomenti rientrano nel grande lavoro e percorso della pace del XXI secolo di cui il Trattato ONU di Proibizioni per le Armi Nucleari e le COP per il clima – gli accordi di Parigi per la decarbonizzazione entro il 2050 – sono solo un tassello, insieme alle Costituzioni Nazionali nate dalla lotta al nazifascismo e alla dichiarazione universale dei diritti umani, alla Carta della terra e l’Agenda Onu 2030.

Con lo sguardo a un futuro possibile

Il progetto Memoria e Futuro, all’interno della Rete per l’educazione alla “Terrestrità”, è formalmente un “settore” dell’associazione Kronos Pro Natura, la quale fa appunto parte della coalizione dei Disarmisti Esigenti. A Kronos fa capo anche il bollettino telematico Il Sole di Parigi, diretto da Giuseppe Farinella, che si propone come strumento dell’osservatorio sull’attuazione degli accordi internazionali sul clima globale.

La missione di Memoria e futuro, consiste nella condivisione e nella valorizzazione del grande patrimonio inestimabile della memoria della resistenza al nazifascismo con uno sguardo rivolto a un futuro possibile, a “un altro mondo possibile”: all’insegna della Terrestrità collegata e correlata ai temi della pace, dell’ambiente e della giustizia sociale.

Canale video “Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con Ican”: CLICCA QUI

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IDROGENO: NUOVE SPERANZE E VECCHI TRUCCHI DEL MESTIERE

IDROGENO: NUOVE SPERANZE E VECCHI TRUCCHI DEL MESTIERE

Mario Agostinelli e Angelo Consoli, Extraterrestre, Ottobre 2020

“Attenti ai dinosauri”, avverte l’ultimo e-book del manifesto, perché, seppure biologicamente estinti, sono all’opera alacremente nell’arena economica come nel settore energetico, laddove i segnali della pandemia suggerirebbero un cambiamento radicale, anziché un ritorno “a prima”.

L’idrogeno, come vettore energetico, è sulla cresta dell’onda da mesi in un mare a più colori: verde se ricavato da rinnovabili, blu se prodotto da gas con sequestro della CO2, o grigio se ottenuto direttamente da reforming del metano con emissioni in atmosfera. Ma, attenti – tra il verde e gli altri colori c’è di mezzo la richiesta chiave dell’IPCC di lasciar da subito sottoterra i fossili, pur di raggiungere tra trent’anni (2050) la neutralità climatica.

Tra bombe d’acqua, maree e incendi, la faticosa discussione su come allocare i fondi europei per la riconversione verde ha fatto sì che si sfocassero sullo sfondo i “dinosauri” attivi nelle multinazionali e nei governi, che si contendono senza perdere tempo la gestione dei grandi giacimenti di gas scoperti ai bordi del Mediterraneo. In un dibattito mantenuto vivo dal mondo scientifico, ma che langue sul versante politico, anche la voce di Francesco e degli studenti di FFF viene resa più flebile e il cambiamento climatico ha il sapore della fatalità.

Eppure, nello spazio tenuto in sospeso dalla pandemia, il quadro politico economico e sociale è in movimento e, pur tra silenzi preoccupanti – come accade in gran parte del mondo del lavoro – e il fiorire di molteplici iniziative che si articolano per aree tematiche e territoriali, si va formando un sentire di massa sempre più attento alla cura del vivente e della Terra e che non si fa ingabbiare da nuovi trucchi, dopo che il negazionismo ha mostrato la corda. Ora la disinformazione assume aspetti più ambigui, difficili da portare allo scoperto, come nel caso interessantissimo e cruciale della “resurrezione” dell’idrogeno nella politica energetica dei prossimi trent’anni.

L’8 luglio di quest’anno la Commissione UE ha pubblicato la tanto attesa strategia per l’idrogeno, complementare alla nuova strategia industriale proposta a marzo scorso, come parte del pacchetto di misure per il Green Deal Europeo, con l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050. In essa si afferma senza ambiguità che la priorità viene data all’idrogeno verde (ossia quello prodotto unicamente da fonti rinnovabili), mentre l’idrogeno da fonti fossili viene scartato, salvo che si tratti di idrogeno “blu” (ossia ottenuto dal gas naturale fossile senza emissioni di CO2, catturate e sequestrate con un processo detto CCS, che dovrebbe impedirne il rilascio in atmosfera).

L’escamotage del CCS farebbe da foglia di fico alle imprese fossili nel breve e medio termine, in virtù di una sua pretesa (conclamata e mai dimostrata) convenienza economica rispetto all’idrogeno verde. Nei fatti, si tratta semplicemente di una goffaggine maldestra per far guadagnare tempo alle corporation del gas.

Infatti, nella versione iniziale, fatta circolare semi clandestinamente il 18 giugno 2020, la Commissione si limitava a menzionare, senza assegnargli alcun ruolo significativo, l’idrogeno “blu”. Senonché, il 24 giugno seguente, Gasnaturally, la lobby di una coalizione di imprese del fossile – tra cui l’ENI – rivendicava l’adozione di una strategia per l’idrogeno che seguisse una impostazione “technology-neutral”, di modo che sia l’idrogeno da fonti rinnovabili che quello ottenuto dal gas con la CCS potessero essere considerati “Idrogeno pulito”.

E così, il documento ufficiale dell’8 luglio cambia rispetto al “draft” del 18 giugno e assegna un ruolo – a giudizio nostro ingiustificabile – all’idrogeno blu, riconoscendolo “necessario” nel breve e medio termine ” allo scopo di ridurre più rapidamente le emissioni rispetto ai sistemi attuali di produzione di idrogeno dalle fonti fossili” e favorire così la penetrazione di idrogeno rinnovabile sia attualmente che in futuro”.

In effetti, la posizione della Commissione non dovrebbe lasciare porte aperte ad interpretazioni di comodo, né verso la fonte nucleare, né verso la produzione tradizionale come quella del reforming da metano senza CCS. Ma cos’è questa CCS, una sorta di Terminator energetico che tutte le volte che sembra morto, risalta fuori.? Occorre ricordare che, a tutt’oggi, nessuno è in grado di dire quale ne sia il costo reale e, quindi, di affermare che esso sia inferiore o superiore al costo dell’idrogeno da fonti rinnovabili. La motivazione economica e di facilitazione per la penetrazione verso il sistema definitivo è smentita proprio in questi giorni da un articolo di Nature che calcola quanta energia è prodotta nel corso della vita utile di una centrale elettrica, rispetto a quella spesa per costruirla e farla funzionare e dimostra che il sistema di energie rinnovabili al 100% per l’Europa, comprendente un mix di fonti rinnovabili e di sistemi di accumulo come l’idrogeno è sempre migliore di quello delle centrali a gas a ciclo combinato con CCS, con l’ulteriore vantaggio che il sistema a rinnovabili ci libererebbe anche dalla dipendenza da una risorsa limitata, di costo crescente e in gran parte importata. Non tutti sanno che nel 2007, in coincidenza con la strategia energetica varata dalla Merkel durante la sua presidenza UE (il pacchetto Clima Energia 20 20 20), le lobby del fossile ottennero in compensazione 1 miliardo di euro per realizzare “la costruzione e la messa in funzione, entro il 2015, di 12 impianti di dimostrazione per la produzione commerciale di elettricità con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS)”. A tutt’oggi non se ne ha più alcuna notizia, come è stato certificato da una apposita relazione della Commissione, che ha ammesso il fallimento del programma. Inoltre, è intervenuta anche la Corte dei Conti Europea che ha concluso che i finanziamenti ai progetti dimostrativi erano stati uno spreco per l’Europa!

Temiamo che le ragioni che militano per un’apertura verso l’idrogeno “blu”, stiano nella volontà di non ostacolare il mercato del gas, che, una volta rilanciato anche nell’attuale passaggio critico, guiderebbe la transizione, facendo volentieri a meno del costoso sequestro dei climalteranti. I “dinosauri” ci mandano a dire: “lasciateci costruire le nostre centrali, e vedrete che un giorno le renderemo innocue per il clima con il CCS”, Gas nuovo anziché nuove rinnovabili e idrogeno purchessia, almeno finché non se ne discuta.

Qui da noi, dentro questo cuneo si sono subito tuffati, con minore o maggiore prudenza, A2A ed ENI e, con qualche riserva in più, ENEL, che, senza una adeguata discussione preventiva, hanno rilanciato immediatamente il gas a fronte della riconversione dal carbone prevista entro il 2025 per le centrali di Monfalcone, La Spezia e Civitavecchia, con un immediato plauso di Confindustria.

Eppure, la strategia della Commissione inserisce la nozione dell’ecosistema dell’idrogeno da sviluppare in Europa e introduce anche le nozioni complementari delle “valli dell’Idrogeno” da sviluppare a livello locale in conformità alla tipologia di insediamenti industriali e produttivi presenti in ogni regione. Ma se le “valli” di Monfalcone, La Spezia e Civitavecchia vengono presidiate oggi dal rilancio dei metanodotti e delle centrali a metano, con un tempo di ammortamento degli investimenti non inferiore ai 25 anni (sempre che non lieviti, come probabile, la carbon tax), chi svilupperà entro questo drammatico quinquennio post-covid il sistema [rinnovabili +idrogeno verde] che porta con sé oltre un milione di posti di lavoro?

Di tutto ciò vanno informate le popolazioni e le istituzioni a partire dal livello locale come nel caso di Civitavecchia, dove una riconversione dal carbone al gas, presentata come una riduzione del danno, finirebbe solo col contribuire al disastro per le politiche climatiche.

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SuperEcoBonus 110% in breve

Il decreto Rilancio prevede il rafforzamento dell’Ecobonus e del Sismabonus su Condomini e edifici unifamiliari (villette) attraverso: aumento delle detrazioni fiscali al 110% con recupero del credito, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi o cedibilità del credito ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari per i lavori di:

1. riqualificazione energetica (Ecobonus) con l’obbligo di miglioramento minimo di 2 classi energetiche dell’edificio:

a) Cappotti Termici (60.000 € per unità immobiliare, per i condomini va moltiplicato per il numero degli appartamenti)

b) Sostituzione Impianti centralizzati con Caldaie a Condensazione (classe A) o Pompa di Calore (esclusivamente per i condomini, 30.000 € per unità immobiliare, per i condomini va moltiplicato per il numero degli appartamenti)

c) Sostituzione Impianti di climatizzazione su edifici unifamiliari con Pompa di Calore (esclusivamente per le villette, 30.000 € per unità immobiliare)

d) Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico (infissi e caldaie a condensazione) se associati ad uno dei punti a), b) o c)

2. adozione di misure antisismiche (Sismabonus) su condomini e edifici unifamiliari (villette) ubicati nelle zone sismiche 1, 2 e 3 (96.000 € per unità immobiliare, per i condomini va moltiplicato per il numero degli appartamenti)

3. Impianti fotovoltaici se associati ai uno di punti 1. a), b) o c) oppure 2. (48.000 € per unità immobiliare e nel limite massimo di 2.400 € x kW di potenza installata) + sistemi di accumulo (1.000 € x kWh di capacità installata)

4. Installazione infrastrutture per ricarica veicoli elettrici se associati a uno dei punti 1. a), b) o c) (3.000 € una tantum)

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Energia, più gas e meno rinnovabili: un trucco fatale per il clima

di Mario Agostinelli

Sconfitti sulla responsabilità del brusco cambiamento climatico in corso, i sostenitori dei fossili hanno cambiato spalla al fucile abbandonando carbone e petrolio in prospettiva e rilanciando a tutto campo il gas. Il “minore dei mali” tra i combustibili fossili consentirebbe di sostituire a breve il carbone e di mantenere il monopolio centralizzato delle multinazionali estrattive anche a spese di un incremento incontrollato di guerre sia economiche sia condotte sui campi fuori confine con gli eserciti più devastanti. Che la contesa sul futuro del Pianeta si giochi tra gasdotti e navi metaniere e rinnovabili appare ogni giorno più chiaro. Si sta passando dal negazionismo più bieco alla raffinatezza di “difendere” la possibilità di crescita dei più poveri (che si bombardano quotidianamente ad opera dei più ricchi).

1. Partiamo dal gas, col suo marchio “consevatore” e incompatibile con +1,5 °C

Anes Alic cerca dimostrare sotto il profilo economico le convenienze per i proprietari dei pozzi fossili, detentori allo stesso tempo della rete energetica centralizzata e sostenuti da ingenti finanziamenti pubblici. I prezzi del gas naturale – afferma – sono diminuiti molto più rapidamente di qualsiasi altra fonte di energia. Nel 2018, il gas naturale è costato 1,72 volte in più rispetto al carbone mentre costava 2,2 volte in più solo nel 2014. Questa è la vera ragione per cui il gas naturale sta rapidamente sostituendo il carbone come combustibile preferito per la generazione di elettricità in centrale. La domanda di gas continua a crescere a un ritmo vertiginoso (4,9% nel 2018), mentre la spesa per infrastrutture di grandi dimensioni continua a fluire nel settore (~ $ 360 miliardi nel 2018). Anche i prezzi del Gnl (liquido) sono diminuiti in media del 20% negli ultimi due decenni.

Il punto debole del risveglio del gas sta nelle inevitabili emissioni di CO2, ma il fatto che esse siano il 50% in meno rispetto al carbone e il 30% in meno rispetto al petrolio fa sì che venga sottovalutata una deprecabile e incontrollata crescita dei consumi: il gas finisce così coll’identificarsi con l’ossessione dello sviluppo, cementato in forme tecnologiche fortemente dipendenti e fortemente favorite dall’inerzia del sistema: ovvero il gas rappresenta oggi la reale resistenza al cambiamento.

La rete elettrica degli Stati Uniti, scrive Dan Geraino, è sulla buona strada per diventare molto più pulita già nel 2020. All’11 febbraio 2020, dei 42 Gigawatt di nuova capacità della elettricità da immettere nella rete Usa proveniente dallo a Stato di New York, il 76% proviene già da energia eolica e solare, come si ricava dall’ultima serie di dati provenienti dall’amministrazione dell’Energia Usa.

Si tratta di una quota record, rispetto al 64% della nuova capacità aggiunta nel 2019. E lo sarebbe, nonostante la posizione ostile dell’amministrazione Trump nei confronti delle energie rinnovabili, comprese le tariffe sui pannelli solari importati dalla Cina e il rifiuto di estendere alcuni crediti d’imposta già programmati ai tempi di Obama, come afferma Joshua Rhodes, analista senior di Vibrant Clean Energy.

Ci sono tuttavia due impreviste novità: la prima sta nel fatto che la maggior parte della prevista crescita delle energie rinnovabili quest’anno – 18 Gigawatt – proviene da ben 107 progetti decentrati nei territori e sostitutivi di centrali fossili municipalizzate, i cui sviluppatori hanno iniziato la costruzione in tempo per beneficiare del credito d’imposta federale sulla produzione. La seconda è addirittura più sorprendente: i costi per lo sviluppo di parchi eolici sono diminuiti così tanto da essere le opzioni meno costose, anche senza sovvenzioni. Nientemeno che il Texas dei petrolieri, sorprendentemente, guida la nazione americana nella capacità di energia eolica e sarà anche il leader della nuova capacità eolica prevista nel 2020, con il 32% in totale.