Alife, un monumento a Gino Strada e a Teresa Sarti

L’impegno della cantautrice Agnese Ginocchio, testimonial di pace e nonviolenza

Alife, un monumento a Gino Strada e a Teresa Sarti

Alife, a Gino Strada e a Teresa Sarti fondatori di Emergency, dedicato il primo monumento in ferro battuto in Campania, realizzato dal Maestro Angelo Ciarlo di Letino. Presente il Referente regionale di Emergency Peppino Fiordelisi

Monumento a Emergency - Alife, Caserta

L’impegno della cantautrice Agnese Ginocchio – Testimonial di pace e nonviolenza

Alife, a Gino Strada e a Teresa Sarti fondatori di Emergency, dedicato il primo monumento in ferro battuto in Campania, realizzato dal Maestro Angelo Ciarlo di Letino. Presente il Referente regionale di Emergency Peppino Fiordelisi.

Promosso dal “Movimento Internazionale per la Pace e la Salvaguardia del Creato III Millennio della Provincia e Regione Campania”, con il Patrocinio del Comune di Alife, del Parco Regionale del Matese, della Comunità Montana del Matese, con l’adesione dell’ Istituto Comprensivo “N. Alunno” di Alife, dell’IPIA “M. Bosco” di Alife, dell’Associazione nazionale Combattenti e Reduci (sez. di Piedimonte Matese), del Circolo ricreativo della terza età, è stato inaugurato il 6 Ottobre (e installato il 4, festa di S. Francesco d’Assisi) presso il “Giardino della Pace, del Creato e della Memoria storica, Presidio di Pace e di Legalità” in Alife, il bellissimo monumento in ferro battuto dal titolo “La Pace”, raffigurante una grossa foglia di olivo (simbolo di Pace) dalla quale si ergono due rami a forma di braccia che custodiscono tra le mani la colomba con un ramoscello di ulivo
(sempre simbolo della Pace). La scultura è stata realizzata dal Maestro Angelo Ciarlo originario di Letino (Caserta), noto per le sue opere d’arte in ferro battuto per le quali ha ricevuto diversi riconoscimenti. La sua particolarità è quella di usare arnesi reperiti dai contadini e pastori, dai quali riesce a ricavarne bellissime sculture, lavorandoli abilmente con le sue mani e trasformandoli in opere d’arte. Il Maestro Ciarlo dopo aver visitato l’Albero della Pace ha voluto così omaggiare la Pace dedicandogli un’opera scultorea che in accordo con la Presidente del Movimento per la Pace Agnese Ginocchio, è stata dedicata a due grandi testimoni di Pace “Gino Strada, recentemente scomparso e alla moglie Teresa Sarti, fondatori di Emergency”.
Sono intervenute le seguenti autorità portando il loro saluto: Il Consigliere Comunale del Comune di Alife e Assessore alla Comunità Montana del Matese Luigi Zazzarino, che ha portato i saluti del Sindaco di Alife Maria Luisa Di Tommaso (impedita a partecipare per una riunione fuori programma con i tecnici del PUC) e del Presidente della Comunità Montana del Matese Francesco Imperadore, la Dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di Alife Angela Faraone, presente con una delegazione delle docenti: Maria Pia Biondi, Raffaelina Pascale, Tiziana Castiello, Delia Oro, Alfonsina Sasso, Patrizia De Angelis, Francesca Cerbo e Monica Pacelli, insieme a una rappresentanza degli alunni della classe II, sezioni A e B, della scuola primaria plesso Via Volturno ( rispettando le norme anticovid) intervenuti con alcuni messaggi attraverso i quali hanno voluto ricordare i bambini vittime di guerre. La Dirigente Faraone nel salutare ha ricordato “l’importanza di infondere il valore dell’amore e della Pace nel cuore dei giovani partendo sin da bambini, per ottenere una società più giusta e umana”.
A seguire i delegati dell’ IPIA di Alife (IITCG “V. DE FRANCHIS ) Domenica Pelosi, con il collega Luigi Di Rienzo, la quale ha portato i saluti del Preside Marcellino Falcone e della responsabile di plesso IPIA di Alife, Angelina Palmiero, presenti insieme a una rappresentanza di alunni dell’IPIA della classe V, sezioni A e G, di cui l’alunno Valerio Fiocco che ha declamato uno stralcio tratto dal libro “Pappagalli verdi” di Gino Strada e la dedica riportata sulla targa di titolazione della scultura, il neo Presidente dell’Associazione nazionale Reduci e Combattenti (sez. P. Matese) Lino Diana che succede al caro Raffaele Civitillo, con una delegazione costituita dall’Alfiere Luigi Melillo, il vice Presidente Vincenzo Masucci ed il socio Mimmo Civitillo, che ha ricordato “l’importanza di coltivare sempre l’esercizio della memoria, un ricordo anche per l’impegno a sostegno della causa di Pace del presidente uscente Civitillo presente tante volte in quest’area, ultima fra tutte la cerimonia per l’ultimo reduce di guerra sopravvissuto originario di Alife, al quale fu dedicata la scultura lignea di “E. Iannelli”. Presente la ricercatrice di storia Daniela Mastrolorenzo di Piedimonte Matese, il Circolo Ricreativo della terza età di Alife presieduto da Francesco Montalbano (delegati il vice Tommaso Offreda, i soci Francesco Farina, Gaetani Giuseppe e altri), il Preside dell’ISIS “U. Foscolo” di Sparanise -Teano Paolo Mesolella (nonché socio del Mov. Per la Pace), che ha ricordato l’esempio di Gino Strada e l’importanza di farlo conoscere ai giovani; l’Assessore alle politiche sociali, ecologia e pari opportunità del Comune di Falciano Del Massico, Antonietta Rucco, “amica della Pace, “la quale nel ricordare il grande Strada, ha voluto dedicare un pensiero anche al dramma delle donne afghane vittime di ingiustizia, il referente del coordinamento provinciale “Libera contro le mafie” Fabio De Gemmis, che ha ricordato “l’importanza di agire e di cercare sempre la Giustizia, senza la quale non può affermarsi la Pace”, il referente provinciale del “Movimento Agende Rosse P. Borsellino” Mimmo Marzaioli che ha ricordato l’impegno di agire “sempre con trasparenza e coscienza per una società di Pace”, i soci del Movimento per la Pace Gino Ponsillo, Monica Pacelli, Rosa Arbolino e Lucia Villano, quest’ultima ha portato i saluti del Vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro. Presente anche Carlo Pastore delle “guide Escursioniste per la Pace”, con il suo libro di poesie e Caterina Civitillo, volontaria della “Pace sul Miletto”. Ospite il referente Regionale di Emergency Peppino Fiordelisi, che ha ricordato il messaggio di Gino Strada e l’impegno con Emergency dall’inizio:
“Nel 1994, l’esperienza accumulata negli anni con la Croce Rossa spinge Gino Strada, insieme alla moglie Teresa Sarti e alcuni colleghi e amici, a fondare EMERGENCY, Associazione indipendente e neutrale nata per portare cure medico-chirurgiche di elevata qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. Il primo progetto di EMERGENCY, partendo con un ambulatorio, che vede Gino Strada in prima linea, è in Ruanda durante il genocidio. Poi la Cambogia, Paese in cui resta per alcuni anni. Nel 1998 parte per l’Afghanistan: raggiunge via terra il nord del Paese dove, l’anno dopo, EMERGENCY apre il primo progetto nel Paese, un Centro chirurgico per vittime di guerra ad Anabah, nella Valle del Panshir. Gino Strada rimane in Afghanistan per circa 7 anni, operando migliaia di vittime di guerra e di mine antiuomo e contribuendo all’apertura di altri progetti nel Paese. Oggi EMERGENCY è presente in Afghanistan con 3 ospedali, un Centro di maternità e una rete di 44 Posti di primo soccorso. Dal 2005 inizia a lavorare per l’apertura del Centro Salam di cardiochirurgia, in Sudan, il primo Centro di cardiochirurgia totalmente gratuito in Africa. Nel 2014 si reca in Sierra Leone, dove EMERGENCY è presente dal 2001, per l’emergenza Ebola. Dal 1994 a oggi Emergency ha lavorato in 19 Paesi curando 11 milioni di persone. Senza discriminazioni. Gino Strada sosteneva che “I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi”. Fiordelisi ha ricordato anche il dramma in Congo dove è in corso una guerra per l’accaparramento del “Coltan”, e dove tanti “bambini e uomini schiavi” vengono sfruttati per la raccolta di questo minerale nelle miniere con il cui contatto si contraggono diverse malattie: compromissione di cuore, vasi sanguigni, cervello e cute; riduzione della produzione di cellule ematiche e danneggiamento dell’apparato digerente; aumento dei rischi del cancro; difetti genetici nella prole; malattie dell’apparato linfatico. Anche qui Emergency cura queste vittime che non possono permettere medicine e cure mediche.
Con il Coltan vengono prodotti i telefonini che usiamo, i computer, telecamere e molti componenti elettronici.
Fiordelisi ha concluso ricordando la realtà di ambulatorio presente da anni presso Castel Volturno in soccorso alle donne, ai migranti e alle persone in difficoltà. Infine, uno degli ultimi progetti di Emergency, nato a seguito dell’emergenza Covid Italia che ha generato nuove povertà, è: “ NESSUNO ESCLUSO: DISTRIBUZIONE GRATUITA DI PACCHI DI ALIMENTI E BENI DI PRIMA NECESSITÀ” destinati a persone e nuclei familiari messi in difficoltà dalle conseguenze sociali ed economiche dell’epidemia di Covid-19. Il progetto è al momento attivo a Milano, a Roma, a Piacenza, a Napoli, a Catanzaro, a Catania e a Varese. Da metà maggio 2020; a oggi, sono più di 97.000 i pacchi alimentari già consegnati. A ogni persona viene consegnato un Pacco alimentare e un Pacco igiene (casa e personale)”.

La giornata è terminata con una maggiore consapevolezza da parte di tutti i partecipanti, l’impegno nel far conoscere l’azione di Pace attraverso il ricordo di Uomini Giusti, che, partendo da Gino Strada hanno fatto della loro vita un dono a servizio dell’umanità. In un tempo di dispersione come quello che ci investe, questi “luminari” diventano, in particolare per i giovani, dei veri e propri punti di riferimento a cui ispirarsi. “Il ricordo di Gino Strada infatti, invita a ringraziare per tutto quello che ha fatto nella sua vita, accanto alle vittime di ogni tragedia e sofferenza, con l’impegno, da tutti riconosciuto, contro ogni guerra. La sua testardaggine sia di stimolo per essere architetti e artigiani di Pace”, ha ricordato Agnese Ginocchio Presidente del Movimento per la Pace, sottolineando il lavoro portato avanti nel corso degli anni presso il “Giardino della Pace, Presidio di Pace e di Legalità (nel ricordo di Gino Strada, dei giudici Falcone e Borsellino e di tutti i martiri di Pace e di Giustizia) e ha ricordato l’importanza di custodire questi simboli. L’area, recentemente oggetto di gravi azioni vandaliche, è stata ripristinata. Proprio per questa Giornata sono state ricollocate al loro posto la Panchina, l’opera lignea dedicata all’ultimo reduce di guerra e le targhe delle vittime di mafia. Ancora una volta ( che poi sono state le parole dell’Assessore Luigi Zazzarino e della stessa Sindaca Di Tommaso espresse recentemente) ha esortato alla cura e al rispetto di quest’area, dotata di recente anche di un faretto a carica solare (donato dalla famiglia “Cornelio Pietro e Roberta” e dedicato a Gino Strada essendo stato installato proprio all’indomani della sua dipartita), dove sono presenti: l’Albero della Pace dedicato ai percorsi della memoria storica dei 100 anni della grande guerra messo a dimora nella prima tappa della “Fiaccola della Pace”, l’Albero dedicato ai giudici eroi Falcone e Borsellino, la Panchina della Pace e della Nonviolenza contro tutte le violenze di genere e i femminicidi dedicata alla memoria di Stefania Formicola, la scultura lignea dedicata all’ultimo reduce sopravvissuto agli orrori della guerra, Cav. Giovanni Di Franco, l’albero dedicato ai martiri di mafia caduti sul lavoro Antonio Sottile finanziere e Giuseppe Macchiarelli (strage della Conservatoria), l’albero dedicato ai diritti dell’infanzia violata e a “Malala” Premio Nobel per la Pace, gli alberi dedicati ad altri testimoni e contro tutti i crimini ambientali. Con l’occasione ha lanciato un messaggio rivolto ai Dirigenti Scolastici e ai docenti delle scuole, in particolare delle scuole impegnate in progetti sui temi della cittadinanza, della Pace, della storia, della difesa dell’ambiente, della legalità, della solidarietà, a organizzare uscite didattiche con gli alunni per visitare e organizzare incontri formativi nell’area.
Si ringrazia l’inviato Antonio Del Riccio di Media Tv per la ripresa dell’evento, la Dirigente Scolastica Angela Faraone e le docenti delle classi seconde che hanno preparato e accompagnato gli alunni, si ringrazia il Dirigente scolastico Marcellino Falcone con i docenti che hanno accompagnato gli alunni, per l’adesione e la partecipazione all’evento. Si ringrazia il Comune di Alife, con la Sindaca Maria Luisa Di Tommaso, il Parco Regionale del Matese e la Comunità Montana del Matese per il patrocinio morale, l’Associazione Combattenti e Reduci ed il Circolo ricreativo della 3° età di Alife, per l’adesione, l’artista Angelo Ciarlo per aver realizzato e donato di propria iniziativa la scultura per l’ Albero della Pace di Alife. Si ringraziano i Sign. ri Pasquale Altieri e Salvatore Bucci  per aver aiutato il M° Ciarlo nella messa in posa della scultura durante la fase di installazione avvenuta il 4 Ottobre, festa di S. Francesco d’Assisi.

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Il pacifismo operaio

L’opposizione alla guerra è uno degli elementi costitutivi e fondativi del movimento operaio

Il pacifismo operaio

La guerra fu subito considerata massimo male perché portava i giovani al macello, peggiorava le condizioni di vita, cancellava diritti e libertà, occultava le istanze per l’emancipazione delle classi lavoratrici

Il pacifismo operaio

L’opposizione alla guerra è uno degli elementi costitutivi e fondativi del movimento operaio

È il movimento operaio a predicare la necessità dell’opposizione di massa alla guerra; a inventare la forma di lotta non violenta per eccellenza cioè lo sciopero, o altre modalità non violente di lotta come il boicottaggio, la valorizzazione della dialettica degli argomenti, la comunicazione: le manifestazioni, i comizi, le petizioni.

Scelta non violenta compiuta quando la violenza bruta si scatenava contro di esso.

La guerra è il massimo male per le classi lavoratrici

La guerra fu subito considerata massimo male perché portava i giovani al macello, peggiorava le condizioni di vita, cancellava diritti e libertà, occultava le istanze per l’emancipazione delle classi lavoratrici. Da ciò l’impegno e la lotta contro la guerra e i guerrafondai, contro il bellicismo e le culture guerresche e per l’anticolonialismo.

Il rifiuto della guerra da parte dei ceti popolari

Il rifiuto della guerra è storicamente molto diffuso nei ceti popolari e nella classe operaia. Di rilievo i dibattiti sulla pace e la guerra, le lacerazioni, la produzione teorica delle organizzazioni nazionali e internazionali del movimento operaio.

I primi congressi Internazionali per la pace

Il primo congresso dell’internazionale a Ginevra nel 1866 approva all’unanimità la soluzione che afferma la possibilità di eliminare gli eserciti permanenti, ostacolo allo sviluppo economico e a quello delle organizzazioni sociali.

Il congresso di Losanna del 1867 vide la guerra come un peso soprattutto per la classe lavoratrice. A Bruxelles nell’internazionale si dice che la guerra “è un male evidente per noi tutti. Ma oltre la nostra costante protesta dobbiamo impegnarci attivamente per la sua soppressione. Per questo ci sono due metodi: il primo è quello di opporsi direttamente alla guerra attraverso il rifiuto del servizio militare, oppure attraverso il rifiuto del lavoro”.

Il partito operaio a Milano

Il partito operaio Italiano a Milano su iniziativa del gruppo democratico del circolo operaio, afferma la propria aspirazione anticolonialista e proclama la fratellanza universale e l’indipendenza di tutti i popoli. Il decalogo dei contadini socialisti mantovani così diceva: le guerre fra popolo e popolo sono sempre infami perché conducono al macello degli innocenti e dei fratelli.

Sia pace fra gli uomini perché nella pace sta l’amore e il benessere

Al congresso della nuova internazionale a Parigi una mozione dichiara la pace condizione prima e indispensabile di ogni emancipazione operaia.

Nel 1907 al congresso di Stoccarda fu approvata all’unanimità la mozione in cui si affermava che: qualora la guerra scoppi, i socialisti hanno il dovere di intervenire per farla cessare prontamente e utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta del capitalismo.

Il Maggio della lotta per la pace

In questo congresso si coniuga il 1° Maggio, con la lotta per la pace, soprattutto con la lotta al riarmo e con l’antimilitarismo e negli anni che precedono la prima guerra mondiale il tema principale del 1° Maggio è la lotta ai pericoli di guerra, più urgente del precedente tema delle otto ore di lavoro.

Proprio il 1° Maggio 1914 fu l’ultimo momento di mobilitazione unitaria a livello internazionale contro la guerra. Il partito socialista Italiano nel 1914/1915 sceglie la neutralità di fronte alla guerra, la linea del ‘né aderire né sabotare’, con profondi contrasti e divisioni tra i dirigenti del partito. I socialisti rimasti contrari alla guerra si trovano vicino a Berna per una conferenza contro la guerra dei partiti socialisti: il loro manifesto contro la guerra sarà diffuso clandestinamente anche in Italia.

 

Approfondimenti sul pacifismo:

  • Pallotti V., Cinquant’anni di pace in Europa: eventi e immagini, a cura del centro di documentazione del manifesto pacifista internazionale, Bologna
  • Pallotti V., Perché? Guerra, corsa agli armamenti. Catalogo della mostra del manifesto contro… per una cultura di pace e nonviolenza, Bologna
  • Pallotti V., Camminare per la pace. Marce e cammini per la pace e la nonviolenza, Comune di Casalecchio di Reno – Casa per la pace “la filanda”, Bologna 2009

 

Approfondimenti:

  • Elorza, Documenti e discorsi del militare ingenuo, San Sebastian
  • Erasmo da Rotterdam, Contro la guerra, a cura di F.Gaeta, L’Aquila
  • Trattato sulla tolleranza, a cura di Palmiro Togliatti, Editori Riuniti Roma

 

Bibliografia ragionata:

  • VV. , Bandiere di pace, Chimienti, Taranto
  • Aron, Pace e guerra tra le nazioni, tr.it. Comunità, Milano
  • Balducci E., Vinceremo noi pacifisti. Fosse anche tra mille anni, in L’Unità, 6 Marzo 1991
  • Bartels, L’Europa dei movimenti per la pace, in Giano n. 4/1990
  • Battistelli, Sociologia e guerra. Il problema della guerra nelle origini del pensiero sociologico, Archivio Disarmo, Roma
  • Bello Don Tonino, Alfabeto della vita, Paoline, Milano 2009
  • Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna
  • Collotti, G. Di Febo, (a cura di), Contro la guerra. La cultura della pace in Europa (1789-1939), Dossier Storia, Giunti, Firenze
  • Rochat G., L’Antimilitarismo oggi in Italia, Claudiana, Torino
  • Taylor, English History 1914-45. Oxford University Press

 

Riflessioni sulla contemporaneità:

  • Pugliese F., Abbasso la guerra. Persone e movimenti per la pace dall’800 a oggi, Grafiche futura, Mattarello – Trento
  • Pugliese F., I giorni dell’arcobaleno. Diario- cronologia del movimento per la pace, prefazione di Alex Zanotelli, Futura, Trento
  • Pugliese F., Per Eirene. Percorsi bibliografici su pace e guerra, diritti umani, economia sociale, Forum Trentino per la pace e i diritti umani, Trento
  • Pugliese F., Carovane per Sarajevo. Promemoria sulle guerre contro i civili, la dissoluzione della ex Jugoslavia, i pacifisti, l’ONU (1990-1999), Prefazione di Lidia Menapace, Introduzione di Alessandro Marescotti, Alfonso Navarra, Laura Tussi
  • Manifesti raccontano…Le molte vie per chiudere con la guerra,a cura di Vittorio Pallotti e Francesco Pugliese, Recensione di Laura Tussi, Prefazione di Peter Van Den Dungen, coordinatore generale della Rete Internazionale dei Musei per la Pace e Joyce Apsel, Università di New York
  • Strada G., Ma l’abolizione della guerra non è un’utopia di sinistra, in La Repubblica, 2006

 

Analisi storiche:

  • Rochat G., L’antimilitarismo oggi in Italia, Claudiana, Torino
  • Rochat G., La tradizione antimilitarista del movimento operaio italiano, in La critica sociologica, 1976
  • Rochat G., Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Einaudi, Torino

 

Analisi:

  • Branson, M. Haienemann, L’Inghilterra degli anni Trenta, Laterza Bari
  • Ceadel, Pacifismi in Britain, Oxford University Press

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Prevenire la guerra

Lo scopo del movimento pacifista fu sempre quello di prevenire la guerra

Prevenire la guerra

Qualche anno dopo l’avvento di Hitler, la maggioranza della sinistra continua a credere che la pace possa essere mantenuta soprattutto attraverso le politiche di sicurezza collettiva e del disarmo, fino alla regolazione internazionale delle controversie

Bertolt Brecht

Lo scopo del movimento pacifista fu sempre quello di prevenire la guerra.

Per questo motivo, la discussione si concentrò sulla questione dei mezzi migliori per realizzare tale obiettivo.

Per due, forse tre anni dopo l’avvento di Hitler, la maggioranza della sinistra continua a credere che la pace possa essere mantenuta soprattutto attraverso le politiche di sicurezza collettiva e del disarmo, fino alla regolazione internazionale delle controversie attraverso la presa di posizione e la pressione politica ed economica collettiva.

La convinzione sottesa a questa posizione era che la pressione internazionale poteva fermare i conflitti prima che raggiungessero la soglia della guerra aperta.

Ma inevitabilmente tale posizione non poteva non suscitare la domanda di fondo circa la giustezza dell’azione militare.

Nonostante tutto, esisteva la guerra giusta?

A metà degli anni ‘30 del Novecento, ci furono due risposte impressionanti a questa domanda. La prima fu la fondazione nel 1934 dell’Unione per la garanzia della pace.

L’Unione, i cui membri superarono rapidamente il numero di 200.000, chiedeva alla gente di sottoscrivere una risoluzione che diceva: “noi rinunciamo alla guerra e mai più, né direttamente né indirettamente, ne sosterremo e ne approveremo un’altra”.

Questa organizzazione traeva la sua forza dalle chiese non conformiste che ritenevano la guerra una negazione del cristianesimo, e poi dagli scrittori e dagli intellettuali orientati a sinistra, dal partito laburista, dai sindacati del movimento cooperativo. Nella realtà, l’organizzazione abbracciava una serie di posizioni, alcune delle quali vedevano nella non violenza più una tattica che un valore assoluto.

La corrente principale del pacifismo: prevenire la guerra

Ma la corrente principale rimase quella che faceva capo al bisogno di prevenire la guerra con tutti i mezzi possibili. L’opinione pubblica fu ulteriormente saggiata da quello che è divenuto noto come Sondaggio della pace. Organizzato dalla Società delle nazioni e ignorato dal partito conservatore, il sondaggio interessò più di mezzo milione di attivisti, tutti  volontari, e ricevete più di 11 milioni di risposte. La maggioranza schiacciante delle risposte si dichiarò per continuare ad appoggiare la Società delle nazioni, per il disarmo controllato, per restrizioni alla produzione privata di armi e per la riduzione della produzione di aerei militari.

Ancor più significativo fu che circa sette milioni di persone votarono a favore di immediate sanzioni economiche e non militari a carico dell’eventuale aggressore.

Sei milioni ritenevano che la forza andasse usata solo come estrema risorsa, mentre due milioni espressero la convinzione che la forza non dovesse essere mai usata in assoluto. Il sondaggio della pace mostrò che la gente era sensibile soprattutto al problema di come prevenire una guerra reale, più che alle questioni astratte sull’uso della forza o sull’esistenza della guerra giusta.

Ma anche così è chiaramente percepibile una forte, sotterranea corrente pacifista, mentre il numero di quanti si astennero dal rispondere alla domanda che toccava più direttamente la messa in atto di misure militari indica che questo era il punto sul quale in quel preciso momento molta gente era estremamente incerta.

I rapidi cambiamenti della situazione internazionale

I rapidi cambiamenti della situazione internazionale spingevano tuttavia a una continua revisione di atteggiamenti, ed è dal 1935 che molti pacifisti divennero meno convinti della loro posizione.

Dopo l’uscita del Giappone e della Germania dalla Società delle nazioni, la politica della sicurezza collettiva divenne meno convincente.

In realtà il governo britannico aveva ufficialmente abbandonato ogni pretesa di seguire una politica di sicurezza collettiva e aveva annunciato la sua intenzione di contrapporre al riarmo della Germania un proprio riarmo.

I dirigenti laburisti, che sostenevano il movimento pacifista, continuarono a apportare argomenti a favore della sicurezza collettiva perseguita attraverso la Società delle nazioni, ma evitarono ripetutamente di affrontare la questione di cosa fare se tali politiche non avessero avuto successo. In effetti, questo stava diventando il problema centrale per il movimento della pace nel suo complesso. Una persistente debolezza della posizione pacifista consisteva nel fatto che essa, come istanza politica più che come affermazione di una convinzione personale, non permetteva molte alternative.

Il pacifismo lasciava poco spazio al compromesso: la presunzione che esso dovesse avere necessariamente successo induceva molti a evitare di chiedersi che cosa avrebbero fatto se ciò non fosse avvenuto.

Guernica

Il lassismo inglese nella guerra in Spagna contro la dittatura fascista di Franco

Gli avvenimenti della seconda metà degli anni ‘30 sono troppo noti perché sia necessario soffermarsi su di essi.

Con l’Abissinia, il governo britannico si imbarcò in una strada di incertezza e di oscillazione.

Allo stesso modo la Gran Bretagna mancò di sviluppare una politica coerente rispetto alla guerra spagnola, continuando a giustificare il non intervento anche quando fu chiaro che la Germania e l’Italia stavano fornendo un aiuto considerevole a Franco e alla dittatura fascista. Con la conferenza di monaco nel 1938 Chamberlain continuava a credere che Hitler poteva essere soddisfatto e che si garantiva meglio la pace facendo concessioni piuttosto che lanciando avvertimenti collettivi internazionali.

In questi anni, l’opinione pacifista inglese dovete percorrere una strada molto difficile.

Il tema dominante della sinistra divenne l’antifascismo, e un pacifismo male inteso rischiava di essere preso per un sostegno a Hitler.

A parte ciò, molti pacifisti riconoscevano che stava diventando sempre meno realistica la possibilità di fermare il fascismo senza guerra.

E la Spagna forniva un chiaro esempio, provocando nella sinistra inglese emozioni che prima e dopo di allora raramente si sono riscontrate.

Il partito laburista, riconoscendo in che direzione portava la politica del non intervento, si accinse a un rovesciamento di linea politica, con tutto ciò che questo comportava in termini di possibile coinvolgimento militare.

Altri esponenti della sinistra abbandonarono del tutto la non violenza, sostenendo che la battaglia contro Franco e la dittatura era già la guerra contro il fascismo. I modi di sentire si fecero ancora più duri.

Un’accusa ingiusta

Il movimento per la pace degli anni ‘30 è stato accusato qualche volta di aver apparentemente indebolito la posizione del governo britannico.

Ma questa accusa sembra particolarmente infondata.

I pacifisti erano sempre stati molto decisi nella denuncia dell’aggressione.

Pochi avevano difeso una politica di pace a ogni costo se ciò significava aprire la strada agli aggressori.

Il sostegno pacifista alla Società delle nazioni, alla politica di sicurezza collettiva e al disarmo, aveva mirato proprio al controllo effettivo delle minacce e alla sicurezza internazionale.

Il pacifismo rafforza la consapevolezza sul pericolo che il fascismo costituiva per l’Europa intera

L’ostilità al fascismo era basata, in particolare, sulla minaccia che il fascismo costituiva per la pace mondiale, e i pacifisti sostennero ripetutamente la necessità di una forte azione congiunta per controllare i dittatori.

Gli errori dei politici difficilmente possono essere addebitati al movimento per la pace.

La loro origine è da ricercare nelle false opinioni su Hitler e Mussolini del tutto inadeguate.

Il pacifismo era divenuto dopo il 1940 una posizione che si era dovuta abbandonare di fronte alla cruda realtà dei fatti politici, uno dei quali fu il pericolo di una imminente invasione tedesca, una considerazione che molti avevano mancato di mettere in conto.

La guerra apparve come un male minore contro il fascismo.

Che questa sia stata per diversi aspetti una sconfitta per il movimento per la pace è ovvio. Ma da altri punti di vista il movimento aveva anche avuto un grande successo. Esso aveva dato l’avvio a un’analisi nuova sulla guerra e sui probabili beneficiari della guerra e nella sua ricerca di pace aveva enormemente contribuito a rafforzare la consapevolezza popolare sul pericolo che il fascismo costituiva per l’Europa intera.

 

Approfondimenti:

 

Elorza, Documenti e discorsi del militare ingenuo, San Sebastian

Erasmo da Rotterdam, Contro la guerra, a cura di F.Gaeta, L’Aquila

Trattato sulla tolleranza, a cura di Palmiro Togliatti, Editori Riuniti Roma

 

Bibliografia ragionata

 

AA.VV. , Bandiere di pace, Chimienti, Taranto

Aron, Pace e guerra tra le nazioni, tr.it. Comunità, Milano

Bartels, L’Europa dei movimenti per la pace, in Giano n. 4/1990

Battistelli, Sociologia e guerra. Il problema della guerra nelle origini del pensiero sociologico, Archivio Disarmo, Roma

Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna

Collotti, G. Di Febo, (a cura di), Contro la guerra. La cultura della pace in Europa (1789-1939), Dossier Storia, Giunti, Firenze

J. P. Taylor, English History 1914-45. Oxford University Press

 

Analisi:

Branson, M. Haienemann, L’Inghilterra degli anni Trenta, Laterza Bari

Ceadel, Pacifismi in Britain, Oxford University Press

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Il modernismo: sintesi di tutte le eresie

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Il modernismo: sintesi di tutte le eresie

I modernisti proponevano una riforma della chiesa che armonizzasse i valori della tradizione con i problemi posti dall’età moderna, con una spiritualità in rapida evoluzione e le problematiche della società contemporanea, uscendo così dal bigottismo e dal provincialismo filoclericale

Il modernismo catalano e Antoni Gaudì

Una riforma illuminata. Il modernismo

Nel 1907 il Santo Uffizio condannava il modernismo con l’enciclica di Pio X. Con questi documenti di condanna la Chiesa reagiva in modo estremamente duro contro un movimento che si definiva sintesi di tutte le eresie.

Il modernismo, affermatosi prima in Francia e poi in Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento non era in realtà un fenomeno unitario. In esso confluivano le più diverse esperienze ed esigenze religiose e lo stesso termine modernismo venne usato per la prima volta solo dagli avversari del movimento con una connotazione negativa e dispregiativa.

Il modernismo dentro, ma contro l’istituzione ecclesiastica

I modernisti si proponevano comunque una riforma della chiesa che armonizzasse i valori della tradizione e della cultura cattolica con i problemi impellenti e gravidi di sfide posti dall’età moderna, adattando dunque la rivelazione neotestamentaria a una spiritualità in rapida evoluzione e crescita e alle problematiche della società contemporanea, uscendo così dal bigottismo e dal provincialismo filoclericale.

Tutto questo però non contro la chiesa, ma nella chiesa stessa, traendo ispirazione dall’evoluzione del pensiero religioso ottocentesco e adottando come strumento di ricerca anche in campo religioso il metodo storico moderno.

L’anticipazione del Concilio Vaticano Secondo?

L’adozione del metodo storico moderno come strumento di ricerca comportava una maggiore spregiudicatezza nell’esegesi biblica, un più libero atteggiamento nei confronti dell’insegnamento religioso, il richiamo all’esperienza religiosa e come testimonianza della verità della fede e tutte queste aperture al mondo e alle problematiche sociali che poi vennero riprese dal Concilio Vaticano Secondo.

Ernesto Buonaiuti e il mondo laico

Con queste esigenze, che si erano manifestate in varie opere proprio grazie ad Ernesto Buonaiuti, indubbiamente la personalità di maggior spicco del modernismo italiano, il programma modernista si delineò fra il 1905 e il 1908, coinvolgeva anche i laici con il loro portato rivoluzionario, innovativo e riformista delle emergenze imposte da una attualità sempre più negativa e problematica, che anticipava tutte le meschinità del periodo fascista.

Significativo è infatti l’attivo coinvolgimento di un gruppo milanese che faceva capo a Tommaso Gallarati Scotti, che nel 1907 fondò la rivista Il Rinnovamento.

L’anno prima, del resto, al movimento aveva aderito anche lo scrittore Antonio Fogazzaro che con il suo romanzo Il santo aveva delineato il ritratto di un prete modernista e evidentemente spregiudicato rispetto alle imposizioni della dottrina.

La durissima reazione dell’istituzione ecclesiastica e del Vaticano

La reazione della chiesa fu durissima e stroncò il movimento sul nascere proprio mentre esso tendeva ad allargarsi. Tra il 1903 e il 1907 molte opere moderniste furono messe all’indice e il 1907 vide la condanna del Santo Uffizio e l’intervento di Pio X con l’enciclica che elencava minuziosamente tutte le proposizioni condannabili in quanto moderniste.

Anche se molti motivi del modernismo vennero ripresi dalle formazioni democratiche cristiane più progressiste, la condanna segnò la fine del movimento.

Le posizioni degli intellettuali rispetto al modernismo

Molti intellettuali modernisti rientrarono nella chiesa, come Fogazzaro mentre al contrario altri, spingendo all’estremo il pensiero modernista, uscirono definitivamente dal cattolicesimo: in Francia del resto lo stesso Loisy, considerato l’iniziatore del modernismo, si avviava verso l’approdo dell’agnosticismo. Solo Ernesto Buonaiuti rimase fedele al suo pensiero, nonostante la scomunica che lo raggiunse nel 1926, criticando aspramente l’operato della chiesa, ma continuando a proclamarsi suo figlio fedele fino alla morte avvenuta nel 1946.

Scomunicato e dimesso dallo stato clericale dalla chiesa cattolica per aver preso le difese del movimento modernista, Buonaiuti fu prima esonerato dalle attività didattiche, in base ai Patti Lateranensi tra Chiesa e Regno d’Italia, e poi privato della cattedra universitaria per essersi rifiutato, con pochi altri docenti (appena dodici), di giurare fedeltà al regime fascista.

 

Bibliografia ragionata:

 

Bruti Liberati, Il clero italiano nella grande guerra, Editori Riuniti, Roma

Morozzo della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti soldati, Editori Riuniti, Roma

Soave, Fermenti modernisti e democrazia cristiana, Giappichelli, Torino

 

Ulteriore bibliografia di approfondimento:

 

AA.VV. , Bandiere di pace, Chimienti, Taranto

Aron, Pace e guerra tra le nazioni, tr.it. Comunità, Milano

Bartels, L’Europa dei movimenti per la pace, in Giano n. 4/1990

Battistelli, Sociologia e guerra. Il problema della guerra nelle origini del pensiero sociologico, Archivio Disarmo, Roma

Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna

Collotti, G. Di Febo, (a cura di), Contro la guerra. La cultura della pace in Europa (1789-1939), Dossier Storia, Giunti, Firenze

  1. P. Taylor, English History 1914-45. Oxford University Press

 

Analisi:

Branson, M. Haienemann, L’Inghilterra degli anni Trenta, Laterza Bari

Ceadel, Pacifismi in Britain, Oxford University Press

 

Approfondimenti:

 

Elorza, Documenti e discorsi del militare ingenuo, San Sebastian

Erasmo da Rotterdam, Contro la guerra, a cura di F.Gaeta, L’Aquila

Trattato sulla tolleranza, a cura di Palmiro Togliatti, Editori Riuniti Roma

 

Foto:

 

Il modernismo catalano e Antoni Gaudì

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Il pacifismo inglese e non solo attinse forza dal ricordo degli orrori della prima guerra mondiale

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“Mai più guerre” fu lo slogan con il quale molti si identificarono per lo stretto rapporto intrattenuto di persona con la sofferenza e la morte provocata dalla guerra

La pace, impossibile?

Il pacifismo inglese e non solo attinse forza dal ricordo degli orrori della prima guerra mondiale

 

Negli anni fra le due guerre, il pacifismo inglese e non solo attinse indubbiamente forza dal ricordo degli orrori della prima guerra mondiale. A ricordo dei morti e delle vittime furono eretti monumenti in tutto il paese, ma gli invalidi costituirono, almeno per tutti gli anni ‘20 del Novecento, un ricordo ancora più impressionante delle conseguenze della guerra.

Lo slogan “Mai più guerre”

“Mai più guerre” fu lo slogan con il quale molti si identificarono per lo stretto rapporto intrattenuto di persona con la sofferenza e la morte provocata dalla guerra.

Per molto tempo prevalse la convinzione che una nuova guerra sarebbe stata una mera ripetizione dell’ultima, con l’aggiunta assai temuta dei bombardamenti aerei. Ma l’origine dei sentimenti pacifisti non va ricercata solo nei ricordi del passato.

La crescita del pensiero pacifista fu strettamente connessa e correlata con i mutamenti sociali e politici verificatisi in Gran Bretagna e con gli sviluppi esterni.

Il contesto nel quale il pacifismo emerse e con il quale esso fu intimamente legato fu costituito dal declino industriale, dalla disoccupazione di massa, dalla povertà e dalla fame, all’interno, e dai problemi connessi con il perdurare, all’esterno, del dominio coloniale, prima che fossero tutti messi in ombra dalla grande minaccia del fascismo.

Il decennio dell’illusione e della delusione

Le opinioni riguardo la guerra cominciarono a cambiare in modo significativo nel corso degli anni ‘20, un periodo che potrebbe essere definito il decennio dell’illusione e della delusione.

Gli anni immediatamente seguenti al conflitto avevano visto poco trionfalismo militarista e non erano sorte battagliere e violenti organizzazioni di ex combattenti, come ce ne erano in altre parti d’Europa.

Lo stato d’animo diffuso era la stanchezza e l’idea comune fra la gente vedeva nella guerra una tragedia terribile, ma necessaria per salvare la democrazia e che quella appena combattuta poteva essere la guerra per mettere fine a tutte le altre guerre.

Il radicalismo sociale

Tali sentimenti si combinavano con nuove speranze per il futuro, in parte legate alle promesse fatte alle truppe, in parte a un nuovo radicalismo sociale che si era sviluppato fra i soldati nel corso della guerra.

Ma la realtà venne subito a disingannare la gente da queste aspettative: disoccupazione, carenza di case e di cibo, l’insuccesso del governo laburista, il fallimento dello sciopero generale, tutto contribuì ad accentuare le divisioni sociali e servì a rivelare la distanza profonda che ancora separava i ricchi dai poveri e il governo dalla popolazione.

L’interpretazione di sinistra sulla guerra

Delusione e risentimento portarono a un aumento delle opinioni circa la guerra. Ora la gente era più disposta ad accogliere l’interpretazione di sinistra sulla guerra, vista come lotta fra imperialismi, combattuta per difendere gli interessi inglesi e a vedere la retorica patriottica del sacrificio come poco più che un espediente ipocrita per dissimulare questa realtà.

La sensazione della classe lavorativa, che la guerra l’aveva combattuta, fu forse stata tradita da chi non l’aveva fatta e provocò a sua volta una crescita della solidarietà internazionalista della classe lavoratrice stessa.

Questa mentalità fu dominante nei circoli della classe lavoratrice e nelle classi medie orientate a sinistra. Accadeva di frequente di imbattersi in risoluzioni approvate dalle associazioni dei lavoratori e dei sindacati, che invitavano il governo a rinunciare alla guerra come strumento di azione politica.

La guerra è sempre inutile

Si trattava di una sorta di pacifismo diffuso, fondato sul presupposto che la guerra è sempre inutile, ed è dichiarata da governi incompetenti per farla combattere a generali ancora più incompetenti. Tale visione procurò un forte sostegno alla Società delle nazioni a favore del disarmo generale.

Un contributo piuttosto sorprendente al movimento per la pace si ebbe agli inizi degli anni ‘30 del Novecento quando nel corso di un dibattito la Lega degli studenti all’Università di Oxford, fra la contestazione dell’establishment britannico votò una mozione per cui “questa istituzione in nessun caso combatterà per il suo re e per il suo paese”.

Il pacifismo persino tra gli studenti

Tale voto significava infatti che ora il pacifismo penetrava persino tra gli studenti privilegiati della classe media quella da cui tradizionalmente provenivano gli ufficiali. Ovviamente le cose non stavano proprio così. Molti non erano pacifisti avevano semplicemente cominciato a pensare di avere il diritto di scegliere il tipo di guerra che volevano combattere.

Ciò era tuttavia indicativo del sentimento generale che permeava i giovani e la sinistra.

Era un sentimento di mancanza di fiducia nei governi politici al potere, considerati inefficienti nella retorica del patriottismo. Di contro vi era la convinzione che l’azione e la testimonianza personali a sostegno della pace potevano in qualche modo compensare le manchevolezze dei governi.

Naturalmente, la situazione mutò radicalmente con l’avvento di Hitler al potere, che conferiva al problema della guerra e della pace un’urgenza del tutto nuova e emergente.

Lo slogan “fascismo significa guerra”

All’inizio, la sinistra fu alquanto incerta sulla linea da seguire nei confronti di Hitler: essa respingeva come ovvio le intenzioni del fascismo e i metodi della dittatura. L’instabilità della situazione portò l’opinione pubblica pacifista ad accentuare molte tematiche degli anni precedenti.

Furono rinnovati gli appelli a puntare sulla Società delle nazioni per la sicurezza, per una riduzione pianificata degli armamenti e per la messa in atto di sanzioni economiche e politiche contro gli aggressori. La prevenzione della guerra attraverso un’azione concentrata di carattere internazionale rimase la grande speranza della sinistra pacifista.

Ci si trovava invece alle prese con un governo nazionale in realtà largamente conservatore che in pratica sembrava non far nulla a sostegno degli sforzi che venivano compiuti per raggiungere la sicurezza collettiva.

I segnali di disastri incombenti erano fortemente aumentati durante il primo anno di governo di Hitler, e cominciò a essere più largamente accettato a sinistra lo slogan “fascismo significa guerra”.

Note: Bibliografia ragionata:

R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Milano

M. Ceadel, Pacifismi in Britain, Oxford University Press

N. Branson, M. Haienemann, L’Inghilterra degli anni Trenta, Laterza Bari

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I giorni della libertà: l’Aprile del 1945. E l’Afghanistan?

Una sentita riflessione va alle vicende attuali che si svolgono in Afghanistan e al dramma di un popolo perennemente occupato dagli Stati Uniti e da altri invasori e che lotta per l’emancipazione, l’indipendenza e l’autodeterminazione.

... E l'Afghanistan?

Un parallelismo tra i totalitarismi.

Il nostro pensiero e una sentita riflessione vanno alle vicende attuali che si svolgono in Afghanistan e al dramma di un popolo perennemente occupato dagli Stati Uniti e da altri invasori e che lotta per l’emancipazione, l’indipendenza e l’autodeterminazione. Perché il tiranno, il dittatore, l’invasore, l’aguzzino nella Storia si manifestano sempre sotto diverse sembianze: un tempo i nazifascisti e ora, in maniera preponderante, l’impero statunitense che pur ebbe un ruolo importante nella lotta resistenziale contro il nemico nazifascista.

Il totalitarismo può manifestarsi sempre sotto diverse spoglie e bandiere.

E’ sufficiente pensare all’assedio di Gaza in Palestina da parte del governo israeliano, con le complicità USA e Europa.

Così l’Afghanistan per le sue risorse naturali è sempre stato depredato, sottomesso e massacrato da Stati Uniti, Unione Sovietica con le connivenze di molti altri stati.

 

I giorni della libertà: dopo cinque anni di guerra, dopo anni di dittatura, dopo due anni di oppressione nazista, i partigiani italiani, prima dell’arrivo delle truppe degli alleati, riconquistano le città e le campagne, mettono in fuga i tedeschi e i fascisti.

Sono centinaia di migliaia, hanno lottato in silenzio per un anno e mezzo, hanno sfidato divisioni corazzate e SS, hanno lasciato sul campo migliaia di eroi, ora scendono a valle tra l’entusiasmo della gente, tra gli applausi del popolo. È la prima volta nella storia d’Italia che il popolo ha fatto la guerra per cacciare i tedeschi, ma anche per dare alla sua nazione un volto democratico.

Per la prima volta sono insieme i comunisti, i socialisti, i democristiani, gli intellettuali del partito d’azione. Per la prima volta la gente che produce e che lavora ha in mano il potere, e gli alleati, pur vincitori in tutto il mondo, devono fare i conti con loro.

l’Italia non è una terra occupata, l’Italia non è divisa, ma il suo popolo si esprime nei comitati di liberazione nazionale che sono il nuovo governo e vogliono essere il nuovo Stato.

Così il futuro dell’Italia nasce in quelle tumultuose giornate dell’Aprile 1945, quando tutti si sentirono giovani, quando tutti ebbero in cuore la speranza di grandi novità, di un mondo e di un’Italia migliori e diversi, di un avvenire fatto ingenuamente di giustizia e libertà.

Bisogna tornare a quei giorni per capirli a fondo, fuor di celebrazioni retoriche, per comprendere il furore democratico che vi era in coloro che combattevano: volevano, finalmente, dare a questo nostro paese un volto popolare, il volto di milioni che hanno sofferto per secoli, che nella guerra avevano sofferto ancora di più, e che cercavano ora la redenzione finale.

Quella redenzione non è venuta, e probabilmente non poteva venire, ma tornare a quei giorni di autentica gloria, significa potersi riunire a quelle speranze, vuol dire avere fiducia ancora: la libertà, la giustizia, la democrazia ci possono essere. Basta conquistarle uniti.

Uniti difenderle.

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L’informazione della libertà

I social network etici consentono un’informazione realmente universale e immediata nella popolazione

L’informazione della libertà

I manifesti, i volantini, i giornali murali, hanno svolto e svolgono una funzione propagandistica, informativa e organizzativa molto importante. Si pensi al ruolo durante la prima guerra e la seconda guerra mondiale o nella lotta della Resistenza.

Il ruolo dei manifesti nella storia. Dalla scuola per l'educazione alla pace

Negli ultimi decenni l’aumentata diffusione di giornali quotidiani e la presenza della radio, della televisione, e soprattutto delle nuove tecnologie, dei social network etici hanno consentito un’informazione realmente universale e immediata nelle masse della popolazione.

Fino alla fine del secolo scorso il manifesto o il giornale murale aveva un valore determinante nei rapporti di comunicazione tra dirigenti politici e le masse popolari.

Un grande fenomeno storico assai recente come la rivoluzione russa, vide un enorme uso di manifesti, manifestini, giornali murali per informare e mobilitare le masse rivoluzionarie. Negli anni del nostro Risorgimento e nell’Italia di allora, nella quale molta della popolazione era costituita da analfabeti, l’unico mezzo per comunicare decisioni importanti e talvolta di portata storica che venivano presi, erano i manifesti murali.

Questi erano letti da coloro che potevano farlo, come le persone colte o comunque appartenenti alla borghesia e i ceti più ricchi e le notizie venivano diffuse oralmente fra gli altri cittadini che non erano nemmeno nelle condizioni di leggere questi avvisi.

Le condizioni quindi della diffusione delle notizie erano talmente diverse da quelle dei nostri giorni e questo può essere il punto di partenza per avviare una riflessione sull’argomento soprattutto con i giovani studenti di storia. Si tenga conto che spesso nei volantini, negli avvisi e nei manifesti appaiono notizie che le costruzioni storiche successive hanno dimostrato non vere: essi erano evidentemente frutto di comunicazioni sbagliate ricevute da chi doveva redigere gli avvisi e ciò può far riflettere anche sulla maggiore possibilità di errori nelle informazioni dovute alle imprecisioni della trasmissione orale delle notizie.

Si pensi infatti che talvolta le informazioni sui risultati delle battaglie venivano comunicate da staffette a cavallo che riferivano in modo parziale e iniziati gli avvenimenti o magari giungevano a destinazione mentre sul campo di battaglia le sorti della lotta venivano modificate all’ultimo momento.

Visti in rapporto ai loro contenuti, i manifesti e i giornali murali sono storicamente importanti e interessanti, si riferiscono spesso a opinioni di parte e quindi contengono tutte le amplificazioni e le modificazioni dei fatti in senso positivo e negativo dettati dalla passione politica.

Questo consentirà perciò, quando si potranno offrire manifesti e documenti di parti avverse, un utile confronto che è lo stesso confronto al quale sono costantemente abituati gli storici nel loro lavoro.

E’ da esso che nasce la ricostruzione esatta dei fatti avvenuti.

Ma anche in tempi vicini a noi, anche in questi anni, i manifesti, i volantini, i giornali murali, hanno svolto e svolgono una funzione propagandistica, informativa e organizzativa molto importante.

Si pensi al ruolo durante la prima guerra e la seconda guerra mondiale o nella lotta della Resistenza.

Gli eserciti che si affrontavano sui più diversi e lontani campi di battaglia gettavano manifesti con gli aerei sulle città e villaggi del nemico per invitare alla diserzione, alla pace e alla resa, le truppe di occupazione comunicavano ordini perentori alla popolazione proprio con i manifesti murali.

Ogni lotta clandestina, dalla Resistenza antinazista e antifascista alla lotta per la libertà in Spagna o in Grecia, alla lotta di liberazione del Vietnam, ha avuto e aveva bisogno di manifesti murali di volantini, dei giornali clandestini per comunicare le notizie che gli occupanti e i dittatori non vogliono far circolare, per organizzare i gruppi di resistenza, per informare la gente comune, per non fare sentire soli coloro che sono oppressi e sperano in una migliore condizione umana e sociale. E le lotte sociali, le battaglie elettorali di oggi vedono anche esse un grande uso di manifesti di ogni tipo.

Essi divengono spesso l’espressione dell’opinione delle minoranze, degli esclusi, delle classi sociali subalterne che non possono diffondere le proprie opinioni attraverso i grandi canali di comunicazione: la stampa quotidiana legata al grande capitale, la radio e la televisione così come le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione.

Le lotte dei neri americani, degli studenti, degli operai vedono un grande uso dei manifesti.

L’altra America, l’altra Italia in genere l’altra umanità cioè i milioni di poveri, gli esclusi, i lavoratori che si battono per una società più libera, più uguale, trovano nei manifesti murali fogli che si diffondono fuori dalle fabbriche o dalle università o nei comizi uno strumento sempre attuale di informazione e di organizzazione.

Anzi la caratteristica della storia del manifesto degli ultimi 100 anni è proprio questa, che da mezzo di sola informazione è divenuto via via sempre più uno strumento fondamentale di organizzazione politica e sociale, quindi un elemento importante nella creazione dei fatti storici.

Crediamo perciò che i manifesti, gli avvisi, i giornali murali siano tra le testimonianze didatticamente più importanti che si possono offrire a coloro che studiano la storia. Esse non sono riservate ad atti di archivio nei quali derivano soltanto i fatti decisi nelle cancellerie o dai governi fra pochi uomini, fra coloro che dirigono le vicende umane, ma rappresentano la testimonianza più autentica del continuo contatto tra i gruppi dirigenti rivoluzionari, i conservatori, fra i capi quindi delle diverse parti in contesa e le moltitudini che ispiravano quelle lotte che dovevano seguire e subire gli interessi di ristretti ceti dominanti.

Infine, sui manifesti si può organizzare uno studio storico, soprattutto cercando di mettere in luce quali fossero appunto i rapporti tra le masse e i gruppi dirigenti, con essi si possono anche affrontare problemi linguistici considerando le caratteristiche della lingua italiana dei secoli scorsi e le speciali espressioni adoperate per chiarire dei particolari avvenimenti.

Ma, certamente, non sono soltanto i manifesti a documentare il passato lontano e recente, non si può credere che essi soltanto siano fonti della storia.

Così nell’offrire a scuola raccolte e riferimenti di manifesti, di avvisi, di volantini dedicati a avvenimenti importanti remoti o vicini, si possono completare, a livello didattico, con pagine di giornali, con documenti privati, con atti di archivio che possono così tutti insieme dare un’immagine la più ricca possibile di quell’epoca di quel momento della nostra storia.

L’importante è avere i dati per rivivere, in quei giorni, in quegli anni.

Dalla memoria dei materiali informativi del passato al futuro dei nuovi mezzi di comunicazione, l’informazione deve essere sempre libera e alla portata della maggioranza delle popolazioni.

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Massimo Sani: la Storia in Televisione 

Recensione

Massimo Sani: la Storia in Televisione

Quaderno n. 9 della serie «Inquadrature» a cura di Paolo Micalizzi. Comune di Ferrara – Servizio Manifestazioni Culturali e Turismo. Con il patrocinio del Comune di Ferrara: città patrimonio dell’umanità. Pubblicazione a cura della casa editrice Este Edition, aprile 2019
Laura Tussi

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

Massimo Sani

Massimo Sani: la Storia in Televisione 

Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici

 

Nel quaderno n. 9 della serie «Inquadrature» a cura del critico cinematografico Paolo Micalizzi è ampiamente trattata la sterminata produzione e l’importante personalità di Massimo Sani – nato a Ferrara il 21 agosto 1929 e scomparso a Roma il 21 luglio 2018 – nella sua complessità poliedrica e eclettica, che ha fatto della televisione e del cinema gli strumenti attivi della grande ricerca storica del Novecento.

La città degli Estensi, Ferrara, nell’immaginario collettivo è sempre collegata e riconducibile a una perenne dimensione creativa rinascimentale, per le tante iniziative che pullulano al suo interno e l’implicita creatività artistica in tutti i suoi ambiti culturali. La città rappresenta il luogo emblematico e esemplare del cinema italiano che ha visto nascere e operare importanti registi tra cui Visconti, Antonioni, Vancini e lo stesso Massimo Sani: un’autentica fucina non solo di artisti, ma di registi impegnati a trasporre la vita e la storia nella pellicola cinematografica. Massimo Sani è stato uno dei più illustri rappresentanti della scuola cinematografica ferrarese perché da artista, chimico, appassionato musicofilo e inesausto esploratore di archivi quale fu, si è contraddistinto con opere che, insieme ai documentari di inchiesta e non solo di Antonioni, Vancini, Ragazzi, Pecora e molti altri, contribuiscono alla creazione e composizione del mosaico artistico fornito dalla città di Ferrara come tributo al cinema italiano della seconda parte del Novecento.

Massimo Sani nel 1958 viene incaricato dall’editore Arnoldo Mondadori – e in particolare dall’allora direttore del settimanale «Epoca», Enzo Biagi – di stabilirsi nella Germania Federale (prima a Francoforte, poi a Monaco di Baviera) per fare da corrispondente del noto gruppo editoriale milanese. Contemporaneamente, in questo periodo realizza molteplici opere per la Rai e la Televisione tedesca, tra cui Berlino 1937: arte al rogo (1965 edizione tedesca, 1967 edizione italiana) e La giustizia tedesca di fronte al nazismo (1964), inchiesta filmata sugli efferati crimini nazisti, fino alla realizzazione del documentario in due puntate L’ineffabile realtà (1969), inerente la letteratura italiana contemporanea con interviste a scrittori e autori operanti nell’ambito della cultura del nostro Paese, dal Neorealismo alla Neoavanguardia fino al «Gruppo 63» con Edoardo Sanguineti.

Con la collaborazione tedesca, Massimo Sani riesce a fornire un prezioso contributo e un apporto di prestigio e di alto livello alla difesa delle relazioni tra Italia e Germania dopo la seconda guerra mondiale. Proprio per questo suo intenso e costante impegno a favore dell’incremento delle relazioni culturali e artistiche tra i due paesi, nel febbraio del 2015 Massimo Sani è stato insignito, dall’allora Presidente della Repubblica Federale Tedesca Joachim Gauch, della «Verdienstkreuz am Bande», massimo riconoscimento al merito.

Molti sono stati, dopo gli anni tedeschi, i lavori televisivi per la Rai, tra cui lo sceneggiato sulle conferenze di pace della seconda guerra mondiale La guerra al tavolo della pace (1975, originale TV in 4 puntate con la collaborazione alla sceneggiatura di Italo Alighiero Chiusano e alla regia di Paolo Gazzara e la partecipazione, nelle vesti di attori, di Warner Bentivegna, Gianni Bonagura e Renzo Montagnani) e i film-inchiesta Testimoni del terrore (1980, riguardante la terribile persecuzione politica in Italia da parte della dittatura nazifascista), L’Italia in guerra (1983), Prigionieri (1987) – con Renzo Ragazzi e l’allora giovanissimo collaboratore Fabrizio Berruti, oggi giornalista e autore televisivo per la Rai -, Ieri la guerra, oggi la pace (1990), Quell’Italia del ’43 (1993), fino ad arrivare a Roma 1944: l’eccidio alle Cave Ardeatine (1994, nelle vesti di coordinatore di un gruppo di giovani registi del «Circolo Romano del Cinema Riccardo Napolitano»: Vincenzo Bianchi, Paolo Conti, Lucrezia Lo Bianco, Rita Montanari, Cristina Pasqua, Luigi Pompili e Luigi Rinaldi) e La guerra dimenticata. Viaggio tra i partigiani d’Abruzzo dal Sandro alla libertà, 1943-1945 (1995). Per molti dei suoi lavori Sani si servì della collaborazione di autorevoli storici come Angelo Del Boca, Claudio Pavone e Giorgio Rochat. Quest’ultimo sottolineò e valorizzò sempre il ruolo innovatore e di importante alternativa culturale e storica assolto dai film-inchiesta di Massimo Sani.

Angelo Del Boca, dal canto suo, considerava Massimo Sani un abile, poliedrico e eclettico perfezionista e professionista, ricordando il celebre teatro-inchiesta L’impero: un’avventura africana (1985), che realizzò – sempre per la Rai – in modo encomiabile con l’impareggiabile contributo dello stesso Del Boca.

Massimo Sani è un autore che non dichiara a tutti i costi la neutralità e l’obiettività ma rispetta altamente e sopra ogni evento il pluralismo ideologico, scegliendo le competenze, le conoscenze, le qualità e le abilità di autori, scrittori, storici più autorevoli, equilibrate e capaci di illuminare i temi e gli argomenti trattati da molteplici sfaccettature, angolature, punti di vista. Queste dichiarazioni, considerazioni e testimonianze si ricavano dalla pubblicazione a cura di Massimo Marchetti dal titolo Massimo Sani: un regista ferrarese di fronte alla storia, edita in occasione di una rassegna filmata e di una mostra per i suoi ottant’anni svoltasi a Ferrara nel 2009.

La Storia per Massimo Sani è stata alla base della maggior parte dei programmi realizzati per la Televisione e dalla grande passione per la musica che seppe fondere con le immagini in un unico grande esemplare progetto didattico e di comunicazione audiovisiva insieme al figlio Nicola Sani.

Massimo Sani ebbe un rapporto con la città di origine, Ferrara, sempre vivo, come testimoniato dal fatto che nel maggio 2016, ancora in vita, ha donato la sua intera opera all’Istituto di Storia Contemporanea, presieduto da Anna Quarzi, per un fondo a lui dedicato – il «Fondo Massimo Sani» -, curato da Massimo Marchetti e nato su iniziativa dei suoi figli Valentino, Nicola e Benedetto e della moglie Antonia Baraldi Sani e per volontà del Comune di Ferrara nella persona dell’allora vicesindaco e assessore alla cultura Massimo Maisto: un autentico patrimonio artistico e culturale in cui si intersecano cultura cinematografica e televisiva e giornalistica.

La ricerca scientifica come chimico, per Massimo Sani è stata importante, come ha dichiarato in un’intervista pubblicata sull’edizione ferrarese del quotidiano “Il Resto del Carlino” nel 1969. Infatti nell’intervista affermava che il fondamento scientifico della cultura è stato importante in quanto gli ha procurato un metodo di ricerca analitica sulla realtà, che applica sempre nella sua attività professionale, sia come giornalista sia come regista televisivo e cinematografico. Per Massimo Sani certamente l’influenza del Neorealismo è stata proficua e fondamentale, in quanto costituiva il contenuto portante della sua idea di fare cinema, non solo per la pura rappresentazione, ma perché presentava la verità della vita in tutti i suoi aspetti, come doveva essere mostrata, ma soprattutto perché avvicinava alla Storia e ai grandi temi storici del Novecento.

I parenti, gli amici, gli incaricati, gli attivisti che si dedicano a divulgare e a far conoscere la personalità e la professionalità di Massimo Sani e tutto ciò che rappresenta hanno molto a cuore e sposano la causa del cinema d’inchiesta, della Resistenza storica e della resistenza quotidiana, della televisione e del cinema d’autore, della sua grande passione politica, dell’amore per la verità, per la libertà e per l’onestà intellettuale che lo hanno sempre contraddistinto.

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Franco Schirone, autore di questo breve, ma intenso saggio storiografico, è un libero ricercatore dei movimenti anarchici e anarcosindacalisti.

Per scrivere questa storia, l’Autore Franco Schirone ha ripreso un capitolo de “La gioventù anarchica” e l’ha ampliato utilizzando documentazione e materiali cartacei che ha potuto ritrovare con una serie di ricerche negli ambiti dell’attivismo anarchico. “Si tratta di fogli e ciclostilati: una produzione che è cresciuta un po’ in tutt’Italia, prodotta dai gruppi o da individui che si identificano in quell’ampio movimento noto con il nome di ‘contestazione globale’: sono i Provos, i Beatniks, i Beats, i Pleiners, i Nozems, i Cavalieri del nulla” afferma l’Autore nel libro.

A metà anni 60, in un’Italia ancora molto provinciale e tradizionalista, appena uscita da un dopoguerra disastroso e dalla ricostruzione, ove sussistono ampie sacche popolari arretrate, da cui attingere manodopera per le grandi industrie del Nord; in un’Italia che vede l’accelerare dell’abbandono dalle campagne e la concentrazione urbana in un vorticoso incremento produttivo e consumistico; in un’Italia che nonostante il cosiddetto boom economico rimane provinciale e tradizionalista, si fa strada un nuovo soggetto sociale: i giovani.

Un soggetto sociale che desta non poche preoccupazioni in quanto prende di mira qualsiasi atteggiamento autoritario, fondante l’assetto e l’ordinamento sociale esistente.

Molti di questi giovani sanno ciò che sta accadendo altrove, fuori dai ristretti confini della penisola. La Beat Generation, gli Yippie statunitensi, il Pop inglese, il movimento dei Provos in Olanda non sono lontane chimere e i loro echi giungono forti a una generazione che vuole essere libera di pensare fuori da convinzioni e convenzioni , da tradizioni e da qualsiasi schema precostituito; che vuole vestirsi come gli pare e portare i capelli lunghi; che odia la guerra e vuole un mondo senza armi, senza divise, senza confini; che sogna un mondo nuovo dove imperino solo la pace e la fratellanza universale; che rivendica la libera unione senza matrimonio, la libertà sessuale e la pillola anticoncezionale. E, che mette in atto, fin da subito, una lotta all’autoritarismo, contestando, innanzitutto, l’autorità paterna, quindi l’autoritarismo nella scuola, quello della gerarchia ecclesiastica, dell’istituzione militare e l’autorità statale in genere. Pacifista e non violento, il nuovo soggetto sociale, i giovani, come un torrente in piena, lacera le certezze del corpo sociale e le sue convinzioni, le sue istituzioni quella familiare soprattutto.

A Milano il gruppo “Onda Verde”, che fa propria l’esperienza Provos , diffonde volantini, incitando i giovani all’obiezione di coscienza, alla non violenza, alla lotta contro la proliferazione delle armi, al rifiuto dei falsi miti patriottici.

Si organizzano manifestazioni contro l’intervento statunitense in Vietnam, con happening davanti al consolato americano e autoincatenamento in piazza San Babila a Milano, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’antimilitarismo e dell’obiezione di coscienza. Le manifestazioni contro il Vietnam, organizzate in quell’anno 1966-1967, insieme a quelle aventi per tema il disarmo, saranno una costante che unirà i giovani di ogni parte d’Italia in un ideale e in una concreta unione con i giovani che negli Stati Uniti contestano per gli stessi motivi.

I ringraziamenti da parte dell’autore di questo saggio breve,  ma molto denso di significati, Franco Schirone, vanno innanzitutto all’anonima moltitudine di giovani di quella che ci piace definire la generazione dell’innocenza. Senza di loro nulla sarebbe cambiato nella società. Non si può dimenticare di ringraziare le persone che, tra lo sberleffo dei più, hanno avuto il piacere e il coraggio della conservazione della carta, per cui i volantini qui riprodotti, i giornali ciclostilati nel biennio 1966 1967, li potete leggere grazie alla loro eroica azione di salvataggio. Un grazie ai compagni dell’Archivio Storico della Federazione Anarchica italiana di Imola, oltre a tutti quelli passati e presenti che hanno reso possibile questo luogo.

Naturalmente per la copertina un ringraziamento va a Ivan poeta di strada a Milano autore del disegno.

Note: Per richiedere il libro: https://umanitanova.org/?p=8469

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