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Demoghela, il reggimento che non voleva combattere

Demoghela, il reggimento che non voleva combattere

​Venerdì 16 settembre ore 18.30, a Venezia in Campo Saffa (di fronte al civico 387/I) verrà messo in scena – a cura del “Collettivo DisarmArte”.- lo spettacolo teatrale “Demoghela, il reggimento che non voleva combattere”

Si tratta di una storia realmente accaduta e ripresa dal lavoro di ricerca di Mario Bonifacio, istriano, partigiano, persona estremamente interessante che dagli anni 60 ha vissuto nella nostra città.

Lui, quando ormai era ultranovantenne, ha ripreso la vicenda di guerra del reggimento del padre, composto prevalentemente da istriani e giuliano-dalmati poco inclini a combattere, specie per l’impero austro-ungarico in una zona di confine con l’impero russo: la Galizia.
Così questo reggimento ha avviato delle forme di non-combattimento e di opposizione alla guerra legate alla natura estremamente pacifica di quelle popolazioni, ai loro ideali e al loro vivere in zone di confine non facilmente condizionabili dai nazionalismi di quei tempi.
Una storia poco conosciuta e non riconosciuta ufficialmente, una storia da raccontare.
Allo spettacolo seguirà la proiezione di una videointervista inedita all’obiettore Giuseppe Bruzzone a cura di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici.
La serata è promossa da Ass.ne Il Villaggio, Ass.ne SOS Diritti, Ass.me Buongiorno Bosnia, Emergency Venezia, Festival dei matti, Mediterranea Venezia, APS Lungo la rotta balcanica nell’ambito della programmazione de “Le città in festa” del Comune di Venezia.

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Riflessioni di un obiettore di coscienza e di una attivista

Ricorda Calamandrei: basta guerre, distruzioni, viviamo in altri modi e mondi possibili

Riflessioni di un obiettore di coscienza e di una attivista

Dalla Seconda Guerra Mondiale, al processo di Norimberga, dai movimenti per la nonviolenza e il disarmo, fino a arrivare alle Università per la Pace

Parco della Pace di Hiroshima. Riflessioni di Giuseppe Bruzzone e Laura Tussi

Riflessioni di Giuseppe Bruzzone e Laura Tussi

 

Il processo di Norimberga

 

Ringraziamo Franco Astengo per questo ricordo del processo di Norimberga. E’ stato un avvenimento importante, anche se non ha potuto, voluto, mettere a frutto tutte le implicazioni che potevano riguardarlo. E che riguarderebbero anche oggi tutti noi, in pieno dispiegamento di armi di distruzione assoluta, da parte di diversi Stati, mentre allora, ai tempi del processo, un solo stato le deteneva.

Dire ai nazisti che l’obbedienza allo Stato non poteva essere il gas per l’ uccisione di ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, persone con disabilità fisica o psichica, previa estrazione di eventuali parti di oro dalle bocche di questi, prima del forno crematorio, oppure fare esperimenti sui corpi dei prigionieri secondo le voglie di un qualche dottore. No. Non era Umanità. Giusto.

Però quegli stessi Stati vincitori della guerra, si stavano spartendo i tecnici migliori degli sconfitti, per un loro prossimo dopoguerra. Uno di loro stava assoldando addirittura il fratello di Eichmann con altri, per combattere politicamente i sovietici (documenti Cia desecretati anni fa). Sempre questo Stato, gli USA, ha deciso di lanciare le bombe atomiche su Hiroshima, prima, e Nagasaki, dopo, al momento che i sovietici hanno deciso di entrare in Giappone, solo per “avvisare” chi poteva comandare allora. Non per sollecitare il Giappone a dichiarare una resa ormai acclarata nei fatti.

Ecco perché il processo di Norimberga non ha sortito la Pace, come si voleva o ci si aspettava, dopo tutti i dolori e ferite della guerra e i suoi morti.

Gli Stati vincitori non hanno compiuto nessun gesto pubblico, riparatore, della violenza che anche loro hanno impiegato, come ricorda Calamandrei, per dire basta guerre, distruzioni, viviamo in altri modi. Ed eccoci all’oggi con gli Stati sempre formati dagli uomini e donne del tempo,  che si armano a dismisura, utilizzando la loro violenza, come sempre, ma che oggi si rivelerebbe totalmente autodistruttiva per tutti. Si aspetta un altro processo che si dovrebbe svolgere ancora a Norimberga, per capire che la responsabilità è personale come abbiamo detto, giustamente, ai nazisti anni addietro?

 

75 anni fa finiva la guerra…per preparare la successiva

 

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale si ponevano le basi per quella che potrebbe avvenire ai giorni nostri, e speriamo mai possa accadere, dipende anche da noi cittadini di tutti gli stati, almeno quelli nucleari, compreso il nostro. La bomba nucleare su Nagasaki, lanciata dopo Hiroshima, al momento dell’ingresso delle truppe sovietiche in Giappone, in contemporanea con la resa dello stesso tramite il suo imperatore, non ne era un segno futuro? E la disputa successiva ad accaparrarsi i migliori tecnici nazisti da parte dei vincitori non ne era un altro segno, compreso l’assunzione di personale politico nazista, fratello di Eichmann incluso, perché parlasse male del sovietismo (notizie CIA desecretate alcuni anni fa)? E che dire del Processo di Norimberga in cui veniva sancita la responsabilità personale nei confronti dello Stato che ti ordinava di far morire persone che venivano ritenute “nemiche” dello stesso, come comunisti, ebrei, omosessuali, zingari, portatori di handicap, disabili, disagiati psichici? Non era troppo facile, per alcuni versi, questa colpevolizzazione nei riguardi dei nazisti? Non erano nazisti? Perché non farlo diventare un principio generale valido da subito, per tutti, affinchè non si debba più piangere per guerre e distruzioni? Franco Fornari ha scritto un libro sulla psicanalisi della guerra atomica, ricordando che il pilota dell’aereo che ha sganciato la “Bomba” è stato messo in manicomio perché si è sentito colpevole di aver ucciso migliaia di persone, solo perché il tempo atmosferico era favorevole.

Certo ci sarebbe voluto un personaggio alla Francesco, capace di coniugare temi umani validi per chiunque, con temi anche religiosi, come nella Laudato Si. Oppure ricordare come in tante Lettere di condannati a morte della Resistenza venisse scritto che loro hanno imbracciato le armi solo per sconfiggere il nazifascismo e basta.

Oppure realizzare che anche la nostra violenza ha distrutto e colpito persone o cose certamente tedesche, ma non necessariamente naziste, e che quindi questa violenza non doveva essere più adoperata.

Ragionamenti comunque superati dall’atteggiamento degli Stati e dei loro rappresentanti, considerato che per loro il futuro era ancora il dominio sugli altri visto l’interesse per i tecnici nazisti, le armi da loro realizzate, e le scelte politiche effettuate. E siamo all’ oggi con delle V2 di allora che possono portare bombe più potenti ancora di Hiroshima e Nagasaki. Ci converrebbe svegliarci. “Dopo” aspettiamo un altro Norimberga?

 

Ingrandiamo l'”orto” della Pace

 

Pace significa chiudersi nel proprio ambito e ritenersi autosoddisfatti del proprio pacifismo, chiudendo lo sguardo sulla realtà circostante ? Non voglio insegnare niente, ma Francesco d’Assisi si comportava così? Diremmo proprio di no visto che andava di persona a perorare la Pace a chi  faceva le guerre, e questo, ovviamente non vuol dire che qualcuno di Assisi debba comportarsi in quel modo. Ma avere atteggiamenti più consoni questo sì.

Attendo con curiosità le risposte di altri, credendo di sapere che anche loro partono principalmente da considerazioni di vita personale e non “politica” nel senso nobile del termine. “Fermiamo la guerra”, i comboniani, come la pensano? Il gruppo Pace di Viterbo, idem? E gli altri gruppi per la pace?

Sto pensando se si riuscisse a mettere insieme la maggior parte dei gruppi pacifisti per rilanciare il Tpan da noi, in Italia, ammettendo che Rete Disarmo, della Pace, vogliano fare anche i capo scuola in presenza di altri gruppi.

 

L’unità dei pacifisti per il TPAN- Trattato Proibizione Armi Nucleari

 

Sono giorni in cui si parla di Pace in tutto il mondo con iniziative di vario tipo, stante anche la situazione Covid. Chi ci legge sono anche rappresentanti di altri gruppi pacifisti con altre storie e responsabili anche di testate giornalistiche on-line. Vi chiediamo la possibilità di programmare una serie di incontri o manifestazioni a cui possano partecipare altri gruppi, il cui unico scopo sarebbe quello, politico, di parlare del trattato TPAN e non delle diversità, le possibili antipatie personali, tra di noi che vorremmo la Pace. Sappiamo tutti che la ratifica di almeno 50 Paesi non vuol dire pace, nell’immediato. Ma il fatto che internazionalmente esista una legge che proibisce il possesso, la trasmissione, l’uso minaccioso di queste armi, mai sancito fino ad oggi, è un punto di partenza.

Viene in mente che viviamo una sola vita, che più o meno tutti abbiamo persone cui vogliamo bene e questo dovrebbe significare che queste debbano continuare a vivere; che per tanti versi lo splendido Pianeta che abitiamo, si muove nello Spazio alla velocità di 29 km/sec. Non comportiamoci come quelle formiche, che trasportate da qualche nave, hanno il pensiero diverso dal nostro di impadronirsi del territorio delle formiche locali! Ma adesso abbiamo le armi nucleari, non è storia nostra.

 

Le Università per la Pace

 

Professore Pianta, ci rivolgiamo a lei.

Chi scrive è un obiettore di coscienza degli anni 66/68 che ha rifiutato diverse volte di indossare la divisa militare, non tanto solo per quello, ma per rappresentare la tesi della responsabilità personale nei confronti della guerra, come indicato ai nazisti, i perdenti nel Processo di Norimberga. E tesi non validata, per ciascuno di noi, in quei tempi, che erano l’alba di un’era che non vi è mai stata, nella nostra storia umana. Era “Nucleare” che può significare perfino la scomparsa della Vita del nostro genere o comunque una distruttività, mai così intensa, da farci tornare all’età della pietra per chi, in qualche modo si è salvato. Mi sono rifatto a questa tesi, presentata in un libro scritto da uno psicanalista Franco Fornari, con vari interessi umanistici, “Psicanalisi della guerra atomica” del 1964.

Parla di un ritorno al soggetto per la salvezza di tutti, perché, semplicemente, come cittadini di uno stato qualsiasi deleghiamo la nostra violenza a questo. La nostra violenza, alienata, viene trasformata in armi e in guerre. Ma oggi siamo in tempi nucleari non ci converrebbe fare violenza, pena la potenziale uccisione nostra e perfino dello stato (non siamo noi lo stato?).

Diventare responsabili della nostra violenza, come già avviene all’interno dello stato, vorrebbe dire tante, enormi, altre cose nel sociale, in economia, nelle attenzioni al clima, oltre ad evitare altre guerre.

Questo incontro di una cinquantina di centri universitari indirizzato alla Pace e alla nonviolenza è una iniziativa importantissima.

Ma non si potrebbe legare con altre realtà che hanno indirizzi simili? ad esempio ICAN questo “prodotto” della società civile che ha collaborato per la stesura del Trattato di proibizione delle armi nucleari, che inizierà ad avere la sua validità dal 22 gennaio prossimo.  Vi è un gruppo Rete Pace e  Disarmo che riunisce tanti diversi gruppi dalle Acli all’Arci, Pax Christi e altri ancora. Ci sono le donne della WILPF che stanno presentando un progetto di riconversione della fabbrica di bombe RVM in Sardegna con altre Associazioni locali e un mondo variegato di altre Associazioni contro la guerra.

Ovviamente il discorso vale anche per i gruppi citati cui faremo avere la stessa richiesta che stiamo chiedendo alle Università. Credo si convenga che “l’orto” della Pace più grande sia, possa avere maggior peso, nell’interesse di tutti.

Infatti il 10 dicembre di ogni anno, giorno internazionale per i diritti umani, viene lanciata la Rete delle Università per la Pace (Runipace), promossa dalla CRUI, con eventi in tutta Italia, qui il programma: https://www.runipace.org/eventi-locali/

 

Scuola Normale, Scuola Sant’Anna, IMT Lucca e Università di Pisa organizzano una conferenza con i rettori, coordinata da Enza Pellecchia, coordinatrice nazionale di Runipace, Lorenzo Bosi è il referente per la SNS, a seguire il seminario di Mario Pianta.

Proteste e politiche del movimento per la pace in Italia

10 dicembre siete invitati a partecipare, il link è:
http://call.unipi.it/10dic2020runipace

La Rete delle Università per la Pace è nata a dicembre del 2018 per iniziativa dei rettori delle Università di Pisa, Paolo Mancarella, e di Brescia, Maurizio Tira, che ne proposero la creazione all’Assemblea della CRUI. Il Centro Scienze per la Pace di Pisa è stato indicato come struttura di coordinamento.

Alla rete RUniPace (www.runipace.org/) aderiscono più di cinquanta università per contribuire a rafforzare il legame tra pace, diritti umani, democrazia, giustizia e progresso sociale. Attraverso attività all’interno del mondo accademico e il dialogo con le organizzazioni della società civile e le scuole, la rete persegue le finalità di promuovere – nella ricerca, nella didattica e nella terza missione – la riflessione sulla responsabilità sociale di tutte le discipline e l’attenzione alla costruzione e al consolidamento della pace con mezzi pacifici; favorire la nonviolenza come approccio alla risoluzione dei conflitti per costruire una cultura del dialogo, del rispetto, dell’inclusione, della solidarietà e della condivisione; promuovere la solidarietà e la comprensione reciproca tra i popoli; favorire l’educazione alla pace, alla nonviolenza, alla non discriminazione e al dialogo; valorizzare il ruolo delle donne nei processi di pace ad ogni livello e creare le condizioni favorevoli alla leadership delle giovani generazioni nei processi di pace.

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