Per Un’Altra Città: Riace. Musica per l’umanità

Recensione di Maurizio Marchi

Per Un’Altra Città: Riace. Musica per l’umanità

sul Sito: Per un’Altra Città – La città invisibile. Laboratorio politico Firenze. Voci oltre il pensiero unico
31 marzo 2020

Maurizio Marchi

Recensione di Maurizio Marchi

Recensione di Maurizio Marchi al Libro “Riace. Musica per l’Umanità” 

Sono onorato di scrivere questa recensione, io umile eco-pacifista di provincia. Non una provincia qualsiasi, ma quella di Livorno, che concentra quasi tutte le contraddizioni denunciate dagli autorevoli autori del libro, dalla base USA di Camp Darby, al porto militarizzato di Livorno, alle grandi fabbriche inquinanti e climalteranti di Livorno, Rosignano e Piombino.

Il libro Riace è agile e profondo allo stesso tempo: ruota intorno alla straordinaria esperienza di accoglienza e integrazione dei migranti a Riace, un paesino della Calabria orientale, già celebre per i famosi “Bronzi”, che testimoniano di antichi rapporti interculturali. Paesino spopolato dall’emigrazione verso nord dei calabresi, e fatto rivivere dai migranti, prevalentemente profughi di guerra, accolti dal sindaco Domenico “Mimmo” Lucano: un’esperienza straordinaria descritta nell’intervista a Mimmo, e proposta dagli altri autori del libro a ricevere il premio Nobel per la pace.

Scrive padre Alex Zanotelli nel suo pezzo “Per un’utopia possibile”:
“Ho gioito quando ICAN 1ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno contro le armi nucleari. Come credente nel Dio della vita, non posso che essere contrario a questi strumenti di morte che minacciano oggi l’umanità. Lo sono anche come missionario che ha toccato con mano la sofferenza degli impoveriti. Infatti le armi nucleari proteggono un sistema profondamente ingiusto, proteggono il 10% della popolazione mondiale che consuma da sola il 90% dei beni prodotti.
Penso sia significativo legare il Premio Nobel dato a ICAN per la campagna contro le armi nucleari e la campagna per dare il Premio Nobel a Domenico Lucano, sindaco di Riace, il paese dell’accoglienza.
L’umanità ha oggi davanti a sé due gravi minacce,
Mentre l’abolizione delle armi nucleari e una nuova politica di accoglienza, come è stata fatta a Riace, permetterebbero all’umanità di rifiorire.
Per me è chiaro che il primo passo è quello dell’abolizione delle armi nucleari, perché servono a proteggere privilegi.
Le armi atomiche servono a proteggere un sistema mondiale ingiusto che forza 3 miliardi di persone a vivere con due dollari al giorno e 821 milioni a patire la fame. Per cui gli impoveriti sono costretti a migrare.
Le migrazioni oggi non sono un’emergenza, sono strutturali a questo sistema.
Per questo mi auguro che la campagna per il Premio Nobel per la Pace a Lucano abbia successo e che Riace diventi un esempio per tutti, dimostrando che le migrazioni non sono un problema, ma una risorsa per far rivivere questa vecchia Europa.”

Notiamo il termine “Impoveriti” che usa Alex: non poveri, ma impoveriti dalla rapina pluri-secolare da parte dei paesi predatori, essenzialmente l’Europa.

Vittorio Agnoletto, con la consueta lucidità documenta, dopo aver citato Virgilio e Ulisse: “Il diritto di emigrare, afferma il giurista Luigi Ferrajoli, dovrebbe diventare un nuovo principio costituente nell’architettura istituzionale a livello mondiale.
Il diritto di emigrare, il diritto alla libertà di movimento oltre qualunque confine, è antico come la storia dell’umanità; non a caso è stato riaffermato con forza il 10 dicembre del 1948, nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che nell’articolo 13 recita: “1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”. Per poi proseguire con l’articolo 14: “1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni…”.
Nel 1966 la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici ribadisce tale diritto nell’art. 12 comma 2: “Ogni individuo è libero di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio”.
Principi ripresi dalla Costituzione italiana all’art. 35, dove afferma che la Repubblica: “Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero”.
Il riferimento al lavoro non è certo casuale; la ricerca di un’occupazione in grado di garantire il proprio mantenimento e quello di tutta la famiglia è la ragione prima che da sempre spinge ad abbandonare la propria terra, innescando fenomeni collettivi destinati a produrre profondi cambiamenti sociali.”

Fabrizio Cracolici e Laura Tussi scrivono: “ Dov’è finita la voglia di contribuire alla realizzazione di un mondo giusto, equo e solidale? Oggi i nostri fratelli fuggono da guerre e da luoghi martoriati dalla nostra sete di potere, dico nostra perché è il ricco e opulento Nord del mondo che sempre più sta sfruttando un Sud del mondo che è in una situazione insostenibile (a dire il vero, anche per la complicità di élites locali succubi e vendute).
Si sta giocando con la vita di esseri umani che l’Occidente tratta come invasori, quando i veri invasori siamo noi, con i nostri eserciti, i nostri capitali, le nostre merci.
Il “cattivismo” di chi dileggia i presunti “buonisti” dilaga continuamente come metodo di distrazione di massa: chi detiene il potere così si garantisce nuovo e rinnovato controllo sulle popolazioni, scagliando contro gli ultimi del mondo i penultimi.”

Qui è evidente la “guerra tra poveri” voluta ed alimentata dai “sovranisti” delle due sponde atlantiche.
Cracolici e Tussi vanno al cuore dei problemi: “Le tre bombe di cui tratta anche il comboniano padre Alex Zanotelli:
– l’attività militare che trova la sua massima espressione nella guerra nucleare;
– la bomba climatica che comporta quotidiani disastri e dissesti climatici per le emissioni eccessive di gas serra;

– la bomba dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza globale dove l’1% dei ricchi detiene risorse pari a quelle controllate dal restante 99% dell’umanità”
E propongono, richiamando Hessel, delle soluzioni:
“Stéphane Hessel, nell’appello scritto con i resistenti francesi nel 1944 e pubblicato nel saggio Indignatevi!, suggerisce delle soluzioni alla crisi economica e di valori che attualmente sta stritolando e destrutturando il pianeta. La soluzione prevede la nazionalizzazione delle banche e delle industrie strategiche con un’economia al servizio delle persone, tramite investimenti pubblici per creare lavoro e per livellare la disuguaglianza globale e sociale per evitare la miseria dei ceti più deboli che ingenera risposte razziste e capri espiatori.”

Oggi la “resistenza” si fa con nuovi strumenti:
“ La rete ICAN e le COP ONU per il clima costituiscono un impegno globale tramite cui costruire una nuova internazionale dei diritti, delle persone, dei popoli, dell’umanità. Infatti la dipendenza dai combustibili fossili e dal nucleare è alla base di un modello sociale predatorio di accumulazione insostenibile che è causa principale di guerre e conflitti nel mondo. Per questo motivo il nostro attivismo, l’impegno di noi “alter-glocalisti” è volto a salvare il clima e la pace, per costruire una conversione ecologica fondata su un nuovo e alternativo modello energetico, decarbonizzato, denuclearizzato, rinnovabile al 100%, ossia pulito, democratico e socialmente giusto.”

Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink con sede a Taranto, aggiunge nuove riflessioni e richiami storici fondamentali, ma scende anche in particolari “concreti” su che cosa significhi l’immigrazione sull’economia italiana e europea.
“Anche Mimmo Lucano ha deciso di violare le leggi ingiuste per un principio superiore. È accusato di favoreggiamento e di aver celebrato matrimoni per favorire l’immigrazione clandestina. Anche Valentino 2 era di fatto accusato di favoreggiamento.
A qualcuno non piacerà l’accostamento, ma siamo disobbedienti. Sia san Valentino sia Mimmo Lucano hanno compiuto un gravissimo reato: il “reato di umanità”. Di questo reato noi ci dichiariamo corresponsabili con san Valentino e con Mimmo Lucano. ……
Leggiamo i dati della Banca d’Italia riportati sul report Il contributo della demografia alla crescita economica.
Secondo la Banca d’Italia, senza migranti l’Italia sarebbe in gravissima crisi demografica ed economica, lo dicono i dati, i numeri del report che si trovano in questo mio brano, che a qualcuno risulterà un po’ indigesto.
Gli sviluppi demografici sarebbero stati estremamente penalizzanti per l’Italia se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata. Scrive Enrico Cicchetti: “Particolarmente importante è risultato il contributo dei migranti alla crescita del PIL nel decennio 2001-2011: la crescita cumulata del PIL è stata positiva per il 2,3% mentre sarebbe risultata negativa e pari a -4,4% senza l’immigrazione. Il PIL pro capite senza la componente straniera avrebbe subito nel decennio 2001-2011 un calo del 3%”.
La demografia è centrale nel ragionamento della Banca d’Italia: si calcola che entro il 2041 nemmeno i flussi migratori previsti saranno in grado di invertire la tendenza demografica negativa in corso, per cui avremo molti anziani e pochi giovani, con uno sbilanciamento che sarà letale per l’economia se non arriveranno in nostro soccorso proprio loro: gli immigrati.
Se queste sono le conclusioni a cui sono arrivati i ricercatori della Banca d’Italia, viene da pensare che Mimmo Lucano a Riace abbia fatto esattamente quello che un sensato economista dovrebbe sostenere: l’accoglienza. Per contrastare non solo la disumanità, ma anche il declino economico.”

Anche Moni Ovadia richiama la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. “Questo enunciato – scrive – dovrebbe essere per ogni cittadino democratico il mantra di una fede laica e secolare che abbia al centro l’umanità in quanto tale prima di ogni successiva connotazione. Mimmo Lucano pratica questo mantra come un irrinunciabile strumento di relazione e di amministrazione di una comunità, per questo è riuscito a creare un’integrazione giusta eticamente e funzionalmente. È riuscito a creare un capolavoro di giustizia, mostrando che un altro mondo è possibile hic et nunc (qui ed ora, ndr).
Qual è stata la forza – prosegue Ovadia – che ha permesso a Mimmo Lucano di dare vita a un progetto così importante e vincente? A mio parere una cultura profonda e una consapevolezza che nasce dall’essersi formati al grande pensiero dell’umanesimo marxista e illuminista che ha forgiato le lotte per l’emancipazione e la liberazione degli ultimi, degli oppressi.
Gli uomini come Lucano sono il raggio di luce che fende le nebbie della sottocultura del disprezzo e dell’odio il cui esito ultimo è quello di condurre l’Italia nel marasma del discredito e dell’infamia.”
Parole pesanti quanto misurate ed appropriate che usa Ovadia. Sottolineo che è l’unico che richiama il “grande pensiero dell’umanesimo marxista e illuminista”, nel libro, in un’epoca in cui il pensiero marxista è messo di fatto all’indice.

L’intervista a Mimmo Lucano, il sindaco sospeso di Riace, è un piccolo capolavoro, che vale da solo la lettura del libro:
“Mi sono trovato per una casualità ad accogliere una nave sulle coste di Riace, con dei profughi: da quello sbarco mi sono avvicinato a questi esseri umani. Tanti elementi hanno fatto breccia nella mia sensibilità, per esempio la questione curda e le rivendicazioni politiche, che durano da più di un secolo, di questo popolo senza uno Stato, a cui viene impedito persino di parlare il proprio idioma. …
I nostri luoghi sono stati crocevia di scambi, di incontri, di contaminazioni tra culture, tra popoli, tra etnie e questo ci permette di incontrare con soddisfazione e orgoglio e senza pregiudizi le altre persone. …
Avevo capito che meno le realtà sono contaminate dalla società dei consumi, che tende a far prevalere gli aspetti della materialità, della competizione e dell’egoismo, più sopravvive questo spontaneismo dell’animo. E questo è stato un elemento fondamentale. Nessuno ha mai detto “sono arrivati, ci rubano il lavoro”. L’apertura ci ripagava e nasceva il turismo solidale e nascevano queste attività di artigianato nelle cantine abbandonate dove lavoravano insieme persone del luogo e rifugiati.
…….. se è stato possibile in quel luogo dove si vivono queste condizioni e dimensioni di fortissima precarietà con le emigrazioni, con il latifondismo agrario, con l’emarginazione e la rassegnazione sociale, con le mafie, allora è possibile ovunque. Se è possibile nei luoghi dove si emigra, è possibile ovunque. Allora non ci sono alibi. Perché Riace non è una teoria, è una storia vera. Fatta di persone, uomini, donne, bambini. Di persone che hanno cercato di creare una comunità globale e che hanno dimostrato che la convivenza tra esseri umani che provengono da luoghi diversi e con diverse etnie e religioni è possibile. E che insieme è meglio. È possibile quasi connettere le varie identità e il riscatto dello stato sociale e dello stato umano. Riace ha dimostrato questo. Quindi anche per il futuro bisogna ripartire da quest’idea. È una speranza per l’umanità.
Le conclusioni sono di Alfonso Navarra, sotto il titolo “Il nuovo umanesimo è la nonviolenza efficace”.
“La nonviolenza di cui parlava il partigiano Hessel, e da me condivisa, non era e non è l’ideologia passiva e moraleggiante del “sopportate le ingiustizie e sforzatevi di perdonare i prepotenti”, ma l’intelligenza strategica fondata sulla forza dell’unione popolare.
Il fascismo dei nostri giorni è attrattivo non perché leva il braccio nel saluto romano e nemmeno perché offre ai suoi adepti l’adrenalina di un nuovo squadrismo; bensì perché propone assistenza sociale agli uomini dimenticati, promettendo alle vittime della globalizzazione neoliberista l’illusione dell’appartenenza a comunità omogenee, “identitarie”, frammentate, l’una contro l’altra, armate nella concorrenza reciproca.” Qui Navarra rilancia il rigetto della guerra tra poveri. E propone:
“Dobbiamo costruire una nuova Internazionale dei movimenti alternativi che sospinga le enormi opportunità di liberazione e trasformazione delle campagne ecopacifiste, a partire da quella per la proibizione giuridica delle armi nucleari, primo passo per la loro eliminazione effettiva.
La nonviolenza efficace: questa via in cui i mezzi sono omogenei ai fini è quanto mi permetto ancora di suggerire a chi, alla ricerca di un nuovo umanesimo, ha fame di verità e sete di giustizia.”
Scritto a Livorno, la città dei Quattro mori incatenati dai Medici, banchieri e schiavisti, nel primo giorno di una primavera dimezzata dal Coronavirus 21 marzo 2020

1) ICAN International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, che raccoglie 541 organizzazioni in 103 paesi, e ha ottenuto il premio Nobel per la pace nel 2017.
2) Valentino, cristiano martirizzato nel 270 d.c.

*Maurizio Marchi – Medicina Democratica Livorno

Riace. Musica per l’umanità, con intervista a Mimmo Lucano, a cura di

Laura TussiFabrizio Cracolici Mimesis Edizioni, Milano 2019, pp.116, euro 10

 

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“Una porta aperta” è un punto di incontro e di accoglienza laico aperto alle persone in situazione di disagio e di esclusione sociale. Come nasce questa esperienza?

 

Nella città di Rivoli sono presenti molte associazioni di volontariato. Per quanto riguarda il sostegno a persone in difficoltà le parrocchie, attraverso le Caritas e il Centro di ascolto, tra le altre, svolgono un ruolo importante di aiuto per le famiglie più fragili. Nell’inverno del 2015, grazie alla collaborazione tra istituzioni comunali, associazioni e persone singole è stato aperto un dormitorio che ha dato, per alcuni mesi, ospitalità notturna a una decina di persone. Persone fragili, quasi tutte senza lavoro, con situazioni familiari pesanti e spesso con alle spalle situazioni di dipendenza. Si sono create delle relazioni con queste persone che sono proseguite, in maniera più o meno continuativa, negli anni successivi. Nei nostri limiti di disponibilità abbiamo seguito alcuni di loro nei percorsi di vita che sembrano normali per noi ma che rappresentano spesso, per chi vive in maniera precaria, grandi fatiche. Pratiche burocratiche, accesso ai dormitori e alle cure sanitarie e così via. Forti del sostegno dell’Associazione Opportunanda di Torino, e facendo riferimento alla loro esperienza, abbiamo deciso di creare, nell’autunno del 2016, un’associazione che si occupasse principalmente di queste persone. Il primo obiettivo era aprire un centro diurno che ospitasse, tutte le mattine, chi passava la notte in strada o nei dormitori. Offrendo la colazione e una parola amica.

I volontari che fanno parte dell’associazione, una quindicina, arrivano da esperienze diverse, quasi tutte legate alla solidarietà sociale. La scelta della laicità dell’associazione è stata unanime, pur nella diversità delle provenienze. Tutti abbiamo sottolineato come questa scelta qualificante fosse importante e rappresentasse un valore fondamentale di inclusione.

 

 

Accogliere in modo amichevole e promuovere relazioni personali e di gruppo positive: parlaci del tuo ruolo nel punto di incontro “Una porta aperta”.

 

All’interno dell’Associazione svolgiamo diverse attività. Quella nata per prima è, come detto, l’apertura del centro diurno. Ogni mattina due o tre volontari accolgono le persone che ci avvicinano. Quasi sempre non si tratta solamente di offrire un caffè, ma, più importante, è ascoltare esperienze di vita, racconti di relazioni familiari interrotte, percorsi di vita accidentati e faticosi. Ascoltare senza la pretesa di dare risposte. Un ascolto che raramente i nostri ospiti trovano in altre realtà, anche perché, come sottolineato nel nostro statuto, è un ascolto senza pregiudizio e senza giudizio. Personalmente il mio turno è il mercoledì mattina. Un lavoro a volte faticoso anche perché può capitare che tra gli ospiti ci sono situazioni di conflitto e di pregiudizio. A volte pare che proprio tra le persone più fragili non ci sia quella solidarietà che ci si aspetterebbe.

In seguito abbiamo intrapreso altre attività: accompagnamento ai servizi del territorio, gestione di due convivenze finanziate dalle istituzioni ma gestite da noi, sostegno anche economico per sopperire alle necessità più urgenti degli ospiti. Oltre a questo la gestione di tutta la parte burocratica dell’associazione: in particolare sono il cosiddetto tesoriere che si occupa della gestione economica.

 

 

Questa realtà a Rivoli vuole sostenere chi prova a superare il disagio e la sofferenza. È un punto d’incontro paragonabile alla comunità di Don Gallo a Genova?

 

Il nostro è un punto d’incontro di una piccola realtà, che vuole rimanere tale. Agisce su un territorio limitato e per un numero limitato di persone. Siamo consci dei nostri limiti e in particolare un limite importante è legato all’età media, alta, dei volontari.

Due particolarità ci paiono particolarmente interessanti e qualificanti. Nella nostra associazione non esiste la figura del/la leader carismatico/a: tutti, indipendentemente dalle esperienze personali, ha uguale “voce in capitolo”. Inoltre ci incontriamo tutti i martedì per discutere, oltre alle questioni pratiche legate alla vita quotidiana dell’associazione, anche le situazioni personali degli ospiti che ciascun volontario conosce in maniera più approfondita nell’ambito dell’attività settimanale. Tutti, quindi, abbiamo presente, almeno a grandi linee i problemi e i tentativi di soluzione di ciascun ospite. Un lavoro faticoso, questo, ma che ci sembra originale e particolarmente utile.

 

 

Quante altre realtà laiche come “Una porta aperta” operano nel nostro paese e quali similitudini hanno tra loro?

 

Siamo una realtà giovane e quindi non conosciamo a fondo le realtà simili alle nostre sul territorio nazionale. La nostra esperienza, come detto, fa riferimento, nelle linee di lavoro essenziali, alla realtà di Opportunanda, un’associazione storica di Torino, nata più di vent’anni fa, una realtà laica, che ha un campo di azione più vasto del nostro ma che lavora con la stessa nostra ottica. E’ un’associazione che ha anche alcuni dipendenti e che, oltre al centro diurno, gestisce alcune convivenze e si occupa anche di tematiche legate alla ricerca di lavoro e, come noi, ritiene essenziale il rapporto con tutte le realtà del territorio che si occupano di marginalità sociale.

Ci confrontiamo con una certa regolarità e quattro nostri volontari preparano una cena che mensilmente viene offerta agli ospiti di Opportunanda.

 

Con quale spirito e forza di volontà affronti questa difficile realtà quotidiana di impegno sociale? E come hai maturato questa scelta laica di volontariato?

 

E’ un impegno particolarmente impegnativo, sia a livello fisico che psicologico. Una realtà nuova per me, che mi sono sempre impegnato nel campo del volontariato nel movimento per la pace (esiste a Rivoli l’Associazione per la pace), nel movimento notav che non è solo una lotta contro un treno ma anche un impegno per muoverci verso un modello di vita più attento ai bisogni fondamentali delle persone e meno consumista e soprattutto, come insegnante in pensione, al sostegno di ragazze e ragazzi, la maggioranza migranti, nel lavoro scolastico. Sono volontario dell’associazione ASAI che, tra le altre attività, segue allieve e allievi con un doposcuola.

Una caratteristica che sento particolarmente è che spesso, non sempre per fortuna, ho la sensazione di svolgere un lavoro che non dà i risultati che mi aspetto. Le persone che incontriamo spesso sembrano non riuscire a far fronte, nonostante la nostra vicinanza, alle difficoltà che hanno segnato la loro vita. Un passo avanti e un passo indietro, molto spesso. A volte mi prende un senso di frustrazione, di inadeguatezza, se non di inutilità.

Forse perché, nelle altre esperienze di volontariato, qualche risultato l’abbiamo intravisto. E’ come se avessimo bisogno, almeno a me capita, di verificare subito l’efficacia del nostro lavoro. Mi sembra di essere poco allenato all’attesa, alla semina, al fatto che spesso occorrono tempi lunghi per i cambiamenti, al fatto che non sono adeguatamente preparato a gestire gli insuccessi. Condividendo all’interno dell’associazione anche queste nostre difficoltà quotidiane come volontari, il confronto ci consente trovare energia e stimoli per continuare con serenità e spesso con gioia il nostro lavoro.

Note: Intervista a Danilo Minisini: insegnante in pensione, è stato ed è impegnato in movimenti e gruppi di base come comitati di quartiere, comunità di base, movimento per la pace e presidente della Cooperativa Tempi di fraternità, che pubblica l’omonima rivista mensile

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