Educazione alla Terrestrità

Campagna Siamo tutti premi Nobel per la pace con ICAN

Educazione alla Terrestrità

Appello a collaborare con una sezione televisiva di formazione dei formatori per la rete ICAN
Alfonso Navarra, Fabrizio Cracolici, Laura Tussi (Coordinamento ICAN Premio Nobel per la Pace)

Educazione alla Terrestrità

Come prima cosa dobbiamo fare chiarezza su un concetto fondamentale.

Facciamo parte di un ecosistema terrestre come frutti di una evoluzione naturale, rami e foglie di un albero che costituiamo e che ci ha costituito, o ne siamo i dominatori in quanto abitanti estranei di un edificio che stiamo occupando?

Il concetto di terrestrità evidenzia il fatto che è l’essere umano organizzato in società a trovarsi inserito in un organismo vivente più esteso e complesso e non relegabile alla sua unica, autonoma e separata presenza decisionale.

L’uomo, l’essere umano, fa parte di un complesso sistema mondo, una comunità di viventi ma anche di non viventi, e da tempi molto lontani si arroga però il diritto di dominarlo e decidere come attore unico e indipendente.

Questo è il punto di partenza per un ragionamento molto ampio su come agire partendo da alcuni principi cardine scritti in trattati e convenzioni mondiali.

L’essere umano “terrestre”, membro della comunità della vita, si deve fare artefice di un processo di riequilibrio del pianeta.

Forme viventi come piante e animali, che stanno in delicato equilibrio evolutivo, si trovano sempre più in pericolo a causa della società umana accumulatoria e predatoria, che le sfrutta per trarne un profitto.
Ma questo processo, di cui una ristretta élite dell’1% è più responsabile della massa passiva ad essa assogettata, porta a segare il ramo su cui siamo seduti dall’albero della vita, essendo noi stessi foglie di quel ramo e di quell’albero!

Ragionare con in mente il concetto di terrestrità significa proiettare azioni concrete su una lavagna che raccoglie le istanze globali, azioni rivoluzionarie che guardino a un’ecologia nuova, base di un’economia nuova, di una società che fa pace con la Natura, la società del nuovo millennio che porterà anche vera libertà e vera giustizia.

Da quando l’essere umano, organizzato gerarchicamente nell’esaltazione degli antagonismi sociali, si è reso attore unico e decisionale del pianeta si sono avviati processi che hanno portato ad un declino inesorabile del pianeta.

Di questo declino ne sono prova il fatto che da molti secoli l’élite al potere promuove guerre pronta a distruggere l’intera umanità per detenere il controllo del pianeta.

Quale strada allora percorrere?

Dopo momenti che hanno visto seriamente il rischio della morte dell’umanità (due guerre mondiali), abbiamo avuto un afflato di dignità che ci ha permesso di scrivere carte del diritto internazionale, ma anche costituzioni nazionali, che contengono principi imprescindibili in grado di ricondurci su strade di Pace: la pace tra noi esseri umani e con il pianeta tutto che ha diritto di vivere a prescindere dalla nostra stessa esistenza.

Altri processi si sono avviati nella storia e se anche in modalità ridotta hanno stabilito presupposti praticabili, strade da percorrere per arrivare a un cambiamento vero e duraturo nel rapporto tra l’uomo e la Natura all’insegna della cultura della terrestrità.

Spesso vengono messe in discussione le agenzie mondiali (ONU, UNESCO)  perché non incisive, ma questo è un limite che va superato con passi in avanti nella governance globale, sicuramente non facendo il passo del gambero.
Lo abbiamo già scritto in “Antifascismo e nonviolenza”: una cattiva legge è meglio di nessuna legge, perché lavoriamo alla forza del diritto che deve subentrare al diritto della forza (armata).
Questa è la nonviolenza efficace secondo Papa Francesco, che riprende Gandhi.

Stabilire a livello globale l’illegalità e l’immoralità di un agire (ad esempio la proibizione giuridica delle armi nucleari, oggi quasi a portata di mano) può e deve essere un passo che può condurci ad un cambiamento rivoluzionario, spetta ai grandi movimenti globali lottare per la sua attuazione.

Se nel mondo esistono ancora ingiustizie, guerre e sfruttamento, se una oligarchia di 10.000 persone riesce a schiacciarne oltre 7 miliardi, se il nostro modo di produrre e consumare sta erodendo le basi stesse della vita, questo non vuole dire che la carta internazionale dei diritti umani, da estendere ai diritti dell’umanità e ai diritti della Natura, debba essere stracciata perché non rispettata.

Il nuovo trattato TPAN per la proibizione giuridica delle armi nucleari votato all’ONU e in attesa del completamento dell’iter di validazione con almeno 50 ratifiche da raggiungere, rappresenta un passo in avanti del pacifismo mondiale, della pace tra umanità e natura, anche se non sarà una soluzione definitiva al problema della deterrenza nucleare, che costituisce una emergenza mortale al pari di quella climatica ad essa intrecciata.

L’essere umano organizzato nel sistema gerarchico e patriarcale deve smettere di essere antropocentrico e deve stabilire un patto biocentrico “del Nuovo Millennio” : cessare la guerra contro il pianeta, quindi contro sé stesso.

Vi proponiamo, con la educazione alla “terrestrità” (si veda il testo sotto riportato di Alfonso Navarra per un primo tentativo di approfondimento del concetto),  un percorso di formazione e interazione tra associazioni, attivisti e cittadini al fine di condurre percorsi condivisi che abbiano come comune denominatore la vita da difendere, rispettare e valorizzare.

Questo percorso prevede, con la collaborazione di soggetti impegnati in progetti analoghi, la realizzazione, nel lungo periodo, di una scuola di Pace a livello globale indirizzata, per cominciare, nei primi passi immediati, ai già formatori ed educatori interessati ad approfondire la ricerca culturale sella terrestrità nei suoi vari aspetti, e su come tradurla nei percorsi formativi delle scuole e del mondo culturale e sociale.

Testimonianze, contributi e dibattiti, provenienti da varie fonti, verranno messi come materiale fruibile liberamente dalla rete per una condivisione e una riflessione globale.
Intendiamo, ripetiamolo ancora, collaborare con analoghe iniziative in corso focalizzandoci, da parte nostra su questo problema, più consono al tipo di attività che stiamo svolgendo: come costruire le categorie giuridiche e culturali che esprimano l’appartenenza dell’essere umano alla Terra, e non della Terra all’uomo?

Grazie e diamoci da fare insieme, sorelle e fratelli consapevoli delle piante e degli animali, ma anche del Sole, della Luna e dell’acqua!

 

 

Da parte di Alfonso Navarra

 

Quelli che seguono sono appunti per la definizione dell’idea di terrestrità, ormai matura nella cultura e nei movimenti, ma non focalizzata in modo coerente, adeguato e preciso nelle elaborazioni correnti.
La frase chiave per definire il concetto è: gli esseri umani appartengono alla comunità della vita e alla Terra, Terra Madre, unico ecosistema globale di viventi e non viventi.
Non è viceversa: la Terra appartiene all’uomo, inclusa nella forma della proprietà comune (= la Terra appartiene in comune a tutti gli uomini – e le donne, presenti, passati e futuri).

I nonni della terrestrità: Edgar Morin e Stéphane Hessel. Terra patria, non ancora matria

Il concetto di terrestrità quale bussola per la nostra educazione di cittadini del mondo è alla base de “Il cammino della speranza”, il libro, edito in Italia da Chiarelettere, scritto insieme da Edgar Morin e Stéphane Hessel, due grandi protagonisti della Resistenza antifascista e antitotalitaria nel pensiero e nell’azione.
I due intellettuali furono riuniti dalla redazione di “Le Monde” il 28 febbraio 2013 e in quel dialogo vediamo contenuti in nuce il pensiero che andremo a sviluppare nel proseguio dell’articolo.
In particolare Edgar Morin enuncia la nozione di “Terra-patria”, che non è ancora la terrestrità per come la andremo definendo, ma la contiene in nuce.

Le Monde domanda:

La crisi della nozione prometeica di progresso si è aggravata con disastri ecologici come quello di Fukushima. Il mondo occidentale può considerare un percorso diverso da quello della ragione strumentale?

Edgar Morin  risponde:

 

Quando un sistema non è in grado di risolvere i problemi che lo minacciano, o si disintegra o sprofonda nella barbarie, o riesce ad effettuare una metamorfosi.

Le catastrofi di Hiroshima e Nagasaki segnarono la fine della storia, non nel senso indicato dallo scienziato politico americano Françis Fukuyama, per il quale la democrazia liberale fu il culmine della storia, ma nel senso che tutto deve essere reinventato.

È qui che il principio della metamorfosi assume rilevanza. La globalizzazione è sia la cosa peggiore che la cosa migliore. Come può essere la tendenza migliore? Ha rivelato una comunità di destini per un’umanità confrontata con gli stessi problemi fondamentali, sia ecologici, sociali, politici o altro.

Pertanto, possiamo ottenere i cambiamenti che Stéphane Hessel vuole in termini di governance globale sviluppando un sentimento di appartenenza alla comunità, a ciò che chiamo “Terra-Patria”.

Questa parola “Patria”  è molto importante; basa la comunità dei destini su una filiazione condivisa. “Terra-Patria” non significa che le comunità nazionali ed etniche debbano essere dissolte: l’umanità deve preservare la sua diversità producendo unità.

È fondamentale creare un organo in grado di decidere sui problemi ecologici, di spazzare via le armi di distruzione di massa e di regolare l’economia al fine di frenare la speculazione finanziaria.

Un cantore contemporaneo della terrestrità: Papa Francesco. La Terra nostra sorella, non ancora madre

Nell’enciclica “Laudato sii”, in apertura, il capo della Chiesa di Roma scrive:
«Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi… «per sora nostra matre Terra». Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla (…) Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7).” (par. 1-2)
E poco oltre aggiunge: “La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare (…) Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. ” (par. 13-14)

La Carta della Terra, fatta propria nel 2000 dall’UNESCO. La Terra comunità dei viventi. Ma siamo in comunione anche con il non vivente

Già nel 2000, dopo anni di consultazioni, stesure, ritocchi, venne redatta quella che fu chiamata la Carta della Terra, una dichiarazione di principi etici fondamentali per la costruzione di una società globale giusta, sostenibile e pacifica nel 21° secolo.

La Carta si propose di ispirare in tutti i popoli un nuovo sentimento d’interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future.

Un testo breve ma molto sostanzioso, i cui punti programmatici (che spaziano dall’ecologia alla giustizia e democrazia) purtroppo rimangono per lo più solo sulla carta, come del resto buona parte delle nuove Carte dell’ONU: anche esse esprimono in nuce il valore della “terrestrità”.

Il nuovo 68 ecologista: volontà di azione ma debolezza di pensiero nei fortunatamente risvegliati

Oggi stiamo assistenza ad una rinascita di una coscienza ecologica nei giovani e giovanissimi che si mobilitano in tutto il mondo.

Dal movimento Extiction Rebellion a Greta Thunberg e il movimento Fridays for Future da lei avviato, siamo di fronte a masse di persone (giovani e diversamente giovani) che sono stanchi di ascoltare le parole della politica politicante e pretendono fatti concreti subito. Hanno capito che ne va di loro, di noi tutti e dell’intero Pianeta sul quale siamo, nella loro visione, ospiti.

Due movimenti che, data la loro portata numerica e l’attenzione mediatica che hanno conquistato, fanno sperare: di fronte a tutta questa massa di persone che chiedono politiche immediate di riduzione del riscaldamento climatico e che non si fermano ma sono intenzionate a proseguire finché non vedranno varate norme effettive in questa direzione, i governi e le multinazionali potranno poco ciurlare nel manico. Ora resistono, talvolta fingono di acconsentire e prendono tempo. Ma prima o poi dovranno cedere alla forza dell’unione popolare che si va chiarificando e costruendo.

A condizione che il sentimento sia guidato dall’intelligenza e che la fretta non faccia da cattiva consigliera. L’emergenza che viene invocata viene difatti già sfruttata dalla lobby atomica che rientra dalla finestra dopo essere stata esclusa dalla porta degli accordi di Parigi del 2015.
Non si può curare l’inquinamento da CO2, che – a detta dell’IPCC – può portarci al collasso ecologico entro 10 anni, con l’inquinamento radioattivo da ciclo nucleare, che comunque costituisce un fattore di estinzione ed è prodotto inevitabile di una “deterrenza” che in qualsiasi momento può farci saltare tutti per aria anche solo per incidente o per errore di calcolo.

I giovani, per fortuna, sono usciti da uno stato letargico ed insieme ai giovani risvegliati, nel confronto e nel dialogo, i protagonisti delle lotte e della consapevolezza delle lotte ecopacifiste e sociali del recente passato forse riusciranno a salvare il cammino umano sulla Terra.

 

La Costituente della Terra. Ma non siamo solo gli abitanti di una casa comune

 

E’ appena uscito un appello, redatto in bozza da Riccardo Petrella, che chiama gli “abitanti della Terra” a istituire un “popolo della Terra” con l’obiettivo di promuovere una “Costituente della Terra”.

L’iniziativa nasce da una domanda giusta e importante: “come mettere in movimento i processi capaci di permettere all’Umanità di diventare nel corso dei prossimi anni/decenni il soggetto giuridico e politico-istituzionale capace di assumere il compito di assicurare la salvaguardia, la cura e la perennità della vita della Terra su scala planetaria”?

E si giunge ad individuare quattro gruppi di principi fondatori e di percorsi costituenti (PPC):
PPC 1. Per un divenire della vita della Terra fondato sulla sacralità e la gratuità della vita e la responsabilità dell’umanità
PPC2. Sradicare i fattori strutturali generatori dell’inuguaglianza per cui l’impoverimento/esclusione costituisce il maggiore furto della vita
PPC3. Rimpiazzare le logiche di guerra con le logiche della sicurezza collettiva e del potere diffuso tra tutti gli Abitanti della Terra (direttamente fra gli umani e via la rappresentanza tramite l’Umanità)
PPC 4. Primi strumenti operativi al servizio della messa in movimento della concezione e realizzazione del Patto dell’Umanità.

Il concetto di abitante di una casa comune non è, a nostro avviso, adeguato e lo sforzo giuridico da compiere sarebbe quello di individuare le categorie del riconoscimento non dell’appartenenza della Terra alla società umana ma dell’appartenenza della società umana alla Terra.

Detto questo, la proposta di una “Scuola per un nuovo pensiero” la troviamo interessante ed opportuna e pensiamo, come membri della Rete ICAN Italia, di potere collaborare con la nostra linea di ricerca sulla “educazione alla terrestrità”.

Riportiamo i temi di cui vorrebbe occuparsi la “Scuola Costituente Terra”, che vorrebbe “addestrarci a disimparare l’arte della guerra, per imparare invece l’arte di custodire il mondo e fare la pace”:

 

1) le nuove frontiere del diritto, il nuovo costituzionalismo e la rifondazione del potere;

 

2) il neo-liberismo e la crescente minaccia dell’anomia;

 

3) la critica delle culture ricevute e i nuovi nomi da dare a eventi e fasi della storia passata;

 

4) il lavoro e il Sabato, un lavoro non ridotto a merce, non oggetto di dominio e alienato dal tempo della vita;

 

5) la «Laudato sì» e l’ecologia integrale;

 

6) il principio femminile, come categoria rigeneratrice del diritto, dal mito di Antigone alla coesistenza dei volti di Levinas, al legame tra donna e natura fino alla metafora della madre-terra;

 

7) l’Intelligenza artificiale (il Führer artificiale?) e l’ultimo uomo;

 

8) come passare dalle culture di dominio e di guerra alle culture della liberazione e della pace;

 

9) come uscire dalla dialettica degli opposti, dalla contraddizione servo-signore e amico-nemico per assumere invece la logica dell’ et-et, della condivisione, dell’armonia delle differenze, dell’ «essere per l’altro», dell’ «essere l’altro»;

 

10) il congedo del cristianesimo dal regime costantiniano, nel suo arco «da Costantino ad Hitler», e la riapertura nella modernità della questione di Dio;

 

11) il «caso Bergoglio», preannuncio di una nuova fase della storia religiosa e secolare del mondo.

 

 

Terrestrità non è semplice internazionalismo, cosmopolitismo o mondialismo.

L’internazionalismo è un movimento e un’ideologia politica, nata nel XIX secolo, che persegue la cooperazione politica ed economica tra le popolazioni di
diverse nazioni per il beneficio di tutti. Sebbene col termine “internazionalismo” si intenda solitamente far riferimento all’internazionalismo proletario sono nate in seguito scuole di pensiero che sostengono e appoggiano l’esistenza di un “internazionalismo liberale”.
L’internazionalismo proletario è bene espresso dal famoso inno de “L’Internazionale”. Il suo concetto base risale al “Manifesto del Partito Comunista”, redatto nel 1848 da  Karl Marx e Friedrich Engels, che terminava con il famosissimo slogan: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”.
I membri della classe operaia, avanguardia del proletariato, devono agire in solidarietà verso la rivoluzione globale e in supporto dei lavoratori degli altri paesi, piuttosto che seguire un percorso nazionale.
L’internazionalismo proletario è considerato un antidoto e un deterrente contro la guerre tra nazioni, poiché non è nell’interesse degli appartenenti alla classe proletaria usare le armi contro altri proletari, invece è più utile che lo facciano contro la borghesia, che, secondo il Marxismo, sfrutta e opprime i lavoratori. Mediante la solidarietà fra i proletari di tutte le nazioni si potrà arrivare alla fine dei conflitti fra nazioni, e quindi alla scomparsa delle stesse come stati nazionali (in base alla nota teoria marxiana dell’estinzione dello stato). Secondo la teoria marxista l’avversario dell’internazionalismo proletario è il nazionalismo borghese: in sintesi l’internazionalismo marxista considera la divisione del mondo in classi, nazioni e religioni un ostacolo allo sviluppo della civiltà umana.
(Nello sviluppo storico abbiamo poi avuto la dottrina e la pratica staliniana del “Socialismo in un solo Paese”: di fatto un socialismo nazionalista che ricercava la potenza dello Stato guida sovietico, cioè della Russia, avanguardia mondiale dei popoli oppressi in lotta – come “campo socialista” – contro il “campo imperialista”).
Nel XXI secolo l’internazionalismo proletario è stato ereditato dal pensiero e dai movimenti Alter-Global in antitesi a quella che è stata identificata come la globalizzazione capitalista del mondo occidentale. Lo scopo è quello di costruire un “altro mondo possibile”, abolendo totalmente gli “Stati-nazione”, ritenuti ormai obsoleti, secondo una concezione con addentellati anche anarchici, vagheggiata soprattutto dal Socialismo utopistico e, sebbene in forme e maniere differenti, dallo stesso Marx nel XIX secolo.
All’internazionalismo proletario poi si è contrapposto l’internazionalismo liberale ed infine quello neo-liberale. L’internazionalismo liberale è caratterizzato dall’idea della reciproca collaborazione fra le nazioni per la loro convivenza pacifica. Con questo intento nel XX secolo, dopo le due guerre mondiali, sorsero gli organismi internazionali, nati per mantenere la pace ed il rispetto di norme comuni in tutto il mondo. Un antesignano importante dell’internazionalismo liberale è considerato il famoso trattato del filosofo Immanuel Kant  “Per la pace perpetua” (1795), in cui si propone una fattiva collaborazione fra i vari Stati d’Europa per eliminare le guerre. Il “sentimento cosmopolitico”, tipicamente illuministico, deve cercare di evitare ogni tipo di conflittualità fra gli Stati stessi. Può essere notevole rammentare che il cosmopolitismo settecentesco criticava il “patriottismo”: nella Encyclopédie d’Holbach lo definiva “una mascheratura, in cui cadono gli ingenui “buoni patrioti”, messa in atto dal potere costituito per realizzare i propri interessi”. Al patriota viene propinato un ideale che raffigura tutti gli altri uomini come suoi nemici mentre al cosmopolita non interessa che la sua patria sia più o meno estesa, più o meno povera. La patria è semplicemente un concetto relativo in cui si identifica lo Stato quando assicuri ai cittadini libertà e felicità. “Dove c’è libertà là è la mia patria”, affermava Benjamin Franklin, uno dei padri del costituzionalismo americano.
L’ONU può quindi essere considerata il frutto dell’egemonia culturale del cosmopolitismo rivisitato nel Novecento, cioè dell’internazionalismo liberale.
Con il termine “mondialismo” viene indicato il processo storico dell’attuale globalizzazione capitalista, un particolare processo storico che sta portando a una progressiva unificazione e omogenizzazione (omologazione in senso occidentale, “occidentalizzazione”) dell’intero pianeta.
Il termine viene solitamente utilizzato nell’ambito della cosiddetta controinformazione in modo paradossalmente speculare dai movimenti e dai partiti politici di destra radicale e qualche volta anche in quelli della sinistra radicale.
La sinistra radicale denuncia la politica estera imperialista della NATO e degli USA, politica fondata sul cercare di conformare il mondo ai dettami del Pentagono e al modello economico e sociale statunitense, in questo senso una politica di stampo “mondialista”, dove per “mondialismo” si intende l’imposizione di un modello politico (o di altro tipo) su scala mondiale, una globalizzazione imposta (militarmente, economicamente, culturalmente) e non spontanea.
Non coglie però – tale sinistra – che logiche simili, anche se con minori proiezioni di potenza per ovvi motivi storici, si sviluppano le politiche della Cina e della Russia,
e persino le politiche ispirate dall’islamismo integralista, sia esso guidato da grandi potenze (Arabia Saudita ad es) che da formazioni estremiste (Al Qaeda, Isis, ecc).

Terrestrità non è semplice mondialità o altermondialità

La parola mondialità, di conio ONU-UNESCO, è invece usata in una accezione positiva da organizzazioni cattoliche e pacifiste e rinvia all’idea di una unica famiglia umana, fondata sul dialogo interculturale (specialmente inter-religioso) e la solidarietà tra le persone, le comunità, i popoli. Suoi riferimenti sono la pace, la giustizia, il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.
Quello che il concetto di terrestrità aggiunge alla semplice mondialità nasce dall’introiezione ed assimilazione più coerente e profonda del pensiero ecologista. Gli esseri umani non sono solo abitanti del Pianeta Terra, ma figli e figlie di Gaia, la Madre Terra, cioè parte, membri di un unico super- organismo vivente. Qui non solo si va ben oltre gli Stati-nazione e la stessa comunità degli Stati-nazione.
La cultura della pace del XXI secolo viene resa coerente e può passare da una visione strettamente antropocentrica ad una visione olistica biocentrica includente la totalità degli esseri viventi (mondo dei geni, mondo vegetale, mondo animale, mondo umano…). Da qui l’importanza dello sviluppo dei diritti degl animali, delle piante, della “Natura”, composta da “ecosistemi” cui si può pensare di riconoscere personalità giuridica (già nel 2017 è avvenuto con cinque fiumi).
L’Umanità in quanto tale deve diventare un soggetto giuridico, e questa era la proposta della Carta che Corinne Lapage, ministro dell’ambiente francese, non riuscì a presentare alla COP 25 di Parigi perchè conteneva l’istanza antinucleare.
Ma nemmeno questo basta: bisogna, sottolineamolo, anche riconoscere i diritti autonomi della Natura, da identificare come comunità globale di vita, e per soprammercato come equilibrio tra ciò che possiamo definire vivente e ciò che non lo è.
Lo aveva intuito San Francesco d’Assisi: anche ciò che non è vivente, ma è alla base della nostra vita, va considerato nostro fratello e sorella: l’acqua, il fuoco, il Sole, le stelle, la Luna…
La diseguaglianza è inaccettabile, ma bisogna riconoscere il suo nesso con la guerra contro la Natura, espresso dall’intreccio tra emergenza climatica ed emergenza nucleare.
La pace tra Uomo e Natura, condizione della lotta alla disuguaglianza, postula cambiamenti radicali, il rivoluzionamento dei principi fondatori dei sistemi economici, politici, militari, ideologici dominanti.
La Terra è molto di più che il nostro “luogo di vita” (oikos), la nostra “casa comune”, per come ce la indica una metafora usata ed abusata.
E’ la nostra Madre, è la Natura cui apparteniamo e quindi non ci può appartenere. Nessun essere umano, nessuna organizzazione umana ne può essere proprietario/a.
Gli esseri umani, come tutte le specie viventi, sono il risultato dell’evoluzione della vita della Terra, vita nata circa 3 miliardi di anni fa su un Pianeta che ha 5 miliardi di anni.
Ogni comunità umana va allora considerata un membro vivo dell’unico ecosistema terrestre: per questo l’escludere, il segregare, il mettere in pericolo di vita gruppi, categorie o comunità umane devono essere trattati come atti criminali da condannare senza compromessi. Ma questo stigma di comportamento criminale andrebbe attribuito anche ai comportamenti che mettono a rischio gli ecosistemi particolari che compongono l’ecosistema globale.
La cittadinanza globale deve prescindere dall’appartenenza ad un singolo Stato “nazionale”, ed anche dall’essere “risorsa” per l’economia il cui valore è determinato in funzione al suo contributo alla creazione della “crescita” calcolata in termini monetari.
La cittadinanza per gli uomini e per le donne deve essere riconoscimento di appartenenza alla comunità dei viventi, nel recepimento della visione moderna (ricollegantesi anche ad alcune visioni ancestrali dei popoli indigeni) che ha superato l’antropocentrismo con il biocentrismo.
Oggi, la distinzione tra la specie umana (l’umanità) e le altre specie viventi resta ma abbiamo acquisito la coscienza di far parte integrante dell’insieme della vita della Terra e della sua evoluzione. Esseri umani, facciamo parte della “Natura”, siamo “Natura”. Insieme alle altre specie viventi costituiamo la comunità globale della vita della Terra, ben piantata sulla sua necessaria infrastruttura fisico-materiale.
La Terra, anche nel suo scheletro non vivente, dobbiamo concepirla come un unico super-organismo di cui siamo “membri” organici.
Questa nuova visione biocentrica, concretamente, sul piano organizzativo del vivere insieme, ci conduce ad entrare in una prospettiva storica dell’istituzionalizzazione giuridico- politica della « comunità globale della vita », ossia dell’ecosistema globale.
Quando si parla di “proteggere” o “salvare” la vita della terra, si parla dell’equilibrio e della cooperazione di tutte le specie viventi nel rapporto indissolubile con l’infrastruttura non vivente.
Pertanto se l’economia, come dice la sua etimologia, è l’insieme delle “regole della casa”  è evidente che essa deve diventare un sottoinsieme dell’ecologia, cioè che l’attuale economia mondiale deve essere modificata alle radici perché essa non è altro che un insieme di regole fondate sul principio dell’accumulazione illimitata a profitto di pochi, che, violentando la Natura, genera esclusione, inuguaglianza, competitività, guerra.
Ma altrettanto devono essere soggetti a cambiamento i sistemi politici e culturali fondati sulle medesime finalità.
Un punto su cui, per finire, bisognerebbe riflettere è anche se il biocentrismo possa rappresentare un antidoto alle rappresentazioni titaniche dell’uomo come quelle implicate dal concetto di “antropocene”, cioè della convinzione che le attività umane siano ormai diventate la forza determinante nello stabilire i destini della vita e le leggi di sviluppo del Pianeta. Esiste la responsabilità umana, una particolare responsabilità di “custodi” e coordinatori in virtù dell’intelligenza, ma deve sottrarsi alle sirene implicite della “deificazione”, cioè alla idea che la vita in quanto tale, nelle forme e negli sviluppi, dipende ormai solo da noi. Non dobbiamo pretendere di indirizzare il divenire della Vita, ma solamente fare la nostra parte, con intelligenza e saggezza, con l’uso ragionevole delle conoscenze scientifiche, per garantirne l’equilibrio nel continuare lo svolgimento naturale dell’evoluzione.

Voci dall’attivismo mondiale di pace

Trailer della Campagna “Siamo tutti premi nobel per la pace con Ican”

Voci dall’attivismo mondiale di pace

Appello congiunto di Moni Ovadia, Alfonso Navarra, Alex Zanotelli, Laura Tussi, Luigi Ciotti, Fabrizio Cracolici, Vittorio Agnoletto

Voci dall’attivismo globale di pace

Appello congiunto di Moni Ovadia, Alfonso Navarra, Alex Zanotelli, Laura Tussi, Luigi Ciotti, Fabrizio Cracolici, Vittorio Agnoletto.

Trailer della Campagna “Siamo tutti premi nobel per la pace con Ican”: interventi dei relatori in ordine di comparizione nel filmato

 

A cura di Fabrizio Cracolici, Alfonso Navarra, Laura Tussi

 

Sono Moni Ovadia e sostengo ICAN (International Campaign to abolish nuclear weapons) campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari. A ICAN è stato conferito il premio Nobel per l’importanza del suo magistero di pace. Premio Nobel per la pace. Diventiamo tutti insieme a ICAN attivisti di pace, donne e uomini di pace. La questione in campo è assoluta: è la questione della vita. La differenza fra chi combatte per l’abolizione delle armi nucleari e chi invece non fa nulla e è indifferente, è il discrimine per chi vuole stare dalla parte della vita e chi invece accetta l’abbraccio della morte come condizione di esistenza. Dunque sostenete questa campagna: diventate attivisti della vita e non è difficile capire che cosa è in gioco. Siamo in gioco noi, ma sono in gioco i nostri figli, i nostri nipoti e i nostri pronipoti. Cominciamo dall’abolizione delle armi nucleari perché un giorno ci sia l’abolizione totale delle armi. di Moni Ovadia

 

Sono Alfonso Navarra dell’associazione Disarmisti Esigenti. “Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai” questo motto lo dobbiamo al nostro grande presidente partigiano Sandro Pertini che, sicuramente, fosse ancora vivo, avrebbe gioito della notizia che il mondo sta per proibire le armi nucleari: con l’adozione di un trattato di proibizione delle armi nucleari nella conferenza Onu del 7 luglio 2017. Questo voto di 122 nazioni richiede un processo di ratifica. Questo trattato entrerà in vigore il giorno in cui il cinquantesimo stato avrà ratificato il testo del trattato Onu che è stato dovuto soprattutto alla spinta organizzativa della società civile internazionale che si è aggregata intorno alla campagna internazionale per l’abolizione degli armi necleari ICAN. ICAN in virtù di questo contributo nel 2017 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Quando questo premio Nobel per la Pace è stato ritirato a Oslo, la direttrice esecutiva della campagna ha riconosciuto che si tratta di un riconoscimento dovuto all’impegno antinucleare di tutti gli attivisti del mondo. E è stato fatto un invito a unire e allargare le forze per passare da questa proibizione delle armi nucleari con cui l’Italia deve essere tra i promotori che hanno già ratificato il trattato ONU. di Alfonso Navarra

Voci dall'attivismo globale di pace

Sono padre Alex Zanotelli missionario comboniano. Sono profondamente solidale con ICAN che ha ricevuto il premio Nobel per la pace per questa campagna per l’abolizione delle armi nucleari. Sono contro tutte le armi nucleari prima di tutto come credente nel Dio della vita che mi porta a impegnarmi contro ogni forma di morte e l’atomica è uno strumento di morte: di morte globale. Inoltre come missionario sono contro le armi nucleari, perché le armi nucleari proteggono la profonda ingiustizia, proteggono quel 10 per cento della popolazione mondiale che oggi consuma il 90 per cento dei beni di questo mondo. Non posso sopportare e accettare un disordine del genere. Ecco perché ritengo fondamentale questa campagna e chiedo che l’Italia ratifichi finalmente il trattato ONU per l’abolizione delle armi nucleari. di Alex Zanotelli

 

Buonasera sono Laura Tussi faccio parte dell’associazione ecopacifista PeaceLink – telematica per la pace e sono promotrice e portavoce dell’associazione Disarmisti Esigenti – associazioni affiliate a ICAN – e per questo faccio parte della rete internazionale ICAN per il disarmo nucleare universale che è stata insignita Premio Nobel per la Pace 2017 per promuovere il progetto storico del diritto internazionale: l’abolizione degli ordini di distruzione di massa nucleari. Il governo italiano non ho ancora approvato e ratificato il trattato ONU del 7 luglio 2017 che è valso il Premio Nobel per la Pace e che è stato approvato a New York a palazzo di vetro con 122 nazioni e con la società civile organizzata in ICAN. Il trattato ONU del 7 luglio 2017 supera il vecchio TNP trattato di non proliferazione delle armi nucleari che legittima il nucleare per alcuni Stati e superpotenze e approva invece l’innovativo TPAN il trattato per l’abolizione degli ordigni nucleari. di Laura Tussi

 

Ciao sono Luigi Ciotti di Libera e del Gruppo Abele e sostengo anch’io la campagna “Siamo tutti premi Nobel per la Pace con ICAN” per l’abolizione delle armi nucleari e la sostengo con convinzione oggi più che mai perchè tocchiamo con mano tanti conflitti e tante guerre. Sono 47 ufficialmente i Paesi coinvolti in questi conflitti. Sono migliaia le armi nucleari operative. Sono milioni i profughi: si parla del 90/95% la percentuale di civili fra le vittime. Il doppio delle precedenti guerre mondiali. Sono circa 357 milioni i bambini – uno su sei – che vivono attualmente in zone colpite da conflitti, esattamente 75% in più rispetto a 25 anni fa. Allora perché l’Occidente continua ad ignorare, quando non a favorire, guerre feroci che trasformano tanti Paesi in un mattatoio e in uno scenario niente affatto di Pace e poi in gran parte taciuto e ignorato e censurato data l’enormità degli interessi in gioco? Credo che si debba dire vergogna alla spesa militare mondiale. L’anno scorso ha toccato una cifra impressionante: 1.739 – dato ufficiale – miliardi di dollari. E’ una vergogna. L’Italia occupa l’ottavo posto nell’esportazione di armi. Armi che vende anche a Paesi colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani in deroga ha una legge che metteva i paletti: la legge 185 del 1990. Aspetto più indecente del problema allora la commistione tra le guerre e l’economia del profitto. Guerre combattute con armi, ma anche con armi economiche: per questo l’abolizione delle guerre e delle armi deve passare per la costruzione di giustizia, di un nuovo rinnovamento culturale, ma deve tutto questo calarsi in un più ampio discorso di promozione dei diritti umani, sociali e civili e nell’impegno per la dignità e la libertà delle persone. Dobbiamo ripartire per costruire la pace, consapevoli di dover procedere uniti, perché solo insieme, il desiderio di cambiamento diventa forza di cambiamento. di Luigi Ciotti

 

Sono Fabrizio Cracolici, Presidente ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della sezione Emilio Bacio Capuzzo di Nova Milanese. Anch’io sostengo ICAN campagna per il disarmo nucleare universale che ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno sul grande tema di importanza fondamentale che è quello dell’abolizione degli ordigni nucleari e del disarmo nucleare universale. Oggi assistiamo a un imbarbarimento e a una continua presa di forza nei confronti dei più deboli, dei più diseredati e la prepotenza del potere sta sempre più contrastando i diritti di ogni cittadino. Per questo noi oggi siamo qui a testimoniare a sostegno di una campagna internazionale per il disarmo nucleare. Noi facciamo questo perché non vogliamo più che avvengano quegli eventi orribili avvenuti in passato e prima fra tutti la seconda guerra mondiale e poi il fascismo e il nazismo che hanno portato all’umanità odio, distruzione e morte e proprio per questo noi oggi contrastiamo chi vuole, con la deterrenza delle armi nucleari, imporre il terrore nel mondo. di Fabrizio Cracolici

 

Sono Vittorio Agnoletto e sostengo la campagna ICAN contro le armi nucleari. Credo che aver ottenuto il Premio Nobel per la Pace sia stato un risultato importantissimo, intanto perché si è dimostrato che anche nell’epoca della globalizzazione grandi movimenti sociali universali organizzati in tutto il mondo possono ottenere un risultato. Un risultato importante perché è in discussione il futuro dell’umanità. E noi italiani abbiamo anche obiettivi molto concreti. Primo: far si’ che l’Italia ratifica il trattato ONU. Secondo: ottenere che sul nostro territorio non vi sia più nessun ordigno nucleare e invece abbiamo ordigni nucleari della NATO e degli Stati Uniti. Terzo: uscire dalla Nato che è un’alleanza puramente offensiva.

Ma essere contro le armi nucleari significa anche prima di tutto battersi per la pace e noi sappiamo che non ci può essere pace senza giustizia sociale e sappiamo che si comincia a costruire la pace lavorando con i bambini, con i ragazzi, facendo formazione e educazione nelle scuole, formazione alla multiculturalità, formazione alla solidarietà e formazione ai grandi valori della vita, perché non dimentichiamo che la terra è il più grande bene comune di cui noi disponiamo. di Vittorio Agnoletto